Articoli tratti dai magazine specifici sul tema sanità

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Assistenza ospedaliera. In Italia qualità sopra la media Ue, ma anche la spesa. Ecco la ricetta Kpmg per ottimizzare i processi di acquisto dei farmaci

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Sotto la lente dei ricercatori, che hanno suggerito un mix di dieci ingredienti per ottimizzare la spesa, i meccanismi di fornitura di Belgio, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Regno Unito. I risultati preliminari della ricerca commissionata da Medicines for Europe, e i suggerimenti per l’Italia, sono stati presentati a Cremona alla IX edizione del congresso MePAIE

19 OTT – Come utilizzare in maniera ottimale i farmaci a brevetto scaduto in ambito ospedaliero e arrivare a una minore spesa che in Europa potrebbe valere tra i 6 e gli 11 miliardi di euro?
Basterebbe un mix di ingredienti da prendere dalla “cucina” del sistema di appalti. Solo per citarne alcuni: quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, badando bene a non aggiungere l’ingrediente dell’aggiudicazione al prezzo minimo; utilizzare quote per l’uso dei farmaci biosimilari, definire una quantità minima e massima per lotto, superare il meccanismo del pay back e snellire le procedure di gara.

A suggerire la ricetta ideale è lo studio “Improving healthcare delivery in hospitals by optimized utilization of medicines commissionato dall’associazione europea di settore, Medicines for Europe, alla società di consulenza internazionale Kpmg e i cui risultati preliminari – basati su una serie di assunzioni che non contemplano tutte le specificità nazionali sui prezzi di acquisto in gara – sono stati presentati in anteprima oggi a Cremona, in occasione di una tavola rotonda su “Politiche del farmaco e procedure d’acquisto” organizzata nell’ambito della IX edizione del congresso MePAIE, dedicato al Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione in Italia e in Europa.

Lo studio – illustrato da Daniela Poli (Manager, Healthcare, Kpmg Advisory SpA) e Luc Starmans(Manager Kpmg Health) – ha analizzato modelli di finanziamento, livelli di performance e meccanismi per l’approvvigionamento dei medicinali in ambito ospedaliero in 8 Paesi della Comunità.

I paesi analizzati. Nel campione, i cinque Paesi più popolosi – Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito – con in più Belgio, Polonia e Portogallo, scelti per le performance dei loro sistemi ospedalieri e/o per il grado di utilizzo di farmaci fuori brevetto all’interno delle strutture, tra i quali generici e biosimilari. Obiettivo finale: suggerire ai Paesi la strada giusta per l’utilizzo ottimale di queste tipologie di farmaci, giudicate cruciali per il miglior utilizzo delle risorse e la sostenibilità̀ dei singoli sistemi sanitari.

La comparazione tra i Paesi. Non solo, l’analisi ha consentito anche di stilare una “classifica” degli Stati con la più alta qualità delle prestazioni ospedaliere e quelli con la migliore incidenza dei costi ospedalieri rispetto al Pil. Il Paese con la più alta qualità delle prestazioni ospedaliere? Il Belgio. Mentre sul fronte dei costi vede prima in classifica la Francia con una incidenza dei costi ospedalieri pari al 4,5% del Pil.
Il sistema ospedaliero Italiano si posiziona al di sopra della media rispetto agli indicatori di qualità dell’assistenza ospedaliera, ma anche il costo del sistema ospedaliero sul Pil è superiore alla media dei Paesi in esame. In sostanza offre un’assistenza ospedaliera di qualità sopra la media europea ma a costi superiori in percentuale sul Pil.

Lo studio. Alla luce delle ristrettezze di budget che affliggono ormai indiscriminatamente i sistemi sanitari europei, lo studio si è quindi basato su due punti comuni a tutti i Paesi analizzati: è l’ospedale ad assorbire la quota più elevata della spesa sanitaria e in tutti i sistemi esistono spazi concreti di ottimizzazione dell’uso dei farmaci in ambito ospedaliero. In particolare la ricerca, realizzata sulla base degli indicatori individuati dalle banche dati europee dell’European Health Consumer Index (Ehc) e dell’Ocse, ha messo a fuoco modelli di finanziamento, livelli di performance e meccanismi per l’approvvigionamento dei medicinali in ambito ospedaliero negli 8 Paesi della Comunità.

