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Ricerca Aopi (Associazione ospedali pediatrici): pochi infermieri, aumentano i rischi

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18/06/2019 – Un infermiere su tre a rischio burnout ma oltre il 70% di loro è soddisfatto dal proprio lavoro e non lascerebbe l’ospedale. Qualità delle cure promossa da più dell’80% dei professionisti. E i caregiver giudicano positivamente la comunicazione e la preparazione alla fase post-ricovero. Ma i rischi sono dietro l’angolo

La carenza di infermieri, così come quella di medici e personale in genere della sanità, è un’emergenza nota da tempo. Ma che coinvolgimento nell’organizzazione aziendale, appropriatezza nell’uso del personale e delle risorse e buona organizzazione possano comunque supplire alle carenze mantenendo alta la qualità dell’assistenza è fatto meno scontato.

A rilevarlo è l’ampio studio presentato oggi al Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche aderenti all’Aopi, l’Associazione degli Ospedali pediatrici Italiani che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche. Un’indagine compiuta dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped attraverso una survey che ha coinvolto infermieri e caregiver.

Le criticità dovute alla carenza di personale

Punto di partenza i livelli di staffing. Tradotto: il rapporto tra il numero di pazienti e di infermieri in reparto. I dati in letteratura dicono che ci si dovrebbe assestare su un valore di 4 pazienti per ciascun infermiere, mentre la media negli ospedali pediatrici è di 1 a 6,6 pazienti. In pratica ogni infermiere segue almeno due pazienti in più di quello che gli standard di sicurezza consiglierebbero.  Ma le cose variano da un’area all’altra di assistenza. Il rapporto dovrebbe essere di 3 o 4 a uno nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le cosiddette “aree critiche”, come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica. Con questi livelli di staffing non è poi facile ottemperare a tutte le attività. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state 5 in media quelle che ciascun professionista ha dichiarato di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell’ultimo turno. E la carenza di personale in genere finisce anche per dover impegnare i già pochi infermieri in attività che infermieristiche non sono. Come eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, capitato almeno una volta durante l’ultimo turno nel 54% dei casi in area chirurgica, 55% in area medica e 39% in quella critica. Oppure compilare moduli per servizi non infermieristici (rispettivamente nell’80, 72 e 66% dei casi), svolgere attività burocratiche (81, 79 e 65% dei casi) o più banalmente rispondere al telefono per attività che nulla a hanno a che vedere con l’assistenza in ben oltre il 90% dei casi in tutte le tre aree assistenziali.

Dover seguire molti pazienti può anche essere stressante. Nei 12 ospedali pediatrici il 32% degli infermieri è finito nell’area del “burnout”, la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone. Ma i valori nelle tre aree di assistenza rilevano un livello di burnout definito “medio” in letteratura.

I punti di forza di una buona organizzazione

Nonostante ciò si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell’area chirurgica e rispettivamente il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica. Percentuali simili si rilevano anche tra chi non pensa in alcun modo di lasciare entro il prossimo anno il proprio ospedale per trovare altrove condizioni di lavoro migliori. Anche se le cose cambiano un po’ per i professionisti con più anzianità alle spalle (tra i 21 e i 30 anni di servizio), dove nell’area chirurgica a pensare di lasciare è il 42% contro medie del 31,8 e del 30,4% per l’area medica e quella critica. Questo grazie a un ambiente lavorativo che l’indagine definisce “favorevole”, dopo l’attento esame di cinque fattori lavorativi: 1) appropriatezza dello staffing e delle risorse, 2) rapporto medico-infermiere, 3) capacità di leadership del coordinatore infermieristico, 4) presupposti per la qualità dell’assistenza infermieristica, 5) coinvolgimento degli infermieri nell’organizzazione aziendale. Data una scala da 1 a 4 il valore medio nell’ambito dell’assistenza pediatrica per tutte le 5 dimensioni è stato un soddisfacente: 2,65, con valori più alti per le dimensioni 2, 3 e 4.
Tutto questo si traduce poi in quel che più conta, ossia la qualità delle cure infermieristiche fornite ai pazienti, giudicata “positiva” dall’81,7% dei professionisti impegnati nell’area medica e rispettivamente dall’83,5 e l’85,4% di quelli delle aree chirurgica e critica.
Percentuali molto alte di giudizi positivi anche rispetto alla sicurezza delle cure, promossa dall’87% nell’area chirurgica, l’88 e il 90,4% di quelle medica e critica.

La comunicazione con caregiver e bambini

Estremamente positive anche le esperienze comunicative dei caregiver con gli infermieri e il personale medico.

Riguardo agli infermieri:

– il 62,8% dei caregiver ha affermato che gli infermieri hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 59,7% che gli infermieri hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– il 73,8% che gli infermieri hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo ai medici:

– il 64,5% ha affermato che i medici hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 65% che hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– l’81,1% che hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo, infine, alla comunicazione al bambino:

– il 63,9% dei caregiver ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni su

cosa fosse necessario fare per il bambino;

– il 58,71% (N=792) ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni sui risultati degli esami diagnostici.

Particolarmente apprezzata la preparazione al ritorno a casa.

Nel dettaglio:

–          il 53,2% ha affermato che gli operatori sanitari si sono informati se il caregiver avesse dubbi o preoccupazioni su quanto fosse pronto il bambino alla dimissione;

–           l’85,8% che gli operatori sanitari hanno dedicato il tempo da lui desiderato per parlare delle cure necessarie dopo la dimissione;

–           il 75,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile quando il bambino sarebbe potuto tornare alle sue normali attività;

–           il 79,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione;

–           il 70,5% ha affermato di aver ricevuto informazioni scritte riguardo problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione.

“Il Servizio sanitario nazionale senza professionisti e management all’altezza, impegnati in un’assistenza di qualità e nella sicurezza delle cure, sarebbe al collasso. E’ bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti”.

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), commenta lo studio, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.

Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18 per cento.

Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell’assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell’8% in più.

“Sommati, i due dati portano a un aumento del rischio di mortalità del 25-26%, inaccettabile se legato a queste cause. E soprattutto perché per di più si parla di bambini”, commenta Mangiacavalli.

Che aggiunge: “Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto in modo determinante al momento della scelta delle politiche di programmazione.  Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033”.

“Se poi a questi dati che rispecchiano gli effetti dei blocchi di turn over e di Quota 100 ai aggiunge che secondo lo studio Aopi il 25% circa degli infermieri delle pediatrie sono insoddisfatti del proprio lavoro e lascerebbero, se potessero, l’impiego nell’ospedale nel giro di un anno, l’allarme diventa un vero e proprio allarme rosso. E ancora se a questo si aggiunge che sempre lo studio ha verificato un burnout infermieristico (associato alla volontà di assicurare elevati livelli di qualità che non possono raggiungere mentre riscontrano l’insoddisfazione dei pazienti oltre alla loro volontà di cambiare il proprio ruolo o lasciare il lavoro) che sfiora il 20%, il quadro della situazione è davvero a rischio di naufragio evitato finora solo, come sottolinea il presidente Aopi e Dg del Gaslini Paolo Petralia, dalla buona organizzazione aziendale che ha fatto fronte alle carenze di personale e ha permesso di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli – e come dimostra lo studio a mancare in modo allarmante sono gli infermieri. Quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo in ospedale come a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste dovessero subentrare, a casa come in ospedale, far scattare il giusto allarme con tutti gli interventi che, come dimostrano i dati, sono anche salvavita”.

Petralia (Aopi): garantita qualità e sicurezza grazie alla buona organizzazione aziendale”
Ripa di Meana (Fiaso): “Abbiamo fatto un miracolo, ora serve un grande piano di assunzioni e investimenti”

L’aumento anche di un solo paziente del carico di lavoro infermieristico e quello del 10% della attività che non si è riusciti a svolgere sono elementi associati dalla letteratura rispettivamente al 7 e al 16% di rischio di mortalità a 30 giorni dal ricovero di pazienti sottoposti a comuni interventi chirurgici”, ricordaPaolo Petralia, Presidente Aopi e Dg dell’Irccs “Gaslini” di Genova che ha partecipato all’indagine. “Ciononostante -prosegue- il Report mostra come una buona organizzazione aziendale possa sopperire in buona parte alle carenze di personale e permettere di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

I risultati dell’indagine, pur focalizzati su un aspetto particolare e delicato dell’assistenza com’è quella rivolta ai più piccoli, mostrano ancora una volta che senza il contributo fondamentale dei professionisti e di un management all’altezza il nostro Ssn sarebbe già naufragato da un pezzo”, rilancia il Presidente di Fiaso, Francesco Ripa di MeanaAbbiamo fatto un miracolo operando tra ristrettezze economiche e di personale. Ora -conclude– occorre cambiare passo, dando priorità a un grande piano per le assunzioni e per l’ammodernamento tecnologico delle strutture”.

