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Indennità di specificità infermieristica: un riconoscimento meritato, ancora da rafforzare

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L’indennità infermieristica prevista nella legge di bilancio 2021 non è “un’offesa verso le altre professioni” come è stato dichiarato in modo del tutto fuori luogo dal presidente di altra Federazione: l’infermiere assiste clinicamente, organizzativamente, psicologicamente e socialmente h24 le persone che hanno bisogni sanitari di ogni tipo ed è l’unica professione che lo fa.

Per questo la FNOPI  ha chiesto da tempo ormai un’area infermieristica separata di cui l’indennità è la prima pietra. Che a quanto pare, creando una situazione di fatto diversa in analogia con quella della dirigenza, è anche più utile per evitare attriti tra professionisti tra i quali invece dovrebbe esserci esclusivamente collaborazione e sinergia.

“Questo  – sottolinea la Federazione degli infermieri – il ministro della Salute Roberto Speranza lo sa e di questo ancora una volta lo ringraziamo, e lo sa tutto il Governo, come dimostra la scelta di inserire l’indennità nella manovra, che comunque, come già anticipato, deve essere ulteriormente rafforzata”.

Gli infermieri nella pandemia – e in ogni momento dell’assistenza anche non-Covid – sono stati sempre presenti accanto alla persona, come dimostrano anche purtroppo il numero di decessi e contagi, ogni istante della giornata a prescindere dalla sua situazione, della sua patologia, delle sue necessità che non solo monitora, ma coordina, richiedendo l’intervento nel caso e in base alle necessità di altri professionisti con funzioni diverse secondo le esigenze.

Nessun’offesa quindi, ma esclusivamente il riconoscimento di un’attività completa, complessa e diversa rispetto a quella delle altre professioni. “Il Parlamento – aggiunge la FNOPI – sostenga senza tentennamenti l’indennità di specificità infermieristica. Su questo la comunità infermieristica valuterà attentamente le scelte della politica, senza dare spazio a populismi o generalizzazioni che non hanno ragion d’essere in funzione delle peculiarità e della formazione professionale”.

L’indennità infermieristica riconosce uno stato di fatto di un modello di assistenza che nel mondo è proprio all’assistenza degli infermieri.

In questo momento, conclude la FNOPI, i cittadini hanno bisogno di professionisti coesi, orientati alla loro salute e non limitari in particolarismi e gelosie.

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Covid. Il bollettino: oggi 22.930 nuovi casi e 630 decessi. Scende il numero degli attualmente positivi

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Alto il numero dei guariti (31.395). In discesa (come ogni lunedì) i tamponi che sono stati 148.945 (ieri 188.747). Il rapporto tra positivi e tamponi si attesta al 15,3% (ieri 15%). Le Regioni che registrano il maggior numero di nuovo casi sono la Lombardia (+5.289), il Piemonte (+1.730), il Veneto (+2.540), la Campania (+2.158), il Lazio (+2.341), l’Emilia Romagna (+2.347) e la Toscana (+1.323).

23 NOV – Sono 22.930 (rispetto ai 28.337 di ieri) i nuovi casi registrati oggi dal monitoraggio quotidiano del ministero della Salute. Un numero inferiore rispetto a ieri ma con oltre 40 mila tamponi in meno

In discesa (come ogni lunedì) come dicevamo i tamponi che sono stati 148.945 (ieri 188.747). Il rapporto tra positivi e tamponi si attesta al 15,3% (ieri 15%). I decessi sono invece 630 rispetto ai 562 di ieri. Salgono ancora i ricoveri: 418 in più in regime ordinario (33.610 totali) e 9 in più in terapia intensiva (sono 3.810 in tutto).

Le Regioni che registrano il maggior numero di nuovo casi sono la Lombardia (+5.289), il Piemonte (+1.730), il Veneto (+2.540), la Campania (+2.158), il Lazio (+2.341), l’Emilia Romagna (+2.347) e la Toscana (+1.323).

Gli attualmente positivi sono in calo  796.894 (-9.098 rispetto a ieri), i guariti 584.493 (+31.395) e i morti 50.453 mentre salgono a 1.431.795 i casi totali di contagio dall’inizio della pandemia.

La Regione Emilia Romagna comunica che in seguito a verifica sui dati comunicati nei giorni passati sono stati eliminati 3 casi in quanto giudicati non casi COVID-19. La Regione Friuli Venezia Giulia comunica che i nuovi casi di oggi comprendono 70 positività rilevate da laboratori privati nel periodo 9-21 novembre.

23 novembre 2020
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Covid. “Già spesi 94 mln per vaccini. Previsto un punto di somministrazione ogni 20mila abitanti”. L’audizione di Arcuri

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“Poiché ci saranno diverse tipologie di vaccino il piano dovrà sostanzialmente tener conto di 4 variabili: distribuzione a carico dell’azienda produttrice o dello Stato acquirente, temperatura di conservazione, modalità di somministrazione, intervallo temporale tra la prima e la seconda dose. Considerando le 4 variabili, stiamo organizzando un piano che prevede il coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni”. Così il commissario per l’emergenza in audizione presso le Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato.

