Articoli tratti dai magazine specifici sul tema sanità

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Come riconoscere la vera scienza con l’evidence-based practice? Da Gimbe il nuovo handbook per tutti i professionisti sanitari

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Dalla fondazione la versione italiana del nuovo set internazionale di competenze core per l’evidence-based practice al fine di guidare l’elaborazione di curricula universitari e specialistici e programmi di formazione continua. “Oggi l’eccesso d’informazioni scientifiche rende indispensabili tali competenze per ricercare, valutare criticamente e integrare le migliori evidenze nelle decisioni professionali, perché migliorano la qualità dell’assistenza, riducono gli sprechi conseguenti al sovra- e sotto-utilizzo di farmaci, test diagnostici e altri interventi sanitari e facilitano la comunicazione con i pazienti”. L’HANDBOOK

17 LUG – Ogni anno in oltre 20.000 riviste vengono pubblicati più di 2 milioni di articoli, di cui solo il 7-8% possono essere definiti “evidenze scientifiche”, ovvero studi condotti con metodi rigorosi che producono risultati rilevanti per la salute delle persone e per la sanità pubblica. Le evidenze scientifiche rispondono ai criteri di qualità definiti dall’Evidence-based Medicine, termine coniato nel 1991, che oggi ha lasciato il posto a quello di Evidence-based Practice (EBP), visto che la metodologia si è progressivamente estesa a tutte le professioni sanitarie.

“Negli ultimi vent’anni – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – l’EBP è stata integrata come componente del curriculum di base per medici e altri professionisti sanitari, dei programmi specialistici e di quelli di formazione continua. Tuttavia, in assenza di set di competenze definiti in maniera sistematica, esiste una estrema variabilità di qualità e contenuti dei programmi di insegnamento dell’EBP”.

In Italia, uno studio condotto dalla Fondazione GIMBE, in collaborazione con il Segretariato Italiano degli Studenti in Medicina, ha dimostrato che nonostante l’EBM sia formalmente prevista dal core curriculum della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia, gli insegnamenti e i programmi sono estremamente variabili.

“Rispetto al Sicily Statement on Evidence-based Practice– spiega il Presidente – le principali novità riguardano gli strumenti di accesso alla letteratura biomedica, in particolare le risorse “pre-valutate”, la necessità di esaminare fonti di finanziamento e conflitti di interesse nella valutazione critica della letteratura, le modalità per valutare le performance individuali e soprattutto il processo decisionale condiviso, una innovativa modalità di comunicazione con il paziente che, informato sui rischi e benefici degli interventi sanitari, sceglie consapevolmente la migliore opzione in relazione alle sue preferenze, valori e aspettative”.

“Considerato che le competenze core per l’EBP – conclude Cartabellotta – migliorano la qualità dell’assistenza, riducono gli sprechi conseguenti al sovra- e sotto-utilizzo di farmaci, test diagnostici e altri interventi sanitari e facilitano la comunicazione con i pazienti, la Fondazione GIMBE oltre alla versione italiana dello statement ha realizzato un pratico handbook sia per rendere consapevoli tutti i professionisti sanitari delle irrinunciabili competenze da acquisire, sia per guidare l’elaborazione dei curricula universitari e specialistici e dei programmi di formazione continua”.

17 luglio 2019
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Regionalismo differenziato. Corte dei conti: “Maggiore autonomia necessità di strumenti idonei di monitoraggio per evitare tensioni sul bilancio dello Stato”

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Nella sua audizione davanti alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale la magistratura contabile segnala come “con riferimento alle autonomie speciali – che costituiscono un modello raffrontabile con quello in divenire delle Regioni ad autonomia differenziata – si sono rilevati profili di criticità correlati alle modalità di monitoraggio e di chiarezza dei risultati contabili”. IL DOCUMENTO

17 LUG – “Il conferimento di maggiori livelli di autonomia amplia la necessità che gli amministratori diano conto di come questi poteri e le correlate risorse siano utilizzati e dei risultati conseguiti. Secondo la Corte costituzionale la tutela dell’unità economica della Repubblica giustifica un governo unitario della finanza pubblica e controlli esterni sugli enti territoriali (cfr. sent. n. 39/2014) al fine di evitare tensioni sugli equilibri di bilancio. Ne consegue come la richiesta di autonomia differenziata postuli quale corollario l’adozione di idonei strumenti di monitoraggio e di rendicontazione”. È quanto afferma la Corte dei conti, nel corso dell’audizione che si è svolta oggi a Palazzo San Macuto, davanti alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale su “Attuazione e prospettive del federalismo fiscale e sulle procedure in atto per la definizione delle intese ai sensi dell’articolo 116, III comma, della Costituzione”.

Per la magistratura contabile infatti “con riferimento alle autonomie speciali – che costituiscono un modello raffrontabile con quello in divenire delle Regioni ad autonomia differenziata – si sono rilevati profili di criticità correlati alle modalità di monitoraggio e di chiarezza dei risultati contabili”.  E fa anche degli esempi per mostrare come laddove le Regioni sono monitorate i conti sono tornati in ordine diversamente a quanto è successo nelle Regioni e Province autonome.

Il testo integrale della Relazione della Corte dei conti:

Il conferimento di maggiori livelli di autonomia amplia la necessità che gli amministratori diano conto di come questi poteri e le correlate risorse siano utilizzati e dei risultati conseguiti. Secondo la Corte costituzionale la tutela dell’unità economica della Repubblica giustifica un governo unitario della finanza pubblica e controlli esterni sugli enti territoriali (cfr. sent. n. 39/2014) al fine di evitare tensioni sugli equilibri di bilancio. Ne consegue come la richiesta di autonomia differenziata postuli quale corollario l’adozione di idonei strumenti di monitoraggio e di rendicontazione.

Alcuni utili spunti di riflessione possono essere tratti dalle analisi svolte in varie occasioni dalla Corte in tema di servizi sanitari regionali, atteso che la tutela della salute è una delle materie oggetto delle intese in discorso ed è, anzi, quella che impiega la maggior parte delle risorse regionali (circa l’80% della spesa pubblica nelle RSO; circa il 50% per le RSS in considerazione delle maggiori funzioni a queste ultime attribuite e, dunque, della minore incidenza della spesa sanitaria su quella complessiva). A tale riguardo, con riferimento alle autonomie speciali – che costituiscono un modello raffrontabile con quello in divenire delle Regioni ad autonomia differenziata – si sono rilevati profili di criticità correlati alle modalità di monitoraggio e di chiarezza dei risultati contabili.

Nell’“Audizione sulle forme di raccordo tra Stato e autonomie territoriali e sull’attuazione degli statuti speciali” del 23 marzo 2017 davanti alla Commissione Parlamentare per le questioni regionali, la Corte, infatti, aveva osservato che «La separatezza degli ordinamenti finanziari speciali – rimarcata dalle cosiddette clausole di salvaguardia e dalle norme di attuazione statutaria, che escludono la diretta applicabilità degli interventi statali, condizionandola alla mediazione di specifici accordi – va conciliata con l’esigenza di garantire l’unità della finanza pubblica attraverso una partecipazione diretta di detti enti al coordinamento dinamico mediante moduli pattizi. In tal modo il coordinamento finanziario si connota di aspetti “negoziali”: sia quando la Regione speciale tratta con lo Stato il concorso della propria autonomia differenziata agli obiettivi di stabilità e convergenza, sia quando la stessa Regione si incarica del diretto coordinamento, a tali medesimi fini, della finanza degli Enti locali. In tale ambito, la Corte costituzionale ha chiarito i termini della composizione tra la dimensione della garanzia dell’autonomia territoriale e la dimensione della garanzia dell’unitarietà dell’ordinamento statale. In proposito giova ricordare che ormai, per il combinato disposto degli artt. 117, primo comma, e 97 Cost. (come modificati dalla citata legge cost. n. 1/2012), emerge un interesse-valore costituzionale che si identifica nella tutela dell’unità economica della Repubblica, che, secondo la stessa Corte costituzionale (sent. n. 39/2014), giustifica tanto un governo unitario della finanza pubblica quanto i controlli esterni sugli enti territoriali diretti ad evitare danni irreparabili all’equilibrio di bilancio. Invero, la Corte, in varie recenti pronunce (sentenze n. 188/2014; n. 88/2014; n. 39/2014; n. 60/2013), ha valorizzato la funzione statale di coordinamento finanziario, intesa come espressiva di una dimensione di Stato ordinamento inglobante le autonomie anziché quale volontà dello Stato persona, ad esse contrapposto».

