Articoli tratti dai magazine specifici sul tema sanità

Il D.M 739, 14 settembre 1994 compie 25 anni: fare memoria aiuta a crescere nella consapevolezza

Il profilo professionale dell’infermiere compie 25 anni. 

Voglio iniziare citando alcune parole che condivido profondamente

Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza” (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, n. 1, 1° maggio 1919).

Credo che queste tre raccomandazioni siano importantissime anche oggi.

C’è bisogno di conoscenza, c’è bisogno di avere entusiasmo, prima di tutto per la vita e poi per la nostra professione, e c’è bisogno anche di organizzazione, perché non dobbiamo chiedere agli altri di farlo per noi e poi aspettarci che ci rappresentino “bene”. Ognuno di noi è un protagonista e perciò vogliamo fare memoria, ma non solo per ricordare; ricordare deve voler dire rileggere un fatto, una persona, uno scritto per poi trasportarlo nel presente, renderlo attuale, renderlo vicino, fare sì che possa trasmettere nuove emozioni.

La memoria non riguarda solo il passato: fare memoria significa avvicinarsi a fatti avvenuti nel passato per riviverli in qualche modo.

Di fronte ai continui ritardi e blocchi degli iter legislativi la professione ha raggiunto uno dei suoi momenti più alti di coesione e di unità.

La manifestazione del 1° luglio 1994 a Roma raccolse la partecipazione di oltre 50.000 infermieri arrivati da tutte le parti d’Italia.

Il lungo corteo romano rappresentò anche un momento di passaggio fondamentale per la costruzione di una nuova e più forte identità professionale: striscioni, cartelli, migliaia di palloncini mostrarono a tutti che gli infermieri di oggi erano lontani e diversi dagli stereotipi del passato.

Tutti gli slogan ruotavano intorno a questa consapevolezza:

“Infermiere qualificato, paziente tutelato”“Vogliamo migliorare per assistere e curare”, ed anche, in una polemica ironica ma non priva di fondamento, “Signor dottore ho commesso un gran reato, ho pensato, ho pensato”.

Senza dimenticare anche gli obiettivi immediati: “Costa, Costa, vogliamo una risposta”. La pressione risulta vincente: il decreto che definisce il nuovo profilo viene approvato il 14 settembre 1994 e pubblicato in Gazzetta il 9 gennaio 1995. L’allora ministro della Sanità Raffaele Costa firmò il decreto ministeriale che definiva ruolo e funzioni degli infermieri professionali.

Il profilo professionale è la pietra miliare nel processo di professionalizzazione dell’attività infermieristica.

Il decreto ministeriale 739/94 riconosce l’infermiere responsabile dell’assistenza generale infermieristica, precisa la natura dei suoi interventi, gli ambiti operativi, la metodologia del lavoro, le interrelazioni con gli altri operatori, gli ambiti professionali di approfondimento culturale e operativo, le cinque aree della formazione specialistica (sanità pubblica, area pediatrica, salute mentale/psichiatria, geriatria, area critica).

Il profilo disegnato dal decreto è quello di un professionista intellettuale, competente, autonomo e responsabile. Analoga definizione dei campi di attività e delle competenze verrà successivamente stabilita anche per l’infermiere pediatrico (Dm 70/97) e per altri 20 profili professionali, tra cui figurano quello dell’assistente sanitario, dell’ostetrica, del terapista della riabilitazione, del tecnico di laboratorio ecc. L’attivazione del profilo si presenta come il banco di prova per verificare la compliance tra le aspirazioni e le potenzialità degli infermieri, che sono chiamati ad assumere – anche formalmente – la responsabilità di gestire autonomamente il processo assistenziale, dal momento decisionale a quello attuativo, valutativo e di confronto.

Fare memoria vuol dire richiamare gli eventi accaduti nel loro permanere attuale; non ci sarebbe l’oggi se non ci fossero stati gli eventi descritti e né ci sarebbero le leggi. E di norme innovative ce ne sono state tante in questi venticinque anni.

La memoria, quindi, apre al futuro e al tempo stesso attesta una fedeltà a eventi e verità, che in quanto tali diventano storia. Diceva il filosofo francese Marc Alain: “ricordati del tuo futuro”; quindi, fa’ memoria perché così ti apri veramente al futuro.

Fare memoria aiuta a crescere nella consapevolezza.

In ultima analisi per noi infermieri fare memoria significa, quindi, acquisire consapevolezza e fare in modo che la memoria diventi un “grembo” capace di generare nuove realtà e un ulteriore impulso alla crescita.

Non è retorica, perché la crescita della nostra professione si basa proprio sulla consapevolezza, sull’identità, sul credere in quello che siamo; in una parola sull’esserci.

Gandhi diceva:

“NON SCUSARTI MAI PER QUELLO CHE SEI; MOLTE PERSONE, SPECIALMENTE QUELLE IGNORANTI, TI VOGLIONO PUNIRE PER AVER DETTO LA VERITÀ, PER ESSERE STATO LEALE E PER ESSERE TE STESSO; NON SCUSARTI MAI PER ESSERE STATO LEALE E PER ESSERE ANNI AVANTI AL TUO TEMPO; SE SEI NEL GIUSTO E SE LO SAI, PARLA LIBERAMENTE DI QUELLO CHE PENSI, ANCHE SE SEI L’UNICO RAPPRESENTANTE DI UNA MINORANZA. LA VERITÀ È ANCORA LA VERITÀ”.

Laura Baldassari

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Nascite al palo. Rapporto Cedap 2016: sempre meno parti in Italia. Il 33,7% per via chirurgica. Il Ministero: “Eccessivo ricorso al cesareo”

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Pubblicata l’ultima edizione del Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia. In calo il numero dei parti (nel 2016 sono stati 466.707 contro i 478 mila del 2015). Sempre alto il ricorso al cesareo, soprattutto nel privato. Età media delle mamme italiane stabile a 32,8 anni. Scende il tasso di fecondità a 1,34 figli per donna. Quasi 9 parti su 10 in strutture pubbliche. IL RAPPORTO

12 SET – Nel corso del 2016 prosegue il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese: sono nati 474.925 bambini (nel 2015 erano 486.451). In calo ovviamente anche il numero di parti (466.707 contro i 478 mila dell’anno precedente). È quanto emerge dal Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia – CeDAP 2016, che illustra le analisi dei dati rilevati per l’anno 2016 dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP).

“Il fenomeno – spiega il Ministero della Salute – è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile ed in parte dipende dalla diminuzione della propensione ad avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale; negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere”.

Il tasso di natalità varia da 6,3 nati per mille in Liguria a 10,4 nella Provincia Autonoma di Bolzano rispetto ad una media nazionale del 7,8 per mille. Le Regioni del Centro presentano tutte, tranne il Lazio, un tasso di natalità con valori inferiori alla media nazionale. Nelle Regioni del Sud, i tassi di natalità più elevati sono quelli di Campania, Calabria e Sicilia che presentano valori superiori alla media nazionale mentre la Sardegna ha un valore pari al 6,4 per mille.

Negli ultimi 10 anni tale tasso ha continuato a diminuire su tutto il territorio italiano, anche se negli anni più recenti si assiste ad un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, notevoli differenze territoriali. Il tasso di mortalità neonatale rappresenta la mortalità entro il primo mese di vita e contribuisce per oltre il 70% alla mortalità infantile.

I decessi nel primo mese di vita sono dovuti principalmente a cause cosiddette endogene, legate alle condizioni della gravidanza e del parto o a malformazioni congenite del bambino. La mortalità nel periodo post neonatale è invece generalmente dovuta a fattori di tipo esogeno legati alla qualità dell’ambiente igienico, sociale ed economico in cui vivono la madre e il bambino.

Sintesi dei principali risultati
La rilevazione 2016, con un totale di 467 punti nascita, presenta un elevato livello di completezza. Si registra un numero di parti in ospedale pari al 100,1% di quelli rilevati con la Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO) ed un numero di nati vivi pari al 99,8% di quelli registrati presso le anagrafi comunali nello stesso anno. La qualità dei dati risulta buona per gran parte delle variabili, in termini sia di correttezza sia di completezza.

L’ 89,2% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 10,5% nelle case di cura e solo lo 0,1% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc). Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente diverse. Il 63,9% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. Tali strutture, in numero di 173 rappresentano il 37% dei punti nascita totali. Il 5,8% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui.