23 NOV – “Abbiamo già speso 94 milioni, che è la quota che l’Unione Europea ha chiesto all’Italia per acquisire la quantità di vaccini che sono stati finora predisposti. Il meccanismo di acquisizione e contrattualizzazione dei vaccini avviene all’interno di un pool dell’Unione Europea che raggruppa tutti i paesi che hanno sottoscritto l’accordo. L’Italia ha diritto al 13,5% delle quantità di vaccini che via via vengono contrattualizzate dall’Unione Europea”.

Così il Commissario per l’Emergenza Domenico Arcuri in audizione presso le Commissioni riunite Bilancio di Camera e Senato.

“Oltre ai vaccini Astra-Zeneca, Pfizer e Moderna aggiungo che ce ne sono altri due che si ritiene siano prossimi a giungere alla fine di un percorso. Quelli di Sanofi e di Johnson&Johnson – ha aggiunto -. Ci sarà un punto di conservazione e somministrazione dei vaccini anti covid ogni 20mila cittadini. Poiché ci saranno diverse tipologie di vaccino – ha spiegato Arcuri – il piano dovrà sostanzialmente tener conto di 4 variabili: distribuzione a carico dell’azienda produttrice o dello Stato acquirente, temperatura di conservazione, modalità di somministrazione, intervallo temporale tra la prima e la seconda dose. «Considerando le 4 variabili – ha detto – stiamo organizzando un piano che prevede il coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni alle quali ho già chiesto di indicarmi i punti di somministrazione all’interno di ospedali e Rsa”.

Un piano, ha proseguito, “che terrà conto delle scelte del Parlamento sulle categorie che prioritariamente saranno oggetto della somministrazione”.

“Oggi – ha concluso Arcuri – il 95% dei contagiati si cura a casa, il 4,5% in ospedale, lo 0,5% in terapia intensiva. Nella prima fase il 52% stava a casa, il 42% in ospedale, il 7% in terapia. La differenza sta nell’aver aumentato i tamponi”.

Qui sotto il video integrale delel audzioni di oggi alle Commissioni riunite:
ore 10 Cgil, Cisl, Uil, Ugl
ore 11.30 Confindustria
ore 12.30 Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Casartigiani, Cna
ore 14.30 Confapi, Confimi, Conflavoro Pmi, Alleanza delle cooperative italiane
ore 15.30 Ance, Confedilizia
ore 16.30 Anci, Upi, Conferenza delle Regioni e delle Province autonome
ore 18 Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri
ore 19 Ministro dell’Economia e delle finanze, Roberto Gualtieri (in presenza)

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23 novembre 2020
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Covid. Risalgono i numeri delle denunce Inail: nella sanità quasi il 70% dei casi. Infermieri i più numerosi. Milano, Napoli, Roma più colpite

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Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – con il 69,8% delle denunce e il 21,6% dei casi mortali codificati precede l’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l’8,7% delle infezioni denunciate e il 10,2% dei decessi.

23 NOV – I contagi sul lavoro da Covid-19 denunciati all’Inail alla data dello scorso 31 ottobre sono 66.781, pari al 15,8% del complesso delle denunce pervenute dall’inizio dell’anno e al 9,8% dei contagiati nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data. I casi mortali sono 332, 13 in più rispetto al monitoraggio precedente al 30 settembre (quattro avvenuti a ottobre, i restanti riferiti a mesi precedenti per effetto del consolidamento dei dati) e pari a circa un terzo del totale dei decessi denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno, con un’incidenza dello 0,9% rispetto ai casi mortali da Covid-19 comunicati dall’Iss.

Come sottolineato dal decimo report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto, pubblicato oggi insieme alla versione aggiornata delle schede di approfondimento regionali, l’analisi delle denunce per mese di accadimento rileva che al picco dei contagi dei mesi di marzo e aprile (dove si concentra quasi il 70% dei casi) è seguito un ridimensionamento a maggio e soprattutto nei mesi estivi di giugno-agosto (al di sotto dei mille casi mensili, anche in considerazione delle ferie per molte categorie di lavoratori).

A settembre si è però cominciata a registrare una recrudescenza delle denunce, che hanno sfiorato i 1.700 casi, per arrivare al mese di ottobre nel quale la “seconda ondata” dei contagi ha avuto un impatto significativo anche in ambito lavorativo, portando a quota 12mila le nuove denunce di infezione da Covid-19 di origine professionale, cifra peraltro destinata ad aumentare nella prossima rilevazione, per effetto del consolidamento particolarmente influente sull’ultimo mese della serie.

Nella sanità e assistenza sociale (si ricorda che Inail non contempla i casi tra liberi professionisti e personale convenzionato con il Ssn, ndr.) il 69,8% delle denunce e il 21,6% dei decessi. Rispetto alle attività produttive coinvolte dalla pandemia, il settore della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – con il 69,8% delle denunce e il 21,6% dei casi mortali codificati precede l’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l’8,7% delle infezioni denunciate e il 10,2% dei decessi. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero (tra cui gli addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare), le attività dei servizi di alloggio e ristorazione e il commercio all’ingrosso.