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FILE ALLEGATI RN4CAST-IT- PED Report generale -1-.pdf (2 MB)

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Pronto soccorso. Pronte le nuove linee guida. Via i codici a colori nel triage, arrivano i numeri: da 1 (il più grave) a 5. Attesa massima di 8 ore per la presa in carico e la disponibilità dei letti per il ricovero sarà affidata a un “bed manager”

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ppena trasmesso alle Regioni il nuovo documento elaborato dal Tavolo di lavoro istituito al Ministero della Salute. Definiti anche gli standard strutturali e di personale per l’Osservazione breve intensiva e le azioni per ridurre il sovraffollamento tra cui il blocco dei ricoveri programmati, l’istituzione della stanza/area di ricovero (“Admission Room”), in sostanza aree dell’ospedale ed esterne al Pronto Soccorso dedicate ai pazienti in attesa di ricovero, come soluzione provvisoria e l’implementazione del bed management. IL DOCUMENTO

15 GIU – Nuovi codici numerici per la definizione delle priorità e nuovi standard per l’Osservazione breve intensiva e azioni per ridurre il sovraffollamento tra cui il blocco dei ricoveri programmati e l’implementazione del bed management. Sono queste le direttrici su cui si muovono le nuove linee guida elaborate dal Tavolo di lavoro istituito presso il Ministero della Salute ed inviate alle Regioni.

Nuovi codici di priorità per il Triage. Nel modello proposto dal Ministero si adotta un sistema di codifica a 5 codici numerici di priorità, con codice da 1 a 5. “La nuova codifica – sottolinea il Ministero – consente di focalizzare l’attenzione sulle condizioni cliniche che rientrano nell’ambito dell’urgenza differibile, individuando l’ambito delle patologie da definire come urgenza minore”.  L’implementazione della codifica a 5 codici numerici di priorità e il conseguente superamento della codifica con i codici colore dovrà avvenire progressivamente entro 18 mesi dalla pubblicazione del documento.

Le linee guida precisano poi che la “suddivisione in 5 codici di priorità, allo scopo di meglio ridistribuire la popolazione che si presenta in PS. Infatti, il “codice verde”, essendo di gran lunga il più attribuito, non consente di differenziare adeguatamente i pazienti meritevoli di maggior impegno assistenziale da quelli a minore carico gestionale, esponendoli al rischio di eventi sfavorevoli o di sottovalutazione”.

Allo stesso modo “l’utilizzo di una numerazione da 1 a 5 per definire i codici di accesso, in sostituzione dei colori, allo scopo di evitare la confusione con altri codici colore (rosa, argento et altri), non indicativi di una priorità d’accesso, ma di un percorso dedicato”. Inoltre “l’utilizzo del codice di priorità esclusivamente per l’individuazione della priorità di accesso alle cure e la presa in carico del paziente avviene al Triage e non coincide necessariamente con l’inizio della visita medica”. L’implementazione della codifica a 5 codici numerici di priorità e il conseguente superamento della codifica con i codici colore dovrà avvenire progressivamente entro 18 mesi dalla pubblicazione del presente documento.

Per una corretta gestione del percorso diagnostico-terapeutico dei pazienti che accedono al P.S. si raccomanda un tempo ottimale di 6 ore e comunque non superiore alle 8 ore dall’arrivo, anche nel caso di presentazioni cliniche complesse, in aderenza a quanto evidenziato nella letteratura internazionale.

Il Triage. Il documento costituisce un aggiornamento delle Linee di indirizzo sul Triage emanate con l’Accordo SR del 2003 e, nel ridefinire la funzione di Triage, sviluppa le possibilità organizzative, in linea con i recenti dati di letteratura internazionale e con l’attuale fase di ridisegno del nostro sistema sanitario, allo scopo di migliorare la presa in carico del paziente e l’inizio del trattamento urgente.

Il Triage è l’inizio del percorso di Pronto Soccorso ed ha due obiettivi:
– individuare le priorità di accesso alle cure;
 indirizzare il paziente all’appropriato percorso diagnostico-terapeutico

Nel documento si ribadisce che il Triage in Pronto Soccorso “è una funzione infermieristica effettuata da personale con appropriate competenze e attuata sulla base di linee guida e protocolli in continuo aggiornamento. L’infermiere di Triage è dotato di autonomia professionale, in relazione alle competenze acquisite durante il corso di formazione, può essere specificatamente autorizzato alla somministrazione di alcuni farmaci, all’esecuzione di prelievi ematici ed all’inizio di trattamenti, qualora queste attività siano previste da protocolli interni.

Percorsi rapidi (Fast Track, See and Treat)
Il See and Treat è un modello di risposta assistenziale alle urgenze minori che si basa sull’adozione di specifici protocolli medico-infermieristici condivisi per il trattamento di problemi clinici preventivamente definiti. Il paziente viene preso in carico in una determinata area del pronto soccorso dall’infermiere in possesso di formazione specifica che applica le procedure previste da protocolli condivisi e validati, assicura il completamento del percorso e può essere specificamente autorizzato alla somministrazione di alcuni farmaci. Si tratta di un modello di risposta assistenziale alle urgenze minori di pertinenza mono specialistica.

Percorso pediatrico
Si spiega come particolare attenzione dovrà essere dedicata alla rilevazione e al trattamento del dolore pediatrico. Per questo motivo, dovranno essere disponibili ed utilizzate, correttamente e costantemente, dall’infermiere addetto al triage le scale validate del dolore pediatrico, specifiche per fasce d’età.

Linee guida Osservazione breve intensiva (OBI). Ma non solo triage, nel documento sono anche definiti vari aspetti di continuità all’ interno del percorso di cura del paziente in Pronto Soccorso, OBI, ricovero, individuando i limiti temporali delle prestazioni.

“L’OBI – si legge – costituisce una modalità di gestione delle emergenze-urgenze per pazienti con problemi clinici acuti ad alto grado di criticità ma a basso rischio evolutivo, oppure a bassa criticità ma con potenziale rischio evolutivo, aventi un’elevata probabilità di reversibilità, con necessità di un iter diagnostico e terapeutico non differibile e/o non gestibile in altri contesti assistenziali. Dal punto di vista organizzativo l’OBI è una unità funzionale del Pronto Soccorso.

Le funzioni dell’OBI si realizzano in:
 osservazione clinica;
 terapia a breve termine di patologie a complessità moderata;
 possibilità di approfondimento diagnostico – terapeutico finalizzato al ricovero appropriato o alla dimissione.

Tempi massimi in OBI. Nelle linee guida si specifica come” l’ammissione dei pazienti in O.B.I., laddove appropriata, deve avvenire entro un tempo massimo di 6 ore dalla presa in carico e la permanenza non deve superare le 36 ore dalla presa in carico al triage”.
Il trattamento in OBI può esitare a sua volta in:
 Ricovero presso una unità di degenza della struttura ospedaliera (che inizia dall’ ora di dimissione dall’OBI) o trasferimento presso altra struttura per acuti;
 Dimissione con affidamento alle strutture territoriali o residenziali, prevedendo se necessario il controllo presso strutture ambulatoriali dell’Azienda sanitaria (follow up).

Standard strutturali dell’OBI. Le linee guida precisano come l’area di OBI “è attivata in locali dedicati ed abitualmente è collocata in posizione adiacente o comunque nelle immediate vicinanze del Pronto Soccorso. Il locale dedicato all’OBI, organizzato in strutture open-space e/o a box singoli, è opportunamente attrezzato per garantire la tutela della privacy ed il comfort del paziente”.

Nell’OBI, sia per adulti che pediatrica, oltre alla dotazione standard di materiale sanitario, sono presenti le seguenti apparecchiature:
– carrello per l’emergenza;
– monitor defibrillatore/stimolatore;
– ventilatore meccanico;
– dispositivi per la somministrazione di Ossigeno nelle diverse situazioni cliniche (maschera di Venturi, maschera ad alto flusso, CPAP – Pressione Positiva Continua nelle vie Aeree);
 elettrocardiografo;
– pompe infusionali.

Devono, inoltre, essere disponibili nell’ambito del Pronto Soccorso le seguenti apparecchiature: ecografo pluridisciplinare ed emogasanalizzatore.

Nell’OBI pediatrica devono essere presenti le dotazioni di dispositivi e apparecchiature adeguati alle diverse fasce di età. Nell’OBI ostetrica la dotazione tecnologica deve prevedere anche un ecografo multidisciplinare con sonda transvaginale (ecofast) e un apparecchio di cardiotocografia fetale.

Standard personale OBI. La postazione è l’unità dedicata al paziente ove si realizzano le attività di assistenza, diagnosi e cura, nel rispetto della privacy e del comfort. La dotazione delle postazioni dedicate all’OBI è individuata mediante il criterio di 1 postazione ogni 5.000 accessi al Pronto Soccorso

Per l’OBI pediatrica si prevedono almeno 2 postazioni per ogni U.O. di Pediatria o P.S. pediatrico, oppure 1 postazione ogni 4.000 accessi in P.S. Le postazioni di OBI sono funzionali e pertanto non devono essere considerate nella dotazione totale dei posti letto dedicati al ricovero ospedaliero.

E’ necessario dotare almeno il 50% delle postazioni di sistemi di monitoraggio multiparametrico del paziente. Inoltre si precisa che la dotazione di personale assegnato all’OBI, in modo integrato con il Pronto Soccorso, è proporzionale alle dimensioni della struttura, intendendo per dimensione il numero di postazioni operanti

Per un modulo di 5-8 postazioni, si indica come dotazione minima la presenza di una unità infermieristica nelle 24 ore e di una unità medica per almeno 8 ore diurne non continuative. Nelle ore notturne la presenza del medico è assicurata dal personale in servizio presso il Pronto Soccorso. Per quanto riguarda il personale di supporto, è altresì indicata la presenza di una unità di OSS nelle 12 ore diurne; nelle ore notturne tale risorsa può essere condivisa con il P.S.

