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Condividi stampa Il salasso di 10 anni di blocco contrattuale: per i medici 6.470 euro e per gli infermieri 2.720 euro di minor potere d’acquisto. Con il nuovo contratto aumenti medi variabili tra 83 e 200 euro che non coprono il gap stipendiale rispetto al 2009. L’analisi per tutte le categorie

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L’analisi è del Centro studi della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. Conq uesti aumenti – sottolinea il report – non si riuscirà a recuperare quanto perso nella decade di bloco contrattuale che in percentuale ha comportato una perdita di potere di acquisto media del -6,33%. Per medici e infermieri si sale quasi il 9%, circa il 10% per le professioni tecniche e circa il 5% per i dirigenti non medici. Ma non si sono persi solo soldi: dal 2009 al 2017 sono uscite dal Ssn 25.230 unità, di cui circa 12.000 infermieri e quasi 8.000 medici. L’ANALISI.

05 DIC – Tra legge di bilancio e nuovi contratti c’è una nuvola nera che si addensa sul personale del Servizio sanitario nazionale: aumenti davvero all’osso e perdita di potere di acquisto che dall’ultimo contratto “normale” – quello del 2009 – ha tolto alle buste paga di chi lavora in sanità una media del 6,33% del loro potere di acquisto con una forbice compresa tra poco più dell’1 e circa il 10% in base alle varie categorie professionali. In valori assoluti e in base agli stipendi di partenza che non considerano una serie di indennità.

Lo rileva oggi il Centro studi FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche) in un suo report dettagliato per le diverse categorie professionali.

A riprova del taglio agli stipendi e della contrazione degli organici dovuta al blocco del turn over, come ha rilevato anche l’Ufficio parlamentare di Bilancio, negli ultimi 8 anni – sottolinea la Fnopi – la spesa per il personale del Ssn è scesa di circa 2 miliardi.

Un gap che si cerca oggi di recuperare con gli aumenti proposti per il nuovo contratto (pari a una media del 3,50%) pari a una media in busta paga di circa 144,68 euro, variabili tra i 180 e i 201 euro in più circa per i dirigenti e gli 83,67 euro in più per il comparto. Tutto questo però a fronte di una perdita di potere di acquisto in valore assoluto variabile dai quasi 6.500 euro per i medici (il cui stipendio è più alto di quello degli altri professionisti), ai circa 2.500 euro per il personale con funzioni riabilitative (dal calcolo sono esclusi gli odontoiatri i cui valori sono viziati dal fatto di essere dipendenti in solo 163 unità nel 2009 e la metà nel 2017).
Confermando l’aumento del 3,50 scritto nella legge di Bilancio 2020 per gli anni 2019-2021 (quelli del prossimo contratto) per il nuovo contratto, rispetto al +3,48% del contratto precedente, la situazione delle buste paga degli operatori sanitari rimarrebbe quindi pressoché stabile con una crescita dello 0,2% rispetto alla tornata precedente.
Si tratterebbe infatti di un aumento medio che in tutto il Servizio sanitario nazionale varrebbe circa 1.880,88 euro l’anno, 144,68 euro al mese medi. Ma che sarebbe ovviamente diverso tra dirigenza e comparto. Alla prima infatti spetterebbero aumenti mensili medi tra i 180,49 euro (su tredici mensilità) dei dirigenti non medici ai 201,33 dei medici, mentre il secondo si fermerebbe su 83,67 euro di aumento.
All’interno della dirigenza poi, si andrebbe dall’aumento più basso di circa 143,72 euro mensili per i dirigenti sanitari non medici, a quello più alto di 188,12 euro al mese per i dirigenti amministrativi (ai medici, i più numerosi, toccherebbero aumenti mensili di circa 170,35 euro).
Nel comparto invece il livello più basso con 71,41 euro al mese è del ruolo tecnico, mentre il più alto con 93,37 euro al mese è del personale di vigilanza e ispezione (gli infermieri, la categoria professionale in assoluto più numerosa di tutto il Servizio sanitario nazionale, avrebbero circa 90,21  euro mensili in più).
Nel comparto poi si avrebbe una ulteriore differenziazione media tra i vari livelli previsti e così il più basso, il livello A, raggiungerebbe in media 80,96 euro, mentre il più alto, il Ds6, 95,34, con una media nelle fasce (poco più alta di quella assoluta di comprato) di 85,85 euro di aumento.
Alla perdita economica si associa la perdita sempre dal 2009 in poi di circa 25mila unità di personale (infermieri in testa con quasi 12mila organici in meno) che nelle Regioni più svantaggiate, quelle con piano di rientro, concentra la maggior parte delle perdite.
Oggi la carenza di infermieri si assesta secondo i dati FNOPI su oltre 50.000 unità che con l’effetto di Quota 100 potrebbero salire in pochi anni (tre) anche fino a 76.000.
La carenza di infermieri è confermata anche dai dati internazionali. L’ultimo rapporto OECD Health at a Glance 2019 sottolinea infatti tra le differenze più rilevanti rispetto alla media OCSE un numero di medici elevato (4 ogni 1.000 abitanti contro la media di 3,5) e un numero di infermieri molto basso (5,8 rispetto alla media di 8,8) e segnala anche un basso rapporto tra infermieri e medici che secondo i parametri internazionali dovrebbe essere di 3 infermieri ogni medico (come ad esempio tra i maggiori partner Ue in Francia, Germania e Regno Unito dove rispettivamente è 3,1; 3; 2,8) mentre in Italia si ferma a 1,5.
L’OCSE nell’Executive Summary  al suo rapporto avanza anche alcune proposte in merito nel capitolo su come spendere meglio con gli stessi risultati di salute.

Già nel rapporto dello scorso anno dichiarava che “gli infermieri svolgono un ruolo fondamentale nel fornire assistenza sanitaria non solo negli ospedali e negli istituti di assistenza a lungo termine, ma sempre più anche nelle cure primarie e nelle strutture di assistenza domiciliare”, ora sottolinea che “nei paesi dell’OCSE, i sistemi sanitari e sociali impiegano ora più lavoratori che in qualsiasi altro settore, circa uno su dieci. Spostare i compiti dai medici agli infermieri e ad altri professionisti della salute può alleviare la pressione dei costi e migliorare l’efficienza”.

Studi internazionali negli ultimi tempi hanno dimostrato che troppi pazienti per ogni infermiere aumentano il rischio di mortalità: dovrebbero essere 6 in media generale e in Italia vanno dai circa 8 delle Regioni più virtuose agli oltre 17 di quelle con minori organici, E per le pediatrie le cose vanno anche peggio visto che i pazienti “ideali scendono a 2 e la media di quelli in realtà assistiti è di quasi il doppio.
L’aumento del rischio di mortalità è tra il 25 e il 30%, ma nuovi dati mettono in risalto un altro problema serio di salute legato ai numeri di chi assiste i pazienti.
Anche il rischio di alcune malattie, infatti,  risente del rapporto infermiere/paziente: se si analizza la situazione degli ospedali ad alta complessità (come ad esempio quelli pediatrici, appunto, ma non solo), quando il rapporto infermiere paziente è pari a 1:2 diminuisce significativamente il rischio di: polmoniti (-64%); scompenso d’organo (-52%); infezioni gastrointestinali (-47%); infezioni alle basse vie respiratorie (-40%); sepsi (-21%).
E l’aumento di un paziente rispetto al rapporto 1:4 aumenta il rischio di riammissione del +11% nelle unità mediche e del +48% nelle unità chirurgiche, con buona pace delle dimissioni precoci, dell’assistenza sul territorio, del ridotto ricorso al pronto soccorso e del taglio alle liste d’attesa legato a prestazioni eseguite nei tempi ottimali.
Senza contare il danno sui pazienti provocato da infermieri a cui si fanno svolgere attività non infermieristiche: l’aumento del rischio complessivo di mortalità per l’eccesso di pazienti e per lo svolgimento di attività non infermieristiche (la burocrazia) è del 25-26% e gli infermieri sono coinvolti, oltre l’assistenza, in attività burocratiche in oltre il 90% dei casi.
La situazione più tragica per gli organici è nelle Regioni in piano di rientro. Nel Lazio (commissariata), Abruzzo, Molise (commissariata), Campania (commissariata), Puglia, Calabria (commissariata), Sicilia (durante il periodo 2009-2017 sono state in Piano di rientro anche Liguria, Sardegna e Piemonte) il 71% delle perdite di infermieri e il 90% di quelle di medici si è verificato in questi territori, il che dà la dimensione della disuguaglianza creata dalle ragioni economiche rispetto all’assistenza. E senza personale oltre ad aumentare i rischi e indebolirsi i servizi, si allungano le liste d’attesa e aumentano i viaggi della speranza.
Il messaggio al Governo, dati alla mano, è chiaro e a lanciarlo è la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli: “Mancano professionisti, mancano anche gli infermieri, a mancare, però, è soprattutto un serio ed equilibrato rapporto tra i professionisti che si realizzi attraverso lo sviluppo delle competenze. La sanità ha bisogno soprattutto di appropriatezza: garantire il giusto professionista che possa essere messo in grado di rispondere al giusto bisogno, nel giusto contesto, con il giusto utilizzo di risorse nella maggiore autonomia possibile. Serve una visione più ampia e coraggiosa. Gli infermieri sono qui ad illustrarvi cosa serve al Paese, non cosa serve alle professioni”.

