G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Bologna: concorso pubblico per 5 infermieri dirigenti, area integrazione e Continuità Assistenziale. Al via le domande

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Al via le domande per il concorso pubblico presso la AUSL di Bologna

Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di n. 5 posti vacanti, a tempo indeterminato, presso l’Azienda U.S.L. di Bologna nel profilo professionale di Dirigente delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e della professione di ostetrica – area infermieristica per le specifiche esigenze dell’ambito della Integrazione e della Continuità Assistenziale.

Considerato che vi è la necessità di reclutare un professionista particolarmente esperto, in possesso di competenze e conoscenze professionali specifiche come di seguito indicate:

  1. consolidate competenze gestionali di governo delle risorse professionali all’interno di progetti integrati di continuità delle cure e dell’assistenza tra strutture ospedaliere e territoriali.
  2. Sviluppo di reti cliniche e modelli integrati di presa in carico territoriale.
  3. Sviluppo di modelli e strumenti atti a garantire la continuità delle cure per il paziente cronico, in particolare durante la transizione tra i diversi setting di assistenza in ambito ospedaliero e territoriale.
  4. Sviluppo di setting di cure intermedie e relativi modelli organizzativi e assistenziali.
  5. Strategie e modalità operative per lo sviluppo di modelli organizzativi innovativi finalizzati alla presa in carico territoriale della cronicità assicurando la continuità delle cure e dell’assistenza, definendo e garantendo percorsi assistenziali integrati e condivisi con il paziente e il caregiver.
  6. Conoscenze relative a metodologia e strategia di implementazione di modelli organizzativi e assistenziali innovativi ad elevata autonomia tecnico –gestionale, sia ospedalieri che territoriali.
  7. Processo di budgeting e meccanismi di controllo dei processi produttivi di propria competenza.
  8. Strumenti di governo clinico e di sviluppo dei processi assistenziali per la sicurezza delle cure ed esiti delle stesse.

Le suddette prove saranno orientate, in particolare, all’accertamento delle competenze e delle conoscenze specifiche relative all’ambito professionale indicato nel presente bando.

La domanda dovrà pervenire, a pena di esclusione, entro il trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione dell’estratto del presente bando nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Pubblicato sul B.U.R. n. 250 del 31.07.2019. Pubblicato sulla G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Redazione NurseTimes

Allegato

Bando infermiere Dirigente AUSL Bologna, Area integrazione e Continuità Assistenziale

#NurseTimes – Giornale di informazione Sanitaria
G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Bologna: concorso pubblico per infermiere dirigente, area Piattaforme Comparti Operatori – Centrale Sterilizzazione – Endoscopie

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Al via le domande per il concorso pubblico presso la AUSL di Bologna

Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di n. 1 posto vacante, a tempo indeterminato, presso l’Azienda U.S.L. di Bologna, nel profilo professionale di Dirigente delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e della professione di ostetrica – area infermieristica. Richieste specifiche esigenze dell’ambito Piattaforme Comparti Operatori – Centrale Sterilizzazione – Endoscopie.

Considerato che vi è la necessità di reclutare un professionista particolarmente esperto, in possesso di competenze e conoscenze professionali specifiche come di seguito indicate:

  1. Consolidate competenze gestionali di governo delle risorse professionali e strumentali all’interno di progetti integrati aziendali ed extraziendali in ambito chirurgico ed endoscopico.
  2. Consolidate competenze gestionali e professionali nell’ambito della riorganizzazione dei Blocchi Operatori secondo il modello Hub and Spoke.
  3. Sviluppo di modelli innovativi volti a garantire la presa in carico del paziente e la valorizzazione del ruolo di empowerment dell’infermiere nella gestione di flussi logistici nelle strutture eroganti prestazioni di Endoscopia ad alta complessità.
  4. Sviluppo di modelli di integrazione professionale nell’ambito delle Centrali di Sterilizzazione, definizione di meccanismi operativi per il governo dei percorsi tra Centrali di Sterilizzazione –Ospedale/Territorio, con particolare riferimento ai Blocchi Operatori ad alta complessità.
  5. Consolidate competenze gestionali nell’ambito dell’integrazione logistico funzionale tra Blocco Operatorio, Endoscopie e Centrali di Sterilizzazione.
  6. Processo di budgeting e meccanismi di controllo dei processi produttivi di propria competenza.
  7. Strumenti di governo clinico e di sviluppo di processi assistenziali per la sicurezza delle cure ed esiti delle stesse.

Le suddette prove saranno orientate, in particolare, all’accertamento delle competenze e delle conoscenze specifiche relative all’ambito professionale indicato nel presente bando.

La domanda dovrà pervenire, a pena di esclusione, entro il trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione dell’estratto del presente bando nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Pubblicato sul B.U.R. n. 250 del 31.07.2019. Pubblicato sulla G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Redazione NurseTimes

Allegato

Bando infermiere dirigente AUSL Bologna Area infermieristica per le specifiche esigenze dell’ambito Piattaforme Comparti Operatori – Centrale Sterilizzazione – Endoscopie

#NurseTimes – Giornale di informazione Sanitaria
G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Bologna: concorso pubblico per infermiere dirigente, area emergenza 118. Al via le domande

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Al via le domande per il concorso pubblico presso la AUSL di Bologna

Concorso pubblico, per titoli ed esami, per la copertura di n. 1 posto vacante a tempo indeterminato presso l’Azienda U.S.L. di Bologna nel profilo professionale di Dirigente delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e della professione di ostetrica – area infermieristica per le specifiche esigenze dell’ambito dell’Emergenza e 118.