Il personale dell’OBI opera in maniera integrata e coordinata con il restante personale del Pronto Soccorso e, ove presente, della Medicina d’Urgenza, al fine di garantire la continuità assistenziale.


Azioni per ridurre il sovraffollamento in Pronto soccorso.
In generale nel documento si definiscono le azioni che possono essere introdotte per ridurre il fenomeno e che principalmente “richiedono un’azione integrata con la rete dei servizi territoriali sanitari e sociali presenti a livello locale”.

Di seguito sono elencate le principali azioni da attuarsi a livello di rete dei servizi ospedalieri e territoriali:
– Definizione per ciascun territorio di percorsi di “affidamento diretto” per la presa in carico da parte delle Unità Operative Ospedaliere dei casi urgenti già seguiti dalle stesse (es. pazienti oncologici- nefrologici-ematologici- supporto trasfusionale-urologici).
 Definizione per ciascun territorio di percorsi per la gestione delle urgenze ambulatoriali con classe di priorità di tipo U (entro 72 ore).
– Implementazione presso ciascun Pronto Soccorso di modalità strutturate per la gestione l’informazione/indirizzamento dei pazienti verso la rete dei servizi sociali sociosanitari per percorsi complessi.
– Definizione per ciascun territorio di protocolli per l’identificazione, trattamento, dimissione e presa in carico sanitaria e/o sociale dei “frequent user”.
– Definizione per ciascun territorio di percorsi condivisi tra ospedale e territorio per la gestione del “fine vita” con particolare riferimento ai pazienti in Assistenza Domiciliare Integrata (ADI) e in strutture protette.
– Realizzare e rafforzare i servizi territoriali e soprattutto la loro capacità di intercettare quanto sarebbe inappropriato nell’ambito del Pronto Soccorso, incentivando la realizzazione di Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), di Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP) o anche di Case della salute e Ospedali di Comunità, Hospice.
– Attivazione di soluzioni volte a migliorare l’accessibilità ai servizi di continuità assistenziale, quali ad esempio l’attivazione del numero unico europeo 116117.

Ma non solo nelle linee guida si definiscono anche altre azioni specifiche:
– Adozione di protocolli per la gestione di casi clinici specifici (es.: dolore toracico, ictus
– Adozione dei percorsi di Fast Track per prestazioni a bassa complessità;
 Monitoraggio dei tempi di esecuzione e refertazione degli esami radiologici, di laboratorio e delle consulenze, per incrementare il grado di efficienza della fase di processo;
 Individuazione di percorsi dedicati per le prestazioni specialistiche rivolte al Pronto Soccorso, che devono essere separati da quelli rivolti ai pazienti degenti e ambulatoriali; inoltre, per garantire la tempestività di completamento dell’iter diagnostico in Pronto Soccorso, deve essere sempre specificato il livello di priorità distinguendo tra “emergenza” ed “urgenza”;
 Adozione di strumenti di comunicazione (sistemi informativi) volti a condividere con i servizi ed il personale coinvolto i livelli di priorità e le informazioni sullo stato di avanzamento dei percorsi;
 Rilevazione dei carichi di lavoro e adeguamento delle risorse adottando anche modalità organizzative che consentano la flessibilità degli organici attivi in funzione del reale grado di attività del servizio nei periodi di prevedibile iperafflusso;
– Adeguamento della dotazione organica di personale anche in funzione del ruolo svolto nell’ambito della rete dell’emergenza- urgenza (Pronto Soccorso, DEA I livello, DEA II livello) e della presenza di strutture quali la Medicina d’urgenza, della Terapia sub intensiva, etc …
– Attuazione di strategie di “rinforzo temporaneo” del personale medico, infermieristico e di supporto.

A prescindere da queste azioni preventive il documento suggerisce anche le azioni da mettere in atto in caso di iperafflusso:
– Definizione di un numero preordinato di posti letto, di area medica e chirurgica, quotidianamente a disposizione del Pronto Soccorso, al fine di assicurare le esigenze ordinarie di ricovero urgente di tale servizio.
 Implementazione di un cruscotto in grado di rappresentare l’effettiva situazione dei posti letto disponibili o che si renderanno disponibili in tempi brevi.
 Pianificazione di un numero di dimissioni medio pari al bisogno quotidiano del Pronto Soccorso, anche attraverso il monitoraggio della durata di degenza dei pazienti.
– Definizione di modalità che garantiscano la possibilità di dimissione dai reparti anche nei giorni prefestivi e festivi, soprattutto a ridosso del fine settimana, almeno per quei pazienti che dispongano già o non richiedano un percorso di presa in carico a livello territoriale.
– Adozione di specifiche procedure organizzative aziendali e interaziendali che garantiscano il rapido back transfer dei pazienti dai centri Hub di riferimento ai centri Spoke, con l’obiettivo prioritario di decongestionare i centri a maggior afflusso di pazienti.
– Definizione di accordi di rete con i presidi ospedalieri e/o cliniche, che non hanno ruolo nella rete dell’emergenza-urgenza, per la disponibilità di posti letto per acuti e per post-acuti.
 Istituzione della stanza/area di ricovero (“Admission Room”), aree dell’ospedale ed esterne al Pronto Soccorso, dedicate ai pazienti in attesa di ricovero, come soluzione provvisoria da utilizzare nel caso di grave sovraffollamento.
– Definizione di percorsi che consentano nelle situazioni più gravi, di operativa h possibilità di ricovero in altro presidio ospedaliero, previa verifica della reale disponibilità del Posto Letto, e senza interferire significativamente con l’attività di accettazione Pronto Soccorso / Ospedale.
– Definizione di percorsi ambulatoriali post-Pronto Soccorso per la presa in carico del paziente al fine di garantire una dimissione sicura e una minore percentuale di re-ingressi in Pronto Soccorso.
– Blocco temporaneo dei ricoveri programmati o non urgenti per un intervallo di tempo rapportato alla severità del sovraffollamento. Inizialmente la soluzione dovrà interessare le Unità Operative dell’area medica, compresa l’area medico-specialistica, e in seconda istanza le Unità Operative dell’area chirurgica.

Bed Management. Nel documento riveste particolare rilevanza l’implementazione delle funzioni di Bed Management, all’ottimizzazione all’utilizzo della risorsa “posto letto” mediante un puntuale e metodico governo delle fasi di ricovero e di dimissione.

“L’istituzione della funzione del Bed Management – si legge – rappresenta un elemento di facilitazione nel processo di governo dei flussi del paziente in ospedale e rappresenta una funzione della Direzione Aziendale tesa ad assicurare il coordinamento e l’integrazione tra logistica, aree produttive ospedaliere e percorsi diagnostici terapeutici. Al momento non c’è un unico modello di riferimento per la funzione di Bed Management, in quanto ogni realtà deve rispondere con proprie risorse umane, logistiche e tecniche, tuttavia tale funzione rappresenta un’espressione di integrazione professionale medico-infermieristica nell’ambito di un team i cui componenti devono possedere le seguenti caratteristiche: la conoscenza approfondita dell’ospedale e la conoscenza delle esigenze operative, al fine di garantire la massima integrazione tra i percorsi di urgenza e quelli programmati”.

La funzione del Bed Management dovrà essere declinata in un regolamento che ne evidenzi le modalità organizzative e le relative attività e dovrà basarsi su alcuni capisaldi:
 verifica in tempo reale della disponibilità dei posti letto; o indicazione dei tempi di ricovero attraverso un sistema di relazione continuo con le UUOO, supportato da un cruscotto per il monitoraggio;
– verifica della programmazione delle dimissioni e della continuità delle stesse nell’arco di tutta la settimana; organizzazione di un sistema di dimissioni verso altri setting assistenziali (Post acuzie, Riabilitazione, Ospedali di Comunità, Case della Salute, ecc.);
 di concerto con la Direzione Sanitaria, procede al monitoraggio della durata della degenza dei pazienti. Sviluppare un sistema di presa in carico precoce delle “dimissioni difficili” sin dal momento del ricovero;
 monitorare i percorsi dei pazienti considerati “frequent use/ anziani fragili e socialmente difficili.

Si dovrà poi prevedere un cruscotto per il monitoraggio dei posti letto e delle dimissioni in tempo reale che dovrà interfacciarsi con il sistema informativo del Pronto Soccorso. I dati di monitoraggio, disponibili on line, saranno visibili per le Unità Operative con l’obiettivo di promuovere una collaborazione tra tutte le strutture del presidio ospedaliero. Periodicamente saranno pubblicati report sui dati di attività.
L.F.

15 giugno 2019
© Riproduzione riservata

G.U. n°44 del 04/06/2019 scadenza 04/07/2019

Concorso pubblico per N. 30 posti CPS INFERMIERE ASUR Marche

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I posti saranno così suddivisi:
Asur Marche: 20 posti
AOU Ospedali Riuniti di Ancona: 10 posti
AO Ospedali Riuniti Marche Nord: 3 posti
Le prove d’esame si articoleranno in una prova scritta, una prova pratica ed una prova orale, precedute da una prova preselettiva.