05 dicembre 2019
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Tagli e carenze: potere di acquisto -9%. Aumenti bassi e assistenza a rischio

Tra legge di bilancio e nuovi contratti c’è una nuvola nera che si addensa sul personale del Servizio sanitario nazionale: aumenti davvero all’osso e perdita di potere di acquisto che dall’ultimo contratto “normale” – quello del 2009 – ha tolto alle buste paga una media del 6,33% del loro potere di acquisto con una forbice compresa tra poco più dell’1 e circa il 10% in base alle varie categorie professionali. In valori assoluti e in base agli stipendi di partenza che non considerano una serie di indennità.

E come ha rilevato l’Ufficio parlamentare di Bilancio ha fatto perdere circa 2 miliardi di spesa per il personale legata ai mancati rinnovi contrattuali e alla contrazione degli organici.

Gli aumenti proposti per il nuovo contratto (3,50%) raggiungerebbero una media di circa 144,68 euro in busta paga al personale Ssn, che in realtà sono tra i 180 e i 201 circa per i dirigenti e 83,67 per il comparto, ma la perdita di potere di acquisto va in valore assoluto dai quasi 6.500 euro dei medici (il cui stipendio è più alto di quello degli altri professionisti) ai circa 2.500 euro del personale con funzioni riabilitative, lasciando fuori l’eccezione degli odontoiatri (-758,06) i cui valori sono viziati dal fatto di essere dipendenti solo 163 nel 2009 e la metà nel 2017.

L’analisi degli aumenti, delle buste paga, della perdita di potere di acquisto e di quella degli organici del Servizio sanitario è del Centro studi FNOPI (Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche), che come tale fa anche un focus sugli infermieri.

Ala perdita economica si associa la perdita sempre dal 2009 in poi di circa 25mila unità di personale (infermieri in testa con quasi 12mila organici in meno) che nelle Regioni più svantaggiate, quelle con piano di rientro, concentra la maggior parte delle perdite.

Oggi la carenza di infermieri si assesta secondo i dati FNOPI su oltre 50.000 unità che con l’effetto di Quota 100 potrebbero salire in pochi anni (tre) anche fino a 76.000.

La carenza di infermieri è confermata anche dai dati internazionali. L’ultimo rapporto OECD Health at a Glance 2019 sottolinea infatti tra le differenze più rilevanti rispetto alla media OCSE un numero di medici elevato (4 ogni 1.000 abitanti contro la media di 3,5) e un numero di infermieri molto basso (5,8 rispetto alla media di 8,8) e segnala anche un basso rapporto tra infermieri e medici che secondo i parametri internazionali dovrebbe essere di 3 infermieri ogni medico (come ad esempio tra i maggiori partner Ue in Francia, Germania e Regno Unito dove rispettivamente è 3,1; 3; 2,8) mentre in Italia si ferma a 1,5.

L’OCSE nell’Executive Summary al suo rapporto avanza anche alcune proposte in merito nel capitolo su come spendere meglio con gli stessi risultati di salute.

Studi internazionali negli ultimi tempi hanno dimostrato che troppi pazienti per ogni infermiere aumentano il rischio di mortalità: dovrebbero essere 6 in media generale e in Italia vanno dai circa 8 delle Regioni più virtuose agli oltre 17 di quelle con minori organici, E per le pediatrie le cose vanno anche peggio visto che i pazienti “ideali scendono a 2 e la media di quelli in realtà assistiti è di quasi il doppio.

L’aumento del rischio di mortalità è tra il 25 e il 30%, ma nuovi dati mettono in risalto un altro problema serio di salute legato ai numeri di chi assiste i pazienti.

Anche il rischio di alcune malattie, infatti, risente del rapporto infermiere/paziente: se si analizza la situazione degli ospedali ad alta complessità (come ad esempio quelli pediatrici, appunto, ma non solo), quando il rapporto infermiere paziente è pari a 1:2 diminuisce significativamente il rischio di: polmoniti (-64%); scompenso d’organo (-52%); infezioni gastrointestinali (-47%); infezioni alle basse vie respiratorie (-40%); sepsi (-21%).

E l’aumento di un paziente rispetto al rapporto 1:4 aumenta il rischio di riammissione del +11% nelle unità mediche e del +48% nelle unità chirurgiche, con buona pace delle dimissioni precoci, dell’assistenza sul territorio, del ridotto ricorso al pronto soccorso e del taglio alle liste d’attesa legato a prestazioni eseguite nei tempi ottimali.

Senza contare il danno sui pazienti provocato da infermieri a cui si fanno svolgere attività non infermieristiche: l’aumento del rischio complessivo di mortalità per l’eccesso di pazienti e per lo svolgimento di attività non infermieristiche (la burocrazia) è del 25-26% e gli infermieri sono coinvolti, oltre l’assistenza, in attività burocratiche in oltre il 90% dei casi.

Il messaggio al Governo, dati alla mano, è chiaro e a lanciarlo è la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli: “Mancano professionisti, mancano anche gli infermieri, a mancare, però, è soprattutto un serio ed equilibrato rapporto tra i professionisti che si realizzi attraverso lo sviluppo delle competenze. La sanità ha bisogno soprattutto di appropriatezza: garantire il giusto professionista che possa essere messo in grado di rispondere al giusto bisogno, nel giusto contesto, con il giusto utilizzo di risorse nella maggiore autonomia possibile. Serve una visione più ampia e coraggiosa. Gli infermieri sono qui ad illustrarvi cosa serve al Paese, non cosa serve alle professioni”.

SCARICA L’ANALISI FNOPI

SCARICA L’EXECUTIVE SUMMARY OCSE

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Corsi laurea professioni sanitarie: in crescita domande per medici, stazionarie quelle per le altre professioni sanitarie. Sbocchi professionali in aumento per attività libero professionale

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Rispetto agli anni accademici precedenti il rapporto segnala una diversa percentuale nella ripartizione dei posti fra Lauree triennali e Magistrali a ciclo unico che quest’anno va per il 68% alle professioni sanitarie, il 29% a medicina e chirurgia e il 3% a odontoiatria. Ecco tutti i numeri del Report annuale della Conferenza nazionale dei Corsi di laurea delle Professioni sanitarie curato da Angelo Mastrillo. IL RAPPORTO.

04 DIC – Resta quasi invariato il numero delle domande di ammissione ai 22 corsi di laurea delle professioni sanitarie con 79.155 rispetto alle 79.450 dello scorso anno (-0,4%).  Al contrario continua a crescere (+4,1%) il numero delle doman-de per i corsi di laurea magistrale a ciclo unico di Medicina e Chirur-gia e di Odontoiatria: da 90.806 dello scorso anno agli attuali 94.499, mentre era stato del +2,4% fra il 2018 e il 2017, da 88.680 a 90.806.

È quanto emerge dai dati rilevati dalla Conferenza nazionale dei Corsi di laurea delle Professioni sanitarie per l’anno accademico 2019-2020, presieduta da Luisa Saiani ed elaborati da Angelo Mastrillo, segretario della Conferenza, con la collaborazione delle Università sedi di Facoltà/Scuola di Medicina e Chirurgia.

Per le Professioni Sanitarie si rileva un aumento dei fabbisogni formativi da parte di tutte le Regioni con +1.698 posti (+7,2%) dai 23.611 dello scorso anno agli attuali 25.509.