Vediamo qual è la “ricetta ideale” suggerita dallo studio.

In base a un lungo excursus che li ha portati a passare al setaccio i meccanismi utilizzati dagli otto Paesi, i ricercatori KPMG hanno individuato i dieci ingredienti chiave per un mercato farmaceutico ospedaliero che ottimizzi l’utilizzo di generici e biosimilari, puntando fondamentalmente ad una concorrenza sostenibile nell’ambito del sistema degli appalti.

1. Passare dall’aggiudicazione al prezzo minimo al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, che tiene conto di altri elementi qualitativi (es. disponibilità di più specialità medicinali; disponibilità di dispositivi per la somministrazione; affidabilità dei fornitori), laddove sia possibile e ragionevole, consentendo la competizione su più parametri.

2. Definire una quantità minima e una quantità massima per lotto. Misura che consente ai produttori di farmaci di valutare con precisione l’effetto delle economie di scala e di valutare con maggiore precisione l’impatto di eventuali sanzioni in caso di incapacità di fornire i medicinali.

3. Favorire le gare multi-aggiudicatari. Strategia suggerita per evitare il rischio di una riduzione della competizione e dei fenomeni di carenza di medicinali, pur garantendo, nella sua implementazione, il contrasto a fenomeni anti concorrenziali.

4. Riapertura immediata della gara dopo l’ingresso del primo farmaco multisource.

5. Snellimento delle procedure. Prevedere solo la presentazione di informazioni veramente essenziali e la completa digitalizzazione della procedura riduce lo sforzo richiesto, e quindi anche i costi irrecuperabili sostenuti dai produttori per la partecipazione alla gara.

6. Diffondere informazioni scientifiche indipendenti sull’efficacia, la qualità e la sicurezza indirizzate a ai medici e ai farmacisti ospedalieri, spesso attori chiave dell’approvvigionamento e diffondere informazioni sull’efficienza dei costi tra i responsabili delle organizzazioni che organizzano gare d’appalto per le forniture.

7. Attuare accordi per obiettivi e prevedere anche, dove necessario, l’utilizzo di quote per l’uso dei farmaci biosimilari. Diversamente dagli incentivi finanziari, gli accordi sugli obiettivi non creano una pressione unicamente sul fattore prezzo e risparmio, con conseguenti dinamiche di mercato più sostenibili e maggiore concorrenza nel mercato dei biosimilari nel lungo periodo. Ma hanno anche il vantaggio di dare ai clinici una maggiore libertà terapeutica, aumentando l’accettazione dei prodotti.

8. Elaborare linee guida nazionali chiare sull’utilizzo dei biosimilari e sullo switch per migliorare l’accesso e l’erogazione di questa risorsa terapeutica negli ospedali grazie all’utilizzo ottimizzato dei farmaci biosimilari anche per i pazienti già sottoposti a trattamento con il biologico originatore.

9. Implementare metodi di condivisione dei benefici finanziari derivanti dal maggiore utilizzo di generici e biosimilari.

Le specifiche per l’Italia
10. Queste infine le indicazioni ritenute cruciali per in mercato farmaceutico ospedaliero Italiano:
• privilegiare il meccanismo dell’offerta economicamente più vantaggiosa per stimolare una concorrenza ormai carente in ambito ospedaliero;
• definire una quantità minima e massima per lotto;
• superare il meccanismo del pay back, per andare verso sistemi più idonei, ma ogni caso
responsabilizzanti per gli attori del sistema;
• snellire le procedure di gara, alleggerendo i costi irrecuperabili a carico dei produttori di farmaci;
• prevedere la riapertura immediata della gara al primo ingresso sul mercato del generico o biosimilare;
• ottimizzare il prezzo base d’asta.