G.U. n°46 dell' 11/06/2019 scadenza 11/07/2019

Concorso pubblico per N. 1 posto CPS INFERMIERE Asp Grimani Buttari

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La Grimani Buttari ha indetto procedura selettiva pubblica, per esami, per la copertura di un posto, elevabili a cinque, di infermiere professionale, categoria D1 (C.C.N.L. Funzioni locali)

http://www.quotidianosanita.it/

La sanità è al collasso? Forse ancora no ma il Paese sì e alla fine il rischio è che crolli tutto

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A dire che il nostro Ssn sia al capolinea sono in molti. Gli ultimi due la Fondazione Gimbe e il tandem Censis-Rbm che, al di là delle opposte ricette, denunciano entrambi una situazione di crisi irreversibile. Ma le cose stanno veramente così? Penso di no e anzi la sanità sta meglio di molti altri comparti. Ma il tema c’è e bisogna affrontarlo seriamente senza ricadere nelle solite querelle, come quella sulla clausola di salvaguardia del Patto per la salute

14 GIU – Il Ssn è veramente a un passo dal baratro? Secondo gli ultimi due rapporti sulla sanità, provenienti uno da Gimbe e uno dal Censis-Rbm, la risposta è sì.

Le ricette per “salvare” dal naufragio il Ssn sono opposte – Gimbe chiede più risorse pubbliche e teme una privatizzazione della sanità mentre Censis-Rbm spinge proprio sul secondo pilastro privato per “salvare” il Ssn – ma ambedue sono convinti che, se non si farà qualcosa, la nostra sanità andrà a picco molto presto.

In questo scenario si colloca lo psico dramma (che abbiamo già vissuto nel 2015) sul presunto “tradimento” degli impegni di spesa per la sanità da parte del Governo che si verificherebbe per colpa di una clausola di salvaguardia sugli equilibri di finanza pubblica inserita nella bozza del nuovo Patto per la Salute nella parte relativa alla programmazione delle risorse del fondo sanitario 2020-2021.

– è confermato in 114.439.000.000 euro per l’anno 2019; 
– è fissato in 116.439.000.000 euro per l’anno 2020 e in 117.939.000.000 euro per l’anno 2021, salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico, nel qual caso si rimanda a quanto previsto all’articolo XX comma 2 del presente documento”.

Cosa c’è di così scandaloso e addirittura “anticostituzionale” come qualche commentatore  e lo stesso ministro Giulia Grillo hanno rilevato (non Tonino Aceti che, pur citando la famosa sentenza 275/2016 della Consulta sul primato dei diritti incomprimibili rispetto a questioni di bilancio, si è limitato ad una analisi politica)?

Secondo me nulla. Basta leggere quanto scritto nella riforma sanitaria dell’allora ministro Rosi Bindi (Dlgs 229 del 1999) per capire che la necessità di contemperare il finanziamento del Ssn agli equilibri della finanza pubblica è un principio cardine del nostro sistema sanitario, da ben prima della famosa riforma costituzionale sull’equilibrio di bilancio, tanto criticata e richiamata come esempio negativo di predominanza della finanza sui bisogni e i diritti delle persone.

Al comma 3 dell’articolo 1 del 229 leggiamo infatti che: “L’individuazione dei livelli essenziali e uniformi di assistenza assicurati dal Servizio sanitario  nazionale (…) è effettuata contestualmente all’individuazione delle risorse finanziarie destinate al Servizio sanitario  nazionale, nel rispetto delle compatibilità finanziarie definite per l’intero sistema di finanza pubblica nel Documento di programmazione economico finanziaria”.

Quindi la necessità/obbligo per il legislatore e il Governo di attenersi sempre alle “compatibilità della finanza pubblica” è netta e non si vede perché questa volta non se ne dovrebbe tener conto venendo meno a un dettato legislativo molto chiaro finalizzato, allora come oggi, a porre la scelta del quantum da destinare alla tutela della salute tra gli ambiti di decisione e programmazione politica.

In questo senso fa bene Giulia Grillo a porre la questione in termini politici “se tagliate la sanità me ne vado”, sbaglia quando parla di incostituzionalità perché il terreno dello scontro non è giurisprudenziale ma politico e i suoi interlocutori non sono i giudici della Corte ma il suo collega del Mef e il suo presidente del Consiglio.

La battaglia di Grillo, come di quasi tutti i suoi predecessori, sarà quella di convincere il suo Governo del fatto che mettere più soldi sulla sanità sia una priorità politica e un bene per il Paese, anche a costo di sacrificare altre poste di bilancio.

E sappiamo tutti che non sarà facile, visto il quadro economico e le difficoltà di far quadrare i conti nella prossima manovra di Bilancio che si prospetta molto dura.

Per questo, anche se ovviamente speriamo di no, la possibilità che anche stavolta il Governo sia costretto a un passo indietro rispetto alle previsioni di finanziamento per la sanità è molto realistica ed è probabile che ci si dovrà accontentare di qualcosa in meno di quanto scritto nel Patto.

Se ciò dovesse accadere, ci avvicineremo ancora di più al baratro come temono i nostri osservatori?

Intanto diciamo che a un passo dal baratro, purtroppo, non c’è solo la sanità (che anzi, a mio parere, se la cava molto meglio di altri comparti).

Alcuni esempi?… i ponti crollano e non si ricostruiscono, le strade sono piene di buche (non solo a Roma ma dappertutto) e non si rattoppano, le ferrovie (tolta l’alta velocità) sono quelle del dopoguerra, le scuole cadono a pezzi e i genitori fanno supplenza portando penne e carta igienica, un giovane su tre non trova lavoro e molti lavoratori di mezza età lo perdono, siamo permeati dal malaffare organizzato ben oltre quanto si vuol far credere, il sistema Paese nel suo complesso non riesce ancora a riprendersi dalla crisi del 2008 e non cresce e infine (mi fermo qui per pietà di noi stessi) dobbiamo fare i conti con quasi 110 miliardi l’anno di evasione fiscale e contributiva (relazione della Commissione del Mef del 2018), una cifra quasi pari alla spesa sanitaria nazionale.

Di fronte a questo scenario la realtà del nostro Ssn assume tinte molto meno fosche di quelle disegnate dai due ultimi rapporti Gimbe e Censis-Rbm.

Vuol dire che va tutto bene? Non scherziamo, ovvio che no. Ma il sistema salute non è al default, la saracinesca di ospedali e ambulatori si alza ancora ogni giorno e ogni giorno chi ci lavora dà il suo meglio, con soddisfazione della stragrande maggioranza dei cittadini assistiti.

Poi i problemi ci sono tutti, e alcuni, i più evidenti e attuali, li avevo già posti in forma di sette domande alla politica (attendiamo però ancora quelle risposte).

Ma il sistema non è sul baratro (e attenti alla sindrome del lupo al lupo), e non è vero che senza un secondo pilastro (Censis-Rbm) morirà, né è vero che per farlo rimettere in pista a pieno regime sono indispensabili decine di miliardi di euro in più rispetto alle attuali previsioni (Gimbe).

Intendiamoci, una riforma del sistema dei fondi integrativi con una decisione finale chiara sulla loro funzione e il loro regime fiscale va fatta ma da qui ad auspicare un sostanziale ritorno a un sistema para-mutualistico ce ne passa… no grazie (e lo dico senza alcun annebbiamento ideologico ma perché sono convinto che il Ssn universale resti la formula migliore).

La ricetta Gimbe si basa invece sostanzialmente su 4 target da attuare da qui al 2025: recupero di risorse da sprechi e inefficienze (36 miliardi); maggiore concorso del finanziamento pubblico (+ 37,6 miliardi rispetto alle stime attuali); ridefinizione (al ribasso) dei Lea e riduzione delle agevolazioni fiscali per sanità privata e mutualistica.

La sostanza del ragionamento di Gimbe (al di là della, temo e spero insieme, sovrastima degli sprechi e delle inefficienze da recuperare) è che comunque servono più soldi alla sanità pubblica per riguadagnare i mancati aumenti e i tagli degli anni passati.

A Gimbe dico che tutti vorrebbero più risorse ma soldi al momento non ce ne sono. Quindi occorre essere realisti e i conti vanno fatti prima di tutto con quello che abbiamo.

E quello che abbiamo è un quadro della sanità dove, a sostanziale parità di finanziamento pubblico (quota capitaria ponderata al netto di piccole difformità sulla capacità regionale di produrre entrate proprie da ticket e intramoenia, con un gap tra la regione più “ricca” e quella più “povera di soli 93 euro procapite fonte Crea Sanità 2018), ci sono regioni dove la sanità funziona e altre no.

E allora? Il nostro Ivan Cavicchi parla ormai da anni della necessità di una “Quarta riforma” che riveda profondamente assetti e “filosofia” del sistema, a prescindere dal quadro finanziario.

Una scommessa difficile quella di Cavicchi della quale, senza entrare nel merito delle singole argomentazioni, ho però sempre condiviso l’approccio complessivo che per me si riduce in sostanza a un appello corale a rimboccarsi le maniche.

Come Paese, come istituzioni (Governo e Parlamento in primis) e come singoli cittadini nell’ambito dei propri ruoli e competenze, per riconquistare la voglia di far girare le cose in un certo modo, anche in sanità.

Perché l’Italia che amo, e che in parte ho avuto la fortuna di conoscere, non è quella dove i genitori portano a scuola penne e carta igienica e non è quella dove i ponti crollano ma quella dove i genitori portano a scuola i dolci per le feste di compleanno e dove i ponti si costruiscono alti, forti e anche belli.