Un rilevante profilo di criticità emerso nella stessa sede è stato il tema della determinazione del fabbisogno sanitario nazionale e del relativo riparto tra le Regioni (peraltro già evidenziato in precedenti occasioni). Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome, infatti, a differenza di quelle a statuto ordinario, provvedono direttamente al finanziamento dell’assistenza sanitaria sul loro territorio senza alcun onere a carico del bilancio dello Stato. È opportuno riportare quanto riferito in proposito alla Commissione parlamentare nell’audizione del 23 marzo 2017 cit.:« (…) Ma se l’asse portante del sistema finanziario delle Autonomie speciali è rinvenibile nella devoluzione di quote del gettito di tributi erariali riscossi nei territori di rispettiva competenza e, dunque, nella correlazione del bilancio regionale alla dinamica dell’economia locale, la partecipazione delle Autonomie speciali in sede di riparto del FSN di fatto sembra essere da queste percepita solo come “figurativa”, potendo esse provvedere alle necessità del proprio sistema sanitario indipendentemente dalla ripartizione avvenuta in sede di Conferenza Stato-Regioni. La questione appare inscindibilmente legata alla valenza che s’intende attribuire alle risorse assegnate agli enti territoriali all’esito della procedura di ripartizione del finanziamento del settore sanitario pubblico (…)».

Laddove il monitoraggio esterno si riveli meno incisivo, dunque, a fronte di maggiori spese si verifica che non ci sia chiarezza sulla ragione delle stesse (è il caso di Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Trento e Bolzano, v. meglio infra), oppure che si vengano ad accumulare significativi disavanzi (è il caso della Regione Sardegna). Per contro, nelle Regioni sottoposte a monitoraggio (“leggero” o più stringente per gli enti in piano di rientro dal deficit) si è riscontrato un netto miglioramento dei risultati di gestione. In particolare, facendo riferimento alle sole risorse ritenute congrue dallo Stato per l’erogazione dei LEA in condizioni di efficienza ed appropriatezza, così come definite con l’Intesa Stato-Regioni, si è osservato che tra il 2006 ed il 2017 il deficit si sia ridotto nelle Regioni sottoposte a monitoraggio (da -1 mld ca. a -82 mln) ed ancor più in quelle sottoposte a piano di rientro (da oltre -4 mld a -223 mln), mentre nelle Regioni a statuto speciale e nelle due Province autonome è stata rilevata una diversa tendenza (da -600 mln ca. a -1,2 mld, compreso il disavanzo regionale della Sardegna e con l’esclusione della Regione siciliana, in piano di rientro).

All’analisi suesposta conseguono diverse considerazioni. Una prima riguarda l’efficacia degli interventi di contenimento della spesa. Ed invero, laddove «lo Stato non ha strumenti d’intervento diretto sulla dinamica di spesa … le politiche di contenimento sono (state) meno efficaci»: le Regioni a statuto ordinario, infatti, sono soggette a monitoraggio annuale ovvero, qualora in disavanzo, a più verifiche tecniche in corso d’esercizio relativamente al piano di rientro sottoscritto. Durante le riunioni tenutesi tra luglio e dicembre 2018 tra Autonomie speciali (esclusa la Regione Siciliana) e Tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti regionali, invece, quest’ultimo ha fatto presente di aver convocato le suddette Autonomie anche per l’esame dei conti del IV trimestre 2017, ricevendo la seguente comunicazione congiunta: «pur confermando la disponibilità a collaborare con il Ministero per tutte le informazioni richieste in materia di spesa sanitaria, si segnala che si ritiene sufficiente che ciò avvenga sui dati annuali consolidati, dato che, non partecipando al riparto del FSN, non pare utile partecipare a verifiche infra-annuali sui CE trimestrali». Attualmente, dunque, i diversi sistemi sanitari regionali esistenti sono comparabili tra loro solo con estrema difficoltà, soprattutto avendo riguardo ai servizi resi ed al costo degli stessi, restando ancora non chiaro «quanto della differenza di risultato tra il fabbisogno teorico e la spesa effettiva dipenda dall’erogazione di maggiori servizi e quanto, eventualmente, sia, invece, da ricondurre ad un maggior costo dei LEA» , a causa della mancanza di idonei strumenti di misurazione allo scopo.

Considerando le novità introdotte dal d.lgs. n. 68/2011 a decorrere dall’anno 2013 in materia di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard per le Regioni a statuto ordinario nel settore sanitario, «sarebbe certamente auspicabile che almeno il fabbisogno per l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) in condizioni di efficienza ed appropriatezza, presentasse regole procedurali univoche sul territorio nazionale e tempestivamente recepite da tutti gli enti territoriali, così da permettere una più agevole valutazione dei costi della sanità nei diversi contesti territoriali».

Un secondo aspetto della questione riguarda l’armonizzazione contabile, materia di competenza esclusiva statale «che non può subire deroghe territoriali, neppure all’interno delle autonomie speciali costituzionalmente garantite, in quanto strumentale a garantire che lo Stato stesso, attraverso informazioni rese in maniera uniforme, possa garantire il coordinamento della finanza pubblica e gli equilibri del bilancio (Corte Costituzionale, sentenza n. 80/2017)». Nello stesso contesto è stato, inoltre, affermato che «l’applicazione del Titolo II del decreto legislativo n. 118/2011 richiede che sia data separata evidenza nel bilancio regionale dell’anno delle risorse conferite al proprio Servizio sanitario provinciale a titolo di finanziamento indistinto, vincolato, mobilità extraregionale e delle ulteriori risorse che la Regione ha eventualmente inteso conferire al proprio Servizio sanitario per finanziare i maggiori costi indotti dai LEA ovvero per finanziare anche prestazioni aggiuntive rispetto ai LEA». La richiesta di individuare le diverse fonti di finanziamento del servizio sanitario regionale/provinciale (finanziamento obbligatorio LEA; finanziamento aggiuntivo LEA e finanziamento per extra LEA) risulta ancora disattesa dalle Autonomie speciali. Ultima considerazione, ma non per rilevanza, riguarda la qualità e le condizioni di erogazione delle prestazioni sanitarie sul territorio nazionale. Come si è avuto modo di osservare nel Referto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali per l’esercizio 2016 (Sezione delle autonomie, deliberazione n. 3/SEZAUT/2018/FRG), «in virtù delle diverse normative regionali, sul territorio nazionale non vengono erogate le medesime prestazioni sanitarie né agli stessi costi: l’accesso ai servizi sanitari, dunque, non avviene attualmente in condizioni di eguaglianza tra tutti i cittadini. E ciò è tanto più grave se si considera la recente pronuncia della Corte costituzionale (cfr. sentenza n. 169/2017) secondo la quale è necessaria una delimitazione finanziaria dei LEA, definiti “spese incomprimibili e necessarie”, rispetto alle altre spese sanitarie: la reale copertura finanziaria dei servizi, data la natura delle situazioni da tutelare, deve riguardare non solo la quantità ma anche la qualità e la tempistica delle prestazioni costituzionalmente necessarie». Inoltre, a prescindere dal profilo economico-finanziario, si rileva che le valutazioni delle performance dei sistemi sanitari regionali operate dal Ministero della salute nel “Monitoraggio dei LEA attraverso la cd. Griglia LEA – Metodologia e Risultati dell’anno 2017” conducono a ritenere che non sempre al processo di risanamento finanziario si accompagni una sufficiente erogazione dei livelli essenziali di assistenza.

Nel richiamato Referto approvato con deliberazione della Sez.Aut. n. 13/2019, è stato ricordato che Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Trento e Bolzano, per le modalità di finanziamento dell’assistenza sanitaria sui loro territori12 , sono tuttora escluse dalla Verifica Adempimenti affidata dall’Intesa Stato-Regioni del 23 marzo 2005 al Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza in condizioni di appropriatezza ed efficacia nell’utilizzo delle risorse. E ciò avviene nonostante l’auspicio che il processo di uniformità relativo all’erogazione del bene salute trovi al più presto il suo compimento secondo le previsioni costituzionali in materia di eguaglianza e tutela di cui agli artt. 3 e 32 Cost.