Considerato che vi è la necessità di reclutare un professionista particolarmente esperto, in possesso di competenze e conoscenze professionali specifiche come di seguito indicate:

1) Applicazione di modelli assistenziali e organizzativi a sistemi di emergenza urgenza organizzati secondo il modello Hub&Spoke.

2) Elaborazione ed attuazione di progetti di innovazione organizzativa nell’ambito dell’emergenza 118 e della gestione di centrali di trasporto integrate.

3) Elementi di governo clinico assistenziale relativi a percorsi di emergenza urgenza dimostrati dalla partecipazione alla stesura di apposite procedure/percorsi/PDTA.

4) Processo di budgeting e meccanismo di controllo dei processi produttivi nell’ambito dell’emergenza urgenza.

5) Consolidate competenze gestionali di governo delle risorse professionali.

6) Conoscenze relative a metodologia e strategia di implementazione di processi formativi volti allo sviluppo professionale nel trattamento delle patologie tempo dipendenti.

Le suddette prove saranno orientate, in particolare, all’accertamento delle competenze e delle conoscenze specifiche relative all’ambito professionale indicato nel presente bando.

La domanda dovrà pervenire, a pena di esclusione, entro il trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione dell’estratto del presente bando nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Pubblicato sul B.U.R. n. 250 del 31.07.2019. Pubblicato sulla G.U. n. 66 del 20/08/19. Scade il 19 settembre 2019.

Redazione NurseTimes

Allegato

Bando infermiere Dirigente AUSL Bologna Area Emergenza

#NurseTimes – Giornale di informazione Sanitaria

Cronicità, Italia a macchia di Leopardo. Va peggio dove l’assistenza è carente e mancano più infermieri, i ‘pivot’ dell’assistenza

20/08/2019 – Think tank al Meeting Salute di Rimini 2019 sulla cronicità: il portavoce FNOPI Tonino Aceti illustra la ricetta FNOPI per un’assistenza efficace

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che oltre l’80% delle risorse in sanità è assorbito dalla cronicità che rappresenta, quindi, la vera priorità di tutti i Paesi industrializzati. Un’urgenza legata alla crescita esponenziale della spesa sociale non solo per l’invecchiamento della popolazione, ma anche per l’andamento del mercato del lavoro e i provvedimenti sui sistemi pensionistici.

Per scegliere i modelli organizzativi più adeguati a rispondere a questo cambiamento inevitabile è importante tenere in considerazione che gli obiettivi di cura dei pazienti con cronicità, non potendo essere rivolti alla guarigione, sono quelli del miglioramento del quadro clinico e dello stato funzionale, la minimizzazione della sintomatologia, la prevenzione della disabilità e il miglioramento della qualità di vita.

Nel 2020, già il prossimo anno quindi, si stima che le cronicità rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo. Impegnano il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale. In Europa sono già responsabili dell’86% di tutti i decessi e di una spesa sanitaria annua valutabile in 700 miliardi di euro.
In Italia sono 24 milioni le persone che nel 2017 ne soffrono, per una spesa complessiva di quasi 67 miliardi a vario titolo. Le malattie croniche lo scorso anno hanno interessato quindi quasi il 40% della popolazione italiana, di cui 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che oltre l’80% delle risorse in sanità è assorbito dalla cronicità che rappresenta, quindi, la vera priorità di tutti i Paesi industrializzati. Un’urgenza legata alla crescita esponenziale della spesa sociale non solo per l’invecchiamento della popolazione, ma anche per l’andamento del mercato del lavoro e i provvedimenti sui sistemi pensionistici.

Per scegliere i modelli organizzativi più adeguati a rispondere a questo cambiamento inevitabile è importante tenere in considerazione che gli obiettivi di cura dei pazienti con cronicità, non potendo essere rivolti alla guarigione, sono quelli del miglioramento del quadro clinico e dello stato funzionale, la minimizzazione della sintomatologia, la prevenzione della disabilità e il miglioramento della qualità di vita.

Nel 2020, già il prossimo anno quindi, si stima che le cronicità rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo. Impegnano il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale. In Europa sono già responsabili dell’86% di tutti i decessi e di una spesa sanitaria annua valutabile in 700 miliardi di euro.

In Italia sono 24 milioni le persone che nel 2017 ne soffrono, per una spesa complessiva di quasi 67 miliardi a vario titolo. Le malattie croniche lo scorso anno hanno interessato quindi quasi il 40% della popolazione italiana, di cui 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.

Per rispondere a questa nuova esigenza di salute il Servizio sanitario nazionale (Ssn), primo fra tutti i Paesi europei, ha sviluppato e approvato nel 2016 il Piano Nazionale della Cronicità (PNC). Ma a quasi 3 anni dalla sua approvazione ancora ci sono Regioni che non hanno neppure recepito almeno formalmente il Piano.