Nel 2016, il 21% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana. Tale fenomeno è più diffuso nelle aree del Paese con maggiore presenza straniera, ovvero al Centro-Nord, dove più del 25% dei parti avviene da madri non italiane; in particolare, in Emilia Romagna e Lombardia, il 32% delle nascite è riferito a madri straniere. Le aree geografiche di provenienza più rappresentate, sono quella dell’Africa (25,9%) e dell’Unione Europea (25,4%). Le madri di origine Asiatica e Sud Americana costituiscono rispettivamente il 18,6 % ed il 7,6% delle madri straniere.

L’età media della madre è di 32,8 anni per le italiane mentre scende a 30,2 anni per le cittadine straniere. I valori mediani sono invece di 33 anni per le italiane e 30 anni per le straniere. L’età media al primo figlio è per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, superiore a 31 anni, con variazioni sensibili tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 28,3 anni.

Delle donne che hanno partorito nell’anno 2016 il 44,2% ha una scolarità medio alta, il 28 % medio bassa ed il 27,8% ha conseguito la laurea. Fra le straniere prevale invece una scolarità medio bassa (45,9%).

L’analisi della condizione professionale evidenzia che il 55,3% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 29,3% sono casalinghe ed il 13,3% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione. La condizione professionale delle straniere che hanno partorito nel 2016 è per il 51,7% quella di casalinga a fronte del 62,2% delle donne italiane che hanno invece un’occupazione lavorativa.

Nell’85,3% delle gravidanze il numero di visite ostetriche effettuate è superiore a 4 mentre nel 74,6% delle gravidanze si effettuano più di 3 ecografie. La percentuale di donne italiane che effettuano la prima visita oltre il primo trimestre di gravidanza è pari al 2,5% mentre tale percentuale sale al 11,2% per le donne straniere. Le donne con scolarità medio-bassa effettuano la prima visita più tardivamente: la percentuale di donne con titolo di studio elementare o senza nessun titolo che effettuano la prima visita dopo l’11° settimana di gestazione è pari al 11,7% mentre per le donne con scolarità alta, la percentuale è del 2,6%. Anche la giovane età della donna, in particolare nelle madri al di sotto dei 20 anni, risulta associata ad un maggior rischio di controlli assenti (3,3%) o tardivi (1° visita effettuata oltre l’undicesima settimana di gestazione nel 13,8% dei casi). Nell’ambito delle tecniche diagnostiche prenatali invasive sono state effettuate in media 7,1 amniocentesi ogni 100 parti. A livello nazionale alle madri con più di 40 anni il prelievo del liquido amniotico è stato effettuato nel 22,52% dei casi.

La donna ha accanto a sé al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 92,2% dei casi il padre del bambino, nel 6,4% un familiare e nell’1,4% un’altra persona di fiducia. La presenza di una persona di fiducia piuttosto che di un’altra risulta essere influenzata dall’area geografica.

Si conferma il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. In media, nel 2016 il 33,7% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali che comunque evidenziano che in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. Rispetto al luogo del parto si registra un’elevata propensione all’uso del taglio cesareo nelle case di cura accreditate, in cui si registra tale procedura in circa il 50,9% dei parti contro il 31,7% negli ospedali pubblici. Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: si ricorre al taglio cesareo nel 27,8% dei parti di madri straniere e nel 35,4% dei parti di madri italiane.

L’1% dei nati ha un peso inferiore a 1.500 grammi ed il 6,4% tra 1.500 e 2.500 grammi. Nei test di valutazione della vitalità del neonato tramite indice di Apgar, il 99,4% dei nati ha riportato un punteggio a 5 minuti dalla nascita compreso tra 7 e 10.

Sono stati rilevati 1.320 nati morti corrispondenti ad un tasso di natimortalità, pari a 2,78 nati morti ogni 1.000 nati, e registrati 4.835 casi di malformazioni diagnostiche alla nascita. L’indicazione della diagnosi è presente rispettivamente solo nel 32,3% dei casi di natimortalità e nel 87% di nati con malformazioni.

Il ricorso ad una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) risulta effettuato in media 1,93 gravidanze ogni 100 (9.017 parti). La tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell’utero (FIVET), seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma (ICSI).

I parti classificabili secondo Robson sono complessivamente pari a livello nazionale a 450.400, corrispondenti al 97% del totale dei parti avvenuti nei punti nascita pubblici, equiparati e privati accreditati. Le classi più rappresentate sono quelle delle madri primipare a termine, con presentazione cefalica (classe 1) e delle madri pluripare a termine, con presentazione cefalica e che non hanno avuto cesarei precedenti (classe 3); queste due classi corrispondono complessivamente a circa il 54,2% dei parti classificati che si sono verificati a livello nazionale nell’anno 2016. Si evidenzia inoltre che i parti nella classe 5, relativa alle madri con pregresso parto cesareo, rappresentano il 12,6% dei parti totali classificati a livello nazionale. L’analisi del ricorso al taglio cesareo nelle classi di Robson evidenzia un’ampia variabilità regionale nelle classi a minor rischio, che includono in tutte le Regioni una percentuale molto elevata delle nascite, confermando la possibilità di significativi miglioramenti delle prassi organizzative e cliniche adottate nelle diverse realtà.

12 settembre 2019
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Nel 2018 la spesa sanitaria arriva a 116 mld. Peggiora il disavanzo (-1,2 mld). Boom spesa privata che supera i 32 mld. Il nuovo report della Ragioneria dello Stato. “Recuperare maggiori livelli di efficienza”

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Pubblicato l’ultimo rapporto sul monitoraggio sulla spesa sanitaria italiana. Spesa in crescita di circa 1,6 mld rispetto al 2017. Continua la crescita (come l’anno scorso) anche i per disavanzi (ante coperture) che arrivano a 1,2 mld. La spesa sanitaria privata per un terzo riguarda per la maggior parte le cure odontoiatriche. In crescita la spesa per il personale e quella per beni e servizi, già la farmaceutica convenzionata. IL RAPPORTO

11 SET – Nel 2018 la spesa sanitaria è arrivata a 116 miliardi di euro un dato che segnala una crescita di oltre 1,6 miliardi rispetto al 2017. Ma a crescere è anche il disavanzo delle Regioni (ante coperture, ovvero le risorse proprie che mettono gli enti locali per far quadrare i conti) che segna un -1,2 mld (nel 2017 era poco più di 1 mld). Sale anche la spesa sanitaria privata (1,8 mld in più) che arriva a 32,2 mld.

A contribuire all’aumento della spesa è principalmente la farmaceutica ospedaliera, e gli acquisti di beni e servizi. Ma è cresciuta anche la spesa per i redditi da lavoro, mentre prosegue il calo inesorabile della spesa per la farmaceutica convenzionata.  Sono questi alcuni dei numeri contenuti nell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sul Monitoraggio della spesa sanitaria 2018.

“La presenza di due livelli di governo – segnala la Ragioneria – rende necessaria la definizione di un sistema di regole che ne disciplini i rapporti di collaborazione nel rispetto delle specifiche competenze. Ciò al fine di realizzare una gestione della funzione sanitaria pubblica che sia capace di coniugare le istanze dei cittadini in termini di bisogni sanitari ed il rispetto dei vincoli di bilancio programmati in funzione degli obiettivi comunitari discendenti dal Patto di stabilità e crescita”.

Nel report si evidenzia poi come “il mantenimento degli standard qualitativi raggiunti rende indispensabile affrontare il tema della sostenibilità dei costi del sistema sanitario pubblico in presenza di livelli di finanziamento condizionati dai vincoli finanziari necessari per il rispetto degli impegni assunti dall’Italia in sede comunitaria. Ciò richiede che si prosegua nell’azione di consolidamento e di rafforzamento delle attività di monitoraggio dei costi e della qualità delle prestazioni erogate nelle diverse articolazioni territoriali del SSN, in coerenza con l’azione svolta negli ultimi anni”. E in questo senso “l’esperienza in tale ambito, ha mostrato che esistono margini di efficientamento e di razionalizzazione del sistema che possono essere utilmente attivati per far fronte agli effetti dell’invecchiamento della popolazione senza compromettere la qualità e l’universalità dei servizi erogati”.