17 luglio 2019
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Farmaci: spesa e consumi. Il Rapporto Osmed 2018. Ogni italiano spende 482 euro l’anno in medicine, di cui 343 a carico Ssn e 139 di tasca propria. Spesa maggiore per anticancro e sistema immunitario, consumi più elevati per cardiovascolari e gastrointestinali. Tutti i dati

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Tra spesa pubblica e privata nel 2018 abbiamo toccato quota 29,1 miliardi di euro con un calo di solo lo 0,1% rispetto al 2017. Cresce del 3,76% la privata per un totale di 8,379 miliardi. Gli antineoplastici e gli immunomodulatori sono la prima categoria in termini di spesa pubblica (5.659 milioni di euro), seguiti dai farmaci dell’apparato cardiovascolare (3.240 milioni di euro). In termini di consumi sono invece i cardiovascolari i più gettonati, seguiti da quelli dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, del sangue e degli organi emopoietici. IL RAPPORTO AIFA

18 LUG – La spesa farmaceutica nazionale totale nel 2018 è stata di 29,1 miliardi di euro (- 0,1% rispetto al 2017), di cui il 77% riferita a farmaci rimborsati dal Ssn (compresa la quota ticket a carico del cittadino).

La spesa media pro capite, tra pubblica e privata, è stata pari a circa 482 euro. Di questi, 343,3 euro sono a completo carico del Ssn mentre i restanti 138,6 sono pagati dal cittadino, tra ticket e farmaci acquistati di tasca propria.

In particolare la spesa direttamente a carico del cittadino – che comprende per l’appunto ticket regionali, differenza di prezzo tra branded  e generico, acquisti diretti di farmaci di classe A e classe C – ha raggiunto la cifra di 8,379 miliardi, in crescita rispetto al 2017 quando si era fermata a 8,075 miliardi.

La quota ticket, da sola, raggiunge gli 1,6 miliardi, con un incremento rispetto al 2017 del 3,8%. Aumento che deriva da un +7,2% della quota relativa al pagamento della differenza tra branded e generico e da una diminuzione del 3,4% degli altri ticket regionali.

I farmaci antineoplastici e immunomodulatori fanno la parte del leone in termini di spesa farmaceutica pubblica (5.659 milioni di euro), seguiti dai farmaci dell’apparato cardiovascolare (3.240 milioni di euro). Sul fronte dei consumi sono invece i farmaci cardiovascolari i più gettonati, seguiti da quelli dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, del sangue e degli organi emopoietici.

Sale la spesa per i farmaci a brevetto scaduto e i farmaci equivalenti. Quelli a brevetto scaduto hanno costituito il 65,9% della spesa e l’82,7% dei consumi in regime di assistenza convenzionata, mentre gli equivalenti hanno rappresentato il 19% della spesa e il 29,4% dei consumi. Cresce anche l’utilizzo dei biosimilari, tra i tanti la follitropina con un +55,2%.

A livello regionale l’Umbria è la Regione con i maggiori consumi in regime di assistenza convenzionata, seguita dalla Campania e dalla Puglia. La spesa lorda pro capite maggiore si registra in Campania, Abruzzo e Calabria. La Provincia autonoma di Bolzano è invece la più “risparmiosa” con spesa e consumi pro capite più bassi. In generale le Regioni del Nord hanno livelli inferiori di spesa convenzionata rispetto alla media nazionale, mentre al Sud e nelle Isole si spende di più mostrano valori di spesa superiori.

Infine i farmaci innovativi, il 2018 ha visto il riconoscimento di venti nuovi farmaci (innovatività e innovatività condizionata) appartenenti principalmente alla categoria degli antineoplastici

Questi alcuni dei principali dati raccolti nel Rapporto Nazionale 2018 “L’Uso dei Farmaci in Italia” dell’Aifa presentato questa mattina nella sede dell’Agenzia del farmaco.

“Il Rapporto Osmed che cerca di ottimizzare e integrare le informazioni raccolte da diverse fonti informative disponibili – ha sottolineato Luca Li Bassi, Direttore generale di Aifa – costituisce uno strumento capace di inquadrare l’utilizzo dei medicinali sul territorio nazionale e seguirne i cambiamenti nel corso del tempo, evidenziando le aree terapeutiche con maggiore variabilità̀ regionale. Il Rapporto permette di individuare e pianificare politiche d’intervento in ambito di assistenza farmaceutica volte alla promozione dell’uso razionale dei medicinali”.

Nel corso del 2018, ha spiegato Li Bassi “sono stati introdotti nel mercato i farmaci equivalenti di molecole ad alto impatto sulla spesa convenzionata (ad esempio la rosuvastatina), oltre ai biosimilari di farmaci biologici ad alto costo (ad esempio adalimumab e trastuzumab), che potranno determinare degli importanti risparmi di spesa. Tuttavia, anche quest’anno si conferma la variabilità nel ricorso dei farmaci equivalenti e dei biosimilari sul territorio nazionale, tale da suggerire la possibilità di ampi spazi di miglioramento. Il differente ricorso ai farmaci equivalenti ha anche un impatto sulla distribuzione della compartecipazione del cittadino tra le varie Regioni – ha aggiunto – è stata anche osservata una correlazione tra la spesa per compartecipazione e il reddito pro capite regionale, secondo la quale le Regioni a più basso reddito sono quelle che presentano una maggiore compartecipazione. Tali dati ci suggeriscono la necessità di porre in atto iniziative informative e formative sia a livello nazionale che loco-regionale a favore dei pazienti e degli operatori”.

Ecco una sintesi dettagliata del Rapporto 

La spesa farmaceutica a quota 29,1 mld. Nel 2018 la spesa farmaceutica totale, pubblica e privata, è stata pari a 29,1 miliardi di euro, di cui il 77% rimborsato dal Ssn. In media, per ogni cittadino italiano, la spesa per farmaci è ammontata a circa 482 euro.

La spesa pubblica territoriale, comprensiva della spesa dei farmaci erogati in regime di assistenza convenzionata e in distribuzione diretta e per conto di classe A, è stata di 12.402 milioni di euro, ossia il 60% della spesa farmaceutica territoriale, e ha registrato, rispetto all’anno precedente, una riduzione del -4%, dovuta alla diminuzione della spesa farmaceutica convenzionata netta (-4,2%) e della spesa per i farmaci in distribuzione diretta e per conto (-3,6%).

La spesa complessiva a carico dei cittadini, 8.379 milioni di euro, comprendente la spesa per compartecipazione (ticket regionali e differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto erogato al paziente e il prezzo di riferimento), per i medicinali di classe A acquistati privatamente e quella per i farmaci di classe C, ha registrato un aumento del +3,76% rispetto al 2017. Con un trend di spesa in salita per tutte le voci: medicinali di automedicazione (+7,6%), compartecipazione (+3,8%), acquisto privato di medicinali di fascia A (+3,2%), mentre una variazione più contenuta è stata registrata per la spesa dei farmaci di classe C con ricetta (+2,2%).

La spesa per compartecipazione a carico del cittadino è stata pari a 1.608 milioni di euro (circa 26,6 euro pro capite), raggiungendo un’incidenza sulla spesa convenzionata lorda del 15,9%. Rispetto al 2017 (spesa per ticket di 1.549 milioni di euro), l’incremento della compartecipazione del cittadino è stato essenzialmente determinato dalla crescita della quota eccedente il prezzo di riferimento dei medicinali a brevetto scaduto (+7,2%), mentre risulta in riduzione la spesa relativa al ticket per ricetta/confezione (−3,4%).

La spesa per l’acquisto di medicinali da parte delle strutture sanitarie pubbliche (pari a circa il 40% della spesa farmaceutica totale) è stata di 11,9 miliardi di euro (197,45 euro pro capite) e ha fatto registrare rispetto all’anno precedente un andamento pressoché stabile (+0,9%).

Le Regioni in cui sono stati riscontrati i valori di spesa più elevati sono la Puglia (236,96 euro pro capite), l’Umbria (223,89 euro pro capite) e la Campania (222,42 euro pro capite); al contrario, in Valle d’Aosta (142,8 euro pro capite), in Lombardia (165,72 euro pro capite) e nella P.A. di Trento (166,43 euro pro capite) si rilevano i valori più bassi.
Nella maggior parte delle Regioni si evidenziano incrementi nella spesa, con le maggiori variazioni rispetto al 2017 in Abruzzo (+9,9%), in Umbria (+7,2%) e nella P.A. di Trento (+6,9%).

