Richiesta rettifica qualifica relativa al presunto omicida dei fidanzati di Lecce.

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G.U. n° XX del XX/XX/2017 - Scadenza XX/XX/2017

Concorso di mobilità per infermieri in Puglia: pronta la graduatoria

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Finalmente la graduatoria per il concorso pugliese di mobilità per 566 infermieri è pronta

La commissione esaminatrice, da informazioni certe in nostro possesso, ha elaborato la graduatoria di merito che consentirà a migliaia di infermieri in servizio nelle altre regioni italiane di rientrare in Puglia dopo la lunga attesa.

Il governatore Emiliano, pur disattendendo il crono programma che prevedeva la graduatoria e relative assunzioni in tempi rapidi, dopo tante pressioni ricevute dagli infermieri, dovrebbe in questi giorni portare a termine la sua promessa.

Ricordiamo l’iter concorsuale partito con la deliberazione del D.G. della Asl Bari n. 2141 del  31 ottobre 2019 (Vedi articolo), proseguito con la pubblicazione del bando sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia n. 128 del 7 novembre 2019 e sulla G.U. n. 100 del 20-12-2019, con scadenza il 19 gennaio 2020.

Nominata la commissione esaminatrice con Delibera n. 0911 della Asl Bari il 17 luglio u.s. così composta:

  • Presidente: Martucci Mauro Carmine– Dirigente Professioni Sanitarie Ospedaliere;
  • Inversi Pia– C.P.S. — Infermiere — D.P.S. ex C.T.O;
  • Minenna Angela Nicoletta– C.P.S. — Infermiere Coordinatore — P.O. “S. Paolo”;
  • Lasorsa Maria Rosaria– Assistente Amm.vo — U.O. assunzioni e Concorsi.

Con delibera n. 1492 del 05.09.2018 veniva approvata la lista degli ammessi al concorso di mobilità volontaria per 566 infermieri indetto dalla Asl Bari (Vedi articolo).

Finalmente si da seguito alle richieste che arrivano dai tantissimi infermieri che aspettano di ricongiungersi al nucleo familiare dando una prospettiva e speranza lavorativa ai tanti giovani infermieri pugliesi.

www.sanita.puglia.it

Redazione Nurse Times

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Covid. Letalità ridotta in Italia rispetto alla prima ondata di contagi, ma attenti al Sud. Il focus di Osservasalute

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Contagi medi giornalieri aumentati di una volta e mezzo in Sardegna e Campania, quasi raddoppiati nel Lazio e Sicilia. Al contrario, Lombardia e Piemonte, le 2 Regioni che nella prima fase della pandemia sono state colpite più violentemente dai contagi, nella seconda fase presentano un incremento mediamente più limitato dei nuovi contagi, rispettivamente del 14,6% e 11,5%. L’aggiornamento al 24 settembre dei dati relativi all’emergenza Covid-19 e le riflessioni sulla nuova fase della pandemia dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.

30 SET – Si è ridotta la letalità della sindrome da Covid-19: è passata dal 14,5% dei contagiati della prima ondata (fino al 16 giugno), all’11,5% attuale (dati al 24 settembre). Ma i contagi sono in forte crescita specie in alcune Regioni da tenere sotto particolare osservazione: Sardegna, Campania, Lazio e Sicilia sono le Regioni che stanno sperimentando un andamento preoccupante dei contagi, come dimostrano gli incrementi del numero dei positivi dal 16 giugno al 24 settembre, più elevati rispetto al resto delle Regioni italiane, +154,2% (positivi passati da 1.365 a 3.471 nel periodo considerato), +140,7% (positivi passati da 4.613 a 11.102 ), +90,8% (da 7.967 a 15.205) e +83,8% (da 3.460 a 6.359) rispettivamente.

Il numero dei contagi medi giornalieri in Campania era pari a 67 casi nei primi 60 giorni della pandemia (dal 24 febbraio al 23 aprile), negli ultimi 60 giorni (dal 27 luglio al 24 settembre) è salito a 102; in Sardegna nei medesimi periodi si è passati da 21 a 35 casi medi giornalieri, nel Lazio da 101 a 110 e in Sicilia da 49 a 53. In queste Regioni si riscontra anche un numero mediamente più basso di persone sottoposte a test: 11,7 per 100 abitanti nel Lazio, 9,3 in Sardegna, 6,7 in Sicilia e 6,1 in Campania (Italia 10,8 per 100 abitanti). Fortunatamente la letalità continua a restare tra le più basse: 4,1 decessi ogni 100 contagiati in Campania, 4,3in Sicilia, 4,6 in Sardegna e 5,9 nel Lazio (Italia 11,8).

Al contrario, Lombardia e Piemonte, le 2 Regioni che nella prima fase della pandemia sono state colpite più violentemente dai contagi, nella seconda fase presentano un incremento mediamente più limitato dei nuovi contagi, rispettivamente del 14,6% e 11,5%. Il numero medio di contagi giornalieri, dal 24 febbraio al 23 aprile, era pari a 1.169 in Lombardia e 386 in Piemonte, dal 27 luglio al 24 settembre, sono scesi mediamente a 159 e 51 contagi, rispettivamente. Purtroppo in Lombardia persiste la percentuale di letalità più elevata, 16,1 decessi per 100 contagiati; anche il Piemonte palesa una letalità elevata pari al 12% dei contagiati.

È quanto emerge dall’aggiornamento al 24 settembre dei dati relativi all’emergenza Covid-19 dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane coordinato da Walter Ricciardi, Direttore dell’Osservatorio e Ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica, campus di Roma e da Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell’Osservatorio.