L’aumento della domanda di prestazioni e l’invecchiamento della popolazione. “È evidente – rimarca la Ragioneria – che per fronteggiare le tendenze espansive della domanda di prestazioni sanitarie indotte dalle dinamiche demografiche, senza compromettere il livello di benessere sanitario raggiunto, sarà necessario recuperare maggiori livelli di efficienza ed efficacia nell’azione di governance del sistema sanitario. Ciò potrebbe apparire una prospettiva ambiziosa per un settore in cui la produzione e l’erogazione delle prestazioni incide direttamente sulla salute dei cittadini. Tuttavia, l’esperienza maturata nell’ambito dell’attività di monitoraggio della spesa sanitaria che include, fra l’altro, i criteri di riparto del finanziamento, il controllo dei programmi di spesa regionali, la verifica delle performance in termini di produzione ed erogazione di servizi nonché la correzione degli andamenti rispetto a valori di benchmark, ha mostrato che esistono margini di razionalizzazione, senza compromettere la qualità e l’universalità dei servizi”.

Nel 2018 spesa sanitaria a quota 116 mld. La spesa sanitaria corrente di CE è passata nel periodo 2002-2018 da 78.977 milioni di euro a 116.000 milioni di euro con un incremento in valore assoluto pari a 37.023 milioni di euro e un tasso di crescita medio annuo del 2,4%.

Cresce il disavanzo delle Regioni. Dal 2017 dopo anni di calo, è tornato ad aumentare il disavanzo delle Regioni, e nel 2018 questo aumento si è fatto ancora più marcato attestandosi a -1,2 mld. Le performance peggiori sono della Pa di Trento (-198 mln) e la Pa di Bolzano (-269 mln) ma ricordiamo che le due province autonome (come le regioni autonome) de facto si pagano da sole la sanità e non rientrano, se non in maniera figurativa nel riparto del Fsn). Tra le Regioni ordinarie malissimo la Calabria (-168 mln) così come la Puglia (-56 mln) e il Piemonte (-51 mln).

Redditi da lavoro dipendenti. La spesa per il reddito da lavoro dipendente è passata nel periodo 2002-2018 da 27.618 a 34.795 milioni di euro, tale variazione equivale a un incremento medio annuo dell’1,5%. In realtà questo settore ha visto un grosso contenimento negli ultimi anni a causa del lungo blocco della contrattazione. Però nell’ultimi o anno la spesa è tornata a crescere segnando un +2,4%.

Farmaceutica ospedaliera. La spesa per i prodotti farmaceutici, comprensiva sia dei costi per farmaci erogati nel corso dei ricoveri ospedalieri che di quelli per la distribuzione diretta e per conto, è aumentata dal 2002 al 2018 di quasi 9.200 milioni di euro, facendo registrare un aumento medio annuo del 10%. Nel 2018 la spesa si è attestata a 11, 714 mld (+2,7% rispetto al 2017).

Consumi intermedi diversi dai prodotti farmaceutici. La spesa per i consumi intermedi al netto dei prodotti farmaceutici è aumentata nel periodo 2002-2018 di quasi 9.500 milioni di euro corrispondenti a un tasso di crescita medio annuo del 3,4%. Nel 2018 la spesa è stata di 22.874 (+4,7% rispetto al 2017).

Farmaceutica convenzionata. La spesa per la farmaceutica convenzionata dal 2002 al 2018 è diminuita in valore assoluto di 4.295 milioni di euro, facendo registrare un tasso di riduzione media annua del 2,8% in controtendenza rispetto all’andamento crescente di tutti i restanti aggregati. Nel 2018 infatti si è attestata a 7,533 mld (-0,5% rispetto al 2017).

Assistenza medico-generica da convenzione. La spesa per l’assistenza medico-generica da convenzione è aumentata dal 2002 al 2018 di 2.049 milioni di euro, corrispondente a un tasso di crescita medio annuo del 2,3%. Nel 2018 la spesa è stata di 6,651 mld (+1,9 % rispetto al 2017).

Altre prestazioni sociali in natura da privato. La spesa per le altre prestazioni sociali in natura da privato accreditato è aumentata dal 2002 al 2018 di oltre 10.000 milioni di euro facendo registrare un tasso di crescita medio annuo del 3,5%. Nel 2018 si è giunti a quota 24,272 mld (+2,7% rispetto al 2017).

Spesa privata sostenuta dai cittadini. Il rapporto della Ragioneria contiene anche una rilevazione delle spese sanitarie sostenute dai cittadini (Medici e Strutture accreditate del SSN, ticket, strutture sanitarie e socio-sanitarie non accreditate, medicinali veterinari, farmacie, parafarmacie, ottici e diverse categorie professionali) ai fini della dichiarazione dei redditi precompilata.

In totale nel 2018 sono state trasmesse spese per un ammontare di 32,2 mld. Si osserva la prevalenza delle spese per visite specialistiche ed interventi sul totale della spesa (oltre il 44%) a carico dei privati (di cui il 32% per visite odontoiatriche), farmaci 15% e ticket 10,3%.

L.F.

11 settembre 2019
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“Sanità di svolta”, al via la terza edizione del Forum Mediterraneo

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Dal 18 al 20 settembre a Bari focus sulla sanità del Sud. Se alcune Regioni potranno fondare il proprio “dopo” su condizioni di partenza più solide non così sarà per le Regioni meridionali che sulla risorsa umana, per esempio, scontano vistose disparità di dotazione rispetto a quelle del centro-nord e, per contro, un fabbisogno di assistenza (vedi prevalenza standardizzata di cronicità) più elevato

11 SET – Di momenti cruciali la Sanità italiana ne ha attraversasti tanti e ogni volta è sembrato fosse quello decisivo con l’idea che nulla – dopo – sarebbe stato più lo stesso.
Non farebbe eccezione questo particolare momento storico anche con il rischio di evocare pure quest’anno l’ineluttabilità degli eventi e derubricarlo tra un anno come “non così cruciale, l’abbiamo svangata”.

La verità è che da qualche decennio la sanità italiana incassa urti incrementali più o meno blandi e, in maniera resiliente, li assorbe – adattandosi ogni volta con più fatica – e si rialza.

Quest’anno, però, una serie di cambiamenti di scenario più robusti in corso (vedi uscite pensionistiche) e altri all’orizzonte di breve termine (vedi regionalismo differenziato) si aggiunge agli urti precedenti che non hanno ancora scaricato la propria forza e sembra anticipare un punto di rottura epocale.

Non vogliamo dare in questa sede giudizi politici sulle evoluzioni istituzionali in corso ma da freddi osservatori tecnici non possiamo non registrare che quello che si prepara, magari come opportunità, è la rottura di un certo equilibrio e la ricerca, stavolta più “laboriosa”, di un nuovo equilibrio.

È per questi motivi che l’edizione di quest’anno del Forum Mediterraneo (18/20 settembre) l’abbiamo intitolata “Sanità di svolta”, senza alcun intento apocalittico ma con spirito costruttivo offrendo spazio di confronto sulle diverse alternative al “dopo” e visibilità a soluzioni “da Sud”.

Ancora “Sud”.Perché se alcune Regioni potranno fondare il proprio “dopo” su condizioni di partenza più solide non così sarà per le Regioni meridionali che sulla risorsa umana, per esempio, scontano vistose disparità di dotazione rispetto a quelle del centro-nord e, per contro, un fabbisogno di assistenza (vedi prevalenza standardizzata di cronicità) più elevato.
E proprio questa volta il Sud non può rispolverare il refrain certamente importante ma ora un po’ logoro del “più soldi”.

Le risorse finanziarie sono importanti ma, riteniamo, sia più importante il via libera alle soluzioni: organizzative, istituzionali, tecnologiche, cliniche. E quali che siano, comunque “differenziate” (quelle si) rispetto alle altre aree del Paese. Trovate le buone soluzioni, finanziarle potrebbe richiedere ben altro che la semplice (e mai davvero voluta) redistribuzione della quota capitaria in base all’indice di deprivazione sociale.

Di idee quest’anno ce ne sono a tal punto che l’edizione 2019 del Forum si è estesa su tre giorni solo per fare spazio al maggior numero di iniziative.