Il consumo di farmaci. Nel 2018 sono state consumate 1.572 dosi al giorno ogni mille abitanti (considerando anche i consumi in ospedale e quelli a carico del cittadino, in media ogni soggetto, inclusi i bambini, ha assunto al giorno circa 1,6 dosi di farmaco), il 72,3% delle quali erogate a carico del Ssn, mentre il restante 27,7% è relativo a dosi di medicinali acquistati direttamente dal cittadino (acquisto privato di classe A, classe C con ricetta e automedicazione).

Per quanto riguarda l’assistenza territoriale complessiva, pubblica e privata, sono state dispensate quasi 2 miliardi di confezioni, con un calo del -2,5% rispetto all’anno precedente. Diminuiscono sensibilmente le confezioni dei farmaci di classe A acquistati privatamente dal cittadino (-24,9%), mentre aumentano le confezioni dei farmaci di automedicazione (+4,1%), dei farmaci di classe C con ricetta (+3%) e rimangono stabili le confezioni dei farmaci di classe A erogati in distribuzione diretta e per conto.

In regime di assistenza convenzionata, nel corso del 2018 ogni giorno sono state consumate in media 978,8 DDD ogni mille abitanti die, pressoché stabili rispetto all’anno precedente (+0,9%), e oltre 1 miliardo di confezioni nel 2018 (corrispondente a 18,2 confezioni pro capite), con un decremento del -0,7%.
Il consumo dei farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche si attesta sul volume di 157,4 DDD ogni mille abitanti die, evidenziando una riduzione del 0,8% rispetto al 2017.

Le categorie più prescritte
Nel 2018 i medicinali dell’apparato cardiovascolare si confermano la categoria maggiormente consumata dagli italiani (e restano al secondo posto in termini di spesa), seguiti dai farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, dai farmaci del sangue e organi emopoietici.

Le statine, tra i farmaci per il sistema cardiovascolare, gli inibitori di pompa, tra quelli dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, e gli altri antiepilettici, tra quelli del sistema nervoso centrale, sono le categorie a maggior impatto sulla spesa convenzionata.
Sul lato degli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche, le categorie a maggior spesa sono gli anticorpi monoclonali, tra gli antineoplastici, gli antivirali per il trattamento delle infezioni da HIV in associazione, tra gli antimicrobici generali per uso sistemico, e i fattori della coagulazione del sangue, tra i farmaci del sangue ed organi emopoietici.

Consumo e spesa per età e genere
Complessivamente, nel 2018 oltre 40 milioni di assistiti (di cui il 55% donne) hanno ricevuto almeno una prescrizione di farmaci con una prevalenza d’uso pari al 67%, una spesa pro capite di 229 euro e un consumo di 1.020 DDD/1000 abitanti die (in media ogni cittadino italiano ha ricevuto una dose di farmaco ogni giorno).

Vi è una differenza di esposizione ai farmaci nella popolazione, con una prevalenza che passa dal 62% negli uomini al 71% nelle donne mentre; per quanto riguarda le dosi e la spesa si registrano 1.016 DDD negli uomini e 1.025 nelle donne, 227 euro pro capite negli uomini e 231 nelle donne.
Differenze di genere sono riscontrabili nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni, in cui le donne mostrano una prevalenza d’uso superiore a quello degli uomini, con maggiori livelli di prescrizione nelle donne relative agli antibiotici (utilizzati per il trattamento delle infezioni delle vie urinarie), agli antianemici e ai farmaci del sistema nervoso centrale (soprattutto gli antidepressivi).

La popolazione con più di 64 anni assorbe oltre il 60% della spesa in assistenza convenzionata e circa il 70% delle DDD, mentre quella pediatrica registra una prevalenza d’uso del 50%, che passa però da circa il 70% nei bambini con età compresa tra i 0 e 4 anni al 38% nella fascia 10-14 anni.
L’uso di antimicrobici è concentrato maggiormente nei primi quattro anni di vita e dopo i 75 anni. Si conferma una maggiore prevalenza d’uso nelle donne di farmaci antineoplastici e immunomodulatori (tra i 35 e i 74 anni), per il Sistema Nervoso Centrale (a partire dai 35 anni) e per l’apparato muscolo-scheletrico.

L’uso dei farmaci nelle popolazioni fragili
Nel corso del 2018 oltre 4,8 milioni di bambini e adolescenti assistibili hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (49,1% della popolazione pediatrica generale). La prevalenza della prescrizione registra un picco nel primo anno di vita del bambino (77%), per poi diminuire progressivamente negli anni successivi fino a quasi dimezzarsi nella fascia di età 12-17 anni (39,4%).

Gli antimicrobici per uso sistemico sono quelli a maggior consumo (46,4% del totale), seguiti dai farmaci dell’apparato respiratorio (24,3%) e dagli ormoni, esclusi quelli sessuali (8,4%), dai farmaci del tratto gastrointestinale e metabolismo (7,5%) e da quelli del sistema nervoso centrale (7,1%).

Il 98% degli anziani, nel corso del 2018, ha ricevuto almeno una prescrizione farmacologica, senza differenze significative di prevalenza d’uso tra i due generi; sono state dispensate, ogni giorno, per ogni utilizzatore oltre 3 dosi con una spesa di 656 euro pro capite.

Le categorie terapeutiche maggiormente prescritte nella popolazione geriatrica sono risultate quella dei farmaci per l’apparato cardiovascolare, dei medicinali antimicrobici per uso sistemico e dei medicinali per l’apparato gastrointestinale e metabolismo.

Dall’analisi della prescrizione dei farmaci nelle donne in gravidanza, utilizzando i dati provenienti dalle Regioni Emilia Romagna, Lazio e Puglia, è emerso che l’80,4% della popolazione selezionata ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica durante la gravidanza.
Inoltre, il 36,5% e il 50,7% delle donne con un parto nel periodo considerato ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica rispettivamente nel trimestre precedente la gravidanza e nel trimestre successivo al parto.

I farmaci relativi alla categoria terapeutica del sangue e organi emopoietici sono quelli maggiormente prescritti in gravidanza (55,9%), seguiti dagli antimicrobici per uso sistemico (41,5%), dai farmaci del sistema genito-urinario e ormoni sessuali (25,5%), dai preparati ormonali sistemici, esclusi gli ormoni sessuali (14,9%), dai farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo (13,5%) e da quelli del sistema respiratorio (10,5%).

Consumo e spesa: variabilità regionale
La spesa farmaceutica pubblica regionale, la codettetta spesa netta, erogata in regime di assistenza convenzionata è stata di 7.781 milioni di euro, a fronte di 576 milioni di ricette emesse e 1,1 miliardi di confezioni di medicinali dispensati. Per i farmaci in regime di assistenza convenzionata di Classe A-Ssn, l’Umbria è la Regione con la quantità massima di consumi (1.098,2 DDD/1.000 abitanti die), seguita dalla Campania (1.083,4 DDD/1.000 abitanti die) e dalla Puglia (1.075,5 DDD/1.000 abitanti die). La spesa lorda pro capite maggiore si registra in Campania (201,22 euro pro capite), seguita da Abruzzo (192,01 euro pro capite) e Calabria (190,72 euro pro capite). La Provincia autonoma di Bolzano è quella con livelli di spesa e consumi meno elevati, pari a 120,1 euro pro capite e 721,4 DDD/1.000 abitanti die.

In generale, nelle Regioni del Sud si spende e si consuma mediamente di più rispetto a quelle del Centro e del Nord per i farmaci erogati in regime di assistenza convenzionata. Si confermano inoltre significative differenze regionali di consumo e spesa per categoria terapeutica.

Farmaci a brevetto scaduto
L’82,7% delle dosi consumate ogni giorno in regime di assistenza convenzionata è costituito da medicinali a brevetto scaduto, che rappresentano il 65,9% della spesa convenzionata. Le Regioni con la più elevata incidenza del consumo di farmaci a brevetto scaduto nell’anno 2018 sono state l’Umbria (84,3%), l’Emilia Romagna (84,2%) e la Provincia Autonoma di Trento (84,0%), mentre la Toscana (81,1%), l’Abruzzo (81,6%) e la Valle d’Aosta e la Basilicata (81,8%) sono quelle con la più bassa incidenza.

Quattro inibitori di pompa (pantoprazolo, lansoprazolo, omeprazolo ed esomeprazolo) risultano tra i primi 20 principi attivi a brevetto scaduto a maggiore spesa convenzionata. I dati del 2018 hanno confermato l’incremento nell’impiego di tutti i farmaci biosimilari disponibili in commercio già da diversi anni, come, ad esempio, della follitropina (+55,2%), delle epoetine (+24,4%), della somatropina (+22,3%) e dei fattori della crescita (+12,7%), con effetti positivi sulla spesa.