Aumenta, ma in misura inferiore, anche il fabbisogno da parte delle Categorie da 27.807 dello scorso anno rispetto agli attuali 28.327 con +1,9%. E’ in aumento anche il potenziale formativo offerto dagli Atenei al Ministero dell’Università, da 26.617 della scorso anno agli attuali 27.478 (+3,2%). Analogo, ma minore (+2,6%) è stato il numero dei posti decretati dal MIUR e messo a bando dalla Università da 24.681 a 25.328.

Stesso numero di domande per le lauree triennali delle professioni sanitarie (sono ste 79.155 contro le 79 450 dello scorso anno accademico. -0.4%), ma in aumento costante quelle per le lauree magistrali a ciclo unico (medicina e odontoiatria, +4,1%).

Rispetto agli anni accademici precedenti il rapporto segnala una diversa percentuale nella ripartizione dei posti fra Lauree triennali e Magistrali a ciclo unico che quest’anno va per il 68% alle professioni sanitarie, il 29% a medicina e chirurgia e il 3% a odontoiatria.

Si interrompe la progressiva riduzione dei posti per le professioni sanitarie, scesi da 27.338 dell’anno 2013 a 24.691 dello scorso anno e ora risaliti agli attuali 25.286 (+2,5%).

Una risalita con maggiore proporzione riguarda medicina e chirurgia dal massimo di 10.345 posti del 2011 ai 9.779 dello scorso anno e ora incrementati a 11.434 (+16,9%).

Per quanto riguarda il numero dei posti per le professioni sanitarie, solo in 5 Università è superiore a 1.000: Roma Sapienza con 3.027, Milano 1.379, Padova 1.307 e con 1.170 sia Torino che Roma Tor Vergata.

Tutte le altre Università invece hanno un’assegnazione di posti inferiore a 1.000: Verona 983, Bari 917, Napoli Vanvitelli 888, Napoli Federico II 854, Bologna 827, Firenze 813. Al di sotto di 800 posti Roma Cattolica 799, Brescia 696, Genova 648, Ferrara 587, Catanzaro 585, Messina 573, Ancona 535 e Pisa 522. Quindi sotto 500 Chieti con 484, Palermo 480, Pavia 467, Perugia 452, Catanzaro 467, Perugia 452, Milano Bicocca 440, Modena 425, Novara 409 e Parma 404. A seguire Catania con 368, Foggia 353, Siena 351, Varese 339, Cagliari 270, Udine 248, Salerno 244, Trieste 220, Sassari 213, Milano S. Raffaele 191, Milano Humanitas 136, infine Roma Campus 107 e Campobasso con 98 posti.

In cima alla classifica della disponibilità c’è il corso di infermiere con 41 corsi su 205 sedi per 15.014 posti, poi fisioterapista con 40 su 83 per 2.097 posti, ostetrica con 32 su 46 e 771 posti, logopedista con 29 corsi su 39 sedi e 771 posti, tecnico di laboratorio con 33 su 45 e 770 posti, tecnico di radiologia con 36 corsi su 57 sedi su 734 posti. Si tratta di professioni presenti in quasi tutte le Università.

In fondo alla classifica delle 22 professioni invece si trovano infermiere pediatrico con 173 posti su 8 corsi e 9 sedi, tecnico ortopedico con 165 posti su 10 corsi e sedi, tecnico di neurofisiopatologia con 128 posti su 10 corsi e sedi, podologo con 120 posti su 6 corsi e sedi, e infine tecnico Audiometrista con 51 posti su 4 corsi e sedi.

Analizzando in dettaglio le 22 professioni sanitarie sugli ultimi dati dei laureati del 2017, si confermano per l’alto tasso occupazionale ai primi 5 posti terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva con l’84,2%, audioprotesista con l’84,0%, logopedista 83,9%, educatore professionale e fisioterapista con l’82,7%. Rispetto allo scorso anno le posizioni di igienista dentale e podologo, che comparivano tra i primi posti, sono scese, rispettivamente dall’88,8 al 78,0% e  dall’82,8 al 69,4 per cento.

Di fatto sono quasi tutti profili che operano prevalentemente come liberi professionisti, oltre che in parte anche come dipendenti di enti pubblici o privati; si tratta di professioni non toccate quindi dal blocco delle assunzioni degli ultimi anni nel pubblico impiego.

Al contrario, agli ultimi cinque posti, fra il 51% e il 35%, si trovano alcune professioni con rapporto di lavoro prevalentemente dipendente, come i dietisti con il 51,1%, seguiti da ostetriche con 48,6%, tecnici di audiometria con il 40,6%, tecnici di fisiopatologia cardiocircolatoria con il 38,2% e a chiudere i tecnici di laboratorio al 35,2%, che si confermano agli ultimi posti come negli ultimi cinque anni e dal 2007 hanno perso ben 33 punti percentuali, dimezzando quindi il tasso occupazionale.

Si mantiene invece la buona posizione occupazionale per infermiere, che passa dal 74,0% al 73,3%, restando comunque ancora distante rispetto alla situazione ottimale di 11 anni fa, quando si attestava al 94% di occupazione e a soli a sei mesi dalla laurea. Per l’alta numerosità degli abilitati, circa 425 mila, è proprio l’infermiere a incidere statisticamente sul totale delle 22 professioni. Nella stessa area c’è la professione di ostetrica, che ha un  calo, scendendo di 5 punti percentuali, dal 53,5% al 48,6%. La perdita sul 60% di 11 anni fa è di quasi 12 punti percentuali.

Sta invece migliorando la situazione occupazionale per tecnico di radiologia, che sale dal 47,6% del 2016 all’attuale 55,6%, con 8 punti percentuali in più, che fanno scalare la classifica dal 18° al 15° posto.

Continua ad essere insufficiente ed in alcuni casi molto precaria invece la presenza di docenti appartenenti allo specifico profilo professionale, chiamati in ruolo da parte delle Università, che si avvalgono invece e in prevalenza dell’affidamento degli insegnamenti a docenti a contratto, in gran parte dipendenti ospedalieri.

Sul totale di 433 docenti dei SSD (settori scientifico disciplinari) MED/45-50, che lo scorso anno erano 398 e che fanno parte dei 9.042 dell’intera area 6 di Medicina solo 50 appartengono ai Settori specifici dei profili delle professioni sanitarie, pari ad appena il 13 per cento.

Il Settore Scientifico Disciplinare MED/45 comprende 39 docenti strutturati di cui 34 appartengono alla professione infermieristica; tuttavia sono ancora di gran lunga insufficienti se si considera l’esistenza di 41 corsi distribuiti su ben 205 sedi.

Nessun ruolo fra i 161 di MED/46 tecniche di laboratorio e sul SSD MED/49 dietistica avendo perso lo scorso anno (per pensionamento) anche l’unico ruolo che esisteva presso l’Università di Bologna, mentre sono 3 su 5 in ostetricia, 9 su 28 per MED/48 riabilitazione e appena 4 su 120 per MED/50 tecniche mediche applicate, di cui 2 igienisti dentali, 1 logopedista e 1 ortottista.

Dal confronto tra domande delle categorie, proposte del ministero della Salute e posti assegnati con Decreto MIUR dell’ 8 luglio 2019, sono derivate 3 diverse assegnazioni dei posti da mettere a bando:
– conferma di tutti i posti del potenziale offerto dalle Università quando inferiori o pari alla media delle proposte delle Regioni e delle categorie come nei 6 casi di: assistente sanitario, educatore professionale, podologo, tecnico audiometrista, tecnico audioprotesista e tecnico di neurofisiopatologia;
– aumentodi posti bilanciando l’offerta delle Università sul valore medio delle richieste fra Regioni e categorie, come nei 10 casi di: infermiere, ostetrica, logopedista, tecnico della riabilitazione psichiatrica, terapista della neuro e psicomotricità, terapista occupazionale, igienista dentale, tecnico fisiopatologia cardiovascolare, tecnico di laboratorio e yecnico della prevenzione;
– riduzionedei posti offerti dalle Università qualora superiori alla media della richiesta delle Regioni e delle Categorie, come nel caso di fisioterapista.