“Purtroppo – spiega Tonino Aceti, Portavoce della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) – la mancata/ritardata attuazione e/o l’attuazione a macchia di leopardo da parte delle Regioni, di Leggi e/o atti di programmazione sanitaria nazionale già approvati, continua a rappresentare una tra le principali criticità dell’attuale governance del Servizio Sanitario Pubblico, che contribuisce a minare la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e ad aumentare le attuali disuguaglianze che già esistono tra le Regioni”.

“Il Piano – aggiunge Aceti – valorizza e dà centralità alla professione infermieristica richiamandola esplicitamente ben 36 volte all’interno del testo, ma a oggi sono 17 le Regioni ad averlo recepito formalmente con un atto specifico, di cui la Campania lo ha recepito solo il 24 luglio scorso. La Lombardia ha un proprio Piano. La Basilicata richiama appena il Piano nazionale della cronicità nel suo Piano regionale sociosanitario 2018-2020. La Sardegna sta lavorando ad un piano della Cronicità a livello di ATS mentre non sono ancora reperibili le delibere di recepimento del Piano nazionale di Friuli-Venezia Giulia e Sicilia.

Secondo il portavoce FNOPI sono troppe le differenze tra le Regioni a partire dai tempi di recepimento.

Aceti spiega che “si passa dai 2 mesi della Puglia, ai 3 dell’Umbria, ai 7 dell’Emilia-Romagna, sino ad arrivare ai 33 mesi della Calabria che lo ha recepito il 18 giugno di quest’anno grazie ad un Decreto del Commissario ad acta. Differenze – aggiunge – sono riscontrabili anche nelle modalità di recepimento. Abbiamo recepimenti puramente formali come ad esempio quello del Molise e della Calabria e recepimenti più sostanziali con strategie e azioni puntuali per attuare concretamente i contenuti e il modello del Piano Nazionale della Cronicità. È il caso, solo per fare alcuni esempi, del Piemonte, dell’Umbria e del Veneto che lo ha recepito direttamente all’interno del proprio Piano sociosanitario regionale 2019-2023”.

E un altro fatto è sintomatico, secondo Aceti, di modelli non efficaci perché inseriti in un sistema regionale generalmente poco efficiente. Le Regioni le cui delibere di recepimento del Piano non sono ancora reperibili e quelle che invece lo hanno recepito tardi, come ad esempio la Calabria e il Molise, sono anche quelle Regioni che stando alle anticipazioni dei risultati della sperimentazione del Nuovo Sistema Nazionale di Garanzia dei livelli essenziali di assistenza (LEA, che entrerà in vigore il prossimo anno) hanno maggiori criticità nel garantire i LEA, in molti casi proprio del livello di assistenza distrettuale.

“In tutto questo bisogna anche considerare che ad esempio la Calabria è tra le Regioni con più ampia diffusione di malattie croniche, il Molise e la Sardegna sono le Regioni con rispettivamente maggiori malati di cuore e di osteoporosi”. La prevalenza più elevata di almeno una malattia cronica (45,1% della popolazione) si registra in Liguria. In Calabria si registra poi la quota più elevata di malati di diabete, ipertensione e disturbi nervosi: 8,2%, 20,9% e 7,0% della popolazione. Il Molise si caratterizza per la prevalenza maggiore di malati di cuore, il 5,6% della popolazione, la Liguria per quella più elevata di malati di artrosi/artriti, il 22,6%, la Sardegna per la quota maggiore di malati di osteoporosi, il 10,4%, infine la Basilicata spicca per la prevalenza più alta di malati di ulcera gastrica o duodenale e bronchite cronica, 4,5% e 7,7% rispettivamente. Bolzano presenta la prevalenza più bassa di cronicità per tutte le patologie considerate. 

I Comuni sotto i 2.000 abitanti sono quelli con la quota più elevata di cronicità, quasi il 45%, mentre nelle periferie delle città Metropolitane si riscontra la quota più elevata di persone che soffrono di malattie allergiche, il 12,2% della popolazione residente

“A tutto questo – aggiunge Aceti – si sommano anche le pesanti carenze di personale, soprattutto infermieristico.  Tra carenze ordinarie e straordinarie di Quota 100 e pensionamenti ordinari in Campania mancheranno 8.580 infermieri, in Calabria 3.516, in Sardegna e Sicilia rispettivamente 2.740 e 8.034 unità: oltre 53mila in tutto che con i 22mila di Quota cento potrebbero raggiungere le 75-76mila unità. E superarle, considerando anche gli oltre 11mila pensionamenti ordinari”.

Secondo Aceti alla luce di tutto ciò è prioritario:

·       rafforzare il ruolo del ministero della Salute di sostegno, coordinamento, indirizzo, verifica dei Lea (e relativo intervento quando necessario) nei confronti delle Regioni, anche garantendo la certezza dell’attuazione tempestiva e concreta, in tutto il territorio nazionale, delle decisioni assunte a livello nazionale anche con Accordi tra lo Stato e le Regioni;

·       riconoscere il recepimento e l’attuazione sostanziale del Piano Nazionale delle Cronicità da parte delle Regioni come vero e proprio “adempimento Lea” oggetto di verifica da parte del Comitato nazionale e come indicatore da introdurre e verificare nel nuovo “Sistema nazionale di garanzia dei Lea”, che entrerà in vigore probabilmente nel 2020;

·       valorizzare e mettere a sistema su tutto il territorio nazionale la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità (buona pratica già in alcune Regioni e con importanti risultati in termini di esiti di salute), per garantire l’attuazione efficace e reale del Piano nazionale della cronicità e per portare nelle case delle persone il Servizio Sanitario Pubblico;

·       realizzare e approvare un provvedimento nazionale che definisca gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici dei servizi sanitari territoriali da garantire a tutti i cittadini in tutte le aree del Paese, nelle grandi città, nei piccoli centri, nelle aree interne più disagiate.