Ester Maragò

18 luglio 2019
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L’esercizio fisico allunga la vita. A qualunque età

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Uno studio condotto in Gran Bretagna ha seguito oltre 3 mila persone tra i 40 e gli 80 anni per 12 anni, per valutare gli effetti sulla salute dell’attività fisica. Il passaggio dalla vita sedentaria a un’attività di 150 minuti settimanali ha ridotto del 29% il rischio di morte per cause cardiovascolari e dell’11% quello per cancro

19 LUG – (Reuters Health) – L’esercizio fisico riduce il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e anche alcuni tumori. A oggi la maggior parte delle ricerche si è soffermata sull’efficacia dell’attività fisica in alcuni momenti della vita degli individui, senza valutarne l’impatto negli anni. Un gruppo di ricercatori del Regno Unito ha recentemente pubblicato sul British Medical Journal uno studio incentrato sul rapporto tra attività fisica e longevità in uomini e donne di mezza età e anziani.

Lo studio
Un gruppo di ricercatori di Cambridge – guidati da Soren Brage – hanno valutato per otto anni i livelli di attività di uomini e donne che all’inizio dello studio avevano tra i 40 e gli 80 anni. Hanno coinvolto 14.599 partecipanti. Dopo i primi otto anni hanno iniziato a monitorare la mortalità e hanno continuato in media per 12,5 anni.

Durante questo periodo, sono deceduti 3.148 partecipanti, di cui 950 per malattie cardiovascolari e 1.091 per cancro. I ricercatori hanno misurato l’attività fisica complessiva svolta dai partecipanti, prendendo in considerazione il lavoro e il tempo libero, in termini di energia spesa per chilogrammo di peso corporeo.

Tutti i partecipanti hanno beneficiato dell’esercizio fisico, anche coloro che soffrivano di una condizione cronica grave come malattie cardiache o cancro prima dello studio.

La riduzione del rischio di morte era associata all’aumento dell’attività fisica indipendentemente dai livelli di attività pregressi e persino dal peggioramento di altri fattori di rischio come dieta, peso corporeo, anamnesi, pressione arteriosa e livelli di colesterolo nel corso degli anni.
Le persone che hanno raggiunto livelli di attività “medi” durante lo studio avevano il 38% di probabilità in meno di morire rispetto ai sedentari, in caso di alti livelli di esercizio il rischio era ridotto del 42%.

A livello della popolazione, i ricercatori hanno calcolato che almeno 150 minuti a settimana di attività fisica a intensità moderata potrebbero prevenire il 46% dei decessi associati all’inattività fisica.

Fonte: BMJ 2019

Lisa Rapaport

(Versione italiana per Quotidiano Sanità/Popular Science)

19 luglio 2019
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Defibrillatori. Arriva l’ok da parte della Commissione Affari Sociali. Testo pronto per l’esame dell’Aula

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Approvati ieri gli ultimi emendamenti dei relatori che si limitano a recepire le osservazioni contenute nei pareri della IX e della XI Commissione e una delle osservazioni contenute nel parere della VII Commissione. La XII Commissione ha quindi deliberato di conferire il mandato ai relatori di riferire in senso favorevole all’Assemblea sul provvedimento in esame, chiedendo l’autorizzazione a riferire oralmente.

19 LUG – Arriva il via libera da parte della Commissione Affari Sociali sul disegno di legge in tema di defibrillatori. Nella seduta di ieri i relatori hanno predisposto gli emendamenti 1.50, 4.50 e 5.50, che recepiscono le osservazioni contenute nei pareri della IX e della XI Commissione e una delle osservazioni contenute nel parere della VII Commissione.

Come spiegato dal relatore Giorgio Mulè (FI), gli emendamenti predisposti per recepire i pareri espressi dalla Commissioni in sede consultiva, “confermano la validità del testo adottato dalla XII Commissione, suggerendo esclusivamente delle precisazioni di carattere semantico”. Nessuna modifica sostanziale all’impianto del testo.

A seguito dell’approvazione di questi emendamenti, la Commissione Affari Sociali ha deliberato di conferire il mandato ai relatori di riferire in senso favorevole all’Assemblea sul provvedimento in esame, deliberando altresì di chiedere l’autorizzazione a riferire oralmente.

G.R.

19 luglio 2019
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Sicurezza operatori sanitari. Fino a 16 anni di carcere per chi aggredisce medici e operatori. Ecco il testo pronto per l’esame del Senato

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Diverse le modifiche apportate al testo durante l’esame in Commissione Sanità. Tra tutte, la modifica al codice penale con la quale viene stabilito che le pene oggi previste per episodi di violenza contro i pubblici ufficiali in servizio durante le manifestazioni sportive siano applicate anche in caso di violenza contro gli operatori della sanità. Pene che vanno da un minimo di quattro a sedici anni di reclusione a secondo della gravità delle lesione provocata. Le aggressioni agli operatori sanitari e socio-sanitari rientreranno nelle circostanze aggravanti. IL TESTO

15 LUG – Pronto per l’esame dell’Aula del Senato il disegno di legge antiviolenza. Diverse le novità introdotte durante l’esame in questi mesi da parte della Commissione Sanità. Su tutte, spiccano le modifiche introdotte al Codice Penale. Più in particolare, viene stabilito che le pene oggi previste per episodi di violenza contro i pubblici ufficiali in servizio durante le manifestazioni sportive siano applicate anche in caso di violenza contro gli operatori della sanità. Pene che vanno da un minimo di quattro a sedici anni di reclusione a secondo della gravità delle lesione provocata.

E ancora, l’avere commesso il fatto con violenza o minaccia in danno degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni rientrerà tra le circostanze aggravanti e farà scattare la denuncia d’ufficio, anche senza la querela della persona offesa.

Ma vediamo tutte le novità in dettaglio.

L’articolo 1 del provvedimento prevede l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie. La composizione dell’Osservatorio, dovrà prevedere la presenza di rappresentanti delle regioni, di un rappresentante dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), di rappresentanti dei Ministeri dell’interno, della difesa, della giustizia e del lavoro e delle politiche sociali, degli ordini professionali interessati, delle organizzazioni di settore e delle associazioni di pazienti. L’organismo è istituito senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica; la partecipazione al medesimo non dà diritto alla corresponsione di alcun rimborso o emolumento comunque denominato.

All’Osservatorio sono attribuiti i seguenti compiti:
– monitorare gli episodi di violenza commessi a danno degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni;
– monitorare gli eventi sentinella che possano dar luogo a fatti commessi con violenza o minaccia ai danni degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni;
– promuovere studi e analisi per la formulazione di proposte e misure idonee a ridurre i fattori di rischio negli ambienti più esposti;
– monitorare l’attuazione delle misure di prevenzione e protezione a garanzia dei livelli di sicurezza sui luoghi di lavoro ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81;
– promuovere la diffusione delle buone prassi in materia di sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie.

L’Osservatorio acquisisce, con il supporto dell’Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità istituito presso l’Agenas e degli ordini professionali, i dati regionali relativi all’entità e alla frequenza del fenomeno, anche con riguardo alle situazioni di rischio o di vulnerabilità nell’ambiente di lavoro. Per le tematiche di comune interesse, l’Osservatorio si rapporta con il predetto Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità.

L’Osservatorio inoltre trasmette tramite l’Agenas i dati di cui al comma 2 acquisiti dai Centri per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente previsti dalla legge Gelli. Il Ministro della Salute, entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento, dovrà presentare una relazione sull’attività svolta dall’Osservatorio.

All’aritcolo 2 si modifica l’articolo 583-quater del codice penale. Più in particolare si stabilisce che le pene oggi previste per episodi di violenza contro i pubblici ufficiali in servizio durante le manifestazioni sportive siano applicate anche in caso di violenza contro gli operatori della sanità. Pene che vanno da un minimo di quattro a sedici anni di reclusione a secondo della gravità delle lesione provocata.

Grazie all’articolo 3, l’aver commesso il fatto con violenza o minaccia in danno degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni rientra tra le circostanze aggravanti previste dall’articolo 61 del codice penale.

L’articolo 4 modifica il codice penale in materia di procedibilità. In caso di danno degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni scatterà la denuncia d’ufficio anche senza la querela della persona offesa.