Resta ancora una volta un “caso” a parte quello di tecnico di radiologia, perché per la riduzione dei posti non è stata accolta alcuna delle proposte fatte dall’ordine professionale, prima per 644 posti e successivamente per 716, come richiesto dalle Regioni. Invece il MIUR ha deciso di assegnare 740 posti, determinando ancora una volta un esubero maggiore e specie sulle Università del Lazio, che si sono viste assegnare 75 posti rispetto ai 30 chiesti congiuntamente da Regione Lazio e dall’ordine professionale

Laurea Magistrale
Per la prima volta l’analisi di Mastrillo riporta anche i dati sui Corsi di Laurea Magistrale per le 5 classi di infermieristica-ostetrica, riabilitazione, tecnico diagnostica, tecnico assistenziale e prevenzione. Nei 16 anni di attivazione, dall’ A.A. 2004-05 all’attuale 2019-20 sono stati 32.763 i posti messi a bando rispetto ai 30.645 chiesti dalle Regioni, con una media di 2.048 posti all’anno.

Per quanto riguarda il numero delle domande presentate su ognuna delle 5 classi per questo AA 2019-20 ci sono state 10.887 domande per 2.725 posti con rapporto domande/posti (D/P) di 4.

Il corso più richiesto è quello della prima classe infermieristica-ostetrica con 8.466 domande su 1.318 posti, con D/P di 6,4. Segue la riabilitazione con 1.336 domande su 612 posti con D/P 2,2; tecnico assistenziale con 159 domande su 115 posti e D/P di 1,4; tecnico diagnostica con 538 domande su 430 posti per un D/P di 1,3 e infine la prevenzione con 388 domande su 250 posti e D/P di 1,6.

Negli ultimi 8 anni è stato messo a bando tutto il potenziale formativo dichiarato dalle Università, anche se il fabbisogno delle Regioni è più basso, mentre è maggiore quello delle Categorie.

04 dicembre 2019
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Aniarti, rinnovate le cariche associative

Dopo le elezioni avvenute in occasione del 38° congresso Aniarti, in data 1 dicembre 2019 presso la sede della Croce Rossa Italiana di Bologna, si sono svolte le operazioni di voto e scrutinio per il rinnovo delle cariche associative di Presidente, Vicepresidente, Tesoriere, Segretario e Direttore della Rivista “Scenario”.

Il Consiglio Direttivo Aniarti viene così a comporsi:

  • Presidente: Silvia Scelsi
  • Past President: Fabrizio Moggia
  • Vicepresidente: Gaetano Romigi
  • Tesoriere: Valter Favero
  • Segretario: Simona Saddi
  • Direttore della Rivista: Gian Domenico Giusti

Consiglieri Aniarti:

Stefano Bambi, Francesco D’ Ambrosio, Alberto Lucchini, Guglielmo Imbriaco, Pasquale Iozzo, Tiziana Marano.

Rappresentanti di macro area:

Nord-Est: Vacchi Roberto

Nord-Ovest: Davide Zanardo

Centro: Alessandro Di Risio

Sud e Isole: Vita Grazia Cases

Redazione
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Nascite: prosegue il calo. Istat: “Nel 2018 nati 439.747 bambini, oltre 18 mila in meno rispetto a 2017 e 140 mila in confronto a 2008”

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Il numero medio di figli per donna scende ancora attestandosi a 1,29; nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità, era 1,46. L’età media arriva a 32 anni, quella alla nascita del primo figlio raggiunge i 31,2 anni nel 2018, quasi un anno in più rispetto al 2010. Diminuiscono anche i nati con almeno un genitore straniero. E dai primi dati il calo delle nascite proseguirà anche nel 2019. IL REPORT

25 NOV – Continuano a diminuire i nati nel nostro Paese: nel 2018 sono stati iscritti in anagrafe 439.747 bambini, oltre 18 mila in meno rispetto all’anno precedente e quasi 140 mila in meno nel confronto con il 2008. Il persistente calo della natalità si ripercuote soprattutto sui primi figli che si riducono a 204.883, 79 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna scende ancora attestandosi a 1,29; nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità, era 1,46. L’età media arriva a 32 anni, quella alla nascita del primo figlio raggiunge i 31,2 anni nel 2018, quasi un anno in più rispetto al 2010. Sono questi i principali dati resi noti oggi dall’Istat.

Continuano a diminuire i nati
Nel 2018 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, oltre 18 mila in meno rispetto al 2017. Una tendenza negativa che non evidenzia segnali di inversione: secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-giugno 2019, le nascite sono già quasi 5 mila in meno rispetto allo stesso semestre del 2018. Nell’arco degli ultimi dieci anni le nascite sono diminuite di 136.912 unità, quasi un quarto (il 24% in meno) rispetto al 2008. Questa diminuzione è attribuibile esclusivamente alle nascite da coppie di genitori entrambi italiani (343.169 nel 2018, quasi 140 mila in meno nell’ultimo decennio). Si tratta di un fenomeno di rilievo, in parte dovuto agli effetti “strutturali” indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. In questa fascia di popolazione, le donne italiane sono sempre meno numerose: da un lato, le cosiddette babyboomers (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti.

Questo impatto può essere stimato applicando alla popolazione media del 2018 i livelli di fecondità relativi al 2008 (espressi mediante i tassi di fecondità specifici per età). In questo modo si otterrebbero oltre 485 mila nati per il 2018; confrontando questo valore con i 576.659 nati del 2008, risulterebbe un gap di circa 92 mila nascite imputabile unicamente alla variazione di ammontare e di struttura per età della popolazione femminile in età feconda. Questo fattore è responsabile per circa il 67% della differenza di nascite osservata tra il 2008 e il 2018.

La restante quota dipende invece dalla diminuzione della fecondità da 1,45 figli per donna a 1,29. Continuano a diminuire le nascite all’interno del matrimonio (297.768), quasi 19 mila in meno rispetto all’ultimo anno, 166 mila in meno rispetto al 2008. Ciò è dovuto anche al forte calo dei matrimoni che si è protratto fino al 2014, anno in cui sono state celebrate appena 189.765 nozze, per poi proseguire con un andamento altalenante che vede nel 2018, anno in cui sono stati celebrati 195.778 matrimoni , un lieve aumento (+4.500) rispetto al 2017.

Il calo delle nascite riguarda soprattutto i primi figli
La fase di calo della natalità avviatasi con la crisi si ripercuote soprattutto sui primi figli, diminuiti del 28% circa tra il 2008 (283.922, pari al 49,2% del totale dei nati) e il 2018 (204.883, pari al 46,6%). Complessivamente i figli di ordine successivo al primo sono diminuiti del 20% nello stesso arco temporale. La forte contrazione dei primi figli interessa tutte le aree del Paese, ad eccezione della provincia autonoma di Bolzano che al contrario presenta un aumento (+4,9%).

La diminuzione dei primi figli rispetto al 2008 è superiore a quella riferita a tutti gli ordini di nascita in quasi tutte le regioni italiane, a testimonianza della difficoltà che hanno le coppie, soprattutto le più giovani, nel formare una nuova famiglia con figli; problematica un po’ diversa rispetto all’inizio del millennio, quando la criticità riguardava soprattutto il passaggio dal primo al secondo figlio. I primi figli si sono ridotti di oltre il 30% in Piemonte (-33,2%), Valle d’Aosta (-33,6%), Liguria (-34,1%), Veneto (-31,5%), Friuli-Venezia Giulia (-32,9%), Emilia-Romagna (-30,2%), Toscana (-31,9%), Umbria (-35,9%) e Marche (-34,4%). Tra le cause del calo dei primi figli vi è la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, a sua volta dovuta a molteplici fattori: il protrarsi dei tempi della formazione, le difficoltà che incontrano i giovani nell’ingresso nel mondo del lavoro e la diffusa instabilità del lavoro stesso, le difficoltà di accesso al mercato delle abitazioni, una tendenza di lungo periodo ad una bassa crescita economica, oltre ad altri possibili fattori di natura culturale.

L’effetto di questi fattori è stato amplificato negli ultimi anni da una forte instabilità economica e da una perdurante incertezza sulle prospettive economiche del Paese, che ha spinto sempre più giovani a ritardare le tappe della transizione verso la vita adulta rispetto alle generazioni precedenti.