In qualche modo i dati suggeriscono che nella prima fase “sono state molto numerose le persone positive al Covid-19 non intercettate dal sistema di sorveglianza – sostiene Solipaca. Ciò ha favorito la circolazione di molte persone in grado di trasmettere il virus al resto della popolazione”. Infatti, secondo i dati pubblicati agli inizi di agosto dell’indagine campionaria, svolta dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) in collaborazione con il Ministero della Salute e la Croce Rossa, che ha stimato, attraverso test sierologici, il numero di contagiati al 27 luglio, circa 1 milione e mezzo di persone, pari al 2,5% della popolazione, hanno sviluppato gli anticorpi per il SARS-CoV-2. Tale prevalenza è superiore di circa 6 volte rispetto ai casi notificati, confermando che la prevalenza dei contagiati fosse sottostimata. Come anticipato, il dato che sorprende è che solo il 27,3% dei positivi era asintomatico, mentre ben il 66% dei positivi ha dichiarato di aver avuto i sintomi riconducibili al virus.

In particolare, il numero stimato di persone con anticorpi SARS-CoV-2 e sintomi era pari a 981.000, mentre alla data del 27 luglio i contagiati totali registrati erano 246.000, cioè oltre 700.000 in meno. “Questa evidenza suggerisce l’importanza di presidiare con attenzione i luoghi dove è più facile la diffusione del contagio e l’urgenza di predisporre dispositivi, di comprovata efficacia, per l’effettuazione di test veloci alla popolazione”, sottolinea Solipaca.

“L’esperienza fatta”, rileva Ricciardi, “suggerisce la necessità di mettere in piedi un sistema di sorveglianza sanitaria in grado di intercettare e quindi attivare precocemente gli interventi più idonei per arginare crisi sanitarie come quella che stiamo vivendo. È necessario raccogliere il maggior numero di informazioni su eventi che possono segnalare un problema sanitario emergente e metterle a sistema con tutto il patrimonio informativo già disponibile. Per far questo si dovrà procedere speditamente con la digitalizzazione delle informazioni, un processo quanto mai auspicabile non solo per il settore della sanità ma per tutto il Paese”.

“In confronto a molti altri Paesi – conclude Ricciardi – l’Italia si è dimostrata più efficace nella prevenzione del contagio, avendo fatto tesoro dell’esperienza vissuta nella prima parte della pandemia. Tuttavia, deve mantenere alta l’attenzione e intervenire con tempestività nei territori che mostrano un rialzo dei contagi”.

Dati epidemiologici
La pandemia da coronavirus è entrata in una fase nuova, la diminuzione del numero dei contagi giornalieri osservati fino all’inizio dell’estate si è arrestata ed è iniziata una lenta ma significativa risalita dell’incidenza del Covid-19.

Non è possibile stabilire con esattezza il riferimento temporale delle due fasi, per convenzione potremmo porre l’attenzione sul periodo che va dal 24 febbraio al 16 giugno e quella che dal 17 giugno arriva al 24 settembre, data ultima dei dati presentati.

Al 16 giugno i casi totali di persone positive erano 237.500 (pari allo 0,4% della popolazione), a fronte di 4.695.707 tamponi effettuati, corrispondenti a 2.891.846 persone (pari al 4,8% della popolazione). Il numero di decessi era pari a 34.405 (5,7 ogni 10.000 abitanti) e la letalità al 14,5% dei contagiati.
Dal 16 giugno al 24 settembre i casi totali sono aumentati a 304.323 (circa il 28% in più), i test effettuati 10.787.694, corrispondenti a 6.520.661 persone (circa il 126% in più). I decessi 35.781 (il 4% in più), la letalità scende all’11,8%.

Le 2 Regioni che nella prima fase della pandemia sono state colpite più violentemente dai contagi, nella seconda fase presentano un incremento mediamente più limitato dei nuovi contagi, si tratta di Lombardia e Piemonte, nelle quali l’aumento dei nuovi casi nel periodo considerato è, rispettivamente, del 14,6% e 11,5%. Al contrario, Sardegna, Campania, Lazio e Sicilia sono le regioni che stanno sperimentando un andamento preoccupante dei contagi giornalieri, come dimostrano gli incrementi più elevati rispetto al resto delle regioni, 154,2%, 140,7%, 90,8% e 83,8% rispettivamente.

Riflessioni e analisi dei dati
Di seguito le riflessioni degli esperti dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che suggeriscono come la fase che stiamo vivendo non sembra avere le stesse caratteristiche di quella precedente.

L’aumento dei nuovi contagi iniziato durante l’estate, che ha fatto seguito al lento ma significativo declino della prima fase, non segue lo stesso andamento, la sua dinamica appare meno sostenuta di quella vissuta nella prima fase. Tuttavia, nel confronto tra i due periodi, va tenuto conto del fatto che i contagi sono stati registrati a partire dal 24 febbraio, ma non si può escludere che non ci fossero stati casi prima di questa data, pertanto potremmo non aver potuto apprezzare l’effettiva evoluzione iniziale della prima fase.

La fase attuale è caratterizzata da contagi di persone mediamente più giovani, circostanza legata agli spostamenti per motivi turistici. Inoltre, la pronta reazione delle Istituzioni di fronte all’aumento dei contagi ha aumentato i controlli, soprattutto negli snodi dei trasporti (stazioni, porti e aeroporti in primis). Per questo motivo, in alcune Regioni, sono emersi un numero maggiore di casi, soprattutto di quelli asintomatici che in passato sfuggivano alla rilevazione. Tuttavia, l’aumento dei tamponi e delle persone sottoposte a test giustifica parte dell’incremento dei nuovi casi. La variazione del numero di persone testate è superiore a quella dei casi positivi, quindi questi ultimi crescono con un tasso inferiore a quella della prima fase. Fa eccezione la Sardegna dove le due variazioni sono molto simili, quindi il tasso di crescita dei nuovi contagi è analogo nei due periodi.