Cesare Fassari

14 giugno 2019
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IX Rapporto Rbm-Censis. “Lea negati per 1 italiano su 3. Sono 19,6 mln quelli costretti a pagare di tasca propria le cure. È prioritario istituzionalizzare la sanità integrativa”

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Presentato al Welfare day l’annuale report sulla sanità pubblica, privata e intermediata. Le liste d’attesa sono “un calvario” e il 35,8% dei cittadini le ha trovate chiuse almeno una volta e per questo si rivolge al privato mettendo mano al portafoglio. La spesa privata sale così a 37,3 miliardi di euro: +7,2% dal 2014 (-0,3% quella pubblica). Vecchietti (Rbm): “Raddoppiare il diritto alla Salute degli italiani, istituzionalizzando la sanità integrativa, è una priorità ormai improcrastinabile e per farlo serve un Secondo Pilastro Sanitario aperto che si affianchi al SSN. Il Governo intervenga”. LE SLIDE

13 GIU – “Sono 19,6 milioni i “Forzati della sanità a pagamento” costretti a pagare di tasca propria per ottenere prestazioni essenziali prescritte dal medico, almeno una prestazione sanitaria all’anno e di questi circa il 50% appartiene alle categorie sociali più fragili, come gli anziani e malati cronici. 1 italiano su 2, è “Rassegnato” e non prova neanche a prenotare una prestazione sanitaria con il SSN ma va direttamente nel privato mettendo mano al portafoglio. Nel 2019, le prestazioni sanitarie pagate dai cittadini, passeranno da 95 a 155 milioni. La spesa sanitaria privata media per famiglia è pari a 1.522 euro (+ 2,97% dal 2017), quella pro capite è di 691,84 euro (+ 12,33% 2017). Mentre aumenta dal 10, 54% al 27, 4% la necessità di finanziare le spese sanitarie attraverso prestiti e crediti al consumo”.

Sono questi alcuni dei numeri contenuti nel IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al “Welfare Day 2019”, svolto al Roma alla presenza, tra gli altri, di Roberto Favaretto, Presidente Gruppo RBHold, Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente Presidente e Responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e Claudio Durigon, Sottosegretario del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Nella vita vissuta degli italiani la spesa sanitaria di tasca propria è una integrazione necessaria del Servizio Sanitario Nazionale: ”Ognuno di noi – prosegue Vecchietti – ha sperimentato senza dubbio la necessità di “surfare” tra pubblico e privato per completare, in tempi certi, un iter clinico o diagnostico, prescritto dal proprio medico. I dati parlano chiaro: considerando le visite specialistiche, su 100 tentativi di prenotazione nel Servizio Sanitario di visite ginecologiche sono 51,7 quelli che transitano nella sanità a pagamento, 45,7 le visite oculistiche, 38,2 quelle dermatologiche e 37,5 le visite ortopediche; tra gli accertamenti diagnostici, su 100 tentativi di prenotazione nel Servizio sanitario, transitano nel privato 30,1 ecografie, 27,4 elettrocardiogrammi, 26,3 risonanze magnetiche e 25,7 RX”.

E ancora: “Raddoppiare il diritto alla Salute degli italiani è pertanto una priorità ormai improcrastinabile e per farlo serve la Sanità Integrativa. Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla Sanità Pubblica ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale attraverso un Secondo Pilastro Sanitario aperto. Un Sistema Sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione “individuale” pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai più fragili.  Il Secondo Pilastro Sanitario non è un modello nel quale i cittadini ricevono le cure privatamente, ma un sistema di “gestione in monte” delle prestazioni sanitarie erogate al di fuori del Servizio Sanitario Nazionale rimaste a loro carico. Non è la Sanità Integrativa a spingere i consumi privati in Sanità, ma la crescita della Spesa sanitaria privata a richiedere un maggiore livello di «intermediazione» delle cure private dei cittadini. La spesa sanitaria privata si attesta oggi a 37,3 miliardi di euro e si stima nel 2019 possa arrivare appena al di sotto di 42 mld di euro: +7,3% dal 2014 a causa soprattutto dell’allungamento dei tempi delle liste d’attesa, che, a dispetto dei tentativi di riduzione avviati raggiungono, in determinati casi durate non compatibili con i LEA. Nel 2019 le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli assistiti passeranno da 95 alla cifra record di 155 milioni. Dall’inizio della crisi, in circa 10 anni, la Spesa Pubblica per la salute in Italia, si è fermata, mentre la spesa delle famiglie ha continuato a crescere. Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) ed all’età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)”.

Sono pagate di tasca propria nella quasi totalità dei casi, il 92%, delle cure odontoiatriche (che si caratterizzano anche per il costo medio più elevato, 575 euro). Nell’ambito dei beni sanitari di assoluta evidenza, i farmaci rappresentano la seconda voce di spesa pagata direttamente dai cittadini in termini di costo medio (380 euro) e la prima in termini di frequenza (38%), costi medi oltre i 220 euro per lenti e occhiali e di 185 per protesi e presidi, ma con frequenza decisamente più contenute (rispettivamente 18% e 9%). Più alto il presidio pubblico sugli esami diagnostici, che comunque vengono pagati privatamente nel 23% dei casi, e sulle prestazioni ospedaliere, dove comunque i cittadini sostengono direttamente i costi dell’acquisto in quasi il 10% dei casi. La necessità di ricorrere a prestiti e credito al consumo per finanziare le proprie cure passa dal 10,54% al 27, 14%”.

Liste d’attesa. Inoltre: ”Per le visite specialistiche infatti, solo a titolo di esempio si hanno circa: 128 giorni medi di attesa per una visita endocrinologica, 114 per una visita diabetologica, 65 per una visita oncologica, 58 per una visita neurologica, 57 per quella gastroenterologica, 56 per una visita oculistica, 54 per una visita pneumologica, 49 giorni per una visita di chirurgia vascolare e 49 giorni per una visita cardiologica. È evidente che a fronte di queste lungaggini molti cittadini (il 44% degli intervistati) si rivolgono direttamente al privato anche per le cure che rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza del Servizio Sanitario Nazionale. L’evidenza è nei numeri: tra il 2013 ed il 2018 a fronte di una crescita del + 9,9% della Spesa sanitaria privata la Spesa sanitaria “intermediata” dalla Sanità Integrativa è cresciuta del + 0,5%. Appare evidente che nel lungo periodo solo un cambio di passo potrà consentire di risolvere il difficile rebus della sanità italiana: la soluzione è la prevenzione sanitaria intesa come una azione di lungo periodo in grado di prevenire l’insorgere delle patologie o almeno individuarle in fase iniziale, prima che diventino gravi o irreversibili, con relativa moltiplicazione dei costi sanitari. Oggi di prevenzione sanitaria si parla molto e si pratica troppo poco: la sfida è far entrare nella cultura sociale la priorità della prevenzione, dagli stili di vita al ricorso alle tante forme di screening”.

Importanti anche i dati sulla capacità di rimborso della spesa sanitaria privata da parte della sanità integrativa: se in media infatti un cittadino finanzia l’85% delle cure private aderendo ad una forma sanitaria integrativa l’ammontare da pagare di tasca propria per le medesime cure scende al 33% perché quasi 2/3 della spesa sono rimborsati dalla polizza sanitaria.  a carico dell’assicurato. In particolare, suddividendo per categoria: per quanto riguarda le cure ospedaliere se in media il costo a carico del cittadino è in media pari al 36,1% con la Sanità Integrativa si dimezza, dal momento che l’84,5% della spesa è rimborsata dalla forma sanitaria integrativa; il 15,6% a carico dell’assicurato, mentre per quanto riguarda le cure specialistiche se in media il costo a carico del cittadino è in media pari all’80,4,1% con la Sanità Integrativa quasi 2/3 sono rimborsati dalla polizza sanitaria. Assolutamente significativo anche l’aiuto fornito dalle polizze sanitarie per l’odontoiatria: se in media il costo a carico del cittadino è in media pari all’81,2% con la Sanità Integrativa il costo da pagare scende a poco più del 35% grazie ad un rimborso da parte della polizza sanitaria di oltre il 60% della spesa; relativamente alla prevenzione, da ultimo, a fronte di una quota pagata di tasca propria in media di quasi l’80% con la Sanità Integrativa il cittadino beneficia di un rimborso di quasi il 70% della spesa.

“La Sanità Integrativa, Fondi e Polizze Sanitarie – conclude Vecchietti – sono in grado di garantire un aiuto concreto ai cittadini ed alle famiglie italiane di fonte al costante innalzamento dei bisogni di cura ed alla necessità di pagare una quota delle cure sempre maggiore di tasca propria. Un sistema che nei numeri dimostra di funzionare piuttosto bene per chi lo ha già A questo punto sarebbe normale immaginare a politiche da parte del Governo di supporto alla diffusione di questa importante tutela sociale aggiuntiva”.

13 giugno 2019
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Cresce il numero dei donatori di sangue

14/06/2019 – Il 14 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata dedicata ai donatori, voluta dall’Oms. 