Infine, l’articolo 5 contiene la clausola di invarianza degli oneri a carico della finanza pubblica.

Giovanni Rodriquez

15 luglio 2019
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Defibrillatori. Commissione Affari Sociali adotta testo base. Obbligo di dotazione per le PA e possibilità di utilizzo da persone non formate

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Le PA saranno obbligate a dotarsi di defibrillatori sulla base di un criterio di gradualità fondato su determinati elementi (tra cui gli orari di apertura al pubblico, l’ubicazione, il bacino di utenza di riferimento, i tempi di arrivo dei mezzi di soccorso). Prevista, inoltre, l’adozione di un’unica applicazione mobile con interfaccia valida su tutto il territorio nazionale e di software integrati con le Centrali operative regionali del 118. Questo quanto previsto dal testo unificato delle 8 proposte di legge. IL TESTO

11 LUG – La Commissione Affari Sociali nella seduta di ieri ha adottato un testo unificato delle 8 proposte di legge presentate in tema di defibrillatori. A comunicarlo è stata la relatrice Maria Lapia (M5S), sottolineando come il testo adottato riassuma il contenuto delle proposte abbinate senza tuttavia contenere un numero eccessivo di articoli.

Tra le misure previste, l’obbligo per le pubbliche amministrazioni di dotarsi di defibrillatori sulla base di un criterio di gradualità fondato su determinati elementi (tra cui gli orari di apertura al pubblico, l’ubicazione, il bacino di utenza di riferimento, i tempi di arrivo dei mezzi di soccorso); la previsione della possibilità di utilizzo dei defibrillatori, in condizioni di necessità, anche da parte di persone non specificamente formate; l’adozione di un’unica applicazione mobile con interfaccia valida su tutto il territorio nazionale e di software integrati con le Centrali operative regionali del 118.

Il testo base è composto in tutto da 9 articoli.

L’articolo 1 introduce l’obbigo, anche per le Pubbliche amministrazioni, di dotarsi defibrillatori semiautomatici e automatici esterni (DAE) e di personale formato per il loro utilizzo. Con un apposito Dpcm dovranno poi essere individuati i parametri e i criteri in base ai quali assegnare la priorità nell’obbligo di installazione della suddetta apparecchiatura medica nei luoghi di pertinenza delle amministrazioni e degli enti. Questi parametri e criteri dovranno tener conto dell’apertura al pubblico, della loro ubicazione, del bacino di utenza di riferimento nonché dei tempi di arrivo dei mezzi di soccorso e, ove possibile, l’analisi dei dati epidemiologici di arresto cardiaco per valutare il rischio relativo in relazione alla serie storica. Dovrà in ogni caso ritenersi prioritaria l’installazione dei DAE nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle Università, secondo i criteri individuati dal Ministero dell’istruzione.

L’articolo 2 specifica come gli enti territoriali debbano adottare propri regolamenti al fine di prevedere l’installazione, nel proprio territorio, di postazioni di defibrillazione ad accesso pubblico, 24 ore su 24, adeguatamente segnalate. Le postazioni dovranno essere dotate di sistemi automatici di chiamata e segnalazione ai servizi d’emergenza. Dovranno inoltre essere previste misure premiali per le installazioni di DAE semiautomatici e automatici nei centri commerciali, condomini, alberghi e strutture aperte al pubblico.

L’articolo 3 interviene per modificare la legge 120/2001. Più in particolare viene così modificato il comma 1 dell’articolo 1: “L’uso del defibrillatore semiautomatico o automatico è consentito anche al personale sanitario non medico, nonché al personale non sanitario che abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardiopolmonare. In assenza di personale sanitario o non sanitario formato, nei casi di sospetto arresto cardiaco è comunque consentito l’uso del defibrillatore semiautomatico o automatico anche a chi non sia in possesso dei requisiti di cui al primo periodo. In ogni caso, non sono punibili le azioni connesse all’uso del defibrillatore nonché alla rianimazione cardiopolmonare intraprese dai soggetti non in possesso dei predetti requisiti che agiscano per stato di necessità ai sensi dell’articolo 54 del codice penale, nel tentativo di prestare soccorso a una vittima di sospetto arresto cardiaco”.

L’articolo 4 disciplina l’utilizzo dei DAE da parte delle società sportive dilettantistiche e professionistiche. La loro presenza dovrà essere prevista sia durante le competizioni sia durante gli allenamenti e le altre attività correlate compresi trasferimenti e ritiri.

L’articolo 5 introduce anche nelle scuole l’insegnamento della rianimazione cardiopolmonare di base e uso del DAE.

L’articolo 6 prevede, al fine di consentire la localizzazione del DAE più vicino in caso di un evento di arresto cardiaco, e fornire indicazioni per il suo reperimento ai chiamanti o ad altri soccorritori, che i soggetti pubblici e privati che siano già dotati di un DAE debbano darne comunicazione alla Centrale operativa del sistema di emergenza sanitaria 118 territorialmente competente, specificando il numero di dispositivi, le caratteristiche, marca e modello, la loro precisa ubicazione, gli orari di accessibilità al pubblico, le date di scadenza delle parti deteriorabili, quali batterie e piastre adesive, nonché gli eventuali nominativi dei soggetti in possesso della certificazione all’uso dei DAE.

Nei luoghi pubblici presso i quali è presente un DAE dovrà essere individuato un soggetto responsabile del corretto funzionamento dell’apparecchio. Presso il Ministero della salute verrà istituito il registro nazionale informatizzato dei DAE installati in luoghi pubblici e privati.

L’articolo 7 prevede che vengano stabilite le modalità operative per la realizzazione e l’adozione di un’unica applicazione mobile con interfaccia valida su tutto il territorio nazionale e di software integrati con le Centrali operative regionali del 118, per la rapida geolocalizzazione dei soccorritori e dei DAE esterni, al fine di allertare e reclutare i possibili primi soccorritori e localizzare il DAE più vicino. Per questo verranno stanziati fino a 250.000 euro per l’anno 2019 e 500.000 euro per l’anno 2020.

L’articolo 8 modifica tabella A allegata al Dar 633/72 stabilendo dove debbano essere reperite le somme da stanziare.

Infine, l’articolo 9 prevede che, ogni anno, negli istituti di istruzione primaria e secondaria, vi sia una campagna di sensibilizzazione rivolta al personale docente e non docente, agli educatori, ai genitori e agli studenti, finalizzata a informare e sensibilizzare sulle manovre di rianimazione cardiopolmonare e sull’uso dei defibrillatori semiautomatici e automatici esterni, sulla base dei contenuti e delle indicazioni già previste da enti nazionali e internazionali.

Il Ministero della salute promuoverà, inoltre, nell’ambito delle campagne di sensibilizzazione sociale, la diffusione della conoscenza degli elementi di primo soccorso e delle tecniche salvavita, provvedendo altresì ad informare in modo adeguato sull’utilizzo dei defibrillatori semiautomatici e automatici esterni in caso di intervento su soggetti colpiti da un arresto cardiaco. Per questo viene autorizzata la spesa di 50.000 euro per l’anno 2019 150.000 euro per ciascuno degli anni 2020, 2021 e 2022.

Giovanni Rodriquez

11 luglio 2019
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Dove funziona meglio la sanità? A Trento, in Toscana e a Bolzano. Il nuovo report sulle performance del Ssn di Crea Sanità-Tor Vergata

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Dopo le prime tre classificate, performance “eccellenti” anche in altre 6 realtà: Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Umbria, Veneto e Piemonte. In posizione “intermedia” Liguria, Valle d’Aosta, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise. Mentre in fondo alla classifica in area “critica” troviamo Puglia, Sicilia, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna. Il ranking media le indicazioni provenineti da cittadini, istituzioni, professionisti della sanità, management aziendale e industria medicale. LO STUDIO

11 LUG – Tra le 21 Regioni e Province autonome sono la P.A. di Trento, la Toscana e la P.A. di Bolzano quelle dove i cittadini hanno maggiori opportunità di tutela della propria salute lo rileva l’edizione 2019 del progetto “La misura della Performance dei SSR”, del C.R.E.A. Sanità.

Le tre realtà hanno una performance tra il 63% ed il 70% (il massimo è 100%); seguono Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Umbria, Veneto e Piemonte che vengono comunque classificate nell’area dell’“eccellenza”.

A seguire Liguria, Valle d’Aosta, Marche, Lazio, Abruzzo e Molise, in una posizione “intermedia”; mentre in area “critica” si trovano Puglia, Sicilia, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna, con valori di performance che scendono progressivamente fino ad arrivare al 31%.