Con le dovute cautele, è possibile affermare che la diffusione del virus è più lenta che in passato. A tale proposito possiamo avanzare alcune ipotesi. I comportamenti degli italiani sono diventati più prudenti e seguono le indicazioni degli esperti, le regole sull’utilizzo delle mascherine e sul distanziamento sociale hanno avuto, in parte, l’efficacia attesa ed hanno permesso di contrastare il rischio connesso alla fine del periodo di lockdown.

Dal punto di vista del Servizio Sanitario Nazionale, il rallentamento dei contagi ha allentato la pressione sulle strutture sanitarie che sono riuscite a migliorare la gestione dei contagi, con meno ricorso all’ospedalizzazione e più all’isolamento fiduciario. Questo potrebbe aver ridotto i rischi di contagio nelle strutture ospedaliere, come è avvenuto nella prima fase.

L’esperienza che si è andata via via acquisendo, grazie anche all’impegno della comunità scientifica internazionale, alla circolazione delle informazioni sulle casistiche e sulle terapie, ha aumentato l’efficacia delle cure. Tale circostanza si accompagna anche a una minore complessità dei pazienti contagiati che sono mediamente più giovani di quelli osservati nella prima fase. Tale circostanza è confortata dalla diminuzione della letalità, passata dal 14,5% registrata fino al 16 giugno all’11,8% riscontrato al 24 settembre.

Infine, la crescita più lenta dei contagi può far supporre anche una minore aggressività del virus, ma si tratta di un’ipotesi che andrà verificata dalla comunità scientifica.

Alessandro Solipaca pone l’accento su un aspetto preoccupante avvenuto nella prima fase: “sono state molto numerose le persone positive al Covid-19 non intercettate dal sistema di sorveglianza. Ciò ha favorito la circolazione di molte persone in grado di trasmettere il virus al resto della popolazione”.

Questa riflessione si fonda sui dati dell’indagine campionaria, svolta dall’Istat in collaborazione con il Ministero della Salute e la Croce Rossa, pubblicati agli inizi di agosto, che ha stimato, attraverso test sierologici, il numero di contagiati al 27 luglio.

Le stime pubblicate riferiscono che sono circa 1 milione e mezzo, pari al 2,5% della popolazione, le persone che hanno sviluppato gli anticorpi per il SARS-CoV-2. Tale prevalenza è superiore di circa 6 volte rispetto ai casi notificati, confermando quanto si era ipotizzato, cioè che la prevalenza dei contagiati fosse sottostimata. Come anticipato, il dato che sorprende è che solo il 27,3% dei positivi era asintomatico, mentre ben il 66% dei positivi ha dichiarato di aver avuto i sintomi riconducibili al virus.

In particolare, il numero stimato di persone con anticorpi SARS-CoV-2 e sintomi era pari a 981.000, mentre alla data del 27 luglio i contagiati totali registrati erano 246.000, cioè oltre 700.000 in meno.

“L’esperienza fatta”, sottolinea Walter Ricciardi, “suggerisce la necessità di mettere in piedi un sistema di sorveglianza sanitaria in grado di intercettare e quindi attivare precocemente gli interventi più idonei per arginare crisi sanitarie come quella che stiamo vivendo. È necessario raccogliere il maggior numero di informazioni su eventi che possono segnalare un problema sanitario emergente e metterle a sistema con tutto il patrimonio informativo già disponibile. Per far questo si dovrà procedere speditamente con la digitalizzazione delle informazioni, un processo quanto mai auspicabile non solo per il settore della sanità ma per tutto il Paese”.

30 settembre 2020
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Che fine ha fatto il “Decreto Tariffe”? Approvarlo subito per rendere esigibili i nuovi diritti dei pazienti

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Dopo circa sedici anni, il 12 gennaio 2017 veniva finalmente approvato, grazie all’impegno dell’allora  Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il D.P.C.M. “Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza”, pubblicato nella G.U. n.65 del 18-03-2017: i cosiddetti nuovi Livelli Essenziali di Assistenza.

Attraverso l’aggiornamento dei LEA veniva modificato il Nomenclatore dell’assistenza protesica con l’introduzione di una serie di nuove prestazioni particolarmente attese dalle persone con disabilità, allo stesso modo veniva innovato il Nomenclatore della specialistica ambulatoriale, modificati anche gli elenchi delle malattie croniche e rare attraverso il riconoscimento di nuove patologie, oltre a nuovi accertamenti per patologie neonatali e nuove coperture vaccinali.

Gran parte di queste novità sono rimaste però solo sulla carta a causa della mancata approvazione del cosiddetto “Decreto Tariffe”, cioè quel Decreto che avrebbe dovuto fissare le tariffe massime per le prestazioni dell’assistenza protesica e specialistica ambulatoriale.

Un ritardo inaccettabile di quasi tre anni rispetto alla tabella di marcia prevista dalla normativa, durante i quali si sono moltiplicate interrogazioni parlamentari ad oggi senza alcun risultato, e la responsabilità è della politica.

E’ la legge di Bilancio 2018 che ha previsto il 28 febbraio 2018 come termine massimo entro il quale adottare il Decreto Tariffe. Una scadenza ampiamente “bucata”.