Si celebra la Giornata mondiale dei donatori di sangue, voluta dall’OMS.
Un’occasione per esprimere il più sentito ringraziamento per un gesto caratterizzato da una straordinaria valenza etica.
Il sistema trasfusionale, nel nostro Paese, si fonda sulla donazione di sangue volontaria e non remunerata. I donatori iscritti alle Associazioni e Federazioni sono il 91,7% (sul totale di 1.682.724, la percentuale più alta tra i Paesi UE), e concorrono a garantire la terapia sicura e disponibile ai cittadini per emocomponenti e medicinali plasmaderivati.
Con loro, non si tratta di porre l’accento solo sulla cultura della solidarietà, ma, al contempo, di educare tutti a una partecipazione attiva alla vita sociale e all’adozione di corretti stili di vita.
In tal senso, il donatore è un esempio di perseguimento di buona salute e di prevenzione sanitaria.

Il sistema trasfusionale – “dalla vena del donatore alla vena del paziente” – come Livello Essenziale di Assistenza, è un percorso virtuoso e di supporto a tutte le attività assistenziali della Sanità, che, però, deve vedere assicurate, sotto la titolarità di responsabili qualificati nella disciplina di medicina trasfusionale l’integrità e l’unitarietà dei singoli processi: raccolta, lavorazione, qualificazione, attività assistenziale di medicina trasfusionale ed emovigilanza.
Le attività di medicina trasfusionale si declinano attraverso una rete nazionale e regionale di Servizi Trasfusionali e di Unità di Raccolta gestite dalle Associazioni e Federazioni del dono. Tali attività sono coordinate a livello regionale dalle Strutture regionali di Coordinamento e a livello nazionale dal Centro Nazionale Sangue.
Nel rispetto dei modelli organizzativi regionali, l’uniformità delle attività trasfusionali deve garantire che il donatore e il ricevente abbiano trattamenti omogenei su tutto il territorio nazionale e che le strutture trasfusionali possano conseguire i massimi livelli di qualità e sicurezza, nella logica di una necessaria razionalizzazione in termini di risorse economiche e umane.

Il mantenimento dell’autosufficienza per emocomponenti labili e il conseguimento di quella per medicinali plasmaderivati richiede, oggi, l’evoluzione delle attività di raccolta per consentire al donatore un accesso diversificato e facilmente fruibile, con una costante azione di promozione del dono, soprattutto verso le giovani generazioni, per consentire il necessario ricambio generazionale e il rafforzamento del sistema stesso.
Inoltre, i dati del Centro nazionale sangue, hanno spiegato che, dopo anni, è tornato a salire il numero dei donatori di sangue: nel 2018, sono stati 1.682.724, con un aumento dello 0,2% rispetto al 2017.
In occasione della Giornata mondiale, il ministero della Salute e il Centro nazionale Sangue hanno presentato il nuovo portale www.donailsangue.salute.gov.it dedicato ai donatori e che si propone come un punto di riferimento sia per i donatori abituali che per i nuovi e gli aspiranti donatori, con informazioni di servizio, articoli di contrasto alle fake news e testimonianze dal mondo del volontariato.
Il sistema trasfusionale in Italia conta su oltre 270 Servizi Trasfusionali ospedalieri. Dal 2017 al 2018, il numero totale di professionisti si è ridotto in 10 Regioni di 64 unità.
Il Friuli Venezia Giulia si conferma la regione con il maggior numero di donatori totali, seguito dalla P.A. di Trento e dalla Sardegna. Circa metà delle regioni ha fatto segnare un aumento nel numero dei donatori. In leggero calo i pazienti trasfusi (nel 2018, circa 630mila, contro i 637 mila del 2017); le trasfusioni effettuate durante l’anno sono state quasi 3 milioni.
Nel 2018, sono stati raccolti 840 mila kilogrammi di plasma (+4 mila rispetto al 2017); per il sangue, è stata garantita l’autosufficienza.

“Siamo in una situazione di sostanziale equilibrio – ha commentato il Direttore Generale del Centro Nazionale Sangue, Giancarlo Liumbruno – ma, in alcune regioni, periodicamente, è necessario ricorrere al sistema della compensazione –. È  importante che tutte le Regioni garantiscano una organizzazione della rete regionale di medicina trasfusionale tale da mantenere costanti i livelli di raccolta di plasma e sangue”.
“Le trasfusioni e le terapie salvavita con i farmaci derivati del plasma sono inseriti nei Lea, ma solo grazie allo sforzo dei donatori e delle associazioni è possibile garantirle quotidianamente – ha detto il ministro della Salute, Giulia Grillo -. Dobbiamo lavorare tutti per sostenere e sviluppare il ‘sistema sangue italiano’, recentemente riconosciuto come un modello da seguire anche dall’Oms, che ci ha affidato l’organizzazione dell’evento globale della Giornata Mondiale dei Donatori del 2020. Proprio la candidatura, così come il nuovo portale sulle donazioni, sono alcuni esempi di una collaborazione sempre più stretta fra tutti gli attori del sistema”.

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Patto per la salute: perché la “clausola di salvaguardia” economica tagliafondi non va

13/06/2019 – Il portavoce FNOPI, Tonino Aceti, commenta  La “clausola di salvaguatdia economica” inserita nella bozza di Patto per la salute che subordina il diritto alla salute all’economia. Una visione questa già analizzata dalla Corte costituzionale con la sentenza 275/2016 che ha fatto scuola sul delicatissimo tema del giusto bilanciamento tra garanzia dei diritti incomprimibili/fondamentali e il principio del pareggio di bilancio.

Patto per la “Salute delle Comunità” o solo per l’equilibrio di finanza pubblica?

La domanda appare legittima leggendo l’art. 1 e le norme finali della bozza del nuovo Patto per la Salute 2019-2021, tra l’altro identici a quelli contenute nel Patto per la Salute 2014-2016.

Infatti, i livelli di finanziamento del SSN fissati per gli anni 2019-2021, con incrementi pari a +2 MLD per il 2020 e +1,5 MLD per il 2021, appaiono una “posta aleatoria e incerta” in quanto suscettibili di possibili modifiche in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e alle variazioni del quadro macroeconomico.
Come a dire, lo Stato e le Regioni prima concordano che per garantire la piena attuazione del diritto alla Salute previsto dalla Costituzione, l’efficace ed efficiente funzionamento del SSN e il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza, servono determinati livelli di finanziamento, poi però accettano di rimetterli anche tutti in discussione, con eventuali tagli di entità indefinita, qualora cambiasse il quadro economico o lo richiedesse la finanza pubblica.
Se si accetta però di rimettere in discussione le risorse economiche inizialmente destinate al SSN, di conseguenza si sta accettando anche di rivedere al ribasso il livello di attuazione del diritto alla salute, il perimetro dei diritti esigibili dai pazienti, di depauperare il SSN e quindi di mettere ancora più in crisi l’effettività dei LEA.
In altre parole, il Diritto alla Salute diventa subordinato all’economia, le politiche sanitarie sono esclusiva funzione delle politiche economiche e al SSN si assegna una mission diversa rispetto a quella prevista dall’art. 1 della L. 833/1978: il SSN diventa strumento per garantire l’equilibrio di finanza pubblica, anziché per tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Una visione questa già bocciata dalla Corte costituzionale con la sentenza 275/2016 che ha fatto scuola sul delicatissimo tema del giusto bilanciamento tra garanzia dei diritti incomprimibili/fondamentali e il principio del pareggio di bilancio.
La Corte ribalta completamente l’impostazione che è ancora presente nella bozza del nuovo Patto per la salute, affermando che “è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione” (punto 11 – Considerato in diritto).
Ancora. L’effettività di un diritto «non può che derivare dalla certezza delle disponibilità finanziarie per il soddisfacimento del medesimo» (punto 7- considerato in diritto) e il “nucleo di garanzie minime per renderlo effettivo dovrebbe essere assicurato al di là di ogni esigenza di bilancio, garantendosi certezza, stabilità e obbligatorietà del finanziamento. ” (punto 8 – ritenuto in fatto).
Infine, aggiunge che spetta al legislatore predisporre gli strumenti idonei alla realizzazione ed attuazione del diritto, affinché la sua affermazione non si traduca in una mera previsione programmatica, ma venga riempita di contenuto concreto e reale. (punto 4- considerato in diritto).
I tagli praticati negli anni ai finanziamenti programmati per il SSN hanno prodotto effetti reali sul complesso dei diritti dei pazienti, e sono sotto gli occhi di tutti.
A partire dai nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, che sono ancora in buona parte tutti sulla carta e i motivi sono proprio legati alle coperture economiche, sulle quali a distanza di anni si stanno ancora confrontando il Ministero della Salute e il MEF.
Se con il Nuovo Patto per la Salute dovesse accadere lo stesso per il finanziamento 2020 e 2021 del SSN, ad essere immediatamente disinnescati sarebbero, tra le altre cose, proprio gli incrementi della spesa per il personale previsti nell’emendamento sblocca assunzioni contenuto nel Decreto Calabria attualmente in discussione in Parlamento. L’emendamento infatti aggancia l’aumento della spesa per il personale proprio agli incrementi del Fondo sanitario.
Praticamente: niente incrementi del Fondo sanitario, niente incremento di spesa per il personale. Ciò avrebbe delle ripercussioni dirette sulla garanzia dei LEA e quindi sul diritto alla Salute. Ma non basta. In caso di riduzione o mancato incremento del Fondo Sanitario per gli anni 2020 e 2021, sarà disinnescata anche l’abolizione del Superticket previsto all’art. 14 del nuovo Patto per la salute, dove è introdotto un meccanismo analogo a quella dell’aumento della spesa per il personale: niente incremento del Fondo Sanitario, niente abrogazione del Superticket. Anche questo produrrà un effetto sull’accessibilità alle cure da parte dei cittadini e quindi sul loro diritto alla salute.
Proprio per scongiurare queste possibilità è necessario modificare l’art. 1, e di conseguenza l’ultimo articolo del Patto per la Salute 2019-2021, sottraendo la Salute dei cittadini e il Servizio Sanitario Nazionale dall’essere ancora una volta bancomat in nome dell’equilibrio di finanza pubblica. Il Servizio Sanitario Nazionale ha già ampiamente dato. Bene ha fatto il Ministro della Salute a rifiutare qualsiasi eventualità di tagli ai finanziamenti programmati e approvati in Legge di Bilancio, bene hanno fatto le Regioni a sollevare il problema. Ora si dia un segnale di vera discontinuità rispetto al passato e si giunga nel più breve tempo possibile alla sottoscrizione del nuovo Patto per la Salute. Il SSN ha estremo bisogno di innovarsi e cambiare per rispondere di più e meglio ai vecchi e nuovi bisogni delle comunità.
Tonino AcetiPortavoce della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche

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Rapporto Gimbe 2019: “Sanità pubblica cade a pezzi e si avvia in silenzio verso la privatizzazione. In 10 anni tagliati 37 mld. Senza un disegno politico sarà il disastro”. Grillo: “Basta balletti sui fondi. Serve certezza”

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Fotografia impietosa nel 4° report della Fondazione sullo stato del Ssn. “Troppi Lea garantiti solo sulla carta, sprechi, inefficienze e chiari segnali di privatizzazione rendono infausta la prognosi del servizio sanitario nazionale. Senza un adeguato rilancio il disastro sanitario, sociale ed economico è dietro l’angolo, ma negli ultimi 10 anni nessun esecutivo ha avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, né i cittadini sono mai scesi in piazza per difendere un fondamentale diritto costituzionale”. Da Gimbe le proposte per evitare la “catastrofe”. Grillo ribadisce: “Se ci saranno tagli mi dimetterò”. IL RAPPORTO

11 GIU – “Definanziamento pubblico, sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA, sprechi e inefficienze ed espansione del “secondo pilastro””. Sono queste le 4 malattie che secondo la Fondazione Gimbe rappresentano la causa che rende “infausta la prognosi del servizio sanitario nazionale”. La fotografia emerge dal 4° Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presentato oggi al Senato.

“Davanti al lento e progressivo sgretolamento della più grande opera pubblica mai costruita in Italia – esordisce il Presidente Nino Cartabellotta – negli ultimi dieci anni nessun Esecutivo ha mai avuto il coraggio di mettere la sanità pubblica al centro dell’agenda politica, ignorando che la perdita di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, oltre a compromettere la salute delle persone e a ledere un diritto fondamentale tutelato dalla Costituzione, porterà ad un disastro sociale ed economico senza precedenti”.

Dal Rapporto GIMBE emerge la “mancanza di un disegno politico di lungo termine per “preservare e potenziare” la sanità pubblica – già invocato dal Presidente Mattarella nel discorso di fine anno –  oltre che la scarsa attitudine degli attori della sanità a rinunciare ai privilegi acquisiti per tutelare il bene comune e soprattutto, constata amaramente il Presidente, che ‘cittadini e pazienti, ignorando il valore inestimabile del SSN di cui sono “azionisti di maggioranza” non sono mai scesi in piazza per rivendicare la tutela della sanità pubblica e costringere la politica a tirarla fuori dal dimenticatoio’”.

“Peraltro – continua il Presidente – la scarsa attitudine ad investire in sanità va a braccetto con la facilità a disinvestire, visto che dal 2010 tutti i Governi hanno ridotto la spesa sanitaria per fronteggiare le emergenze finanziarie, fiduciosi che il SSN fornirà sempre risultati eccellenti e consapevoli che qualcun altro raccoglierà i cocci. Ma al tempo stesso, con l’obiettivo (fallito) di aumentare il consenso elettorale, hanno puntato sui sussidi individuali (bonus 80 euro, reddito di cittadinanza, quota 100), indebolendo di fatto le tutele pubbliche in sanità ed aumentando la spesa delle famiglie”.

“Per progettare il SSN del futuro – puntualizza il Presidente – bisogna innanzitutto uscire dal perimetro della spesa sanitaria, perché la spesa sociale di interesse sanitario e la spesa fiscale per detrazioni e deduzioni sono custodite nello stesso “salvadanaio”: quello utilizzato per la salute degli italiani”.

Secondo le analisi effettuate la spesa per la salute in Italia 2017 ammonta complessivamente a € 204.034 milioni:

Spesa sanitaria: € 154.920 di cui € 113.131 milioni di spesa sanitaria pubblica e € 41.789 milioni di spesa sanitaria privata. Di questa € 35.989 milioni a carico delle famiglie e € 5.800 milioni intermediati da fondi sanitari/polizze collettive (€ 3.912 milioni), polizze individuali (€ 711 milioni) e da altri enti (€ 1.177 milioni).

Spesa sociale di interesse sanitario: € 41.888,5 milioni di cui € 32.779,5 milioni di spesa pubblica, in larga misura relative alle provvidenze in denaro erogate dall’INPS, e € 9.109 milioni stimati di spesa delle famiglie.

Spesa fiscale: € 7.225,5 milioni per deduzioni e detrazioni di imposta dal reddito delle persone fisiche per spese sanitarie (€ 3.864,3 milioni) e € 3.361,2 milioni per contributi versati a fondi sanitari integrativi, cifra ampiamente sottostimata per l’indisponibilità dei dati relativi al welfare aziendale e alle agevolazioni fiscali a favore delle imprese).

“Al di là delle cifre – spiega Cartabellotta – oggi la vera sfida è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità (value for money): secondo le nostre analisi il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella delle famiglie ed il 50% di quella intermediata non migliorano salute e qualità di vita delle persone. Ecco perché bisogna avviare riforme sanitarie e fiscali, oltre che azioni di governance a tutti i livelli, per ridurre al minimo i fenomeni di sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate, aumentando il value for money delle tre forme di spesa sanitaria e pervenendo ad una loro distribuzione ottimale”.

Il Rapporto conferma le 4 determinanti della crisi di sostenibilità del SSN: definanziamento pubblico, sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA, sprechi e inefficienze ed espansione del “secondo pilastro”.

Definanziamento pubblico. “Nel periodo 2010-2019 – precisa Cartabellotta – sono stati sottratti al SSN circa € 37 miliardi e l’incremento complessivo del fabbisogno sanitario nazionale è stato di € 8,8 miliardi, con una media annua dello 0,9% insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+ 1,07%). Nessuna luce in fondo al tunnel visto che il DEF 2019 riduce progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022 e le buone intenzioni della Legge di Bilancio 2019 (+€ 8,5 miliardi nel triennio 2019-2021) sono subordinate ad ardite previsioni di crescita e alla stipula, tutta in salita, del Patto per la Salute”.

Sostenibilità ed esigibilità dei nuovi LEA. Il Rapporto analizza le criticità per definire e aggiornare gli elenchi delle prestazioni e quelle che condizionano l’omogenea erogazione ed esigibilità dei nuovi LEA : “È ormai inderogabile – sottolinea il Presidente – un consistente “sfoltimento” delle prestazioni basato su evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia per mettere fine ad un paradosso inaccettabile: in Italia il finanziamento pubblico tra i più bassi d’Europa convive con il “paniere LEA” più ampio, garantito però solo sulla carta. Quale prova tangibile, la mancata pubblicazione del “decreto tariffe” in ostaggio del MEF per mancata copertura finanziaria non permette l’esigibilità dei nuovi LEA su tutto il territorio nazionale, trasformando un grande traguardo politico in una cocente delusione collettiva”.

Sprechi e inefficienze. Il Rapporto aggiorna le stime sull’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica 2017: € 21,59 miliardi erosi da sovra-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate (€ 6,48 mld), frodi e abusi (€ 4,75 mld), acquisti a costi eccessivi (€ 2,16 mld), sotto-utilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate (€ 3,24 mld), inefficienze amministrative (€ 2,37 mld) e inadeguato coordinamento dell’assistenza (€ 2,59 mld).

Espansione del secondo pilastro. Ruolo e potenzialità dei fondi sanitari integrativi sono compromessi da una normativa frammentata e incompleta, che da un lato ha permesso loro di diventare prevalentemente sostitutivi, con la garanzia di cospicue agevolazioni fiscali, dall’altro consente all’intermediazione assicurativa di gestire i fondi invadendo il mercato della salute con “pacchetti” di prestazioni superflue che alimentano il consumismo sanitario e possono danneggiare la salute. “Continuare a dirottare risorse pubbliche sui fondi sanitari tramite le agevolazioni fiscali e non riuscire a rinnovare contratti e convenzioni e, più in generale ad attuare le inderogabili politiche sul personale – spiega il Presidente –  è un chiaro segnale di privatizzazione del SSN che configura un grave atto di omissione politica”.

Accanto a queste quattro “patologie”, due “fattori ambientali” peggiorano ulteriormente lo stato di salute del SSN: la non sempre leale collaborazione tra Governo e Regioni, oggi “ulteriormente perturbata dalle istanze di regionalismo differenziato, e le irrealistiche aspettative di cittadini e pazienti che da un lato condizionano la domanda di servizi e prestazioni, anche se inutili, dall’altro non accennano a cambiare stili di vita inadeguati che aumentano il rischio di numerose malattie”.