Il ranking è il frutto di una metodologia di valutazione multidimensionale e multiprospettiva, che “media” le indicazioni di diversi stakeholder del sistema, appartenenti alle categorie Utenti’, ‘Istituzioni’, ‘Professioni sanitarie’, ‘Management aziendale’ e ‘Industria medicale’, su 5 Dimensioni (Sociale (equità), Esiti, Appropriatezza, Innovazione ed Economico-Finanziaria).

“Nel 2019 – scrive il Crea –  il Panel di esperti/stakeholder che ha contribuito al progetto è composto da 97 compenti. Complessivamente i livelli di soddisfazione (dell’Expert Panel) rispetto alle Performance attuali sono ancora su livelli relativamente scarsi: anche i migliori risultati regionali raggiunti, sono ben lontani da una Performance ottimale; i più “critici” risultano essere gli Utenti e le Istituzioni”.

“La Performance – si precisa – è per sua natura dinamica e, negli ultimi anni, assistiamo ad una progressiva riduzione del “peso” della Dimensione Economico-Finanziaria (processo iniziato in corrispondenza del risanamento finanziario dei SSR) e la contestuale crescita dell’importanza della componente Esiti (sviluppatasi parallelamente alla diffusione del Programma Nazionale Esiti e alla diffusione di una crescente cultura del monitoraggio statistico degli esiti. Nello specifico, gli Esiti “contribuiscono” alla Performance nella misura del 31,2%, seguiti dal Sociale (21,5%) e dall’Appropriatezza (20,2%), con la Dimensione Sociale (in continuo aumento negli anni) che appare fattore essenziale per gli stakeholder che operano nelle Regioni in Piano di Rientro”.

“Oltre alla crescita della Dimensione Esiti (+8,1 punti percentuali), nel 2019 assistiamo ad una crescita della Dimensione Innovazione (+0,9 punti percentuali). L’indicazione per le politiche sanitarie ci sembra riassumibile dicendo che sia in atto un processo di recupero del significato profondo del termine efficienza, inteso come ottimizzazione del rapporto fra Esiti e risorse impegnate, anche mediante l’implementazione di innovazioni organizzative e tecnologiche, superando le logiche di mero risparmio di spesa: questo processo è, ad esempio, evidente nel passaggio dall’approccio usato per i Piani di Rientro Regionali a quello previsto per i Piani di Affiancamento delle Aziende sanitarie”.

“In altri termini – rileva lo studio – è ormai condiviso fra gli stakeholder del SSN, che il riavvicinamento delle opportunità di tutela regionali non potrà che passare per l’innovazione, nella misura in cui potrà generare nuove opportunità di sviluppo, adattabili alle caratteristiche socio-economiche e culturali delle diverse aree del Paese. Analizzando il contributo per Categoria di stakeholder, osserviamo che per gli Utenti le Dimensioni Appropriatezza ed Innovazione contribuiscono per quasi il 50% alla misura della Performance. Per i rappresentanti delle Istituzioni, sono le Dimensioni Sociale ed Esiti a contribuire per oltre il 70%. Per le Professioni sanitarie sono invece prioritarie Esiti ed Appropriatezza (che contribuiscono del 32,4% e 23,7% rispettivamente). Per il Management aziendale, come per le Professioni sanitarie, sono Esiti ed Appropriatezza le due Dimensioni che contribuiscono maggiormente: 36,1% e 18,5% rispettivamente. Infine, per i rappresentanti del mondo industriale, sono gli Esiti ed il Sociale le Dimensioni chiave: con il 30,0% e il 22,2% rispettivamente di contributo alla Performance”.


11 luglio 2019
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Vaccinazione antinfluenzale. In Puglia via libera della Consulta all’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari

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Ma anche digitalizzazione dei professionisti sul territorio per collegare ambulatorie studi medici all’anagrafe regionale.Questi alcuni dei temi al centro dell’incontro organizzato a Bari nell’ambito del più ampio progetto di approfondimento sul territorio “Alleati contro l’influenza” a cui hanno partecipato i massimi rappresentanti della Regione e delle strutture sanitarie coinvolte nella promozione e gestione delle campagne vaccinali

12 LUG – Obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari che frequentano determinati reparti e unificazione dei gestionali di Mmg e Pls con GIAVA (l’anagrafe vaccinale della Puglia) per la trasmissione dei dati di copertura.
Sono due dei principali assett attraverso cui la Regione Puglia intende spingere sull’acceleratore delle coperture vaccinali antinfluenzali soprattutto per over 65, operatori sanitari e categorie a rischio.

La Legge sull’obbligo vaccinale degli operatori (la n.27 del 19 giugno 2018), impugnata dinanzi alla Consulta dal Governo nazionale e da quest’ultima ritenuta legittima il 7 giugno scorso, è ora in attesa del regolamento attuativo e, in Regione ne sono certi, contribuirà sensibilmente ad aumentare le coperture degli operatori ma anche dei cittadini in ragione delle sue ricadute anche comunicazionali e di testimonianza.

Quest’anno inoltre, per la prima volta, la regione ha concluso l’implementazione dei dati dell’anagrafe vaccinale regionale (Giava) “matchando” i flussi provenienti dai gestionali dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. Completezza del dato e strumento importante di analisi, Giava consentirà in tal modo di puntare gli obiettivi sugli ambiti più critici, anche territoriali, ponendo le basi di un’azione di stimolo sempre più capillare.

Ospitato nella Sede di Bari della Regione, l’incontro ha visto alternarsi sul palco i contributi di Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, Claudio D’Amario, Dg Prevenzione del Ministero della Salute, Vito Montanaro, Dg Salute della Regione, Antonio Tommasi Resp. Prevenzione regionale, Vito Bavaro, Resp. Tecnologie Dip. Salute regionale, Domenico Martinelli, Associato di Igiene Univ. di Foggia, Michele Conversano, Dir. Dip. Prevenzione Asl Taranto, Cinzia Germinario, Oss. Epidem. Regionale e Rosa Prato, Commissione reg. vaccini.

“E’ noto che, sebbene l’adulto anziano sia più protetto dai virus influenzali, quando si ammala rischia molte più complicanze e problemi. Quest’anno” ha esordito Claudio D’Amario aprendo la mattinata di confronto “abbiamo registrato un aumento dei decessi rispetto all’anno precedente e questo sicuramente può avere collegamenti con l’aumento delle patologie croniche. I dati epidemici ci dicono 63% di casi gravi di sesso maschile, un’età media di 63 anni, l’84% di queste persone presentava condizioni di rischio e oltre l’80% risultava non vaccinato. Per questi motivi” ha aggiunto “stiamo cercando di inserire nel patto della salute alcuni aspetti che riguardano direttamente la prevenzione, una delle gambe portanti del Servizio sanitario nazionale, che però è sempre stata vissuta più come un bel racconto che una realtà fatta di impegni concreti, soprattutto a livello regionale e locale. Chiederemo pertanto che nel Patto per la salute vengano rispettati gli impegni sia per la quota di finanziamento tradizionale sia per alcuni piani vincolati che, pur riguardando la programmazione, hanno una grande valenza in termini di governance delle cronicità poiché non è possibile gestire bene le cronicità senza efficaci politiche di prevenzione”.
Ma non solo, D’Amario ha inoltre fortemente sottolineato un’altra conseguenza a cui poco si pensa e che è in stretta correlazione con una bassa copertura vaccinale antinfluenzale: l’antibiotico resistenza.  “La forma più efficace di prevenzione, insieme a quella che tutti conosciamo come il lavaggio delle mani per esempio, è rappresentata dalla vaccinazione, c’è un obiettivo Lea di copertura, (minimo 75% della popolazione ultra 65enne, ideale 95%) che ancora non è stato raggiunto e che non impatta soltanto sul singolo malato su tutta la sanità pubblica. In termini di complicanze c’è in tal senso un altro aspetto che spesso viene ignorato e cioè che in correlazione al picco influenzale c’è anche un picco importante e inappropriato di assunzione di antibiotici. Una dinamica che deve farci riflettere tutti.