Sono cinque i filoni tematici cui ricondurre idealmente le oltre trenta sessioni:
– Sanità di anticipo, con la prevenzione a scuola, l’uso dei Big Data per la Salute, gli interventi congiunti su Ambiente e Salute, le politiche di sicurezza integrata;

– Tecnologia intelligente, con le opportunità offerte dalla sanità digitale e dalla telemedicina per complementare, mai sostituire, l’azione del professionista in nuovi paradigmi organizzativi;

– Partnership innovativa, con la necessità di un ripensamento del ruolo del privato accreditato sui tradizionali servizi affamati di professionisti e i nuovi servizi territoriali alla ricerca di modelli inediti di integrazione pubblico-privato;

– Salute della fragilità, con le buone pratiche per le fasce più deboli di cittadini, come i bambini, i detenuti, i disabili e i malati rari;

– Professionisti propositivi, con le idee provenienti da chi conosce la “domanda” di salute dei cittadini, corrente e prospettica, osservandola sul campo.

E l’accresciuta propositività di interlocutori vecchi e nuovi di questo Forum che si sta sempre più qualificando come appuntamento fisso sul panorama nazionale lascia ben sperare chi nei passaggi critici vede soprattutto opportunità di più vantaggiosi punti di equilibrio del sistema.

In ultimo, l’attuale edizione del Forum coincide incidentalmente con due circostanze di rilievo. Una di rilievo internazionale – il varo della nuova Commissione Europea – e un’altra più modesta ma per noi importante – ossia la piena operatività strategica e organizzativa di AreSS Puglia.

Sulla partenza della nuova Commissione Europea vanno segnalati gli obiettivi assegnati appena il 10 settembre scorso da Ursula von der Leyen alla commissaria europea per la Salute, Stella Kyriakides, tra i quali spiccano temi cardine del Forum:  la sanità digitale per erogare servizi di alta qualità e per ridurre le disuguaglianze di salute, la collaborazione più ampia per la lotta contro la resistenza microbica, la comunicazione più adeguata per promuovere le vaccinazioni, la necessità di produzioni sicure ed ecosostenibili per una alimentazione sana.

Il terzo Forum di Bari, poi, coincide con la fase di implementazione organizzativa più intensa della giovane AreSS, l’agenzia strategica della Puglia per l’innovazione in salute e sociale, che promuove il Forum con Fondazione Sicurezza in Sanità.

Istituita a luglio 2017, solo dall’estate 2018 dispone dei prodromi strategici, regolamentari e assunzionali per rispondere alle sfide assegnate da governo regionale. Tra queste, vale la pena segnalare, anche per coincidenza temporale, il ruolo da protagonista che l’Agenzia ha svolto nella recente candidatura della Regione Puglia quale “Reference Site” all’interno della partnership europea di innovazione per l’invecchiamento attivo e in salute.

Anche in questo caso, i requisiti richiesti dalla UE in termini di realizzazioni passate e di progetti futuri riconducono a temi affrontati nelle sessioni del Forum: l’innovazione come processo di integrazione a “quadrupla elica” (politica, università, impresa, cittadini), la necessità di “scalare” le buone pratiche di cure integrate, i processi di salute come culla dell’innovazione industriale, dello sviluppo economico e della qualità per i cittadini e così via.

Regione Puglia, insieme ad altre 11 realtà italiane, era già  Reference Site per il triennio 2016-19 e, al Sud, era in compagnia della sola Campania. Proprio in coda alla tre giorni barese, in Danimarca, verranno proclamate le eccellenze europee su “Active and Healthy Ageing” del nuovo triennio.  Aver contribuito in maniera autorevole – insieme a Innovapuglia, Dipartimento Sviluppo e Dipartimento Salute – a confezionare una candidatura ancora più ricca e robusta del Sistema Puglia sul tema è il migliore indicatore che “da Sud” le soluzioni, oltre che differenti, sono anche di svolta.

Giovanni Gorgoni
Direttore Generale dell’Agenzia Regionale strategica per la Salute ed il Sociale della Regione Puglia

11 settembre 2019
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Professioni sanitarie. Domani il test di ammissione all’Università. In corsa quasi 75 mila candidati per 24 mila posti

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Lieve flessione del numero di candidati. Rispetto alle 74.909 domande dello scorso anno il numero è quasi invariato, 74.380, con una lieve flessione del -0,8%.

10 SET – Sono quasi 75 mila, come lo scorso anno, gli studenti che domani mercoledì 11 sosterranno nelle 37 Università Statali l’esame di ammissione congiunto per i Corsi di Laurea delle Professioni Sanitarie (Infermiere. Ostetrica, Fisioterapista, Logopedista, Tecnici di Laboratorio, di Radiologia, di Neurofisiopatologia ecc.) su un totale di 24.033 posti messi a bando, di cui ben 15.069 per Infermiere

Rispetto alle 74.909 domande dello scorso anno il numero è quasi invariato, 74.380, con una lieve flessione del -0,8%.

Ci sono differenze fra le Università delle varie Regioni. Alcune sono in aumento come Piemonte +4,9%, Liguria +14,3%, Toscana +1,9%, Umbria +7,4%, Abruzzo +7%, Calabria +21%. Sono in parità o quasi Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Friuli, Puglia e Sardegna. Mentre altre sono in calo come Marche -35%, Campania -28%, Lazio -4,3%, Abruzzo -3,1% e Sicilia –2,2%. Da chiarire il -35% su Marche con il calo più vistoso, che dipenderebbe dalla riduzione dei Corsi da 11 a 8 e quindi dei posti.

Si ferma quasi il trend positivo degli anni precedenti, quando le domande erano aumentate del +3,8% fra il 2017 e il 2016 e del +6% fra il 2016 e il 2015.

Invece, a calare maggiormente sono Audiometristi -42% e Audioprotesisti -18%; quindi con -18% Assistenti Sanitari e Tecnici Neurofisiopatologia.

Situazione per altre professioni ad alta numerosità: Infermiere con +3,8% da 21.813 a 22.632, Fisioterapista con -4% da 26.516 dello scorso anno agli attuali 25.459, ma che resta comunque la più richiesta dato il rapporto domande su posto di 12 a 1 rispetto alla media delle 22 Professioni che è di 3,1. In calo anche Ostetriche con -3,8% e Tecnici di Laboratorio con -2,4%.

I dati dettagliati per ognuna delle 22 professioni e 41 Università verranno presentati all’annuale meeting della Conferenza nazionale Corsi di Laurea Professioni Sanitarie, il 13 e 14 settembre presso l’Università di Bologna.

Angelo Mastrillo
(Università di Bologna), Segretario Conferenza Nazionale Corsi Laurea Professioni Sanitarie

10 settembre 2019
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Infezioni ospedaliere. “Il rischio zero non esiste. E questa verità va inserita nel consenso informato”. Intervista al prof. Matteo Bassetti, direttore di Malattie Infettive dell’Asui di Udine

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Ogni anno tra il 5 e l’7% dei pazienti contrae un’infezione durante un ricovero ospedaliero. Ma per il direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, che è anche Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Udine, “bisogna far capire ai pazienti che se sono fragili, il rischio di contrarre un’infezione è inevitabile, e non dipende dalla colpa del medico o della struttura sanitaria”. E per Bassetti questa consapevolezza deve essere introdotta nell’ambito del rilascio del consenso informato

04 SET – Ogni anno tra il 5 e l’7% dei pazienti contrae un’infezione durante un ricovero ospedaliero. Una situazione aggravata dalla proliferazione dalla cd. multiresistenza. Secondo i dati del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc- al 2015) il fenomeno ha causato 33 mila morti in Europa e circa 10mila in Italia. Ma quello delle infezioni ospedaliere è un rischio che non può essere eliminato. Può essere abbattuto, entro un certo limite. Ma mai sconfitto definitivamente. Per questo Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, che è anche Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali dell’Università di Udine, sottolinea la necessità di un nuovo approccio che, anche con l’aiuto della giurisprudenza e dei media, renda le persone consapevoli di questa realtà.