Uno di quei tanti ritardi che minano fortemente il rapporto di fiducia tra cittadini, Servizio Sanitario Nazionale e Istituzioni. Infatti, per colpa della mancata approvazione del Decreto Tariffe le nuove e importanti prestazioni introdotte nei Lea del 2017 sono ancora oggi un diritto solo per una parte della popolazione: solo per quei cittadini che vivono in quelle Regioni che già prima dell’approvazione dei nuovi Lea garantivano le nuove prestazioni. Praticamente una doppia beffa che non fa altro che aumentare le disuguaglianze che esistono all’interno del SSN tra le diverse Regioni, nonché tra le aree interne e le città.

Ma vediamo qual è il procedimento previsto per l’adozione del Decreto Tariffe: è necessario un Decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Ad oggi la proposta di Decreto del Ministero della Salute è pronta, è stato acquisito il parere dell’Agenas e da alcune fonti sembrerebbe aver ricevuto da circa nove mesi l’ok del Ministero dell’Economia e delle Finanze ma ancora non è stato trasmesso alla Conferenza delle Regioni per la necessaria “Intesa”.

Perché questo blocco? C’è qualcosa della bozza del Decreto Tariffe che a qualche soggetto non convince? Eppure l’adozione di un Decreto così importante rappresenterebbe un sostegno importante per il Diritto alla salute delle comunità, per i redditi delle famiglie, nonché una misura per contrastare concretamente le disuguaglianze. Soprattutto in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia Covid-19, la quale però non può e non deve rappresentare un alibi per non portare avanti le altre “partite” comunque centrali nella vita dei pazienti, soprattutto di quelli NON COVID-19.

L’auspicio è che il Ministro Speranza sblocchi questa situazione nel più breve tempo possibile. Ne uscirebbe rafforzato l’art. 32 della Costituzione.

Tonino Aceti
Portavoce FNOPI

 

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Covid. Il bollettino: oggi 1.494 nuovi casi. Gli attualmente positivi superano quota 50 mila

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In calo il numero di decessi: sono 16 rispetto ai 17 di ieri. I ricoverati in terapia intensiva salgono a 264 (10 pazienti in più di ieri). Sono 131 i ricoverati in ospedale in più per un totale che arriva a 2.977. I pazienti in isolamento domiciliare sono 47.082. Per quanto riguarda i tamponi oggi il dato è in netto calo: ne sono stati effettuati 51 mila rispetto agli oltre 87 mila di ieri

28 SET – Scende il numero di nuovi casi positivi di coronavirus in Italia: sono 1.494 rispetto ai 1.766 di ieri con il totale di casi che arriva 311.364.

In calo il numero di decessi: sono 16 rispetto ai 17 di ieri, portando il totale a 35.851. I dimessi/guariti sono 773 in più per un totale che arriva a 225.190. Gli attualmente positivi in più sono 705 per un totale di 50.323.

I ricoverati in terapia intensiva salgono a 264 (10 pazienti in più di ieri). Sono 131 i ricoverati in ospedale in più per un totale che arriva a 2.977. I pazienti in isolamento domiciliare sono 47.082.

Per quanto riguarda i tamponi oggi il dato è in netto calo: ne sono stati effettuati 51 mila rispetto agli oltre 87 mila di ieri.

Il numero di nuovi casi più alto si è registrato in Campania (295), Lazio (211), Veneto (183). Zero nuovi casi in nessuna regione.

28 settembre 2020
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Covid. Superato il milione di morti nel mondo

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Superata ieri notte la soglia simbolica del milione di morti per Covid nel mondo su un totale di oltre 33milioni di casi. Il paese più colpito sia in termine di contagi che di decessi sono gli Usa. Dopo gli Stati Uniti, i Paesi con il maggior numero di casi sono India, Brasile e Russia. In Europa è la Spagna il Paese più colpito con oltre 735mila casi. L’Italia è al ventesimo posto nel Mondo con 309mila casi.

28 SET – Ieri notte si è superata la soglia del milione di morti per Covid dall’inizio della pandemia che ha fatto registrare finora oltre 33milioni di casi di contagio in tutto il mondo.

Di questi pazienti 24,6 milioni sono stati classificati come guariti mentre restano ancora 7,6 milioni persone attualmente positive di cui si valuta che siano 65mila (meno dell’1%) quelle in situazione clinica critica.

Ecco qui sotto un riepilogo dei casi, dei decessi e della incidenza sulla popolazione per i primi 20 Paesi nel Mondo in termini di contagi (Fonte: Worldometers)

28 settembre 2020
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Allegati:

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Covid. Da fine luglio a oggi quadruplicati gli “attualmente positivi”. Il report Gimbe

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Cresce anche il numero delle ospedalizzazioni e dei ricoveri in terapia intensiva. Nella settimana 16-22 settembre circa l’85% dei pazienti ricoverati con sintomi si concentrano in Lazio (482), Campania (360), Lombardia (294), Sicilia (224), Puglia (204), Emilia-Romagna (185), Piemonte (164), Liguria (148) e Veneto (141). L’82,8% dei pazienti in terapia intensiva si distribuisce in 9 Regioni: Lombardia (34), Lazio (31), Campania (23), Emilia-Romagna (22), Toscana (21), Sardegna (21), Liguria (17), Sicilia (15) e Veneto (14).  

24 SET – Il nuovo report della Fondazione Gimbe (settimana 16-22 settembre) registra un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (10.907 vs 9.837) a fronte di un lieve aumento dei casi testati (385.324 vs 370.012).
Crescono i casi attualmente positivi (45.489 vs 39.712) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (2.604 vs 2.222) e in terapia intensiva (239 vs 201). Dopo la sostanziale stabilità registrata nella settimana precedente, tornano a salire anche i decessi (105 vs 70).