L’incidenza dei settori di attività nelle varie fasi dell’epidemia. Ripartendo l’intero periodo di osservazione in tre intervalli – fase di “lockdown” (fino a maggio compreso), fase “post lockdown” (da giugno ad agosto) e fase di “seconda ondata” di contagi (settembre-ottobre) – si possono riscontrare significative differenze in termini di incidenza del fenomeno. Per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica, in particolare, si osserva una riduzione dell’incidenza delle denunce nella seconda fase e una risalita nella terza.

Si è passati, infatti, dall’80,5% dei casi codificati nel primo periodo fino a maggio compreso, al 49,8% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 74,5% nel bimestre settembre-ottobre. Viceversa in altri settori, con la graduale ripresa delle attività, l’incidenza dei casi di contagio è aumentata nelle prime due fasi e si è ridotta nella terza. È il caso, per esempio, dei servizi di alloggio e ristorazione, passati dal 2,5% del primo periodo, al 6,2% del trimestre successivo e all’1,9% nel bimestre settembre-ottobre, o dei trasporti, passati rispettivamente dall’1,2%, al 5,6% e al 2,2%. Il decremento in termini di incidenza osservato nell’ultimo bimestre in questi settori non deve però trarre in inganno: in ottobre, infatti, il fenomeno è ripreso vigorosamente per numerosità delle denunce in tutti i settori. A diminuire, tuttavia, è la quota di questi casi sul totale, a fronte del più consistente aumento che caratterizza nuovamente la sanità, sia in valore assoluto che relativo. Il commercio si distingue dagli altri settori per una continua crescita nelle tre fasi considerate, dall’1,4% della prima al 3,0% della seconda fino al 3,5% della terza.

Nell’ultimo bimestre oltre quattro casi su 10 tra i tecnici della salute. L’analisi dei contagi sul lavoro per professione dell’infortunato conferma che la categoria più colpita è quella dei tecnici della salute, con il 39,3% delle infezioni denunciate, circa l’83% delle quali relative a infermieri, e il 10,0% dei casi mortali, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,0%), dai medici (10,1%), dagli operatori socio-assistenziali (8,4%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, come ausiliari, portantini e barellieri (4,6%).

Le altre categorie professionali più coinvolte sono quelle degli impiegati amministrativi (3,4%), degli addetti ai servizi di pulizia (2,0%), dei dirigenti sanitari (1,1%) e dei conduttori di veicoli (1,0%). L’incidenza dei casi di contagio per le professioni sanitarie si è progressivamente ridotta nelle prime due fasi ed è risalita nella terza.

I tecnici della salute, prevalentemente infermieri, sono infatti passati dal 39,6% del primo periodo, fino a maggio compreso, al 23,3% del trimestre giugno-agosto, per poi risalire al 41,1% nell’ultimo bimestre. I medici, scesi dal 10,2% nella fase di “lockdown” al 4,0% in quella “post lockdown”, nella seconda ondata dei contagi fanno registrare un’incidenza dell’11,0%. Altre professioni hanno visto invece aumentare la loro incidenza sul totale dei casi di contagio nelle prime due fasi e registrato una riduzione nella terza, come gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione (passati dallo 0,6% del primo periodo al 3,6% di giugno-agosto e all’1,0% tra settembre e ottobre), gli addetti ai servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (passati dallo 0,6% all’1,2% e poi allo 0,9%) o gli artigiani e operai specializzati delle lavorazioni alimentari (dallo 0,2% al 6,0% e allo 0,3%).

L’età media dei contagiati è di 47 anni, il 69,7% sono donne. Quasi sette contagiati su 10 (69,7%) sono donne, con un’età media dall’inizio dell’epidemia di 47 anni per entrambi i sessi. Il 43,1% del totale delle denunce riguarda la classe 50-64 anni, seguita dalle fasce 35-49 anni (36,4%), 18-34 anni (18,4%) e over 64 anni (2,1%). I casi mortali, invece, sono concentrati soprattutto tra gli uomini (83,7%) e nelle fasce 50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,0%), con un’età media dei deceduti di 59 anni. I tecnici della salute hanno un’età media al contagio di 44 anni, inferiore rispetto a quella degli impiegati addetti alla segreteria e agli affari generali (51 anni), del personale non qualificato nei servizi sanitari e di istruzione (50 anni), dei medici e dei conduttori di veicoli (49 anni).

Milano, Napoli e Roma le province più colpite nell’ultimo mese sotto osservazione. L’analisi territoriale evidenzia che più della metà delle denunce presentate all’Istituto (53,1%) ricade nel Nord-Ovest, seguito da Nord-Est (22,3%), Centro (13,2%), Sud (8,3%) e Isole (3,1%). Concentrando l’attenzione sui decessi, la percentuale del Nord-Ovest sale al 55,6%, mentre il Sud, con il 16,6% dei casi mortali denunciati, precede il Nord-Est (13,3%), il Centro (12,7%) e le Isole (1,8%).