Il focus sulla Regione Puglia è stato quindi aperto da Antonio Tommasi che ha definito l’anno in corso come l’anno di svolta per le campagne antinfluenzali. “Con un percorso avviato già da diversi anni” ha spiegato “siamo finalmente passati da una rilevazione dei dati della copertura vaccinali basato su un sistema sostanzialmente cartaceo a un sistema di rilevazione informatizzato. La Regione Puglia è una delle regioni che per prime si è dotata di una anagrafe regionale vaccinale (il sistema GIAVA) che per la prima volta, con il coinvolgimento delle softwarehouse dei Medici di medicina generale e dei Pediatri di libera scelta, ha reso possibile una rilevazione estremamente puntuale delle coperture”.

“in Puglia” ha quindi fatto eco Cinzia Germinario “mentre nello scorso anno gli andamenti regionale e nazionale erano praticamente sovrapponibili, quest’anno l’incidenza è iniziata a scendere, con 11 casi ogni 1000 abitanti. I bambini da o a 15 anni sono, come ogni anno, quelli più colpiti, nella fascia da 0 a 4 anni siamo arrivati a 50 casi ogni 1000 bambini, subito seguita a 20 per mille casi dai 4 ai 15 anni. La curva d’incidenza degli over 65enni invece è stata in Puglia costantemente inferiore a quella nazionale in tutte le settimane del periodo. Dati che sono più puntualmente specificati nel Report di sorveglianza virologica che Maria Chironna, Associato di Igiene all’Università di Bari, ha illustrato a nome del gruppo di lavoro che, in seno al medesimo ateneo, è stato individuato come Centro regionale di riferimento.
Coperture che, come ha precisato Rosa Prato, “hanno certamente ampi margini di miglioramento grazie soprattutto al radicale cambiamento di sistema e di governance dei processi introdotti con la digitalizzazione”.

Sulla stessa linea Michele Conversano secondo cui l’acquisizione e la gestione informatica del dato vaccinale consentirà in tutta la Regione, per esempio, di evidenziare le coperture per singolo medico di famiglia e non più solo per Asl. “In Puglia” ha sottolineato “abbiamo medici con oltre il 95% di vaccinati tra i loro assistiti e medici che non arrivano al 15%.  Ne conseguono le grandi potenzialità, anche comunicative, che un’analisi così puntuale del dato potrà offrire ai decisori che in tal modo potranno orientare le loro azioni in maniera estremamente mirata.

E questo anche nei confronti degli stessi operatori sanitari per i quali, ha sottolineato dal canto suo Il Presidente Emiliano, la Regione Puglia ha dovuto emanare una legge ad hoc. È noto di quanto basse siano le coperture vaccinali antinfluenzali negli operatori sanitari e, ha aggiunto ancora, “è altrettanto noto di quanto siano importanti tutti i singoli operatori sanitari non soltanto in termini di “non trasmissione” del virus nei reparti (sarebbe il minimo…), ma anche di testimonianza e informazione ai cittadini.

12 luglio 2019
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Dati OCSE 2019/2. In Italia pochi infermieri mentre il rapporto medici/abitanti è ancora sopra la media. Sotto anche per i posti letto ospedalieri mentre la superiamo per numero di Rmn e Tac

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Seconda puntata con l’aggiornamento dei dati sanitari di Ocse (vedi qui prima parte sulla spesa). In queste nuove statistiche sotto la lente il numero di medici e infermieri per abitante, i posti letto ospedalieri, con una zumata su quelli psichiatrici, e poi la dotazione di grandi apparecchiature diagnostiche. 

09 LUG – La banca dati Ocse 2019 conferma il dato del Rapporto Health at a Glance Europe 2018, pubblicato alla fine dello scorso anno: in Italia ci sono molto meno infermieri della media Ocse e più medici. Anzi, gli infermieri, seppure solo di 0,1 ogni mille abitanti, si sono ridotti ancora scendendo a 5,5 unità ogni mille abitanti, i medici invece restano stabili su 4 per mille abitanti. E le medie Ocse sono rispettivamente di 8,9 per i primi e di 3,5 per i secondi.

Per quanto riguarda il numero di infermieri ogni mille abitanti, l’Italia è a otto posti dalla Turchia, fanalino di coda con 2,1, prima solo di Messico (2,9), Cile (3), Grecia (3,3), Lettonia (4,8), Israele (5,1) e Polonia (5,1). Tra i maggiori partner Ue anche il Regno Unito è sotto la media Ocse, ma con 7,8 infermieri ogni mille abitanti, mentre Francia (10,8) e Germania (12,9) sono parecchio al di sopra, con valori circa doppi di quello italiano.

Poco tempo fa la Commissione europea aveva affermato che “i sistemi sanitari europei dovranno quindi anticipare le future esigenze in termini di competenze degli operatori sanitari, in particolare infermieri, in modo che questi possano essere pronti alle esigenze di una società sempre più anziana”.

Questo proprio a fronte di una precedente considerazione Ocse  secondo cui “gli italiani invecchiano e la domanda di assistenza sanitaria sale. La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20% supera i 65 anni di età e nel 2050 circa l’8% degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, potrebbe non essere in grado di far fronte ai cambiamenti, in particolare per quanto riguarda il rinnovo e l’assunzione del personale infermieristico”.

E nel suo Rapporto 2018 ha dichiarato che “gli infermieri svolgono un ruolo fondamentale nel fornire assistenza sanitaria non solo negli ospedali e negli istituti di assistenza a lungo termine, ma sempre più anche nelle cure primarie e nelle strutture di assistenza domiciliare”.

Sul versante dei medici invece l’Italia è al decimo posto in classifica, alla pari con la Danimarca (4), superate da Svezia (4,1), Germania e Svizzera (entrambi 4,3), Lituania (4,6), Norvegia (4,8), Portogallo (5) Austria (5,2), Grecia (6,1).
La media Ocse è di 3,5 medici ogni mille abitanti e Germania a parte, gli altri maggiori partner Ue sono al di sotto, la Francia con 3,2 e il Regno Unito con 2,9.

Ultima in classifica la Turchia con 1,9 medici ogni mille abitanti mentre le maggiori nazioni Ocse in fondo alla classifica sono Giappone (2,4) e Stati Uniti (2,6), che al contrario per gli infermieri avevano rispettivamente un valore per mille abitanti pari a 11,3 e 11,7.

Per quanto riguarda i posti letto per mille abitanti, l’Italia è al di sotto della media Ocse: 3,2 nel nostro paese, 4,7 la media di tutti i paesi. Il record è del Giappone che di posti letto per mille abitanti ne ha 13,1, seguito dalla Corea e da uno dei maggiori partner Ue, la Germania, con 8.

Sul versante opposto in fondo alla classifica ci sono Messico (1,4) Cile (2,1) e Svezia (2,3), ma subito dopo Canada e Regno Unito entrambi con 2,5. L’altro maggiore partner Ue, la Francia, supera ancora una volta la media Ocse con 6 posti letto per mille abitanti.

Un dato che l’Ocse rileva a se è anche quello dei posti letto psichiatrici, rispetto ai quali il nostro Paese è penultimo assieme alla Turchia con 0,1 per mille abitanti (ultimo il Messico con zero), mentre al primo posto c’è ancora il Giappone con 2,6, seguito da Belgio (1,4) e Corea, Germania e Lettonia tutte con 1,3 posti letto ogni mille abitanti. Gli altri due maggiori partner Ue ne hanno rispettivamente 0,8 la Francia e 0,4 il Regno Unito, con una media Ocse a 0,7.

La banca dati analizza poi la diponibilità delle grandi attrezzature diagnostiche.

Le risonanze magnetiche per milione di abitanti nella media Ocse sono 16,73. L’Italia ne ha 28,01 ed è quinta tra i paesi dopo Giappone (55,21), Stati Uniti (37,56), Germania (34,71) e Corea (29.08).

Agli ultimi posti dopo Messico (2,64), Ungheria (4,7) e Israele (5,16) c’è uno dei maggiori partner Ue, il Regno Unito, che di Rnm ogni milione di abitanti ne ha 7,23, ma anche la Francia è al di sotto della media Ocse con 14,21.

Altra tecnologia censita è la tomografia computerizzata, per la quale la media Ocse degli scanner per milione di abitanti  è 26,79 e l’Italia è sopra con 34,71, decima nella classifica guidata ancora una volta dal Giappone (111,49) e dove tra i partner Ue figura la Germania al nono posto con 35,13 scanner ogni milione di abitanti.

Questa volta il Regno Unito è terzultimo dopo Messico (5,83) e Ungheria (9,19) con 9,46 Tac ogni milione di abitanti e la Francia è sempre sotto la media Ocse con 17.36 scanner.

09 luglio 2019
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