·       garantire gli incrementi del Fondo Sanitario nazionale per gli anni 2020 e 2021 così come previsto nell’ultima Legge di Bilancio e accelerare sul nuovo Patto per la Salute.

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L’infermiere di domani? Specialista, manager e garante della continuità dell’assistenza tra ospedale e territorio

19/08/2019 – Think tank al Meeting Salute di Rimini 2019 sulla formazione per le professioni sanitarie: gli interventi della presidente Barbara Mangiacavalli e del consigliere-tesoriere Giancarlo Cicolini.

Lo sviluppo della professione infermieristica non è solo manageriale, ma anche clinico e per questo di fondamentale importanza è riconoscere ai professionisti le specializzazioni e il loro percorso formativo, non solo come approfondimento professionale legato ai master, ma come vero e proprio livello di istruzione universitaria superiore.

E alle specializzazioni saranno anche legati la progressione di carriera e il principio di infungibilità.

Questo il panorama prossimo che la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) sta disegnando per lo sviluppo dell’attività assistenziale degli oltre 450mila suoi iscritti di cui 385mila in servizio e di questi 270mila circa alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale. Numeri che si traducono in una consistenza della professione infermieristica pari a oltre il 45% di chi lavora in sanità e in oltre il 40% di chi dipende dalle strutture pubbliche.

E questo è stato l’argomento al centro del think tank sulla formazione delle professioni al Meeting Salute in svolgimento a Rimini dal 19 al 24 agosto.

“Occorre stratificare le competenze specialistiche sia nei modelli organizzativi che negli incardinamenti normativi e contrattuali”, ha detto la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli.

Già domani quindi ci aspetta un infermiere non più solo dedicato alle “esigenze di reparto e di azienda”, ma specializzato secondo canoni che la Federazione sta mettendo a punto con i ministeri di Salute e Università e su cui presto si confronterà con le Regioni.

Il quadro della nuova professione infermieristica legata alla crescita formativa va dall’infermiere generalista che lavora nell’assistenza generale, partecipando all’identificazione dei bisogni di salute, pianificando, gestendo e valutando l’intervento infermieristico su persone o gruppi di persone, sane o malate, in strutture territoriali e ospedaliere all’infermiere specialista con competenze avanzate che lavora con ampia autonomia nell’assistenza a pazienti complessi e vulnerabili di una determinata tipologia specialistica, contribuisce allo sviluppo della professione ampliando le competenze cliniche a quelle di formazione, organizzazione e ricerca ed esercita la leadership in maniera efficace e proficua, come i modelli internazionali (Oms ad esempio) richiedono.

Un modo nuovo quindi di fare assistenza, che ricalca quanto già accade nei paesi maggiori partner europei come Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, con cui tra l’altro è aperto lo scambio di professionisti.

“Il riferimento alla pratica infermieristica avanzata – spiega Mangiacavalli – è sempre relativo alla pratica clinica ed è caratterizzata da due elementi fondamentali: l’approfondimento e l’estensione del sapere. L’infermiere che ha acquisito competenze avanzate esercita la sua attività con ampia autonomia, contribuisce allo sviluppo della professione attraverso la formazione e la ricerca, è agente di cambiamento (leadership). E le competenze specialistiche avanzate, lo hanno ampiamente dimostrato gli studi internazionali, contribuiscono a migliorare gli esiti clinici”.

Tutto questo poi prevede l’infungibilità della specializzazione, cioè chi è specialista in una branca non può essere utilizzato per un’altra. Si tratta, in analogia con altri professionisti della salute, di riconoscere all’infermiere specialista il suo ruolo, le sue capacità e le sue funzioni all’interno dei meccanismi dell’assistenza. Gli infermieri, spiega la FNOPI, sono spesso risorse utili al sistema per la loro trasversalità professionale ma proprio questo approccio, in questa fase di blocco del turn over, sta facendo perdere lo sviluppo di competenze specialistiche a svantaggio della popolazione assistita.

“L’infungibilità legata alla specializzazione infermieristica – afferma Mangiacavalli – parte dalla necessità di un coordinamento trasversale dell’assistenza che richiede nuovi ruoli, già individuati nelle aree specialistiche. Sono necessarie e prevedibili figure di infermiere con perfezionamento clinico e nel management, formato a vari livelli. e in grado di orientare, governare sia i processi assistenziali tipici di una certa area clinica, sia le competenze professionali necessarie per realizzarli. Ovviamente – chiarisce – per chi non seguirà questo tipo di percorsi, c’è sempre l’infermiere con competenze fondamentali, che svolge la professione garantendo il livello iniziale e più diffuso con competenze commisurate al percorso di base abilitante”.