Con un terzo dei contagi denunciati (33,1%) e il 41,3% dei decessi la Lombardia si conferma la regione più colpita. Le province con il maggior numero di contagi sono Milano (11,3%), Torino (7,7%), Brescia (4,4%), Bergamo (3,8%), Roma (3,5%) e Genova (3,0%). Quella di Milano è anche la provincia che registra il maggior numero di infezioni di origine professionale denunciate nel mese di ottobre, seguita da Napoli e Roma. Le province in cui sono avvenuti più decessi, invece, sono quelle di Bergamo (11,4%), Milano (8,1%), Brescia (7,5%), Napoli (6,3%), Cremona (5,4%) e Roma (4,2%).

Fonte: Inail

23 novembre 2020
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9° concorso provinciale OPI – edizione anno 2020. Verbale di premiazione e divulgazione della cultura infermieristica.

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Sanità e assistenza sociale. Con il Covid, tra gennaio e settembre più che raddoppiati gli infortuni sul lavoro. Ma preoccupa anche aumento aggressioni che in sanità riguardano il 10% delle denunce

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I dati li fornisce oggi l’Inali in un focus dedicato al settore della sanità e dell’assistenza sociale che si sofferma anche su altri aspetti del settore. IL FOCUS.

17 NOV – Focus dell’Inail sul settore sanità e assistenza sociale. Motivo? Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni sul lavoro denunciati in questo comparto – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, strutture residenziali per anziani e disabili – è più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2019 e i casi mortali riferiti ai soli eventi in occasione di lavoro sono addirittura decuplicati, come conseguenza dell’elevato rischio di contagio da Covid-19.

Tra il personale sanitario quasi un infortunio su 10 è per aggressione. Nel quinquennio 2015-2019, a fronte di un’incidenza complessiva degli infortuni da violenza e aggressione pari al 3% dei casi accertati positivamente e in occasione di lavoro nella gestione Industria e servizi, nella sanità questa quota si triplica raggiungendo il 9%, ovvero quasi un infortunio su 10.

Il 41% dei casi è concentrato nell’assistenza sanitaria (ospedali, case di cura, studi medici), il 31% nei servizi di assistenza sociale residenziale (case di riposo, strutture di assistenza infermieristica, centri di accoglienza) e il 28% nell’assistenza sociale non residenziale.

Fonte: Inail

17 novembre 2020
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Covid: 37.242 nuovi casi con 238mila tamponi, 699 decessi

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Sono 37.242 i nuovi contagi (+1.066) con 238mila tamponi (-12mila circa). E’ quanto emerge dal bollettino odierno pubblicato dal ministero della Salute che continua a registrare un alto numero di decessi: 699 (+46). In Lombardia sono stati rilevati 9.221 casi, in Campania 4.226 e in Piemonte 3.861. Gli attualmente contagiati salgono a 777.176 (+15.505) con 33.957 ricoverati con sintomi (+347) e 3.748 in terapia intensiva (+36). Sono in isolamento domiciliare 739.471 pazienti mentre sono 21.035 le nuove persone guarite o dimesse.

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Covid/ Abruzzo in zona rossa e conferma per Calabria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Valle Aosta. Si guarda al «Dpcm di Natale»

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Il ministro della Salute Roberto Speranza firma l’ordinanza che colloca la Regione Abruzzo in area rossa a partire dal 22 novembre nonché l’ordinanza, in vigore dal 20 novembre, con cui si rinnovano le misure relative alle Regioni Calabria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Valle d’Aosta. La nuova ordinanza è valida fino al 3 dicembre 2020, ferma restando la possibilità di nuova classificazione prevista dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 3 novembre 2020. Quindi, precisano dal ministero, per queste Regioni sono confermate le attuali fasce e salvo una nuova valutazione che si potrà fare tra una settimana. Resta “rossa” almeno fino al 29 novembre la Campania, alla scadenza delle due settimane dal 15 novembre, data dell’ultima ordinanza del ministro della Salute.
Bisognerà attendere il 27 novembre per eventuali passaggi di fascia, mentre rispetto al “dialogo” in corso tra Governo e Regioni per la modifica dei criteri che decretano l’assegnazione di un territorio in una “fascia colore” si dovrà attendere la scadenza dell’ultimo Dpcm, il 3 dicembre. Ma già lunedì 23 novembre il vice presidente delle Regioni Giovanni Toti ha convocato la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome in seduta straordinaria, in vista della Conferenza Unificata e della Stato-Regioni che il ministro Francesco Boccia ha convocato in seduta straordinaria nella tarda mattinata dello stesso giorno. Sul tavolo i contenuti del prossimo “Dpcm Natale”, con le ipotesi di provvedimenti restrittivi “chirurgici” sui territori, in vigore probabilmente dal 10 dicembre.

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Vaccino Covid. “Italia punta su Pfizer. A fine gennaio dovremmo poter vaccinare 1,7 milioni di persone. Priorità a personale sanitario ospedaliero e territoriale e anziani nelle Rsa”. Ecco il piano del Commissario Arcuri

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Trasmesso alle Regioni il piano su come somministrare il vaccino dell’azienda americana, che viene giudicato quello più avanti per la validazione. Si ipotizza una disponibilità per inizio 2021 di 3,4 mln di dosi utili a vaccinare 1,7 mln di persone. In questa prima fase la somministrazione si farà solo in ospedale e, tramite unità mobili, per operatori e ospiti delle Rsa. Per gli altri vaccini in arrivo, destinati a tutte le altre categorie previste modalità differenti, in linea con la ordinaria gestione vaccinale, attraverso una campagna su larga scala a partire dalle persone con un elevato livello di fragilità. IL PIANO

18 NOV – Le prime dosi di vaccino anti Covid saranno riservate agli operatori sanitari e agli anziani delle Rsa. È quanto prevede il Piano messo a punto dal commissario per l’Emergenza Domenico Arcuri e che è stato trasmesso oggi ai governatori cui si chiede di fornire i dati.