In dettaglio, rispetto alla settimana precedente, si registrano le seguenti variazioni:
– Decessi: +35 (+50%)
– Terapia intensiva: +38 (+18,9%)
– Ricoverati con sintomi: +382 (+17,2%)
– Nuovi casi: +10.907 (+10,9%)
– Casi attualmente positivi: +5.777 (+14,5%)
– Casi testati +15.312 (+4,1%)
– Tamponi totali: +52.304 (+9%)

“Nell’ultima settimana – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe – risale l’aumento dei nuovi casi, in conseguenza dell’incremento sia dei casi testati sia del rapporto positivi/casi testati.Si conferma inoltre la crescita costante dei pazienti ospedalizzati con sintomi e di quelli in terapia intensiva”.

Nell’ambito di una circolazione endemica del virus, sottolinea il report, l’aumento dei focolai determina la progressiva crescita dei nuovi casi settimanali. Infatti, dai 1.408 nuovi casi della settimana 15-21 luglio siamo passati ai 10.907 di quella 16-22 settembre, con un incremento del rapporto positivi/casi testati dallo 0,8% al 2,8%, seppure con ampie variabilità regionali: dall’1,1% della Basilicata al 6,5% della Liguria.

Trend settimanale nuovi casi e rapporto positivi/casi testati

Le dinamiche del contagio hanno generato il progressivo aumento dei casi attualmente positivi che da fine luglio sono quasi quadruplicati, da 12.482 a 45.489, anche se distribuiti in maniera molto diversa tra le Regioni, in relazione a 3 variabili: ensità del contagio: casi attualmente positivi per 100.000 abitanti al 22 settembre; velocità di diffusione del contagio: incremento percentuale dei casi nella settimana 16-22 settembre e capacità di testing delle Regioni: numero di casi testati per 100.000 abitanti nella settimana 16-22 settembre, che condiziona l’incremento percentuale dei casi e il numero dei casi attualmente positivi.

L’incremento progressivo dei casi attualmente positivi, segnala ancora il report di Gimbe, si riflette anche sull’aumento delle ospedalizzazioni: infatti, in 2 mesi i pazienti ricoverati con sintomi sono aumentati da 732 a 2.604 e quelli in terapia intensiva da 49 a 239.

Trend settimanale dei casi attualmente positivi

“Fortunatamente – spiega Cartabellotta – la composizione percentuale dei casi attualmente positivi si mantiene costante: mediamente il 93-94% sono asintomatici/oligosintomatici; i pazienti ricoverati con sintomi rappresentano il 5-6% del totale e quelli in terapia intensiva lo 0,5%, anche se con differenze regionali rilevanti”.

In particolare, la percentuale dei ricoverati con sintomi sui casi attivi va dal 2,4% della Provincia autonoma di Trento al 9,7% della Liguria; la percentuale di quelli in terapia intensiva dallo 0% della Provincia Autonoma di Trento e della Valle D’Aosta all’1,2% della Sardegna.

Nella settimana 16-22 settembre circa l’85% dei pazienti ricoverati con sintomi si concentrano in Lazio (482), Campania (360), Lombardia (294), Sicilia (224), Puglia (204), Emilia-Romagna (185), Piemonte (164), Liguria (148) e Veneto (141). L’82,8% dei pazienti in terapia intensiva si distribuisce in 9 Regioni: Lombardia (34), Lazio (31), Campania (23), Emilia-Romagna (22), Toscana (21), Sardegna (21), Liguria (17), Sicilia (15) e Veneto (14).

“Se da lato si tratta di numeri che al momento non generano alcun sovraccarico dei servizi ospedalieri – puntualizza il Presidente di Gimbe – dall’altro non bisogna sottovalutare il trend in costante aumento che impone di mantenere la guardia molto alta, soprattutto in alcune Regioni”. In particolare, i tassi di ospedalizzazione per 100.000 abitanti superiori alla media nazionale (4,7) sono in Liguria (10,6), Lazio (8,7), Sardegna (7,1), Campania (6,6), Puglia (5,3) e Sicilia (4,8).

Gimbe rileva poi che da 8 settimane consecutive i numeri confermano la crescita costante della curva epidemica e delle ospedalizzazioni, e che al momento sono molte le variabili che non lasciano ipotizzare alcuna flessione: dalla riapertura delle scuole all’aumento della circolazione del virus nella stagione invernale; dal continuo incremento dei casi in paesi senza restrizioni di ingresso in Italia, alla convivenza tra coronavirus e influenza stagionale; dalla vita in ambienti chiusi e su mezzi pubblici più affollati, alla ventilata riapertura degli stadi.

“Se è vero che rispetto ad altri paesi europei – conclude Cartabellotta – manteniamo ancora un vantaggio rilevante grazie ad un lockdown più tempestivo, intenso e prolungato e a riaperture più graduali, non è il caso di adagiarsi sugli allori, ma bisogna giocare d’anticipo sul coronavirus per contenere la seconda ondata ed evitare sovraccarichi del sistema sanitario. Innanzitutto, serve un potenziamento consistente del sistema di testing & tracing oltre che adeguate misure per l’isolamento domiciliare; in secondo luogo devono essere garantite le coperture vaccinali a tutte le categorie a rischio; infine, bisogna assicurarsi che i servizi sanitari delle Regioni del centro-sud, meno avvezzi alla gestione dell’emergenza ospedaliera da COVID-19, siano adeguatamente organizzati e potenziati. Tutti noi infine, oltre a rispettare rigorosamente tutte le misure raccomandate, siamo chiamati a proteggere al meglio gli anziani e le persone fragili, vista la notevole circolazione in ambito familiare del virus, soprattutto tra giovani asintomatici”.