Tutte queste misure avrebbero la capacità di ridurre il numero dei lotti deserti promuovendo una concorrenza sostenibile mediante il bilanciamento rischio e ricompensa

Il mercato nazionale
Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi Assogenerici su dati IQVIA 2017 il mercato farmaceutico ospedaliero complessivo (tutte le classi, esclusa la distribuzione diretta, in patent e off patent) è rappresentato da 983 milioni di UMF (unità minime frazionabili, ovvero singola fiala, compressa, etc), per un valore pari a 6,7 miliardi di euro ai prezzi ex-factory (6 miliardi nel 2016), ovvero il prezzo massimo di cessione al Ssn non ancora sottoposto allo sconto medio praticato in gara. Tenendo conto del “prezzo medio ponderato” il reale valore del mercato ospedaliero si attesta a complessivi 4,7 miliardi.

19 ottobre 2018
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Carenza infermieri. Novelli (FI): “Pochi ma buoni non basta. Richiesto un piano di assunzioni”

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Il deputato azzurro presenta interrogazione su pianta organica e rinnovo contrattuale. “In Italia c’è bisogno di un vigoroso piano di assunzioni di personale infermieristico: almeno 50mila unità. Ne va delle condizioni lavorative degli infermieri e conseguentemente della qualità dell’assistenza ai pazienti”.

16 OTT – In Italia nell’ultimo decennio il saldo tra cessazioni ed entrate in servizio degli infermieri è in negativo per oltre 12mila unità di personale; i dati del rapporto Panorama Sanità 2017 dell’Organizzazione internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica ci dicono che ci sono 5,4 infermieri ogni mille abitanti, a fronte di una media Ocse pari a 9. Un dato, quello italiano, già negativo, e che è addirittura peggiorato rispetto a dieci anni fa, quando la media nazionale era di 7 e quella Ocse di 8,9. Di poco dissimili i dati dello Stato di Salute dell’Italia forniti dall’Organizzazione mondiale della Sanità, secondo cui nel nostro Paese la media infermieri/cittadini è pari al 6,1 per mille, a fronte di una media europea di 8,4.

“Quale che sia il dato esatto, c’è una verità incontrovertibile: in Italia c’è bisogno di un vigoroso piano di assunzioni di personale infermieristico: almeno 50mila unità. Ne va delle condizioni lavorative degli infermieri e conseguentemente della qualità dell’assistenza ai pazienti”.

Così Roberto Novelli, deputato di Forza Italia e membro della commissione Affari sociali, annunciando il deposito di un interrogazione parlamentare al ministro della Salute.

“Altri due dati devono far riflettere: i rapporti infermieri/medici e infermieri/pazienti assistiti. Relativamente al primo, l’Ocse ci dice che nel servizio sanitario italiano c’è 1,4 infermieri ogni medico, quando la media Ocse è precisamente il doppio; per quanto riguarda il secondo indicatore una ricerca Censis evidenzia che in Italia ogni infermiere assiste in media 11 pazienti, quando secondo recenti analisi il rapporto ottimale tra staff assistenziale e pazienti ricoverati sarebbe di 1 a 6. Più infermieri significa certo più costi per la sanità pubblica, ma se è vero come è vero che senza un numero adeguato di infermieri aumenta il rischio di eventi avversi, che aumentano la degenza e quindi i costi per il servizio sanitario. Confido che il ministro Grillo prenda atto dell’esigenza del piano di assunzioni, anche in ragione dell’invecchiamento della popolazione e del personale infermieristico, peraltro spesso sollecitato a coprire le lacune con lo straordinario”, prosegue.

E proprio sulle condizioni contrattuali verte l’altra parte dell’interrogazione di Novelli, alla luce del rinnovo siglato da tutte le sigle sindacali ad eccezione del Nursind.