Prof. Bassetti, qual è l’incidenza delle infezioni correlate all’assistenza?
Secondo i dati epidemiologici ogni anno tra il 5 e l’7% dei pazienti contrae un’infezione durante un ricovero ospedaliero, con punte, tra le varie realtà  che oscillano dal 3% al 7% ed un gradiente Nord- Sud rilevante, a scapito delle regioni meridionali. In alcune realtà si sfiora il 10/15% di infezioni correlate all’assistenza, complessivamente dentro ciascuna struttura sanitaria. Il fenomeno delle infezioni nosocomiali è aggravato dalla proliferazione dalla cd. multiresistenza, ovvero l’abilità dei batteri, di resistere all’azione dei medicinali antimicrobici (antibiotici). Sul problema delle MDR (multiresistenze) l’Italia insieme alla Grecia detiene un triste primato. Secondo i dati del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc- al 2015) il fenomeno ha registrato quasi 679mila casi nell’Unione europea, di cui oltre 201mila nel nostro Paese, causando  33 mila morti in Europa e circa 10mila in Italia.

Lei propone una modifica all’attuale modello di “consenso informato” perché?
Perché su questa questione urge un giro di boa che riporti l’asse della problematica dentro un approccio realistico, superando un ragionamento sbagliato, che oggi determina moltissime cause giudiziarie temerarie. Anche per la mia esperienza di consulente tecnico d’ufficio, in diversi procedimenti giudiziari, mi sono trovato a constatare che i sanitari avevano fatto di tutto per evitare che il paziente contraesse un’infezione: in tal caso trovo inappropriato parlare di risarcimento, ma semmai bisognerebbe ragionare in termini di indennizzo. Il consenso informato rappresenta un valido strumento a mio avviso per  spiegare ai pazienti, ma anche agli avvocati, che durante una degenza, o un intervento, il rischio di contrarre un’infezione è insopprimibile, almeno dentro una certa soglia.

Dunque, va sdoganato un nuovo approccio culturale, in grado di alzare la consapevolezza sul punto?
Sì. Bisogna introdurre tale informazione nel consenso informato, come già accade per altre procedure ospedaliere, per far capire ai pazienti che se loro sono fragili – così, ad esempio i bambini al di sotto dell’anno di vita e gli anziani oltre i 65 anni, o coloro che hanno una condizione di immunocompromissione a causa di interventi chirurgici, terapie immunosoppressive, o perché hanno più comorbilità – già per questo si trovano in una condizione di vulnerabilità tale che, il rischio di contrarre un’infezione è inevitabile e non dipende, pertanto, dalla colpa del medico o della struttura sanitaria.

Un obiettivo dunque che deve vedere una sinergia tra scienza e giurisprudenza, dunque?
Esatto, ma che coinvolge anche i media che hanno un importante ruolo volto a divulgare le informazioni alla popolazione, perché il sistema sanitario non può sperperare risorse umane ed economiche per un obiettivo che in natura non è in partenza raggiungibile, ovvero azzerare i rischi di infezione correlata all’assistenza e serve sfatare alcune fesserie: il lavaggio delle mani per capirci è importante così come  l’igiene degli ambienti, ma non per questo tali procedure di profilassi azzerano il rischio di contrarre infezioni in presenza di uno stato clinico complessivo che causa un abbassamento delle difese immunitarie. Se non diciamo queste cose in modo chiaro generiamo nei pazienti false aspettative e diranno che si sono infettati perché l’ospedale è sporco e disorganizzato.

Quando possiamo iniziare a parlare di cattivo funzionamento della struttura?
Se in una struttura ospedaliera si registra fino al 6% di infezioni, quello è un rischio che deve considerarsi accettabile, ma se arriva al 10 –  15%, siamo in presenza di un centro che va certamente chiuso, perché in quel caso evidentemente c’è una responsabilità, non solo medica, ma anche  organizzativa della struttura. Inoltre, va ricordato che non tutte le infezioni che si registrano durante il ricovero sono state contratte in ospedale: c’è una quota extraospedaliera, ovvero che riguarda persone che non hanno mai avuto prima contatti con l’ospedale. Ad esempio  (15% ) per gli enterobatteri. Così le infezioni ESBL (ceppi batterici produttori di beta-lattamasi a spettro esteso, ovvero enzimi che conferiscono resistenza ai beta-lattamici – Penicilline ) di cui negli ultimi anni è aumentata la diffusione, registrando significativi valori extraospedalieri.

L’utilizzo di nuove molecole, ovvero di antibiotici più innovativi e, perciò, a più alto costo, può risultare più efficace per il contrasto delle MDR (multiresistenze), però, spesso, il loro impiego è frenato dalla politica sanitaria per la necessità di contrarre la spesa…
Il tema dei costi non può e non deve limitare la prescrizione dei nuovi antibiotici. Se occorre spendere di più per applicare antibiotici che offrono maggiori possibilità terapeutiche, bisogna consentirne l’uso senza restrizioni, attraverso il filtro degli infettivologi e dei CIO (Comitati Infezioni Ospedaliere), così come è stato fatto in altre circostanze: si pensi ai farmaci oncologici. In tal caso il più alto esborso iniziale verrà ammortizzato nel tempo risparmiando i costi legati a decessi e invalidità. Dobbiamo smettere di discutere del paradosso: se usarne di meno o di più e ragionare in termini di appropriatezza, cioè valutare se si usano bene, altrimenti torneremo indietro di 50 anni, ovvero in epoca pre-antibiotica.

Maria Grazia Elfio

04 settembre 2019
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Governo. Speranza rilancia le sue proposte su aumento Fondo sanitario, abolizione del superticket e nuove assunzioni

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Ieri la prima riunione del Consiglio dei Ministri del Governo giallo-rosso. Il neo ministro della Salute Roberto Speranza ha oggi rilanciato il contenuto di una proposta di legge a sua prima firma, incardinata in Commissione Affari Sociali lo scorso 4 luglio 2019. Speranza, qui, aveva proposto il superamento del superticket, l’aumento del Fondo sanitario nazionale a 118 mld per il 2020 e nuove assunzioni per medici e infermieri. 

06 SET – Dopo il giuramento al Quirinale nelle mani del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, si sono svolte a Palazzo Chigi la cerimonia di insediamento del Governo giallo-rosso guidato da Giuseppe Conte e la prima riunione del Consiglio dei Ministri.

Da subito molto attivo il neo ministro della Salute Roberto Speranza, ha oggi rilanciato il contenuto di un disegno di legge a sua prima firma, assegnato il 4 luglio 2018 alla Commissione Affari Sociali della Camera, recante “Disposizioni in materia di finanziamento del Servizio sanitario nazionale”. Qui si proponeva innanzitutto il superamento del superticket, ossia la quota fissa sulla ricetta pari a 10 euro per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale.

Le coperture per questa abolizione vengono conteggiate in circa 600 milioni di euro a regime. Queste risorse, si spiegava nel testo, si dovrebbero reperire non solo tra quelle già stanziate a legislazione vigente dalla legge di bilancio 2018, pari a 60 milioni di euro annui per il triennio 2018, 2019 e 2020, ma anche grazie alle maggiori entrate rivenienti dall’abolizione della deduzione forfettaria dei canoni di locazione, che è pari al 35% per le cosiddette dimore storiche e da cui si ricaverebbe un gettito accertato di 545 milioni di euro annui a regime a decorrere dall’anno 2018 (545 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2018 + 60 milioni di euro annui già scontati ai sensi della legge di bilancio per il 2018 = 605 milioni di euro complessivi a decorrere dall’anno 2018).

Sempre nel testo del Ddl di LeU si proponeva poi, per il 2020, uno stanziamento di 118 miliardi di euro per il Fondo sanitario nazionale. Si trattarebbe di un aumento consistente, di 3,5 miliardi di euro, in un contesto economico tutt’altro che semplice, che vede già la necessità di reperire risorse per circa 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva. Ma anche in questo caso le coperture per l’aumento del Fsn sono già state trovate all’interno del provvedimento, ed a pagare il conto sarebbero banche, assicurazioni, fondi di investimento e società di intermediazione mobiliare.

Si provvederebbe, quindi, alla riduzione della quota di interessi passivi deducibile:
- dal 100 per cento all’82 per cento per le banche ai fini dell’IRES e dell’IRAP;
– dal 96 per cento all’82 per cento per le assicurazioni e i fondi di investimento (SGR) ai fini dell’IRES e dell’IRAP;
– all’82 per cento per le SIM.

“Io non dico solo basta ai tagli alla sanità. Io chiedo già dalla prossima manovra finanziaria più risorse per la sanità – ha poi confermato questa mattina Speranza intervenendo a Circo Massimo su Rtl -. Va rilanciata l’universalità del Servizio sanitario nazionale: non importa quanti soldi hai, da dove vieni, il colore della pelle, devi comunque avere il diritto ad essere curato. Ed altro punto importante è superare le distanze territoriali, le differenze e consentire l’accesso alla qualità sanitaria in tutte le aree del paese”.