24 settembre 2020
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Calcio. Dalle Regioni la proposta al Governo: “Sì a pubblico con mascherina, distanziato e nei limiti del 25% della capienza degli stadi”

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Ma non solo, le Regioni hanno licenziato anche una proposta per la ripresa degli sport di contatto. Toti (Regioni): “Il mondo dello sport ha sofferto, come altri settori. Ora occorre riattivare l’intero settore sportivo, puntando su una presenza limitata di pubblico e sul massimo livello di prevenzione”. Rinviata invece alla prossima settimana la decisione su Agenas. LE LINEE GUIDA SUGLI STADI  E  SUGLI SPORT DI CONTATTO

24 SET – “Oggi abbiamo elaborato e approvato un documento di proposta al Governo per l’adozione di linee guida per la partecipazione del pubblico agli eventi ed alle competizioni sportive ed uno per la ripresa degli sport di contatto”.

A dare l’annuncio Giovanni Toti, Vicepresidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, che ha presieduto la riunione: “Si tratta di testi che rappresentano un importante contributo per la ripresa delle diverse attività sportive. Il mondo dello sport ha sofferto, come altri settori, di un fermo prolungato dovuto alla gestione della pandemia. Ora occorre riattivare l’intero settore sportivo, puntando su una presenza limitata di pubblico e sul massimo livello di prevenzione”.

La proposta, che le Regioni auspicano possano essere recepite in un prossimo Dpcm che il Governo dovrebbe emanare a breve, in sintesi prevede la partecipazione di spettatori muniti di mascherine, a cui sia stata misurata la temperatura in ingresso, esclusivamente in posti a sedere assegnati personalmente, distanziati e nei limiti massimi del 25% della capienza dell’impianto, e comunque nel rispetto del limite di 1.000 spettatori all’aperto e di 200 spettatori al chiuso.Gli spazi dovranno essere riorganizzati per garantire l’accesso all’impianto e per garantire la fruizione degli spazi e dei servizi in modo ordinato, al fine di evitare assembramenti di persone e di assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli utenti.

Per quanto riguarda la proposta di “Linee guida per la ripresa degli sport di contatto” si tratta di indicazioni che accompagnano e consolidano la ripresa delle attività e degli allenamenti nelle diverse discipline. È una guida indispensabile per organismi e società sportive, per gli operatori, per i gestori, per i genitori dei minori e per il pubblico degli eventi sportivi.
“Ora come concordato – ha spiegato Toti – invieremo i documenti al Governo che si consulterà anche con il Cts e li valuterà anche in base ai dati epidemiologici. L’auspicio è che possano essere recepite in un prossimo Dpcm, sin dai primi giorni di ottobre, anche per consentire la ripresa nel rispetto massimo delle regole di prevenzione, dopo la serie A del calcio, anche negli altri campionati e tornei. A me preme sottolineare infine – ha concluso Toti – che ancora una volta le Regioni hanno svolto un’azione corale di concertazione, dimostrando anche in questo caso il valore fondamentale della collaborazione istituzionale per la gestione della ripresa delle diverse attività”.

Nulla di fatto dalla Conferenza sulla nomina del presidente di Agenas. Tutto rinviato alla prossima settimana

24 settembre 2020
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Covid. Ecdc aggiorna livelli rischio: Italia tra i Paesi a rischio “basso” per la popolazione e i sistemi sanitari. Ma in alcuni Stati UE situazione peggiore del picco di marzo

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“L’attuale situazione epidemiologica in molti paesi – si legge nel nuovo Risk Assessment dell’Ecdc – è preoccupante in quanto pone un rischio crescente di infezione per gli individui vulnerabili (individui con fattori di rischio per la grave malattia da COVID-19, come gli anziani) e per gli operatori sanitari, in particolare nelle cure primarie, e richiede azione di sanità pubblica”. Bulgaria, Croazia, Rep. Ceca, Ungheria, Malta, Romania e Spagna i Paesi più a rischio. IL RAPPORTO.

24 SET – A lanciare oggi l’allarme generale per come stanno andando le cose in Europa rispetto ai trend della pandemia Covid è stata la Commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, in una conferenza stampa sulla valutazione del rischio.

“La valutazione dei rischi pubblicata oggi evidenzia che non possiamo abbassare la guardia. Con un numero di casi che in alcuni Stati membri è superiore al picco dello scorso marzo – ha detto la Commissaria UE –  è palese che la crisi non è ancora stata superata. Siamo in un momento critico e ciascuno di noi deve agire con decisione e usare gli strumenti a disposizione. Ciò significa che tutti gli Stati membri devono essere pronti ad adottare misure di controllo tempestivamente, al primo segnale di potenziale nuovo focolaio. Questa potrebbe essere la nostra ultima occasione per evitare il ripetersi di ciò che è successo la primavera scorsa”.

E i nuovi dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie  presentano effettivamente un quadro preoccupante. “L’attuale situazione epidemiologica in molti paesi – si legge nel nuovo Risk Assessment dell’Ecdc – è preoccupante in quanto pone un rischio crescente di infezione per gli individui vulnerabili (individui con fattori di rischio per la grave malattia da COVID-19, come gli anziani) e per gli operatori sanitari, in particolare nelle cure primarie, e richiede azione di sanità pubblica”.

La valutazione del rischio è suddivisa in diversi livelli:
– elevato (≥ 60/100.000) o aumento sostenuto (≥7 giorni) dei tassi di notifica dei casi a 14 giorni;
– alto (≥60 / 100.000) o aumento sostenuto (≥7 giorni) dei tassi di notifica dei casi a 14 giorni nei gruppi di età più avanzata (65-79 anni E / O 80 anni o più);
– aumento elevato (≥ 3%) o sostenuto (≥7 giorni) della positività al test;
– alto (≥ 10/1 000 000) o aumento sostenuto (≥7 giorni) dei tassi di mortalità a 14 giorni.