Nel Piano si punta sul vaccino Pfizer, “il cui iter di validazione, sembra essere, ad oggi, il più avanzato”. L’Italia disporrà già da fine gennaio 2021 di circa 3,4 milioni di dosi da somministrare a 1,7 milioni di persone.

E in questo senso il target prescelto sono gli operatori sanitari e gli anziani delle Rsa. Per questo Arcuri propone “in questa prima fase, di somministrare il vaccino direttamente nelle strutture ospedaliere e, tramite unità mobili, nei presidi residenziali per anziani”.

Per gli altri vaccini in arrivo, destinati, invece, a tutte le altre categorie di cittadini, il commissario propone “modalità differenti di somministrazione, in linea con la ordinaria gestione vaccinale, attraverso una campagna su larga scala (es drive-through) a partire dalle persone con un elevato livello di fragilità”.

Per quanto riguarda il vaccino Pfizer Arcuri ricorda come le “caratteristiche di consegna di questo primo vaccino prevedono, per garantire la sua integrità, che questo sia esclusivamente consegnato dal fornitore direttamente ad ogni punto di somministrazione (in apposite borse di conservazione contenenti, al massimo, 5 scatole da 975 dosi ciascuna)”.

Le caratteristiche di conservazione, inoltre, di queste prime dosi di vaccino, prevedono che lo stesso possa essere mantenuto per:
– 15 giorni dalla consegna nelle borse di conservazione del fornitore
– sei mesi, qualora si disponga di celle frigorifere a temperatura di -75 0 C±15 0 C.

Le caratteristiche di somministrazione, infine, prevedono che il vaccino vada utilizzato al massimo entro 6 ore dall’estrazione dalle borse o dalla cella di conservazione. Si consideri inoltre che ogni fiala di vaccino contiene 5 dosi.

Per questo motivo il commissario ha scritto alle Regioni affinché “individuino, in ogni provincia, idonee strutture capaci di rispettare i vincoli sopraesposti quanto alle caratteristiche di consegna, di conservazione e di somministrazione.”

Arcuri chiede:
– per ogni provincia, il numero e la denominazione dei presidi ospedalieri all’interno dei quali si ritiene utile che il vaccino venga consegnato e somministrato; tale presidio ospedaliero dovrà essere in condizione di vaccinare almeno 2.000 persone riferite ai suddetti target (o più persone ma con multipli di 1.000) in 15 giorni;
– per ogni presidio ospedaliero cosi individuato:
– il numero di personale operante al suo interno, a qualunque titolo,
– il numero di personale sanitario e sociosanitario operante nel territorio, che potrà raggiungere il presidio ospedaliero in non più di 30-60 minuti;
– la disponibilità al loro interno di congelatori, con le caratteristiche evidenziate, ed il relativo volume di spazio disponibile;
– per ogni provincia, il numero e la denominazione dei diversi presidi residenziali per anziani (ovvero residenze per anziani autosufficienti, residenze sociosanitarie per anziani e RSA) esistenti;
– per ogni presidio residenziale per anziani cosi individuato:
– il numero di personale e ospiti presenti al suo interno, nonché la possibilità che lo stesso sia raggiunto tramite unità mobili in non più di 30-60 minuti da uno dei presidi ospedalieri più vicini del quale si prega di fornire la denominazione.

Luciano Fassari

18 novembre 2020
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spacer Il Piano

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Covid. Ocse: “La pandemia ha messo in luce tutte le fragilità latenti dei sistemi sanitari”. E in Italia la spesa sanitaria resta sotto la media. A livello procapite (ppp): -1.171 euro rispetto alla Francia e -2.031 euro rispetto alla Germania

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Pubblicata la nuova edizione del rapporto Health at a Glance. Insieme ai dati economici e sanitari l’Ocse dedica quest’anno una particolare attenzione all’impatto del Covid sui sistemi sanitari rilevando come “malgrado si parli molto di come la spesa sanitaria si configuri come un investimento piuttosto che come un costo, le decisioni politiche prese prima dell’arrivo di questa crisi non si sono in realtà allineate in maniera significativa a questa visione”. IL RAPPORTO.

19 NOV – “La più grande e più grave pandemia dell’ultimo secolo”. A sancirlo nel suo ultimo rapporto sullo stato della salute e della sanità è l’Ocse con la nuova edizione appena pubblicata di Health at a Glance che ogni anno raccoglie statistiche economiche e medico sanitario dei paesi aderenti offrendo un panorama esaustivo della realtà dei loro servizi sanitari.