Infine, nel provvedimento si propone un’ulteriore accelerazione sulle assunzioni di personale sanitario a tempo indeterminato. In questo caso le coperture verrebbero sia dai risparmi di spesa oggi sostenuta per pagare i sanitari a “tempo programmato”, con costi a volte persino superiori a quelli necessari a retribuire un medico assunto; sia da risparmi nell’acquisto di beni e servizi e farmaci, con gare sempre più centralizzate e acquisti diretti.

Giovanni Rodriquez

06 settembre 2019
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Spesa sanitaria. Italia sempre sotto la media Ue. Pubblico al palo, vola la spesa out of pocket dei cittadini. I nuovi numeri di Eurostat

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Rapporto Eurostat sulla spesa sanitaria in Europa. La media è il 9,9% del Pil: al top la Francia con l’11,5%, il livello più basso in Romania con il 5% e l’Italia è all’8,9% tra pubblico e privato. Colpisce il dato della spesa out of pocklet. la media Ue è del 15%, l’Italia è al 22%. L’ospedale resta (quasi per tutti) la maggior fonte di spesa. 

05 SET – Le statistiche più recenti sulle spese sanitarie pubblicate da Eurostat mostrano come queste variano nell’Unione europea nel 2016 in termini di percentuale del prodotto interno lordo (PIL).

La spesa sanitaria corrente in Francia era equivalente all’11,5% del PIL, più che in qualsiasi altro Stato membro dell’Ue. I rapporti più alti successivi sono stati in Germania (11,1%) e Svezia (11,0%).

Al contrario, l’attuale spesa sanitaria rappresentava meno del 7,5% del PIL in 12 Stati membri, con la Romania che registra il rapporto più basso (5,0%). Il Lussemburgo ha il secondo rapporto più basso tra spesa sanitaria e PIL, ma per l’alto livello del PIL di quello Stato. L’Italia è all’8,9 per cento
Nell’insieme dell’Ue, si stima che nel 2016 la spesa sanitaria sia stata pari in media al 10% (9,9%) del PIL.

Le spese sanitarie e il PIL sono entrambi influenzati dalle variazioni dei prezzi e quindi, combinando i due indicatori in un rapporto, l’impatto dell’inflazione può essere annullato in una certa misura.

Nel 2016 il livello delle spese sanitarie correnti in Germania è stato di 352 miliardi di euro , il valore più alto tra gli Stati membri dell’Ue. La Francia ha registrato il secondo livello più elevato delle spese sanitarie correnti (257 miliardi di euro), seguita dal Regno Unito (234 miliardi di euro). L’Italia registra una spesa di poco più di 150 miliardi di euro.

La spesa sanitaria corrente in Francia era equivalente all’11,5% del prodotto interno lordo, più che in qualsiasi altro Stato membro dell’Ue.
Rispetto alla dimensione della popolazione e in termini di euro, l’attuale spesa sanitaria è stata più elevata tra gli Stati membri dell’UE in Lussemburgo (5.600 euro per abitante), Svezia (5.100 euro per abitante) e Danimarca (5.000 euro per abitante) nel 2016.

Il Lussemburgo aveva il rapporto più alto per abitante anche avendo il secondo rapporto più basso tra spesa sanitaria e PIL. Questo, appunto, per l’alto livello di PIL in assoluto. Una percentuale significativa di lavoratori in Lussemburgo è costituita da lavoratori transfrontalieri e vive al di fuori del paese; in quanto non residenti, le spese per l’assistenza sanitaria non sono incluse nei conti sanitari lussemburghesi mentre la loro attività economica contribuisce al PIL.

Tre paesi dell’EFTA – Liechtenstein, Svizzera e Norvegia – hanno riportato livelli di spesa sanitaria per abitante più elevati rispetto a quelli degli Stati membri.

Dopo Lussemburgo, Svezia e Danimarca, un gruppo di quattro Stati membri – Paesi Bassi, Germania, Austria e Irlanda – ha registrato spese sanitarie correnti comprese tra 4.200 e 4.300 euro per abitante. A loro volta, questi sono seguiti a distanza da un altro gruppo – Francia, Belgio, Finlandia e Regno Unito – con rapporti compresi tra 3.600 e 3.800 euro per abitante.

C’è quindi un divario relativamente ampio con l’Italia (2.500 euro per abitante), la Spagna (2.200 euro) e Malta (2.000 euro).
Nel 2016 tutti gli altri Stati membri hanno registrato spese medie inferiori a 1.700 euro per abitante, 7 di questi (14 in tutto) hanno registrato una spesa media per l’assistenza sanitaria inferiore a 1.000 euro per abitante. I livelli più bassi di spesa media per abitante sono stati in Bulgaria (556 euro) e Romania (euro EUR).

Queste disparità erano minori quando la spesa era espressa in standard di potere d’acquisto (PPS): ciò si adegua alle differenze nei livelli dei prezzi tra gli Stati membri dell’Ue. Germania (4.200 PPS per abitante), Lussemburgo (4.100 PPS per abitante), Austria (3.900 PPS per abitante), Svezia e Paesi Bassi (entrambi 3.800 PPS per abitante) hanno registrato i più alti rapporti di spesa sanitaria per abitante in termini di PPS. La Romania (900 PPS per abitante) ha il rapporto più basso ed è stato l’unico Stato membro dell’Ue a segnalare spese sanitarie inferiori a 1.000 PPS per abitante.

In Italia questo rapporto è stato di 2.4349 PPS.

Tenendo conto delle differenze di livello dei prezzi, il rapporto tra i livelli più alti (Germania) e più bassi (Romania) della spesa sanitaria per abitante era considerevolmente più stretto rispetto al rapporto equivalente in termini di euro sopra menzionato, in quanto era 4,5: 1.

Gli sviluppi nel tempo

Il confronto di Eurostat è tra il 2011 e il 2016. Le analisi sono presentate in termini di prezzi correnti e riflettono quindi le variazioni di prezzo (inflazione e deflazione) come cambiamenti reali nelle spese.

Tra i 19 Stati membri dell’Ue per i quali sono disponibili i dati del 2011 e del 2016, tutti a eccezione della Grecia e di Cipro hanno registrato spese sanitarie più elevate nel 2016 rispetto al 2011. L’aumento complessivo maggiore è stato osservato in Estonia, dove le spese nel 2016 sono state del 45,3% superiori rispetto al 2011, un aumento equivalente a una media del 7,8% all’anno. Tra i tre paesi EFTA per i quali sono disponibili dati, l’Islanda ha registrato un aumento ancora maggiore, con un aumento del 69,5%, un aumento medio dell’11,1% all’anno. Oltre all’Estonia, altri cinque Stati membri dell’Ue – Romania, Bulgaria, Lituania, Lussemburgo e Germania – hanno registrato aumenti complessivi di oltre il 20 per cento.

Per l’Italia Eurostat non rileva il dato 2011 e non riporta quindi la differenza percentuale tra i due anni, ma tra il 2012 e il 2016 l’aumento che si registra è appena del 4,2 per cento.

Oltre a essere influenzato dalle variazioni dei prezzi, il confronto della spesa sanitaria nel tempo può anche essere influenzato dalle variazioni demografiche.

Tra i 26 Stati membri per i quali vengono mostrati dati per due anni (non sono disponibili dati precedenti per Malta o la Slovenia), la Grecia e Cipro sono state nuovamente le uniche a registrare una spesa inferiore nel 2016 rispetto al 2011. Allo stesso modo, l’Estonia ha registrato di nuovo il più grande aumento, con una spesa media per abitante cresciuta del 46,6%. Per quanto riguarda l’aumento complessivo della spesa, anche la Romania (+40,4%), la Bulgaria (38,6%) e la Lituania (34,1%) hanno registrato forti aumenti della spesa per abitante, così come la Lettonia (29,7%, tra il 2013 e il 2016). L’Itala è intorno al 14 per cento.