La prognosi del Ssn. Con questa diagnosi, la prognosi per il SSN al 2025 non può che essere infausta: secondo le stime del Rapporto GIMBE per “riallineare il SSN a standard degli altri paesi europei e offrire ai cittadini italiani un servizio sanitario di qualità, equo e universalistico sarà necessaria nel 2025 una spesa sanitaria di € 230 miliardi. Visto che la soluzione offerta dal “secondo pilastro” non è che un clamoroso abbaglio collettivo, il rilancio del SSN richiede la convergenza di tutte le forze politiche e un programma di azioni coraggiose e coerenti: dal consistente aumento del finanziamento pubblico alla ridefinizione del perimetro dei LEA, dalla rivalutazione delle agevolazioni fiscali per i fondi sanitari al ripensamento delle modalità con le quali viene erogata la spesa sociale di interesse sanitario al fine di pervenire ad un fabbisogno socio-sanitario nazionale”. «

“Ma soprattutto – spiega il Presidente – bisogna “mettere in sicurezza” le risorse ed evitare le periodiche revisioni al ribasso, ovvero definire sia una soglia minima del rapporto spesa sanitaria/PIL, sia un incremento percentuale annuo del fabbisogno sanitario nazionale pari almeno al doppio dell’inflazione”.

“Riprendendo parole di gattopardiana memoria – conclude Cartabellotta – se vogliamo rilanciare il SSN dobbiamo cambiare tutto – entità del finanziamento, criteri di riparto, verifica adempimenti LEA, pianificazione e organizzazione dei servizi sanitari, modalità di rimborso delle prestazioni – affinché non cambi nulla, ovvero per non perdere i princìpi di equità, solidarietà e universalismo che da 40 anni costituiscono il DNA del nostro Servizio Sanitario Nazionale”.

Il “piano di salvataggio” del SSN della Fondazione GIMBE:
 Mettere la salute al centro di tutte le decisioni politiche non solo sanitarie, ma anche ambientali, industriali, sociali, economiche e fiscali

– Rilanciare il finanziamento pubblico per la sanità e evitare continue revisioni al ribasso

 Aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto delle loro autonomie

– Costruire un servizio socio-sanitario nazionale, perché i bisogni sociali condizionano la salute e il benessere delle persone

 Ridisegnare il perimetro dei livelli essenziali di assistenza secondo evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia

– Ridefinire i criteri di compartecipazione alla spesa sanitaria ed eliminare il superticket

– Lanciare un piano nazionale per ridurre sprechi e inefficienze e reinvestire le risorse recuperate in servizi essenziali e innovazioni

– Avviare un riordino legislativo della sanità integrativa per evitare derive consumistiche e di privatizzazione

– Regolamentare l’integrazione pubblico-privato e la libera professione secondo i reali bisogni di salute

– Rilanciare politiche e investimenti per il personale e programmare adeguatamente il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari

 Finanziare ricerca clinica e organizzativa con almeno l’1% del fabbisogno sanitario nazionale

 Promuovere l’informazione istituzionale per contrastare le fake news, ridurre il consumismo sanitario e favorire decisioni informate

– Per l’attuazione del Piano di Salvataggio il Rapporto avanza proposte di riforme di rottura per l’attuale sistema di finanziamento, pianificazione, organizzazione ed erogazione dei servizi sanitari, auspicando possano informare sia la stesura del Patto per la Salute 2019-2021, sia le prossime decisioni dell’Esecutivo.

11 giugno 2019
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spacer Il Rapporto

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Il ministro Grillo incontra la FNOPI: ok al progetto braille-Lis, alle borse di studio e all’infermiere di famiglia

12/06/2019 – Il ministro Giulia Grillo incontra gli OPI e la FNOPI: il ministero aderisce al Progetto Braille-Lis che presto sarà sul suo sito, promuoverà borse di studio e dottorati di ricerca e con le Regioni inserirà nel Patto per la salute l’infermiere di famiglia  

Tre iniziative proposte al ministero della Salute per favorire le necessità delle comunità dei ciechi e dei sordi: essere posti nelle medesime condizioni di chi vede e sente.

Un’area del sito del ministero dedicata ai disabili sensoriali, la nomina di un referente al tavolo di lavoro nazionale della Federazione degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), il sostegno con borse di studio alle migliori tesi di laurea degli studenti in infermieristica dedicate alle disabilità sensoriali e promosso e il supporto al dottorato di ricerca sulle disabilità sensoriali.

Si tratta di iniziative che seguono lo sviluppo del “Progetto disabili sensoriali Braille-LIS” partito a febbraio 2017 per iniziativa dell’Ordine di Carbonia Iglesias a cui hanno aderito altri 18 Ordini delle professioni infermieristiche (Bologna, Frosinone, Pordenone, Pavia, Napoli, Ragusa, Rimini, Pescara, Foggia, Ancona, Alessandria, Oristano, Firenze-Pistoia, Teramo, Salerno, Treviso, Forlì Cesena, Campobasso-Isernia), che conclude con proposte operative il suo percorso al ministero della Salute  dopo che a maggio 2019 è stato costituito un gruppo di lavoro al massimo livello della rappresentanza professionale presso la FNOPI.

“Daremo spazio sul nostro sito all’iniziativa – ha detto agli infermieri il ministero della Salute Giulia Grillo – perché il ministero è per i professionisti e anche per i cittadini, e faremo di tutto per promuovere la massima sensibilizzazione sul tema in tutto il Governo e sui siti di tutti i ministeri, aderendo al progetto e facendo in modo che anche altre professionalità lo facciano proprio. È vero che gli infermieri rappresentano la prima frontiera delle professioni sanitarie d’aiuto per l’assistenza, ma vogliamo che tutti facciano la loro parte. Noi faremo la nostra anche rispetto alla vostra richiesta di borse di studio e dottorati: è un compito non solo istituzionale, ma di ogni essere umano che abbia buon senso e voglia e sappia aiutare gli altri.”

Ciechi e sordi avranno così le stesse opportunità di tutti gli altri per mano degli infermieri ai quali si affidano nel contesto della responsabilità del governo dell’assistenza ospedaliera e territoriale, Infermieri convinti che questo gesto di riguardo abbia un valore aggiunto e un peso specifico che il Ssn e l’infermieristica meritavano di vedere inclusi e riconosciuti tra le qualità che la contraddistinguono tra le professioni d’aiuto e sanitarie.

Il progetto è stato illustrato oggi – anche con l’aiuto di Lisanna Grosso, infermiera non udente che ora opera negli Stati Uniti in un team multidisciplinare che supporta lo sviluppo dei bambini sordi e sordociechi, nei primi anni di vita e aiuta i loro genitori – presso la Biblioteca del Ministero in Lungo Tevere Ripa a Roma.

Sui siti internet dei 19 Ordini delle professioni infermieristiche promotrici dell’iniziativa è già fruibile una sezione denominata Area Disabili che contiene:

  1. a) una sezione video nel lingua dei segni e contenente documenti utili e accessibili agli ipoacusici
  2. b) una sezione audio contenente documenti utili e accessibili agli ipovedenti – non vedenti

c) una sezione testuale dedicata soprattutto a chi vuole conoscere la professione infermieristica e le sue peculiarità – e che potrebbe essere replicata anche per altre professioni – che contiene per ora documentazione relativa a: profilo professionale dell’infermiere e profilo professionale infermiere pediatrico; Codice Deontologico; Patto cittadino infermiere; Carta europea dei Diritti dell’ammalato;  Codice di comportamento dei pubblici dipendenti; Giuramento dell’infermiere; legge sulla responsabilità professionale; legge sul consenso informato e le  disposizioni anticipate di trattamento (testamento biologico); legge sugli Ordini professionali e suoi decreti attuativi. Altri documenti saranno aggiunti a breve.

È stato inoltre consegnato il primo testo nazionale stampato in Braille e contenente documentazione infermieristica e sanitaria.

L’incontro di oggi chiude – il ministero della Salute è l’organismo vigilante sulla professione infermieristica – il contatto avito finora con le massime autorità dello Stato; il Presidente della Camera dei deputati, on. Fico venerdì 11 gennaio 2019, il 5 Febbraio alla Presidente del Senato della Repubblica, Il 14 Maggio 2018 alla Presidenza della Repubblica, il 28 Marzo alla Presidenza del Consiglio Dipartimento disabilità.

“Il Progetto LIS promosso dagli Ordini degli infermieri – ha aggiunto Grillo – rappresenta una di quelle best practice di cui il nostro Ssn deve andare fiero e che lo caratterizza e lo rende, anche per questo e per la volontà di tutti i suoi operatori, uno dei migliori al mondo. Il ministero non può che essere dalla parte di chi l’ha ideato e promosso. Così come sappiamo bene l’impegno degli infermieri nell’assistenza e lavoreremo con le Regioni perché nel prossimo Patto della salute questo venga riconosciuto a partire dall’istituzione omogenea su tutto il territorio nazionale dell’infermiere di famiglia”.

Al Ministro della Salute gli Ordini delle professioni infermieristiche, da parte loro, hanno garantito la massima collaborazione e il loro contributo mettendo a disposizione la rete delle collaborazioni avviate sia professionali che tecniche e tecnologiche per la migliore realizzazione dell’area dedicata e dei documenti e dei supporti ritenuti utili.

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