Un nato su tre ha genitori non coniugati In un contesto di nascite decrescenti, quelle che avvengono fuori del matrimonio aumentano di oltre 29 mila unità rispetto al 2008, raggiungendo i 141.979 nati da genitori non coniugati nel 2018. Il loro peso relativo continua a crescere (32,3% nel 2018). La quota più elevata di nati da genitori non coniugati si osserva nel Centro (38,1%), seguito dal Nordest (35,5%) e dal Nord-ovest (34,5%). Tra le regioni del Centro spicca la Toscana (40,8%) mentre tra le regioni del Nord-est la proporzione più alta si registra a Bolzano (46,5%, il valore più alto a livello nazionale). Il Mezzogiorno presenta generalmente incidenze molto più contenute (25,8%), con le percentuali più basse in Basilicata (20,7%) e Calabria (21,1%). Il valore della Sardegna (42,7%) supera invece anche la media del Centro-nord.

Considerando solo i nati da genitori entrambi italiani, il 34,7% ha genitori non coniugati. L’incidenza di nati fuori dal matrimonio è più elevata nel caso di coppie miste se è il padre ad essere straniero (36,6%); quando è invece la madre ad essere straniera, la proporzione è più bassa (27,2%). Per i nati da genitori entrambi stranieri si osserva la quota più bassa rispetto alle altre tipologie, circa la metà (16,8%) del totale nazionale.

Si riduce il contributo alla natalità dei cittadini stranieri Dal 2012 al 2018 diminuiscono anche i nati con almeno un genitore straniero (quasi 11 mila in meno) che, con 96.578 unità, costituiscono il 22% del totale dei nati e registrano una riduzione di oltre 2.600 unità solo nell’ultimo anno. Questo calo è imputabile quasi esclusivamente ai nati da genitori entrambi stranieri: scesi per la prima volta sotto i 70 mila nel 2016 (69.379), sono 65.444 nel 2018 (14,9% sul totale dei nati), quasi 2.500 in meno rispetto al 2017.

Le cittadine straniere residenti, che finora hanno parzialmente riempito i “vuoti” di popolazione femminile ravvisabili nella struttura per età delle donne italiane, stanno a loro volta “invecchiando”: la quota di 35-49enni sul totale delle cittadine straniere in età feconda passa dal 42,7% del 1° gennaio 2008 al 52,7% del 1° gennaio 2019. Questa trasformazione è conseguenza delle dinamiche migratorie nell’ultimo decennio. Le grandi regolarizzazioni del 2002 hanno dato origine, negli anni 2003-2004, alla concessione di circa 650 mila permessi di soggiorno, in gran parte tradotti in un “boom” di iscrizioni in anagrafe dall’estero (oltre 1 milione 100 mila in tutto), che ha fatto raddoppiare il saldo migratorio rispetto al biennio precedente. Le boomers, che hanno fatto il loro ingresso o sono “emerse” in seguito alle regolarizzazioni, hanno realizzato nei dieci anni successivi buona parte dei loro progetti riproduttivi nel nostro Paese, contribuendo in modo importante all’aumento delle nascite e della fecondità di periodo.

La dinamica migratoria si è attenuata con la crisi degli ultimi anni, pur restando positiva come avviene ormai da oltre venti anni. In Italia, inoltre, sono sempre più rappresentate le comunità straniere caratterizzate da un progetto migratorio in cui le donne lavorano e mostrano minori livelli di fecondità in Italia. È il caso delle donne ucraine, moldave, filippine, peruviane ed ecuadoriane, che hanno alti tassi di occupazione, prevalentemente nei servizi alle famiglie. Anche per queste ragioni il contributo delle cittadine straniere alla natalità della popolazione residente si va lentamente riducendo. Si osservano due tendenze divergenti tra i nati in coppia mista e quelli con entrambi i genitori stranieri. I primi, passati da 23.970 del 2008 a 31.134 del 2018, presentano un andamento oscillante a partire dal 2010. I nati da genitori entrambi stranieri, dopo un incremento sostenuto fino al 2012, sono invece diminuiti di 14 mila 450 unità nell’arco dei 6 anni.

Il crescente grado di “maturità” dell’immigrazione nel nostro Paese, testimoniato anche dal notevole aumento delle acquisizioni di cittadinanza italiana, rende però sempre più complesso misurare i comportamenti familiari dei cittadini di origine straniera. Si riscontra, infatti, un numero rilevante di acquisizioni di cittadinanza proprio da parte di quelle collettività che contribuiscono in modo più cospicuo alla natalità della popolazione residente. Al 1° gennaio 2018 risiedono in Italia circa 1 milione 345 mila stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Le donne sono quasi 757 mila (56,3% del totale) e oltre la metà (circa 389 mila) ha un’età compresa tra 15 e 49 anni. Le donne di origine marocchina sono 84 mila, quelle di origine albanese oltre 82 mila e quelle di origine rumena quasi 53 mila. Nel complesso queste collettività rappresentano il 29,0% del totale delle acquisizioni di cittadine straniere, con quote in età feconda rispettivamente pari a 54,7%, 63,0% e 65,3%.

Al Nord più di un nato su cinque ha genitori entrambi stranieri Al primo posto tra i nati stranieri iscritti in anagrafe si confermano i bambini rumeni (13.530 nati nel 2018), seguiti da marocchini (9.193), albanesi (6.944) e cinesi (3.362). Queste quattro comunità rappresentano la metà del totale dei nati stranieri. L’incidenza delle nascite da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati è notoriamente molto più elevata nelle regioni del Nord (20,7% nel Nord-est e 21,0% nel Nord-ovest) dove la presenza straniera è più stabile e radicata e, in misura minore, in quelle del Centro (17,5%); nel Mezzogiorno l’incidenza è molto inferiore rispetto al resto d’Italia (6,0% al Sud e 5,6% nelle Isole). Nel 2018 è di cittadinanza straniera circa un nato su quattro in Emilia-Romagna (24,3%), quasi il 22% in Lombardia, circa un nato su cinque in Veneto, Liguria, Toscana e Piemonte. La percentuale di nati stranieri è decisamente più contenuta in quasi tutte le regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo (10,5%).

L’impatto dei comportamenti procreativi dei cittadini stranieri è più evidente se si estende l’analisi al complesso dei nati con almeno un genitore straniero, ottenuti sommando ai nati stranieri le nascite di bambini italiani nell’ambito di coppie miste. La geografia è analoga a quella delle nascite da genitori entrambi stranieri ma con intensità più elevate: in media nel 2018 ha almeno un genitore straniero oltre il 30% dei nati al Nord e il 25,4% al Centro; al Sud e nelle Isole le percentuali scendono a 9,5% e 8,9%. Le regioni del Centro-nord in cui la percentuale di nati da almeno un genitore straniero è più elevata sono Emilia-Romagna (35,0%), Lombardia (30,9%), Liguria (30,1%), Veneto (29,7%) e Toscana (29,1%). Considerando la cittadinanza delle madri, al primo posto si confermano i nati da donne rumene (17.668 nati nel 2018), seguono quelli da donne marocchine (11.774) e albanesi (8.791); queste cittadinanze coprono il 43,1% delle nascite da madri straniere residenti in Italia. La propensione a formare una famiglia con figli tra concittadini (omogamia) è alta nelle comunità asiatiche e africane. All’opposto, le donne polacche, russe e brasiliane hanno più frequentemente figli con partner italiani che con connazionali.

Sempre in calo il numero medio di figli per donna Nel 2018 le donne residenti in Italia hanno in media 1,29 figli (1,32 nel 2017), accentuando la diminuzione in atto dal 2010, anno in cui si è registrato il massimo relativo di 1,46. Si torna agli stessi livelli di 15 anni fa. Tuttavia l’1,29 del 2003 era osservato in una fase di recupero della fecondità dopo il minimo storico registrato nel 1995, recupero attribuibile in larga misura al crescente contributo delle donne straniere. Nel 2003 la fecondità delle straniere era pari a 2,52 figli per donna, rispetto al valore di 1,94 dell’anno più recente. La fecondità delle italiane, bassa già nel 2003, è passata invece da 1,24 a 1,21 nel 2018. Spetta al Nord il primato dei livelli più elevati di fecondità (1,32 nel Nord-ovest e 1,36 nel Nord-est), soprattutto nelle Province Autonome di Bolzano e Trento (rispettivamente 1,72 e 1,45), in Valle d’Aosta (1,38) e Lombardia (1,35). Al Centro e nel Mezzogiorno i livelli di fecondità sono molto vicini (1,23 e 1,26) ma, rispetto all’anno precedente, entrambi presentano una flessione. Nel Mezzogiorno il valore si attesta a 1,26 (1,29 nel 2017) mentre al Centro è sceso da 1,27 e 1,23. A livello regionale, la Sardegna presenta il più basso livello di fecondità (1,02), ancora in diminuzione rispetto al 2017 (1,06).