Per quanto riguarda l’analisi della variazione della spesa sanitaria complessiva tra il 2011 e il 2016, concentrandosi sul rapporto tra questa spesa e il PIL, le spese sanitarie e il PIL sono entrambi influenzati dalle variazioni dei prezzi e quindi, combinando i due indicatori in un rapporto, l’impatto dell’inflazione può essere annullato in una certa misura. Questo dipende dalla misura in cui le variazioni dei prezzi relative alla spesa sanitaria sono simili a quelli con esperienza per l’economia nel suo complesso.

Nove Stati membri dell’Ue (nessun dato precedente disponibile per Malta o la Slovenia) hanno riportato un rapporto inferiore tra spesa sanitaria e PIL nel 2016 rispetto al 2011 (2012 o 2013 per alcuni Stati membri), tre hanno riportato lo stesso valore per il rapporto in entrambi anni e 14 hanno riportato un rapporto più elevato nel 2016.

Il calo di gran lunga maggiore è stato in Irlanda, dove il rapporto era di 3,3 punti percentuali inferiore nel 2016 (7,4%) rispetto al 2011 (10,7%). In Italia il calo è stato inferiore allo 0,15 per cento.

Negli Stati membri in cui il rapporto era più elevato nel 2016 rispetto al 2011, l’aumento è stato generalmente di 0,5 punti percentuali o meno: Estonia (+ 0,7 punti percentuali), Lettonia (0,8 punti percentuali tra il 2013 e il 2016) e Bulgaria (1,1 punti percentuali) hanno registrato aumenti maggiori, così come la Svizzera (1,5 punti percentuali) e la Norvegia (1,7 punti percentuali) tra i paesi EFTA.

Panoramica del finanziamento, delle funzioni e dei fornitori di assistenza sanitaria
Le spese sanitarie possono essere analizzate da tre prospettive: le fonti di finanziamento; le funzioni sanitarie finanziate; i fornitori di assistenza sanitaria.
I regimi governativi hanno finanziato il 36,7% di tutte le spese sanitarie nell’Ue-28 nel 2016, mentre i regimi obbligatori di assicurazione sanitaria contributiva e i conti obbligatori di risparmio medico hanno rappresentato il 42,7%.
Queste due fonti hanno rappresentato il 79,4% di tutti i finanziamenti. Più della metà (54,3%) della spesa sanitaria nell’Ue-28 nel 2016 era destinata a cure e riabilitazione, mentre quasi un quinto (18,4%) era destinato a prodotti medici.
Gli ospedali erano i maggiori fornitori di assistenza sanitaria in termini di spese, rappresentando quasi i due quinti (37,4%) di tutte le spese nell’Ue-28. I fornitori di assistenza sanitaria ambulatoriale (25,4%) e i rivenditori e altri fornitori di prodotti medici (17,0%) sono stati il secondo e il terzo più grande fornitore in termini di spesa.
Per la modifica delle spese per ciascuna delle maggiori fonti di finanziamento, funzioni e fornitori tra il 2011 e il 2016, i dati sono disponibili per 19 Stati membri dell’Ue. Tra il 2011 e il 2016, il maggiore aumento dei finanziamenti in otto Stati membri dell’Ue (ad esempio, in Belgio) è derivato da regimi governativi mentre in altri quattro (ad esempio in Portogallo) è stato proveniente da regimi obbligatori e conti di risparmio; di conseguenza c’erano sette Stati membri (ad esempio la Lituania) in cui le spese di altri agenti finanziari sono aumentate più che da queste due grandi fonti.
Per quanto riguarda le funzioni, in sei Stati membri dell’Ue (ad esempio nei Paesi Bassi) l’incremento maggiore è stato per le spese per cure e riabilitazione, mentre in altre quattro (ad esempio in Bulgaria) le spese sono aumentate maggiormente per i prodotti medici.
In quasi la metà degli Stati membri per i quali sono disponibili dati (9 su 19, ad esempio in Lussemburgo), l’aumento delle spese per altre funzioni è stato superiore a quello delle cure e riabilitazione o dei beni medici.
Per i fornitori, il maggiore aumento delle spese tra il 2011 e il 2016 si è avuto in tre Stati membri dell’Ue (ad esempio in Irlanda) è stato per gli ospedali, mentre in altri sette (ad esempio in Belgio) è stato per i fornitori di cure ambulatoriali e in quattro (ad esempio a Cipro) era destinato ai rivenditori e ad altri fornitori di prodotti medici; di conseguenza, vi erano cinque Stati membri (ad esempio l’Estonia) in cui le spese per altri fornitori erano aumentate più che per questi tre grandi fornitori.
In Italia, il 74,4% della spesa è stata a carico dello Stato e di questa il 55,1% è stata per cure e riabilitazione e il 45,6% è stata spesa negli ospedali.
Spese sanitarie per regime di finanziamento
Eurostat distingue: regimi governativi, regimi obbligatori contributivi di finanziamento della sanità e conti obbligatori di risparmio medico (che sono generalmente parte del sistema di sicurezza sociale e sono di seguito denominati regimi/conti obbligatori) e tutti gli altri schemi di finanziamento.
La percentuale di regimi governativi e di regimi/conti obbligatori sul totale delle spese sanitarie correnti è stata superiore all’80,0% in Germania (dove è stata registrata la quota più elevata, all’84,2%), Danimarca, Svezia, Francia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Lussemburgo e Slovacchia ; era anche superiore all’80,0% in Norvegia (che ha riportato una quota superiore a quella registrata in uno degli Stati membri dell’UE, all’85,1%) e in Islanda tra i paesi EFTA.
A eccezione di Cipro, le spese combinate provenienti da regimi governativi e regimi/conti obbligatori nel 2016 hanno superato le spese provenienti da tutte le altre fonti in tutti gli Stati membri dell’Ue (dati 2015 per Malta) e in tutti i paesi EFTA.
Nella maggior parte degli Stati membri dell’Ue, dominavano i sistemi governativi o i regimi/conti obbligatori: in 10 Stati membri i regimi governativi rappresentavano più della metà di tutte le spese e in 14 Stati membri i regimi/conti obbligatori rappresentavano più della metà di tutte le spese.
In Austria, i regimi/conti obbligatori hanno registrato una quota maggiore rispetto ai regimi governativi o ad altre fonti, ma meno della metà del totale.
Nei restanti tre Stati membri – Bulgaria, Grecia e Cipro – altre fonti hanno fornito una quota maggiore di finanziamenti rispetto ai regimi governativi o ai regimi / conti obbligatori; solo a Cipro altre fonti hanno fornito la maggioranza (57,9%) del finanziamento.
I regimi/conti obbligatori hanno rappresentato tre o più della spesa complessiva per l’assistenza sanitaria in Francia (77,8%), Germania (77,4%), Slovacchia (76,4%) e Croazia (76,2%) nel 2016, ma meno del 5,0% in Spagna, Portogallo, Cipro, Irlanda, Italia, Regno Unito, Danimarca, Lettonia e Svezia.
Al contrario, la Danimarca (84,1%), la Svezia (83,4%) e il Regno Unito (79,4%) hanno riferito che i regimi governativi rappresentavano oltre i tre quarti delle loro spese per l’assistenza sanitaria, mentre le quote comprese tra il 65,0% e il 75,0% erano registrate in Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo.
La terza fonte di finanziamento dell’assistenza sanitaria è stata rappresentata dai pagamenti diretti delle famiglie, la cui quota è stata mediamente del 15,7% nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016.
In Italia è stata del 22,9 per cento.
Questa quota ha superato il 40,0% del totale in Lettonia, Cipro e Bulgaria (dove ha raggiunto un picco del 48,0%), mentre i pagamenti diretti delle famiglie hanno rappresentato oltre un terzo della spesa sanitaria totale a Malta e in Grecia. La Francia era l’unico Stato membro dell’Ue in cui i pagamenti diretti delle famiglie rappresentavano meno di un decimo (9,8%) delle spese sanitarie.
I sistemi di assicurazione sanitaria volontaria hanno generalmente rappresentato una piccola parte del finanziamento dell’assistenza sanitaria tra gli Stati membri dell’Ue nel 2016, con una media del 3,6% (esclusa Malta). La loro quota relativa ha raggiunto il picco del 14,0% in Slovenia, mentre quote superiori a un decimo sono state registrate anche in Irlanda e Cipro. Le quote di questi tre Stati membri erano chiaramente maggiori che altrove, poiché la quota successiva più elevata era del 6,7% (in Francia). Vi erano sette Stati membri in cui i regimi di assicurazione sanitaria volontaria fornivano meno dell’1,0% dei finanziamenti per le spese sanitarie nel 2016, con la percentuale più bassa registrata in Repubblica ceca (0,1%).
Spese sanitarie per funzione
Nel 2016 i servizi di cura e riabilitazione hanno sostenuto oltre il 50,0% delle spese sanitarie correnti nella stragrande maggioranza degli Stati membri dell’Ue, con l’eccezione di Malta (dati 2015), Lettonia e la Bulgaria, dove le azioni variavano dal 47,4% al 49,7%. Al contrario, nella fascia alta dell’intervallo, quasi i due terzi (66,3%) delle spese sanitarie correnti nel 2016 sono state sostenute da servizi di cure curative e riabilitative in Portogallo, mentre Cipro e Polonia hanno registrato quote superiori al 60,0%, con la Grecia (59,9%) appena sotto questo livello.
I prodotti medici (prodotti farmaceutici e altri beni medici non durevoli e apparecchi terapeutici e altri beni medici durevoli, non specificati per funzione) erano la seconda funzione più grande nell’Ue-28 (esclusa Malta), con una quota del 18,4% delle spese sanitarie correnti. Vi è stata una variazione sostanziale tra gli Stati membri dell’Ue in termini di percentuale delle spese utilizzate per i prodotti medici. Le quote più basse – inferiori al 15,0% – sono state registrate per Finlandia, Irlanda, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Danimarca (dove è stata registrata la quota più bassa, al 10,1%). Al contrario, le quote più elevate – in cui i beni medici rappresentavano tra il 30,0% e il 40,0% delle spese sanitarie correnti nel 2016 – sono state registrate per Grecia, Ungheria, Lettonia, Romania e Slovacchia, con questa quota che raggiunge il 43,9% in Bulgaria.
In Italia il valore è di circa il 20 per cento.
La percentuale delle spese sostenute per l’assistenza sanitaria a lungo termine è stata del 15,7% nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016.
La quarta funzione principale era rappresentata dai servizi ausiliari (come test di laboratorio o trasporto di pazienti), che rappresentavano il 4,6% delle spese sanitarie nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016. La quota di questi servizi ha superato il 10,0% a Cipro ed Estonia.
Le spese relative alla governance del sistema sanitario e all’amministrazione dei finanziamenti sono state in media del 3,6% nell’Ue-28 (esclusa Malta) e andavano dallo 0,8% in Finlandia al 5,7% in Francia (in Italia 2%).
Le spese per le cure preventive sono state in media del 3,1% delle spese sanitarie correnti nell’Ue-28 (esclusa Malta), che vanno dall’1,2% in Slovacchia al 5,4% nel Regno Unito (in Italia 4%).
I servizi relativi all’assistenza sanitaria a lungo termine hanno rappresentato il 15,7% delle spese sanitarie correnti nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016 (in Italia era del 10,2%). La percentuale era inferiore al 10,0% nella metà degli Stati membri dell’Ue. Quote relativamente basse potrebbero essere dovute all’onere principale dell’assistenza sanitaria a lungo termine a carico dei familiari, senza alcun pagamento per la fornitura di questi servizi.
Al contrario, oltre un quinto della spesa sanitaria è stato assegnato all’assistenza sanitaria a lungo termine in Belgio, Irlanda, Lussemburgo e Danimarca, con questa quota che ha raggiunto oltre un quarto nei Paesi Bassi (25,6%) e Svezia (26,1%); una quota ancora maggiore (28,1%) è stata registrata in Norvegia.
Spese sanitarie per fornitore
Eurostat precisa che i fornitori di assistenza sanitaria classificati nello stesso gruppo non svolgono necessariamente lo stesso insieme di attività. Ad esempio, gli ospedali possono offrire assistenza diurna, ambulatoriale, accessoria o di altro tipo, oltre ai servizi di degenza.
Gli ospedali hanno rappresentato la percentuale più elevata (37,4%) della spesa sanitaria nel 2016 nell’Ue-28 (esclusa Malta). Tra gli Stati membri dell’Ue, la quota delle spese sanitarie correnti relative agli ospedali variava dal 29,0% del totale in Germania al 46,7% in Estonia (l’Italia come accennato va oltre il 45%).
Quattro Stati membri hanno riferito che gli ospedali non avevano la quota più elevata di spese sanitarie: gli operatori sanitari ambulatoriali rappresentavano una quota maggiore della spesa sanitaria totale in Belgio e Germania; i rivenditori e altri fornitori di prodotti medici hanno rappresentato una quota maggiore in Bulgaria e Slovacchia.
Il secondo maggiore fornitore di assistenza sanitaria (in termini di spesa) era generalmente quello dei fornitori di assistenza sanitaria ambulatoriale. La loro quota delle spese sanitarie correnti nel 2016 era in media del 25,4% nell’Ue-28 (esclusa Malta) e andava dal 14,3% in Bulgaria al 31,6% in Germania e al 36,5% in Belgio (in Italia circa il 28%).
La quota delle spese sanitarie correnti rappresentate dai rivenditori e da altri fornitori di prodotti medici è stata in media del 17,0% nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016. Tuttavia, la loro quota variava notevolmente tra gli Stati membri dell’Ue, dal 9,5% in Lussemburgo a 34,4 % in Slovacchia e 43,6% in Bulgaria (in Italia circa 16%).
Il maggior fornitore sono state le strutture di assistenza residenziale a lungo termine, che rappresentavano il 10,1% delle spese sanitarie correnti nell’Ue-28 (esclusa Malta) nel 2016.
La quota più elevata per le strutture di assistenza residenziale a lungo termine era del 25,8% nei Paesi Bassi, mentre in Croazia e Bulgaria la quota era inferiore all’1,0% (in Italia 6,1%).