Alla base di tutto poi c’è la necessità che a formare gli infermieri siano gli infermieri. Oggi la professione infermieristica che negli Atenei è la più numerosa (circa il 45% degli iscritti nelle facoltà mediche) ha un numero troppo basso di docenti-infermieri: il rapporto docenti/studenti è 1:1.350 contro, ad esempio, un rapporto di 1:6 per la facoltà di odontoiatria. Per abilitare i professori necessari ci vorrà anche un investimento relativo di circa 1,7 milioni l’anno, ma è necessario che per una formazione di livello avanzato sia previsto anche un diverso sviluppo del corpo docenti.

“Gli obiettivi di tutto questo – spiega Giancarlo Cicolini, del Comitato centrale della FNOPI – sono di mantenere la continuità dell’assistenza e l’applicazione dei percorsi clinico-assistenziali, garantire appropriatezza dei trasferimenti nelle diverse aree di intensità (alta – media-bassa intensità), migliorare i percorsi di dimissione dei pazienti, integrare al massimo ospedale e territorio, utilizzare in modo razionale le risorse rispetto alla tipologia di paziente e al suo piano di dimissione, valutare i pazienti proposti per il trasferimento da altre unità operative ad altre aree”.

“D’altra parte – aggiunge Cicolini – sono gli stessi infermieri che nella loro formazione chiedono di salire gradini più alti. Una recente indagine Almalaurea, consorzio interuniversitario che analizza ogni anno le condizioni e le aspettative dei laureati, ha evidenziato che Il 65,1% degli infermieri con laurea triennale intende  proseguire gli studi, nel 17,% dei casi con la laurea magistrale e nel 33,9% con i master  e tra quelli con laurea magistrale il 37,3% intende proseguire gli studi con un master o altro corso di perfezionamento (qui si inseriscono le specializzazioni), mentre il 13,5% con il dottorato di ricerca”.

Nella formazione poi un ruolo essenziale soprattutto per garantire qualità assistenziale ai pazienti è l’aggiornamento continuo (ECM, educazione continua in medicina). E di questo la FNOPI si fa garante: ma maggio 2019 ha istituito – prima tra le professioni – una Rete omogenea di referenti per garantire che tutti gli infermieri perseguano l’aggiornamento continuo, valorizzare le esperienze consolidate negli ordini provinciali, condividerle e metterle a disposizione di tutti.

“La FNOPI – spiega Mangiacavalli – ha sempre tenuto nella massima considerazione l’aggiornamento e il ruolo degli infermieri nel sistema Ecm  tanto che abbiamo voluto inserire nel recente, nuovo Codice deontologico un articolo ad hoc secondo cui  ‘l’Infermiere fonda il proprio operato su conoscenze validate dalla comunità scientifica e aggiorna le competenze attraverso lo studio e la ricerca, il pensiero critico, la riflessione fondata sull’esperienza e le buone pratiche, al fine di garantire la qualità e la sicurezza delle attività. Pianifica, svolge e partecipa ad attività di formazione e adempie agli obblighi derivanti dal programma di Educazione Continua in Medicina’, in modo tale da chiarire bene a tutti come la professione si pone nei confronti dell’Ecm, a garanzia dei pazienti”.

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Auguri di Ferragosto OPI Lecce

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«Patto» rimandato a settembre, ma la Salute non può attendere

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Il mondo frenetico in cui viviamo e la velocità con cui si diffondono, per svanire rapidamente, informazioni e conoscenze ha generato una bolla virtuale dove si è perso il valore del tempo, dimenticando che quello passato non è più recuperabile, soprattutto quando gli obiettivi da raggiungere sono rilevanti, richiedono complesse valutazioni tecniche e necessitano di processi di consenso tra più soggetti non sempre in sintonia. La sublimazione del tempo, con il perpetuo rimandare delle scadenze, fa parte integrante del Dna della politica, in particolare di quella italiana.
Per la politica sanitaria il caso di studio è rappresentato dal Patto per la Salute 2019-2021, ovvero l’accordo finanziario e programmatico tra Governo e Regioni per gestire la sanità pubblica e tutelare la salute delle persone. Peraltro, questo Patto è anche conditio sine qua non per assicurare ad un asfittico Servizio sanitario nazionale (Ssn) l’incremento di 2 miliardi di euro nel 2020 e di ulteriori 1,5 miliardi nel 2021 che la Legge di Bilancio 2019 ha subordinato alla stipula del Patto per la Salute 2019-2021 contenente “misure di programmazione e di miglioramento della qualità delle cure e dei servizi erogati e di efficientamento dei costi”. Se la scadenza per la stipula del Patto era stata inizialmente fissata al 31 gennaio 2019, poi ufficialmente al 31 marzo 2019, il 1° agosto la ministra Giulia Grillo, incalzata dai giornalisti, ufficializza che il Patto per la Salute è stato “rimandato a settembre” dichiarando che «è stato raggiunto un accordo di massima su molte questioni importanti, ma restano da definire alcuni aspetti».
Ma come è possibile bruciare 8 mesi per accordarsi su un documento che definisce le politiche sanitarie del triennio (in parte già svanito) e garantisce le risorse aggiuntive al Ssn? Ecco la cronistoria:
• 13 febbraio. Le Regioni elaborano un documento che definisce la cornice politico-istituzionale prima della stesura del Patto al fine di un primo confronto con la Ministra Grillo. Ma nel primo incontro ufficiale del 27 febbraio il Ministero prende tempo sulle “regole di ingaggio” proposte dalle Regioni.
• 14 marzo. La Ministra invia al presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini una contro-proposta, bocciata senza appello dalle Regioni perché giudicata “invasiva”.
• 16 aprile. Nel secondo incontro ufficiale Governo e Regioni abbandonano l’ipotesi di una cornice politico-istituzionale e danno il via libera ai tavoli tecnici.
• 22 maggio. La Ministra convoca gli 11 gruppi di lavoro per la stesura del Patto: LEA e Piani di rientro, risorse umane, mobilità sanitaria, Enti vigilati, governance farmaceutica e dei dispositivi medici, investimenti, reti strutturali di assistenza territoriale sociosanitaria, fondi integrativi, modelli previsionali, ricerca, efficienza e appropriatezza utilizzo fattori produttivi.
• 27 maggio. Viene elaborata una bozza che, al di là dei contenuti tecnici, finisce sotto i riflettori solo per la clausola di salvaguardia che rischia di vanificare le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio: le Regioni si irrigidiscono, ma ritrovano la sintonia con la Ministra sulla necessità di abolire la clausola.
•11 giugno. La ministra Grillo dichiara che “Per la chiusura del Patto per la Salute […] avremo incontri a tambur battente nei prossimi giorni. Le idee sono chiare, dobbiamo solo dare delle priorità e mettere giù dei punti sui quali realisticamente andare avanti, e non un libro dei sogni. Sicuramente entro agosto”.
•8-9-10 luglio. Il ministero della Salute organizza la “Maratona Patto per la Salute”, grande kermesse per raccogliere le proposte di tutti gli stakeholder della salute.
•17 luglio. La ministra Grillo nella relazione di attività davanti alle Commissioni Affari Sociali della Camera e Igiene e Sanità del Senato dichiara che «le interlocuzioni con Regioni e Province autonome stanno proseguendo per arrivare ad un documento condiviso […] sono sicura che arriveremo a chiudere un Patto per la Salute che restituisca alla sanità una centralità nelle politiche del Paese».