Le differenze territoriali nella fecondità totale sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere, le quali hanno in media 1,94 figli nel 2018 (1,98 nel 2017) a livello nazionale e 2,06 al Nord (2,11 nel 2017). I livelli di fecondità sono pari a 1,72 al Centro e a 1,82 al Mezzogiorno: rispetto all’anno precedente il valore è stabile nella prima ripartizione e in diminuzione nella seconda (1,91). Il numero medio di figli per donna delle italiane, pari a 1,21 a livello nazionale nel 2018, è in calo rispetto all’anno precedente (1,24), in particolare al Centro (da 1,20 a 1,15) e nel Nord (da 1,23 a 1,20) ma anche nel Mezzogiorno (da 1,26 a 1,24). A detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre la Provincia autonoma di Bolzano (1,64) seguita dalla provincia di Trento (1,34). Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,18) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia (1,31); in Sardegna si registra il valore minimo (1,00), ancora in lieve diminuzione rispetto a 1,04 registrato nel 2017.

In media si diventa madri a 31,2 anni L’evoluzione della fecondità di periodo è fortemente condizionata dalle variazioni nella cadenza delle nascite rispetto all’età delle donne. L’aumento del numero medio di figli per donna registrato tra il minimo del 1995 e il 2010 si è verificato nei territori interessati dal recupero delle nascite precedentemente rinviate da parte delle donne di cittadinanza italiana e dove la presenza straniera è più stabile e radicata (quindi più nati stranieri o con almeno un genitore straniero). Ciò è accaduto, in particolare, nelle regioni del Nord e del Centro mentre nel Mezzogiorno è proseguito il fenomeno della denatalità a causa della posticipazione delle nascite, ancora in atto da parte delle cittadine italiane, non compensata dalla quota, modesta in questa area, di nascite di bambini con almeno un genitore straniero. Il dispiegarsi degli effetti sociali della crisi economica ha agito direttamente sulla cadenza delle nascite.

Le donne residenti in Italia hanno accentuato il rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate; rispetto al 1995, l’età media al parto aumenta di oltre due anni, arrivando a 32,0 anni; in misura ancora più marcata cresce anche l’età media alla nascita del primo figlio, che si attesta a 31,2 anni nel 2018 (tre anni in più rispetto al 1995). Le regioni del Centro sono quelle che presentano il calendario più posticipato (32,3 anni). Le madri residenti del Lazio, infatti, insieme a quelle della Basilicata e della Sardegna, hanno un’età media al parto pari a 32,5 anni. Confrontando i tassi di fecondità per età del 1995, del 2010 (solo italiane) e del 2018 (italiane e totale residenti) si osserva uno spostamento della fecondità verso età sempre più mature. Rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono cresciuti nelle età superiori a 30 anni mentre continuano a diminuire tra le donne più giovani.

Questo fenomeno è ancora più accentuato considerando le sole cittadine italiane per le quali, confrontando la fecondità del 2018 con quella del 2010, il recupero della posticipazione si osserva solo a partire dai 40 anni

Meno primi figli per donna sia per le italiane che per le straniere In un contesto di bassa fecondità come quello italiano, il numero medio di primi figli per donna rappresenta il 47,3% della fecondità complessiva: 0,61 primi figli rispetto a 1,29 figli totali nel 2018 (rispettivamente 0,73 e 1,46 nel 2010). Il valore di questo indicatore è sceso molto di più per le donne sotto i 30 anni di età – da 0,35 nel 2010 a 0,25 nel 2018, pari a -27% – rispetto al valore riferito a tutte le età (-16,7%) e spiega quasi l’80% della diminuzione complessiva della fecondità del primo ordine. Tra il 2010 e il 2018 la diminuzione complessiva del numero medio di figli per donna delle italiane (-129 figli per mille donne) dipende dal calo della fecondità del primo ordine per il 66%, mentre quella riferita alle donne straniere (-488 figli per mille donne) per il 79%.

La riduzione della fecondità del primo ordine delle straniere è molto evidente se si osservano le curve di fecondità per età. Rispetto al 2010 i livelli di fecondità del primo ordine si presentano molto più bassi per tutte le età. Oltre alla diminuzione dei tassi di fecondità, il lieve spostamento della curva verso destra evidenzia anche per le straniere l’effetto della posticipazione dell’esperienza riproduttiva in Italia.

Di generazione in generazione aumentano le donne senza figli Le misure di periodo riferite al comportamento riproduttivo risentono, come si è detto, dei cambiamenti che avvengono nel calendario delle nascite. Quando è in atto una pronunciata posticipazione, come nella fase attuale, il numero medio di figli per donna di periodo si abbassa rapidamente.

25 novembre 2019
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Allegati:

spacer Il Report

scadenza ore 24:00 del 13/12/2019

Avviso pubblico per CPS INFERMIERI Azienda Opsedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti Ancona

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Per partecipare all’avviso, è necessario obbligatoriamente effettuare solo ed esclusivamente l’iscrizione on-line nel sito: https://ospedaliriunitimarcheison.iscrizioneconcorsi.it/

L’utilizzo di modalità diverse comporterà l’esclusione del candidato.

G.U. n°89 del 12/11/2019 scadenza 12/12/2019

Concorso pubblico per N. 25 posti CPS INFERMIERE ASST Valle Olona

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Nel caso in cui il numero delle domande di partecipazione al concorso pubblico di cui al presente bando, sia superiore a 1.000, l’Azienda si riserva la facoltà di sottoporre i candidati ad una prova di preselezione, consistente in una serie di domande a risposta multipla.

Domada di partecipazione su: https://asst-valleolona.iscrizioneconcorsi.it/

http://www.quotidianosanita.it/

Sileri: “Sì alla libera professione intramuraria infermieristica e all’infermiere di famiglia”

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“L’obiettivo è valorizzare la figura dell’infermiere che rappresenta non solo un vantaggio, ma il futuro del Ssn”. Il Vice Ministro della Salute interviene alla al convegno promosso dalla Fnopi in occasione della V Giornata nazionale sulla professione infermieristica, organizzato nell’ambito della 14ª edizione del Forum Risk Management.

29 NOV – Incardinare i Ddl sulla libera professione intramuraria per gli infermieri e sulla figura dell’infermiere di famiglia per portare a casa, il più rapidamente possibile, due provvedimenti che colmando un vuoto legislativo consentano di valorizzare la professione infermieristica. Senza dimenticare di offrire maggiori tutele ai circa 50mila infermieri liberi professionisti.

Questo il messaggio che arriva da Pierpaolo Sileri, Vice Ministro della Salute nel corso del convegno promosso dalla Fnopi in occasione della V Giornata nazionale sulla professione infermieristica, organizzato nell’ambito della 14ª edizione del Forum Risk Management che chiude oggi i battenti.

Un’opportunità questa dell’intramoenia, ha sottolineato il Vice Ministro, che non deve essere considerata in conflitto con l’attività dei quasi 50mila infermieri liberi professionisti che attualmente operano sul territorio, anzi questo creerà una sempre maggiore coesione professionale.

“Il conflitto nasce solo quando non c’è sinergia, quando nella rete non c’è dialogo, tra i professionisti pubblici e autonomi. E noi dobbiamo lavorare anche su questi ultimi, un’area nella quale si evidenziano lacune legislative – ha aggiunto – sia il lavoratore autonomo sia il dipendente soffrono quindi di una ridotta valorizzazione della professione che si è determinata negli anni passati. Con i colleghi della Commissione, al di la delle appartenenze partitiche abbiamo sempre portato avanti una strategia comune per arrivare alla loro valorizzazione, cercheremo quindi di dare risposte agli infermieri per arrivare a una sinergia tra le figure professionali. Dobbiamo anche dare una linea di indirizzo comune alle Regioni, per creare un’uniformità territorial: credo che il Ministero debba riprendere questa opera di indirizzo forte cercando di rendere omogeneo non solo il trattamento delle cure ma anche quello riservato ai professionisti”

E ancora, Sileri ha poi puntato i riflettori sulla figura dell’infermiere di famiglia: “Una figura di supporto unica che porta a una migliore gestione del paziente cronico sul territorio e con ricadute positive in termini di risparmi. Anche su questa figura è stato presentato un Ddl ad hoc a firma Marinelli”.