Qui di seguito pubblichiamo integralmente il summary report curato dalla stessa Ocse e in un altro articolo, un approfondimento sulla spesa sanitaria che vede l’Italia sempre in coda, con una spesa sanitaria (pubblica e privata) procapite che, a parità di potere d’acquisto, si attesta nel 2019 a 2.473 euro (a fronte di una media Ocse di 2.572 euro) con un gap vertiginoso rispetto ad alcuni Paesi di riferimento come Francia e Germania che, rispettivamente, segnano valori di spesa sanitaria procapite di 3.644 euro e 4.504 euro.

Da sottolineare inoltre che l’Italia è tra i pochi Paesi della UE ad aver tagliato al sua spesa sanitaria negli anni post crisi 2008 per iniziare a risalire la china solo dal 2013.

Health at a Glance: Europe 2020 – La sintesi

Nel corso del 2020, l’epidemia da COVID-19 si è diffusa a tal punto da diventare la pandemia più grave dell’ultimo secolo. La crisi sanitaria originata dalla pandemia ha causato a sua volta una grave crisi economica, che avrà conseguenze importanti sul benessere presente e futuro delle persone e della società. Lo shock sanitario causato dal COVID-19 ha messo in luce le varie fragilità latenti dei nostri sistemi sanitari ancor prima dell’inizio dell’epidemia.

Malgrado si parli molto di come la spesa sanitaria si configuri come un investimento piuttosto che come un costo, le decisioni politiche prese prima dell’arrivo di questa crisi non si sono in realtà allineate in maniera significativa a questa visione. La spesa sanitaria è ancora concentrata prevalentemente sugli interventi curativi, mentre la medicina preventiva rimane in larga parte insufficientemente finanziata.

L’impatto sconcertante che il COVID-19 ha avuto sulla nostra società e sull’ economia ha quindi riportato bruscamente il tema della salute pubblica al centro dell’agenda politica. La mortalità del COVID-19 riflette un chiaro gradiente sociale, un’ulteriore, triste testimonianza dell’assoluta importanza dei determinanti sociali della salute.

La pandemia da COVID-19 ha evidenziato la necessità impellente di inserire la resilienza dei sistemi sanitari fra le dimensioni chiave di valutazione della performance dei sistemi sanitari, alla stregua dell’accessibilità, della qualità delle cure e dell’efficienza.

La resilienza dei sistemi sanitari di fronte al COVID-19
Alla fine di ottobre 2020, oltre 7 milioni di persone sono state contaminate e 220 000 sono decedute a causa del COVID-19 nei Paesi dell’UE, in Islanda, Norvegia, Svizzera e nel Regno Unito. Durante la prima ondata della pandemia, il virus ha colpito particolarmente alcuni Paesi dell’Europa occidentale – in particolare il Belgio, la Francia, l’Italia, i Paesi Bassi, la Spagna, il Regno Unito e la Svezia. Tuttavia, a partire dall’ agosto 2020, il virus ha iniziato a diffondersi più ampiamente in tutto il resto d’Europa.

Alcuni Paesi sono riusciti a minimizzare l’impatto sanitario ed economico del COVID-19
In questo momento è difficile fornire una valutazione complessiva delle risposte dei Paesi al COVID-19 è difficile, dato che la pandemia è ancora molto attiva in tutto il mondo. I Paesi europei hanno lottato in varia misura per rispondere alle prime due ondate della pandemia, rispettivamente durante la primavera e l’autunno del 2020.

Durante i primi mesi della crisi, molti Paesi hanno riscontrato difficoltà ad aumentare la loro disponibilità di mascherine protettive ed altri dispositivi di protezione individuale. La maggior parte dei Paesi si è inoltre imbattuta in difficoltà ad ampliare la propria capacità di effettuare test diagnostici, che a sua volta ha posto un freno all’efficacia delle loro strategie di testing, tracciamento e contatto.

Questa situazione ha lasciato i Paesi con poche opzioni per contenere la diffusione del virus durante la prima ondata, rendendo necessarie misure di confinamento più severe.

Al di fuori dell’Europa, la Corea del Sud è un buon esempio di un paese che è riuscito a controllare l’epidemia da COVID-19 attraverso misure rapide, efficaci e mirate, riuscendo così ad evitare il blocco totale delle attività.

La Nuova Zelanda è stato un altro esempio di successo. In Europa, fino ad ottobre 2020, alcuni paesi come la Finlandia, la Norvegia e l’Estonia sono stati in grado di contenere meglio la diffusione del virus, e di mitigarne le conseguenze economiche, in parte grazie a fattori geografici favorevoli (minore densità della popolazione), ma anche per la tempestiva attuazione di misure di contenimento mirate, e per la forte fiducia e il rispetto di tali misure da parte delle loro popolazioni.

Le persone anziane sono state colpite dal virus in misura sproporzionata; le persone domiciliate nelle residenze sanitarie assistenziali sono stati un gruppo particolarmente a rischio.
Il virus ha colpito in modo sproporzionato le persone anziane e quelle affette da patologie pregresse. In quasi tutti i Paesi, almeno il 90 % dei decessi per COVID-19 si è verificato tra le persone di età pari o superiore a 60 anni. In molti Paesi, circa la metà o più dei decessi per COVID-19 si sono registrati tra le persone domiciliate nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA). In molti Paesi, la risposta iniziale al virus si è concentrata sulla protezione dei pazienti e dei lavoratori nelle strutture ospedaliere.