Se il cocente sole d’agosto da un lato “costringe” la politica a rimandare tutto a settembre, dall’altro stimola alcune riflessioni sul difficile parto di uno strumento che fissa i “paletti” tecnici per orientare quella leale collaborazione Governo e Regioni finalizzata alla tutela della salute, in Italia sempre più diseguale e con un gap Nord-Sud ormai incolmabile.
Innanzitutto, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il Patto per la Salute è uno strumento anacronistico: copre un arco temporale troppo breve, non viene sottoposto ad alcun monitoraggio ed ha sempre collezionato clamorosi fallimenti. Ad esempio, il Patto 2014-2016 – siglato il 10 luglio 2014 – è diventato carta straccia quando il Governo ha tagliato le risorse concordate e le Regioni si sono trincerate dietro lo slogan no money no Patto. In secondo luogo, l’obiettivo di rinnovare il Patto ogni tre anni non viene mai rispettato perché, verosimilmente, è una residuale attività della politica legata alla scadenza dei mandati: in particolare, dopo la morte prematura il Patto 2014-2016 non è mai stato rinnovato dal precedente Esecutivo perché avrebbe sforato la durata della legislatura. Infine, il Patto è ormai un terreno di scontro politico visto che le posizioni dei “contraenti” sono fortemente condizionate da correnti partitiche e da innumerevoli interessi locali sul fronte delle Regioni, che rendono impossibili accordi unanimi, ma richiedono solo compromessi e mediazioni. In altri termini, la scottante “merce di scambio” rende sempre più difficile mettere in sintonia non solo Governo e Regioni, ma soprattutto le Regioni con obiettivi divergenti, conflittuali e ulteriormente destabilizzati dal regionalismo differenziato.
Eppure, durante il primo anno di Governo la Ministra Grillo ha portato a casa numerosi risultati: dal piano nazionale per il governo delle liste di attesa alla rimozione del blocco del tetto di spesa sul personale, dall’accordo sul payback farmaceutico alle linee guida per la governance del farmaco e dei dispositivi medici, dal rinnovo del contratto per la dirigenza all’aumento delle borse di studio per scuole di specializzazione e medici di famiglia, dallo sblocco dei fondi per l’edilizia sanitaria ai contributi per la ricerca. Purtroppo, impegno e buona volontà del Ministro della Salute non bastano per risollevare la sanità pubblica perché ci sono di mezzo le crescenti divergenze giallo-verdi, la pachidermica lentezza del Parlamento, i rapporti con gli altri Ministeri (Mef e Miur in primis) e gli attriti continui con le Regioni dove il clamoroso ritardo nella stipula del Patto per la Salute ne rappresenta la cartina al tornasole.
E a proposito di sole… quasi lo dimenticavo perché forse ne ho preso troppo. Scommettiamo che il Patto per la Salute non è rimandato a settembre ma a fine anno, quando le risorse saranno definitivamente messe nero su bianco con la Legge di Bilancio 2020?

* Presidente Fondazione Gimbe

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Meeting Salute di Rimini 2019: gli infermieri accanto alle persone per insegnare la buona salute

12/08/2019 – La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) sarà presente dal 19 al 24 agosto al Meeting della Salute di Rimini (Padiglione C3 Fiera di Rimini), organizzato all’interno del tradizionale Meeting dell’amicizia

La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) sarà presente dal 19 al 24 agosto al Meeting della Salute di Rimini (Padiglione C3 Fiera di Rimini), organizzato all’interno del tradizionale Meeting dell’amicizia.