Bisogna quindi fare in frettaHo chiesto alla Commissione di incardinare e procedere quanto più rapidamente su questi due disegni di legge. Spero – prosegue – che questo sia avviato con il nuovo anno. Non è in mio potere farlo, ma so che questo era il desiderio comune della Commissione. Nel corso delle audizioni sarà poi possibile avere un confronto chiaro e diretto e migliorare anche ciò che va migliorato. E noi siamo disponibili al confronto per mettere i lavoratori nella condizione di dare il meglio”.

Ester Maragò

29 novembre 2019
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Commissione Ue e Oecd promuovono la sanità italiana. “Sistema efficiente, buon accesso alle prestazioni, qualità elevata e costi relativamente bassi”. Ma preoccupa carenza medici e mancata crescita ruolo infermieri

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Questo giudizio, forse non scontato per molti osservatori, viene dall’ultimo rapporto elaborato dalle due istituzioni dove sono messi a confronto stato di salute e performance sanitarie dei pasi UE. Tra i rilievi critici le ancora persistenti difformità assistenziali tra regioni, il ritardo nell’ottimizzazione dell’assistenza ai cronici, la crescita della spesa privata, la carenza di medici nei prossimi anni dovuta anche a stipendi troppo bassi, il mancato aumento di competenze per gli infermieri e lo scarso uso dei generici e il freno ai biosimilari. LA SCHEDA ITALIAIL RAPPORTO INTEGRALE.

29 NOV – “L’Italia ha la seconda più alta speranza di vita in Europa, anche se notevoli disparità persistono tra le regioni, per genere e situazione socioeconomica. Nel complesso, il sistema sanitario italiano è efficiente, e garantisce un buon accesso a prestazioni sanitarie di elevata qualità a costi relativamente bassi, sebbene si registrino differenze considerevoli tra le regioni”, questo senz’altro positive giudizio sulla nostra salute e sulla nostra sanità è contenuto nell’ultimo rapporto elaborato dalla Commissione europea e dall’Oecd.

Per le due istituzioni “le principali sfide future per il sistema sanitario italiano consistono nel migliorare il coordinamento delle prestazioni sanitarie per la crescente fascia della popolazione affetta da malattie croniche, e ridurre le disparità di accesso alle cure”.

Ma vediamo nel dettaglio i punti salienti del rapporto.

Stato della salute
Nel 2017, la speranza di vita alla nascita in Italia ha raggiunto gli 83,1 anni, ponendo il paese al secondo posto nell’Unione europea dopo la Spagna. Nonostante che a partire dal 2000 il divario di genere nella speranza di vita sia diminuito, gli uomini italiani vivono in media ancora quattro anni in meno delle donne.

Sussistono inoltre notevoli disparità connesse alla situazione socioeconomica e a livello interregionale: gli uomini italiani meno istruiti vivono in media 4,5 anni in meno rispetto a quelli più istruiti, e le persone che risiedono nelle regioni più abbienti del Nord vivono oltre tre anni in più rispetto a chi vive in quelle meno prospere del Sud.

Fattori di rischio
A partire dal 2000, il numero di fumatori in Italia è diminuito leggermente, ma nel 2017 fumavano quotidianamente ancora un adulto su cinque, una cifra leggermente superiore rispetto alla media dell’UE (19 %). L’obesità tra gli adulti è aumentata dal 9 % nel 2003 all’11 % nel 2017, ma rimane tuttavia inferiore alla media dell’UE (15 %).

I problemi di sovrappeso tra i bambini e gli adolescenti rappresentano un’altra questione problematica per la sanità pubblica, con circa un quinto dei quindicenni in sovrappeso od obeso nel periodo 2013-2014, una quota prossima alla media dell’UE. Su una nota più positiva, la percentuale di adulti che dichiara regolarmente un consumo di alcolici elevato è molto più bassa rispetto alla maggior parte dei paesi dell’UE.

Spesa sanitaria
Nel 2017 la spesa sanitaria pro capite in Italia, pari a 2.483 euro, era del 15% inferiore rispetto alla media dell’UE, pari a 2.884 euro. La spesa sanitaria ha ripreso a crescere negli ultimi anni, ma a un ritmo più lento rispetto a quello della maggior parte dei paesi dell’UE.

In proporzione ai restanti settori economici, nel 2017 la spesa sanitaria era pari all’8,8% del PIL, un punto percentuale in meno rispetto alla media dell’UE del 9,8%.

La spesa sanitaria è finanziata per circa tre quarti con fondi pubblici, mentre la parte restante è principalmente a carico dei pazienti.

In seguito alla crisi economica, la quota dei pagamenti a carico dei pazienti nella spesa sanitaria è passata dal 21% del 2009 al 23,5% del 2017, a causa dei crescenti obblighi di compartecipazione alle spese per molti servizi sanitari e farmaci in diverse regioni.

La percentuale è nettamente superiore alla media dell’UE, pari al 16 %.

Il 40% delle spese out-of-pocket in Italia sono destinate all’assistenza medica ambulatoriale. Quasi la metà di questa voce di spesa è destinata alle cure odontoiatriche.

I prodotti farmaceutici ambulatoriali rappresentano invece circa il 30 % delle spese out-of-pocket totali. Le consultazioni del medico di famiglia sono gratuite, mentre occorre pagare il ticket per le visite specialistiche con prescrizione del medico di famiglia (senza prescrizione il costo è interamente a carico del paziente), per le procedure diagnostiche, e per i prodotti farmaceutici (per i farmaci non coperti totalmente dal SSN, nel caso in cui siano imposti ticket a livello regionale, e nel caso di spese dovute all’esistenza di una differenza di prezzo tra il prodotto farmaceutico acquistato e il prezzo di un prodotto alternativo equivalente meno costoso).

Efficacia
I bassi tassi di mortalità prevenibile e trattabile riflettono l’efficacia del sistema sanitario italiano. Dopo una riduzione di oltre il 10 %, osservata tra il 2011 e il 2016, l’Italia registra il secondo tasso più basso di mortalità prevenibile nell’UE, dopo Cipro.

Il basso tasso di mortalità prevenibile è frutto delle percentuali ridotte di mortalità per cardiopatie ischemiche, tumore al polmone, decessi accidentali, suicidi e malattie connesse al consumo di alcolici, che si attestano a livelli ben al di sotto delle medie dell’UE, grazie a una diffusione più limitata dei fattori di rischio e a una minore incidenza di questi problemi di salute.

Anche il numero di decessi ritenuti potenzialmente evitabili con il ricorso a interventi sanitari è stato uno dei più bassi dell’UE nel 2016, a dimostrazione dell’efficacia generale del sistema sanitario italiano nel trattamento di pazienti con affezioni potenzialmente letali.

TaIi risultati positivi sono legati a tassi di mortalità relativamente bassi per cardiopatie ischemiche, ictus e cancro colon-rettale, che sono considerevolmente inferiori rispetto alla media dell’UE, grazie all’efficacia dei trattamenti generalmente erogati per le patologie di questo tipo.

Accessibilità
In Italia i bisogni sanitari non soddisfatti sono in genere bassi, sebbene le fasce di popolazione a basso reddito e i residenti in alcune regioni incontrino maggiori ostacoli per accedere ad alcuni servizi.

Soltanto il 2 % circa della popolazione ha segnalato un bisogno sanitario non soddisfatto nel 2017, principalmente a causa di problemi connessi ai costi e a problematiche legate ai tempi di attesa.

Il tasso di bisogni sanitari non soddisfatti era maggiore tra i redditi più bassi (quasi il 5 %) rispetto ai redditi più alti (meno dell’1%).

I dati sui bisogni sanitari non soddisfatti indicano altresì notevoli differenze di accesso alle cure tra le regioni: i cittadini delle regioni meridionali, meno prospere, hanno una probabilità quasi doppia di riscontrare un bisogno sanitario non soddisfatto rispetto a quelli nelle più ricche regioni settentrionali.

Nelle regioni meridionali sono superiori anche il tasso di bisogni sanitari non soddisfatti legati ai tempi di attesa e alle distanze da percorrere.