Solo in una fase successiva sono state adottate misure analoghe per proteggere i residenti e i lavoratori nelle RSA. In alcuni Paesi, c’è stato uno ritardo di almeno 2 mesi tra la segnalazione dei primi casi di COVID-19 e l’integrazione di linee guida per la prevenzione delle infezioni nelle RSA. In un quarto dei Paesi per i quali sono disponibili informazioni, ci sono volute due settimane in più per limitare le visite nelle case di riposo rispetto alle restrizioni imposte negli spazi pubblici.

La prima ondata della pandemia ha sottolineato l’importanza fondamentale di proteggere i pazienti anziani e le altre popolazioni vulnerabili dal COVID-19 per ridurre i ricoveri ospedalieri e i decessi.

Vi è stato un chiaro gradiente sociale nelle morti per COVID-19
L’impatto del COVID è stato sproporzionato anche sulle persone povere, le persone che vivono in zone disagiate e le minoranze etniche. Questo dato evidenzia la necessità di una forte attenzione alle politiche volte ad affrontare i determinanti sociali della salute, comprese le politiche sociali ed economiche inclusive e gli interventi al di fuori del sistema sanitario che affrontano le cause alla radice delle disuguaglianze.

Affrontare l’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute e il benessere
Tra 168 000 e 346 000 morti premature nei Paesi dell’UE possono essere attribuite ogni anno all’inquinamento dell’aria causato da polveri sottili.
Anche se nel 2020 la maggior parte dell’attenzione si è focalizzata sul COVID-19, è importante non trascurare altri fattori di rischio per la salute, compresi i fattori ambientali come l’inquinamento atmosferico.

Nonostante la qualità dell’aria sia migliorata nella maggior parte dei Paesi europei negli ultimi due decenni, i livelli di inquinamento restano al di sopra delle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella maggior parte dei Paesi, in particolare nelle grandi città. Ciò comporta gravi conseguenze per la salute e la mortalità delle persone.

Nel 2018, in tutti i Paesi dell’UE, una cifra stimata tra168.000 e 346.000 decessi prematuri potrebbe essere ascrivibile attribuibile all’esposizione all’inquinamento atmosferico dovuto alle sole polveri sottili(PM2.5). La mortalità legata all’ inquinamento atmosferico è particolarmente elevata nell’Europa centrale e orientale, a causa del maggiore utilizzo ai di combustibili fossili.

All’interno di ogni Paese, le categorie svantaggiate sono colpite in modo sproporzionato a causa della loro maggiore esposizione all’inquinamento atmosferico e di una maggiore suscettibilità a gravi conseguenze per la loro salute.

L’inquinamento atmosferico causa ogni anno circa 600 miliardi di euro di perdite in termini economici e di benessere nei Paesi dell’UE, pari al 4,9 % del PIL totale nel 2017
Le perdite economiche e di benessere ascrivibili all’inquinamento atmosferico sono notevoli. Le nuove stime dell’impatto del PM2.5 e dell’ozono mostrano che le perdite ammontavano a circa 600 miliardi di euro nel 2017 ovvero al 4,9 % del PIL di tutta l’UE. Ciò è dovuto principalmente all’impatto che questi inquinanti atmosferici hanno sulla mortalità, ma anche alla minore qualità della vita e produttività del lavoro delle persone che vivono con malattie correlate, oltre che all’aumento della spesa sanitaria.

Gli sforzi per ridurre l’inquinamento atmosferico devono concentrarsi sulle principali fonti di emissioni. Queste includono l’uso di combustibili fossili nella produzione di energia, nei trasporti e nel settore residenziale, così come nelle attività industriali e agricole. Il Piano per la ripresa dell’Europa (Recovery plan for Europe) dalla crisi generata dal COVID 19 offre un’opportunità unica per promuovere una ripresa economica verde, integrando le considerazioni ambientali nei processi decisionali, sostenendo così il raggiungimento degli obiettivi dell’UE in materia di riduzione delle emissioni nazionali entro il 2030.

Il settore sanitario stesso può contribuire alla realizzazione di questo obiettivo mettendo in atto misure per ridurre la propria impronta ambientale. Attraverso approcci multisettoriali, le autorità sanitarie pubbliche possono altresì contribuire alle politiche urbane e di trasporto rispettose dell’ambiente, che possono altresì promuovere una maggiore attività fisica.

Ridurre altri importanti fattori di rischio per la salute
Oltre alle questioni ambientali, una serie di fattori di rischio modificabili hanno un impatto importante sulla salute e sulla mortalità delle persone – in particolare il fumo, il consumo di alcol, la cattiva alimentazione, la mancanza di attività fisica e l’obesità.

Il fumo rimane la causa più importante causa di mortalità prematura nell’UE, responsabile di circa 700.000 decessi all’anno
Nonostante i progressi compiuti nella riduzione del tasso di fumatori negli ultimi decenni, il consumo di tabaccoresta il principale fattore di rischio comportamentale per la salute, responsabile di circa 700.000 decessi all’anno in tutti gli Stati membri dell’UE.