Paesi con trend stabili
Al 13 settembre, i paesi UE / SEE con un trend stabile includono Belgio, Cipro, Finlandia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Polonia e Svezia. In questi paesi, la probabilità complessiva di infezione è valutata come bassa e a causa della bassa percentuale di casi negli anziani e dell’attuale bassa percentuale di casi gravi e dei bassi tassi di notifica di morte, anche l’impatto della malattia è valutato come basso.

Per qesti fattori l’Ecdc valuta che in questo momento in questi Paesi, esiste un rischio complessivo basso di COVID-19 per la popolazione generale e il sistema sanitario. Per quanto riguarda gli individui vulnerabili (individui con fattori di rischio per la grave malattia COVID-19, come gli anziani), poiché l’impatto della malattia in questi gruppi è molto alto, il rischio complessivo è invece valutato come moderato.

Le indicazioni operative. “Un attento monitoraggio della situazione epidemiologica in evoluzione, comprese le infezioni rilevate a livello di cure primarie, il livello di occupazione dei letti ospedalieri e di terapia intensiva e la diffusione delle infezioni tra gli individui vulnerabili, per i quali l’impatto di COVID-19 è molto alto, sono fondamentali per evitare un rapido aumento del livello di rischio nelle prossime settimane”, scrive l’Ecdc.

Paesi con tendenze preoccupanti
Al 13 settembre, l’altro gruppo comprende tutti i restanti paesi UE / SEE e il Regno Unito. L’aumento dei tassi di notifica può essere in parte spiegato dal costante aumento dei tassi di test verificatosi nelle ultime settimane e mesi (ad esempio Lussemburgo, Danimarca e Regno Unito) nonché dal maggior numero di casi giovani, lievi o persino asintomatici che sono stati testati.

“Tuttavia, a causa dell’elevato volume di trasmissione, sembra che gli interventi non farmaceutici (NPI) in atto – scirve l’Ecdc – non siano stati efficaci nel limitare un aumento significativo dell’infezione, o perché l’aderenza alle misure potrebbe non essere ottimale o le misure in atto potrebbero non essere sufficiente per ridurre o controllare l’esposizione. Inoltre, i dati disponibili da studi di sieroprevalenza suggeriscono che il livello di immunità nella popolazione è <15% nella maggior parte delle aree all’interno dell’UE / SEE e del Regno Unito. Sulla base di ciò, in questi paesi la probabilità complessiva di infezione è molto alta”.

Questi paesi con tendenze preoccupanti possono essere inseriti in due sottogruppi. Un sottogruppo comprende quei paesi in cui sono segnalati tassi di notifica elevati e in aumento a causa di tassi di test elevati e la trasmissione è segnalata principalmente in soggetti giovani, con una bassa percentuale di casi gravi e bassi tassi di notifica di morte (<10/1 000 000).

Questo sottogruppo comprende Austria, Danimarca, Estonia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Regno Unito. Poiché il COVID-19 grave e la morte sono più comuni tra gli individui vulnerabili e questi gruppi sono attualmente meno colpiti rispetto ad altri gruppi, l’impatto della malattia è ancora basso.

Questo dà un rischio complessivo moderato del COVID-19 per la popolazione generale e per la fornitura di assistenza sanitaria. Tuttavia, va notato che con un elevato volume di trasmissione che continua nel corso di diverse settimane, la schermatura degli individui vulnerabili diventa difficile e poiché l’impatto della malattia in questi gruppi è molto alto, il rischio per questa popolazione rimane molto alto.

Inoltre, il numero di pazienti ospedalizzati e di casi gravi aumenterà inevitabilmente poiché anche alcuni pazienti di età <65 anni avranno bisogno di ospedalizzazione e cure in terapia intensiva, sebbene in proporzioni inferiori rispetto ai pazienti più anziani, con un conseguente stress per la prestazione sanitaria.

Il secondo sottogruppo comprende paesi con tendenze ad alto rischio, cioè con tassi di notifica elevati o in aumento nei casi più vecchi e, di conseguenza, una percentuale maggiore di casi ospedalizzati e gravi.

In questi paesi, sono già stati osservati tassi di notifica di morte in aumento o elevati (al 13 settembre in Bulgaria, Croazia, Rep.Ceca, Ungheria, Malta, Romania e Spagna) o potrebbero essere osservati presto. In alcune aree locali / regionali di questi paesi, l’assistenza sanitaria è già sotto pressione, con alti tassi di occupazione dei letti in ospedale e in terapia intensiva e alti livelli di affaticamento tra gli operatori sanitari.

I miglioramenti che sono stati fatti nella gestione dei casi, nel trattamento di supporto e nella cura “non sono ancora sufficienti per evitare malattie gravi e morte in un’ampia percentuale di pazienti vulnerabili”, sottolinea il Centro europeo, che sottolinea come “l’implementazione di NPI più rigorosi, che si è dimostrato efficace nel controllare l’epidemia in tutti i paesi dell’UE / SEE e nel Regno Unito nella primavera del 2020, sembra essere l’unica strategia disponibile che può essere in grado di garantire un impatto moderato (anziché elevato) della malattia sugli individui e sulla fornitura di assistenza sanitaria”.

“Pertanto, in questi paesi – scrive l’Ecdc – anche con un’attuazione tempestiva e rigorosa degli NPI, il rischio di COVID-19 è valutato alto per la popolazione generale e molto alto per gli individui vulnerabili”.