Gli infermieri al Meeting di Rimini sono nel loro “ambiente naturale”: con le persone, accanto alle persone, per portare un messaggio che sia da un lato sociale e di coesione e dall’altro di educazione alla salute per le famiglie. La buona salute infatti si fa curando e assistendo i malati – in questi anni soprattutto cronici, anziani e non autosufficienti – ma anche prevenendo con un’opera di sensibilizzazione indirizzata a tutti, giovani e meno giovani, perché si seguano regole semplici e stili di vita sani, perché si impari a evitare quanto più possibile la malattia e soprattutto anche ad aiutare gli altri perché facciano altrettanto.

Al Meeting la FNOPI, attraverso i suoi Ordini dell’Emilia-Romagna coordinati da quello di Rimini, offrirà un’immagine completa e positiva della professione, perché le persone comprendano che ciò che gli infermieri fanno quotidianamente per loro.
E lo farà attirando la loro attenzione sul come star bene e come poter far stare bene gli altri, mettendo a disposizione nel suo stand materiale divulgativo che spieghi ad esempio come evitare le infezioni,come superare la dipendenza da smartphone che oggi è un problema serio soprattutto per i giovani, come evitare gli incidenti stradali, ma anche come disostruire le vie respiratorie di adulti e bambinicome evitare incidenti ai bambini in acqua, i cibi pericolosi per i bembini  e così via con sette infografiche – una al giorno – realizzate da Marina Vanzetta, infermiera e redattrice responsabile redazionale della rivista on line della Federazione “L’Infermiere”. Stando quindi con le persone, facendo educazione sanitaria e dando loro, anche attraverso video e mini-corsi su manovre d’emergenza, il supporto che chiedono.
Per le persone la salute è importante e per questo vogliono capire e imparare come fare a preservarla e a tenerla sempre più alta.
Un compito proprio di questi professionisti, come anche sottolineato alla FNOPI da Papa Francesco che parlando agli infermieri ha detto: “Non stancatevi mai di stare vicini alle persone con questo stile umano e fraterno, trovando sempre la motivazione e la spinta per svolgere il vostro compito. La tenerezza è la chiave per capirlo, ed è anche una medicina preziosa per la sua guarigione. La tenerezza passa dal cuore alle mani, passa attraverso un ‘toccare’ le ferite pieno di rispetto e di amore: voi toccate i malati e, più di ogni altro, vi prendete cura di loro”.
Al Meeting la FNOPI interverrà anche in quattro talk. Quello sulla formazione delle professioni, a cui parteciperà la presidente della Federazione Barbara Mangiacavalli e il consigliere-tesoriere Giancarlo Cicolini, il talk sull’assistenza ai pazienti con cronicità al quale interverrà il portavoce FNOPI Tonino Aceti, quello su “l’altro volto dell’Alzheimer” con il consigliere Nicola Draoli e il talk su “quale assistenza nel paese più vecchio del mondo a cui parteciperà il consigliere FNOPI Cosimo Cicia.
Dell’evento verrà data ampia diffusione attraverso comunicati stampa e report pubblicati sul sito istituzionale www.fnopi.it, ma anche sui social FNOPI che, pur essendo nati solo a febbraio 2018 con la nascita della Federazione grazie alla legge 3/2018, rispetto alla presenza consolidata della altre Federazioni sanitarie nel panorama social almeno triennale, in poco più di un anno hanno conquistato il primo posto tra le professioni sanitarie su Instagram, il secondo su Facebook e Youtube (ma con un numero maggiore di video presenti rispetto alle altre) e il terzo su Twitter (ma primo in termini “mi piace”).

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Il contratto dei medici tra luci e ombre per la dirigenza delle professioni sanitarie

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08 AGO – Gentile Direttore,
ritorno sul rinnovo del CCNL della Dirigenza del Medica, Veterinaria e Sanitaria del SSN, firmato il 24 luglio u.s. a distanza di 10 anni, già scaduto il 31 dicembre 2018, con l’auspicio di riprendere da subito il confronto e la discussione per il periodo 2019/2021.
In una precedente nota erano state formulate espressioni positive relativamente ad alcuni importanti risultati raggiunti (unificazione dei fondi, aumento economico, progressione economica alle scadenze 5-15-20 anni, maggiori voci stipendiali su pensione e liquidazione, etc.).

L’approfondimento di documentazioni, propedeutici all’inizio della fase di discussione in ARAN, ha spinto
molti professionisti (dirigenti già inseriti nel SSN e “aspiranti dirigenti”), attraverso il sistema web, ad esprimere il forte disappunto per una nuova penalizzazione e per una considerazione ancora una volta diversa (a fronte di impegni e responsabilità certamente non inferiori alle altre dirigenze sanitarie).
In particolare si fa riferimento all’atto di indirizzo all’Aran del 26 ottobre 2017 per il rinnovo del CCNL che, oltre a precisi riferimenti al contesto generale e alle due linee prioritarie di intervento, pesantemente coinvolgenti e riguardanti la Dirigenza delle Professioni Sanitarie, dava proprio questo incarico alle parti negoziali “… omissis … Il CCNL dovrà, altresì, definire l’opportuna collocazione del personale con qualifica dirigenziale delle professioni sanitarie, ai sensi della Legge n. 251/2000 nei limiti di cui all’art. 40 comma 1 del D.lgs n.165/2001”.