Il consumo nocivo di alcol è responsabile di altri 255 000-290 000 decessi all’anno nei Paesi dell’UE. Mentre le politiche di controllo di consumo dell’alcol hanno ridotto il consumo complessivo di alcol in molti Paesi nell’ultimo decennio, il consumo pesante di alcol rimane un problema.

Un terzo degli adulti riferisce almeno un evento di “binge drinking” nell’ultimo mese, e più di un quinto degli adolescenti di 15 anni ha dichiarato di essere stati ubriachi più di una volta nella sua vita.

Più di un adulto su sei è obeso nei Paesi dell’UE e vi sono ampie differenze socio-economiche nei tassi di sovrappeso e obesità
I tassi di obesità negli adulti continuano ad aumentare nella maggior parte dei paesi dell’UE – più di un adulto su sei è obeso nell’UE. L’obesità è anche un fattore di rischio riconosciuto per le complicazioni da COVID-19.

Ci sono grandi disuguaglianze socio-economiche nei tassi di sovrappeso e obesità, spesso a partire dalla giovane età.

Ad esempio, i tassi di sovrappeso e obesità tra i bambini sono circa due volte maggiori tra coloro che vivono nelle famiglie con un reddito più basso rispetto a quelli che vivono nelle famiglie a con un reddito più alto.

Garantire l’accesso universale ed efficace alle cure sanitarie per tutta la popolazione
La maggior parte dei Paesi dell’UE ha raggiunto una copertura universale per una serie di servizi sanitari di base, il che è fondamentale per affrontare con efficacia la pandemia da COVID-19. Tuttavia, la gamma di servizi coperti e il grado di condivisione dei costi variano notevolmente. L’accesso effettivo ai diversi tipi di cure può anche essere limitato a causa della carenza di operatori sanitari, dei lunghi tempi di attesa o delle lunghe distanze di viaggio per raggiungere la struttura sanitaria più vicina.

Nella maggior parte dei Paesi dell’UE, solo una piccola parte della popolazione ha dichiarato di aver avuto necessità di assistenza sanitaria che non sia stata soddisfatta, nel 2018. Tuttavia, questa percentuale era quasi cinque volte superiore tra le famiglie con un basso reddito rispetto alle famiglie con un alto reddito in tutta l’UE nel suo complesso. Inoltre, l’accessibilità economica ai servizi sanitari può essere compromessa quando questi comportano elevati pagamenti diretti a carico dei pazienti. In media, in tutti i Paesi dell’UE, circa un quinto della spesa sanitaria totale è a carico delle famiglie; tuttavia, questa percentuale supera più di un terzo del totale inLettonia, Bulgaria, Grecia e Malta.

In generale, i Paesi che hanno una quota elevata di spese sanitarie dirette(out-of-pocket) registrano anche una percentuale più elevata di popolazione che si trova ad affrontare pagamenticatastrofici per accedere ai servizi sanitari, in particolare tra i gruppi con un basso reddito.

La pandemia da COVID-19 ha evidenziato la carenza di operatori sanitari in molti Paesi e la necessità di meccanismi per mobilitare rapidamente le risorse umane in tempi di crisi.
Sebbene il numero di medici e infermieri sia aumentato nell’ultimo decennio, in quasi tutti i Paesi dell’UE, in molti di essi permangono importanti carenze di personale sanitario.

Tali carenze sono state evidenziate bruscamente durante la pandemia da COVID-19, quando gli operatori sanitari sono stati sottoposti a forti pressioni.

Molti Paesi hanno cercato di mobilitare rapidamente personale supplementare, spesso richiamando operatori sanitari inattivi e in pensione, nonché mobilitando gli studenti in medicina, infermieristica e altri programmi di studio nel campo sanitario, in procinto di concludere i loro studi. Alcuni Paesi sono stati anche in grado di riassegnare parte del personale dalle regioni meno colpite a quelle maggiormente colpite dalla crisi sanitaria.

Questa crisi sanitaria ha messo in evidenza la necessità di creare ulteriori capacità di riserva che possano essere mobilitate rapidamente.

I tempi di attesa per la chirurgia elettiva sono destinati ad aumentare ulteriormente a seguito della pandemia da COVID-19.
I lunghi tempi di attesa per i servizi sanitari come la chirurgia elettiva sono un problema di lunga data in molti Paesi dell’UE.

Anche prima della pandemia da COVID-19, i tempi di attesa per la chirurgia elettiva erano in aumento in diversi Paesi, poiché la domanda di interventi chirurgici aumentava più rapidamente rispetto all’offerta. È probabile che i tempi di attesa aumentino ulteriormente nel breve termine, poiché in diversi Paesi un volume significativo di interventi sono stati rinviati durante la pandemia.

Paesi come la Danimarca e l’Ungheria, che sono riusciti ad ottenere riduzioni continue dei tempi di attesa per molti servizi sanitari elettivi, generalmente organizzano alcuni interventi sul lato dell’offerta e della domanda con un regolare monitoraggio dei progressi.

19 novembre 2020
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