24 settembre 2020
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Covid e scuole. Con febbre sopra i 37,5° o sintomi riconducibili al virus scatta il tampone. Per alunni e operatori priorità per esecuzione test. Le nuove indicazioni

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Pubblicata una nuova circolare della Direzione della Prevenzione del Ministero della Salute con gli scenari più frequenti rispetto al verificarsi di casi e/o focolai da COVID-19 nelle scuole e le conseguenti indicazioni sia per il contenimento dell’epidemia che per garantire la continuità in sicurezza delle attività didattiche ed educative. Corsia preferenziale per alunni e operatori che devono effettuare il test. Se si è positivi si tornerà a scuola solo con doppio tampone negativo. LA CIRCOLARE

25 SET – Con febbre superiore al 37,5° o sintomi compatibili con il Covid scatta il tampone per alunni o operatori scolastici che avranno in ogni caso una corsia preferenziale per l’effettuazione del test. È quanto prevede una nuova circolare del Ministero della Salute che intende fare chiarezza sulla questione di come comportarsi in caso che un alunno o un lavoratore della scuola manifestino sintomi in riconducibili al virus.

Ecco qui di seguito le indicazioni rappresentati gli scenari più frequenti rispetto al verificarsi di casi eo focolai da COVID-19 nelle scuole e le conseguenti indicazioni sia per il contenimento dell’epidemia che per garantire la continuità in sicurezza delle attività didattiche ed educative.

In particolare, le indicazioni riguardano quattro scenari, che concorrono a definire un “caso sospetto”, anche sulla base della valutazione del medico curante (PLS/MMG):

a) caso in cui un alunno presenti un aumento della temperatura corporea al di sopra di 37,5°C o sintomatologia compatibile con COVID-19, in ambito scolastico;

c) caso in cui un operatore scolastico presenti un aumento della temperatura corporea al di sopra di 37,5°C o sintomatologia compatibile con COVID-19, in ambito scolastico;

d) caso in cui un operatore scolastico presenti un aumento della temperatura corporea al di sopra di 37.5°C o sintomatologia compatibile con COVID-19, al proprio domicilio.

In presenza di sintomatologia sospetta, il pediatra di libera scelta (PLS)/medico di medicina generale (MMG), richiede tempestivamente il test diagnostico e lo comunica al Dipartimento di Prevenzione (DdP), o al servizio preposto sulla base dell’organizzazione regionale.

Il DdP, o il servizio preposto sulla base dell’organizzazione regionale, provvede all’esecuzione del test diagnostico. Se il caso viene confermato, il DdP si attiva per l’approfondimento dell’indagine epidemiologica e le procedure conseguenti. Si sottolinea che gli operatori scolastici e gli alunni hanno una priorità nell’esecuzione dei test diagnostici.

Alunno/operatore scolastico positivo al test diagnostico per SARS-CoV-2 Se il test risulta positivo, si notifica il caso al DdP che avvia la ricerca dei contatti e indica le azioni di sanificazione straordinaria della struttura scolastica nella sua parte interessata, secondo quanto previsto dal documento di cui sopra recante ‘Indicazioni operative per la gestione di casi e focolai di SARS-CoV-2 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia’. Per il rientro in comunità bisognerà attendere la guarigione secondo i criteri vigenti. Attualmente le indicazioni scientifiche prevedono l’effettuazione di due tamponi (test di biologia molecolare) a distanza di 24 ore l’uno dall’altro con un contestuale doppio negativo, cui potrà conseguire la conclusione dell’isolamento e l’inserimento in comunità. L’alunno/operatore scolastico rientrerà a scuola con attestazione di avvenuta guarigione e nulla osta all’ingresso o rientro in comunità.

Alunno/operatore scolastico negativo al test diagnostico per SARS-CoV-2 Se il test diagnostico è negativo, in paziente sospetto per infezione da SARS-CoV-2, secondo sua precisa valutazione medica, il pediatra o il medico curante, valuta il percorso clinico/diagnostico più appropriato (eventuale ripetizione del test) e comunque l’opportunità dell’ingresso a scuola. In caso di diagnosi di patologia diversa da COVID-19, la persona rimarrà a casa fino a guarigione clinica seguendo le indicazioni del PLS/MMG.

Alunno od operatore scolastico convivente di un caso accertato Si sottolinea che qualora un alunno o un operatore scolastico fosse convivente di un caso, esso, su valutazione del Dipartimento di prevenzione, sarà considerato contatto stretto e posto in quarantena. Eventuali suoi contatti stretti (esempio compagni di classe dell’alunno in quarantena), non necessitano di quarantena, a meno di successive valutazioni del Dipartimento di Prevenzione in seguito a positività di eventuali test diagnostici sul contatto stretto convivente di un caso.

Attestazione di nulla osta all’ingresso o rientro in comunità dopo assenza per malattia In caso di test diagnostico per SARS-CoV-2 con esito positivo, il PLSMMG, dopo aver preso in carico il paziente ed aver predisposto il corretto percorso diagnostico erapeutico predispone, dopo la conferma di avvenuta guarigione, con l’effettuazione di due tamponi a distanza di 24 ore, l’uno dall’altro risultati negativi, “Attestazione di nulla osta all’ingresso o al rientro in comunità”. In caso di patologie diverse da COVID-19, con tampone negativo, il soggetto rimarrà a casa fino a guarigione clinica seguendo le indicazioni del PLS/MMG che redigerà una attestazione che l’alunno/operatore scolastico può rientrare scuola poiché è stato seguito il percorso diagnostico terapeutico e di prevenzione per COVID-19, come disposto da documenti nazionali e regionali.

25 settembre 2020
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Allegati:

spacer La circolare