Resilienza
Come in molti altri Stati Membri, negli anni a venire l’invecchiamento della popolazione eserciterà pressioni sui sistemi sanitari e di assistenza a lungo termine; sarà quindi necessaria una maggiore efficienza, che deriverà da un’ulteriore evoluzione dei modelli di erogazione del servizio verso un’assistenza per le malattie croniche prestata al di fuori delle strutture ospedaliere.

Dopo la crisi economica del 2009 e la lenta crescita economica degli ultimi anni, la spesa sanitaria pubblica in Italia è cresciuta a un tasso molto modesto, in media di circa lo 0,2 % all’anno in termini reali tra il 2010 e il 2017. Poiché il PIL è cresciuto poco più rapidamente in quel periodo, la spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL ha registrato un lieve calo, passando dal 7,0 % nel 2010 al 6,5 % nel 2017.

Guardando al futuro, si prevede che, come in molti altri Stati Membri dell’UE, negli anni e nei decenni a venire l’invecchiamento della popolazione e la crescita economica moderata andranno ad esercitare pressioni sulla spesa pubblica sulla sanità e sull’assistenza a lungo termine.

Secondo stime recenti, la spesa sanitaria pubblica aumenterà di 0,7 punti percentuali del PIL tra il 2016 e il 2070, mentre la spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine dovrebbe aumentare di 1,3 punti percentuali, in larga misura in linea con la media dell’UE.

Personale sanitario
Mentre il numero totale dei medici per abitante in Italia è superiore alla media dell’UE (4,0 rispetto al 3,6 per 1 000 abitanti nel 2017), il numero dei medici che esercitano negli ospedali pubblici e in qualità di medici di famiglia è in calo, e oltre la metà dei medici attivi ha un’età superiore ai 55 anni: tale situazione desta serie preoccupazioni riguardo alla futura carenza di personale.

L’offerta limitata di nuovi medici sta infatti mettendo a dura prova le capacità di alcune unità sanitarie locali e aziende ospedaliere di occupare i posti di lavoro vacanti, con un conseguente aumento della carenza di personale.

Per migliorare l’attrattiva dei contratti di lavoro, nel 2019 è stato adottato un decreto (il decreto “Calabria”, ndr.) che conferisce alle regioni maggiore flessibilità per l’offerta di contratti a tempo indeterminato in sostituzione dei medici prossimi al pensionamento.

L’Italia impiega però meno infermieri rispetto a quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale (ad eccezione della Spagna) e il loro numero è notevolmente inferiore alla media dell’UE (5,8 infermieri per 1 000 abitanti contro gli 8,5 dell’UE).

In Italia il quadro normativo per l’assistenza infermieristica non è ancora stato riveduto per consentire la creazione di nuovi ruoli e il trasferimento di compiti e delle responsabilità, come è invece avvenuto in altri paesi dell’UE.

Tuttavia, secondo un’indagine condotta nel periodo 2015-2016 tra gli operatori sanitari, i dirigenti sanitari e pazienti, circa il 30 % degli intervistati ha dichiarato che nei cinque anni precedenti vi sono stati cambiamenti di ruolo del personale infermieristico impiegato nella gestione dei casi di tumore al seno.

Oltre il 50 % degli intervistati ha citato un ampliamento del ruolo degli infermieri nella gestione dei casi di infarto miocardico acuto (Maier et al., 2018).

In concreto, tali risultati indicano che in Italia sembra emergere un trasferimento dei compiti, per la cui ulteriore attuazione potrebbe essere necessarie modifiche normative volte a rimuovere gli ostacoli rimanenti.

Medici poco pagati e costretti a migrare
Tra il 2010 e il 2016 il numero dei laureati in medicina nelle facoltà italiane è passato da circa 6.700 a oltre 8.000 unità. Tuttavia, non riuscendo a trovare un tirocinio e una specializzazione per completare la formazione poiché i posti sono limitati a un numero totale nettamente inferiore a quello dei laureati, molti neolaureati hanno deciso di andare all’estero per portare a termine la loro formazione specialistica.

In aggiunta, si sono trasferiti all’estero anche medici appena formati in Italia, desiderosi di beneficiare di migliori opportunità di lavoro, dato che le retribuzioni inziali dei medici in Italia sono molto basse (dai 2.000 ai 2.500 euro al mese, anche per i chirurghi generali).

Di conseguenza, tra il 2010 e il 2018, oltre 8.800 neolaureati in medicina o medici già in possesso di una formazione completa hanno lasciato l’Italia per trovare un tirocinio o un posto di lavoro in un altro paese Europeo. Il fenomeno è stato compensato solo in parte dall’afflusso, nello stesso periodo, di 1.100 medici formatisi all’estero.

Pochi farmaci generici
Benché tra il 2005 e il 2017 sia passata dal 7 % al 25 % in volume, la quota di mercato dei farmaci generici in Italia resta notevolmente inferiore alla media dell’UE.

Ciò, secondo il report, è in parte dovuto al fatto che la retribuzione dei farmacisti è calcolata in base a una percentuale fissa del prezzo dei prodotti, aspetto che costituisce un disincentivo a proporre ai clienti farmaci generici (meno costosi).

Per i biosimilari non è stata adottata la sostituzione automatica
Nel dicembre 2016 è stata approvata una nuova legge per migliorare l’accesso ai farmaci biosimilari. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha adottato norme specifiche che interessano anche la sostituibilità dei prodotti e l’approvvigionamento pubblico di farmaci biosimilari attraverso gare d’appalto regionali.

Pur avendo riconosciuto che i medicinali biosimilari e i relativi medicinali di riferimento abbiano gli stessi benefici terapeutici, l’Agenzia non ha reso obbligatoria la sostituzione automatica tra i due prodotti.

In seguito all’immissione sul mercato di un farmaco biosimilare, i medici possono decidere se prescrivere o meno la nuova alternativa terapeutica.

In Italia, come in molti paesi dell’UE, la diffusione dei medicinali biosimilari varia notevolmente a seconda del prodotto e dell’ambito terapeutico.

Menzione nel report anche sui vaccini. Nel 2017 si evidenzia è stato approvato un piano nazionale di prevenzione vaccinale, che ha dato vita a un unico programma nazionale di vaccinazione comprendente dieci vaccini obbligatori per i bambini. L’attuazione del piano è stata indebolita nel Giugno 2018 dalla decisione del governo successivo di permettere ai genitori di dimostrare agli istituti scolastici la situazione vaccinale dei figli con un’autocertificazione e non necessariamente mediante un certificato medico. Nel mese successivo a tale provvedimento, si è registrato un aumento dei casi di morbillo nel paese, in seguito al quale si è deciso di ripristinare l’applicazione dell’obbligo vaccinale. La scarsa coerenza politica da parte del governo costituisce uno dei fattori che rafforza l’esitazione vaccinale e i movimenti “No vax” in Italia.

29 novembre 2019
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G.U. n° XX del XX/XX/2017 - Scadenza XX/XX/2017

Asp Daniele Moro, 6 posti infermiere a tempo indeterminato

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Tipologia : Infermiere : Indeterminato

Status : Pubblicato in Gazzetta Ufficiale

Pubblicazione  – Scadenza 

Date selezioni : 

Regione : Friuli-venezia-giulia

È indetto concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di sei posti di collaboratore professionale sanitario infermiere, categoria D, livello economico 0, C.C.N.L. comparto sanita’ 2016-2018, a tempo indeterminato, orario di lavoro a tempo pieno trentasei ore settimanali.

Pordenone, concorso 6 infermieri a tempo indeterminato

Requisiti:

  1. titolo di studio: laurea in infermieristica «classe L/SNT1» ovvero diploma universitario di infermiere conseguito ai sensi dell’art. 6, comma 3 del decreto legislativo n. 502/1992 e successive modificazioni ed integrazioni ovvero diplomi ed attestati conseguiti sulla base del precedente ordinamento e, in base alle vigenti disposizioni, riconosciuti equipollenti al diploma universitario (ai sensi della legge n. 42/1999) ai fini dell’esercizio dell’attivita’ professionale e dell’accesso ai pubblici concorsi ex decreto del Ministero della sanità 27 luglio 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 191 del 17 agosto 2000, ai fini dell’esercizio dell’attivita’ professionale e dell’accesso ai pubblici concorsi;
  2. iscrizione all’ordine professionale.

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