05 settembre 2019
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Roberto Speranza giura da Ministro della Salute: “Impegno per ridurre disuguaglianze”

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Il neo Ministro della Salute ha giurato davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Questo è un Paese in cui dopo la crisi, ci sono ancora pochi che stanno benissimo che non ce la fanno. Se si dà una mano a quelli che sono rimasti indietro a stare un po’ meglio, tutto il Paese ne può beneficiare”.

05 SET – È ufficiale, con il giuramento di fronte al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, parte il Governo Conte 2 con Roberto Speranza alla guida di Lungotevere Ripa. “Il nostro impegno – ha dichiarato Speranza  uscendo dal Quirinale – al governo sarà di ridurre le disuguaglianze in questo Paese e mettere al centro la questione sociale che è una questione fondamentale. Questo è un Paese in cui dopo la crisi, ci sono ancora pochi che stanno benissimo che non ce la fanno. Se si dà una mano a quelli che sono rimasti indietro a stare un po’ meglio, tutto il Paese ne può beneficiare”.

05 settembre 2019
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Rianimazione cardio-polmonare: ecco le “misure giuste”

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Una combinazione di 107 compressioni al minuto a una profondità di 4,7 cm costituirebbe il target ottimale per la rianimazione cardiopolmonare. È quanto emerge da uno studio dello University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas, pubblicato da JAMA Cardiology

27 AGO – (Reuters Health) – Paul Pepe e colleghi, dello University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas, hanno cercato di individuare la velocità di compressione toracica (CCR) e la profondità di compressione toracica (CCD) ideali associate alla massima probabilità di sopravvivenza funzionalmente favorevole (scala di Rankin modificata), dopo un arresto cardiaco extra-ospedaliero.

Il campione di studio ha incluso 3.643 pazienti (età media, 67,5 anni; 64,4% di sesso maschile) che avevano avuto un arresto cardiaco extra-ospedaliero e per cui erano stati simultaneamente registrate velocità di compressione toracica e profondità di compressione toracica durante uno studio clinico degli US National Institutes of Health su un dispositivo.

La combinazione ottimale CCR-CCD era rappresentata da 107 compressioni al minuto a una profondità di 4,7 cm. Quando la rianimazione cardio-polmonare veniva eseguita entro il 20% di questi valori, la probabilità di sopravvivenza era significativamente più elevata (6,0% vs 4,3% al di fuori di tale range; odds ratio, 1,44).

FonteJAMA Cardiology 2019
Marilynn Larkin

(Versione Italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

27 agosto 2019
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