Non vengono superate le differenziazioni economiche  (indennità di esclusività e specificità medica per medici e veterinari, indennità di esclusività per le altre professioni sanitarie, nulla per la dirigenza delle professioni sanitarie),  con l’evidente mancato rispetto del “pari diritti e pari dignità” rispetto alle altre dirigenze sanitarie);

Non viene trovata soluzione alle criticità presenti nella normativa concorsuale riguardante le Professioni Sanitarie, relativamente all’accesso alle posizioni di Direzione di SC (in analogia con quanto avviene con le altre dirigenze sanitarie – L. 158/2012 – Balduzzi);

Non vengono considerati gli anni lavorati nell’Area del Comparto per il riconoscimento delle progressioni economiche alle scadenze 5-15-20 anni, sempre per il rispetto del principio “pari diritti e pari dignità”  (non è giusto che un professionista che accede al ruolo dirigenziale dopo 15-20 anni di inquadramento nell’Area del Comparto debba iniziare da zero, senza alcun riconoscimento del pregresso, con il forte rischio di non arrivare al beneficio del ventesimo anno);

Nell’Art.18 –punto 1 – comma c – non viene specificato che l’incarico di direzione delle professioni sanitarie (apicale) è equiparato all’ incarico di direzione di struttura complessa, come in essere almeno nel 50% delle posizioni dirigenziali al momento in essere  (al pari dei riferimenti del Direttore Medico di Presidio e del Direttore di Distretto).

C’è da capire se si è trattato di una “svista” di ARAN e Comitato di Settore … o di una precisa volontà di qualcuno a continuare a “perimetrare” una Dirigenza Sanitaria che tutti riconoscono (a parole) come fondamentale per il funzionamento del SSN … ma considerata diversamente nei fatti.

È anche opportuno rendere evidente che le normative che disciplinano il funzionamento del sistema e delle professioni sanitarie  risalgono a 20 e 27 anni fa, sicuramente non più in linea con le reali esigenze di oggi, con l’assoluta esigenza di adeguamenti, tenuto conto sia delle evoluzioni normative e formative che hanno interessato le Professioni Sanitarie, sia dell’importanza della Direzione delle Professioni Sanitarie nelle azioni programmatorie, organizzative e gestionali nelle Aziende Sanitarie (certamente l’unica direzione “di sistema” e non “di settore”), non certamente per “lobby” ma per caratterizzazioni e specificità professionali e di saperi, non mutuabili e non contendibili da altri..

E siccome era chiara a tutti la situazione, viene naturale domandarsi il perché della mancata attenzione al riguardo, con il rimando (rimpallo) ai livelli ministeriali e governativi di adeguamento legislativo e/o di atti di indirizzo, o con il richiamo al comma 2 dell’art. 40 del D.Lgs 165/2001 per quanto di competenza ARAN (vedi dichiarazioni congiunte 6 e 7)

ANDPROSAN richiama la giusta attenzione e richiede:
– gli interventi di adeguamento necessari relativamente alle criticità evidenziate (legislativi e di indirizzo), a livello governativo, a livello ministeriale, a livello delle Regioni (Comitato di Settore), della stessa ARAN, ognuno per quanto di competenza e responsabilità;

– un riconoscimento economico pari alle altre dirigenze sanitarie, nelle more degli adeguamenti normativi e degli atti di indirizzo necessari a superare le criticità presentate, anche attraverso specifiche disposizioni collegate alla prossima legge di bilancio, per il superamento delle criticità in essere (riguardanti anche le dirigenze di aree sanitarie di altri Enti);

– il riconoscimento di pari diritti e pari dignità rispetto alle altre dirigenze sanitarie.

Dott. Marcello Bozzi
Segretario ANDPROSAN (Associazione nazionale Dirigenti professioni sanitarie)

08 agosto 2019
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“Al Sud meno personale e posti letto. Serve piano straordinario di investimenti per la sanità”. L’appello della Svimez

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L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno lancia l’allarme nelle sue anticipazioni del Rapporto 2019. “Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura”. LE SLIDE

03 AGO – “L’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini”. È questo l’allarme lanciato dalla Svimez nelle sue anticipazioni del Rapporto 2019.

L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno ha stimato che il gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord (calcolato moltiplicando la differenza tra i tassi di occupazione specifici delle due ripartizioni per la popolazione meridionale) nel 2018 è stato pari a 2 milione 918 mila persone, al netto delle forze armate. È interessante notare che la metà di questi riguardano lavoratori altamente qualificati e con capacità cognitive elevate. I settori nei quali vi sono i maggiori gap sono i servizi (1 milione e 822 mila unità, -13,5%), l’industria in senso stretto (1 milione e 209 mila lavoratori, -8,9%) e sanità, servizi alle famiglie e altri servizi (che complessivamente presentano un gap di circa mezzo milione di unità)”.

Ma non solo per la Svimez “il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord”.

Tutti che dati fanno emergere, secondo la SVIMEZ, “l’urgenza di un piano straordinario di investimenti sulle infrastrutture sociali del Mezzogiorno: scuole, ospedali, presidi socio-sanitari, asili nido”.

03 agosto 2019
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