“Un rinnovo atteso da nove anni ma che non è soddisfacente sotto una pluralità di aspetti, tra cui: l’aumento della retribuzione, la cancellazione delle indennità di turno, il ritorno di fatto allo straordinario obbligatorio, la deroga al riposo minimo giornaliero. Alcuni punti sono stati demandati alla contrattazione decentrata e integrativa, ma il sindacato che non ha firmato corre il rischio di essere estromesso dalla seconda fase, non avendo firmato l’accordo. Una forzatura di cui chiedo conto al Governo. I circa 440mila infermieri che tutti i giorni, comprese le domeniche e i festivi, offrono il loro prezioso servizio con professionalità e competenza meritano maggior rispetto”, conclude Novelli.

16 ottobre 2018
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Report sul Federalismo in sanità. Cittadinanzattiva: consolidate disuguaglianze tra le Regioni. I rischi dell’autonomia differenziata

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Allarme di Cittadinanzattiva nel sua annuale rapporto duil federalismo: si stanno liquidando di fatto i principi di solidarietà, equità e unitarietà del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Le proposte di autonomia differenziata, attualmente in discussione, finiranno per differenziare ancora di più l’esigibilità dei diritti dei pazienti. IL RAPPORTO.

18 OTT – Su tempi di attesa, gestione delle cronicità, accesso ai farmaci innovativi, coperture vaccinali e screening oncologici si registrano disuguaglianze sempre più nette fra le varie aree del Paese. E non sempre al Nord va meglio che al Sud.

Ad esempio se le regioni meridionali arrancano sull’adesione agli screening oncologici, sulle coperture vaccinali sono soprattutto quelle del Centro-Sud ad aver raggiunto la soglia del 95%. Se al Nord si investe di più e meglio per l’ammodernamento delle strutture e dei macchinari, sulle liste di attesa si registrano picchi negativi anche nelle aree settentrionali; ad esempio, per un intervento di protesi d’anca si attende di più in Veneto che in Calabria e per una coronarografia più in Piemonte che in Abruzzo.

Questo il quadro che emerge dal VI Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, presentato oggi da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, con il contributo non condizionato di Bristol-Myers Squibb, Janssen e Sanofi.

“Si stanno liquidando di fatto i principi di solidarietà, equità e unitarietà del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Le proposte di autonomia differenziata, attualmente in discussione, finiranno per differenziare ancora di più l’esigibilità dei diritti dei pazienti. Ad essere fortemente compresse saranno le funzioni del livello centrale, di indirizzo, coordinamento e controllo delle politiche sanitarie e dell’erogazione dei servizi. L’unica vera forma di controllo che continuerà ad essere nelle mani del livello centrale sarà quella sui conti delle Regioni”, ha detto Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva.

“Per questo – ha proseguito – esprimiamo tutta la nostra preoccupazione e chiediamo al Ministro della Salute l’immediata costituzione di un tavolo di confronto sulle proposte di autonomia differenziata,  prima che il Consiglio dei Ministri le approvi, aperto alle Associazioni di cittadini-pazienti e alle organizzazioni rappresentative dei professionisti della salute. Il tavolo dovrebbe valutare la sostenibilità dal punto di vista dei cittadini della proposta, valutarne gli effetti rispetto ai principi fondanti del SSN e al diritto alla salute delle persone, definire i requisiti che le Regioni devono soddisfare per poter avanzare una proposta di autonomia, individuare i giusti contrappesi in termini di controllo e intervento da parte dello Stato centrale. Servono azioni per contrastare e non per aumentare le disuguaglianze in sanità”.

“Chiediamo – ha aggiunto Aceti – che sia approvata la nostra proposta di riforma costituzionale che intende ridurre le disuguaglianze in sanità restituendo centralità alla tutela del diritto alla salute nel rispetto del diritto dell’individuo,  la revisione dei criteri di riparto del Fondo Sanitario Nazionale, la riforma del sistema di monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza per garantire veramente un controllo sui servizi e che sia prevista la partecipazione delle Organizzazioni dei cittadini all’interno del Comitato Lea.

Urgente è l’approvazione degli standard dell’assistenza sanitaria territoriale come annunciato dal Ministero della salute e l’attuazione uniforme in tutte le Regioni del Piano nazionale cronicità oltre che un piano straordinario sugli screening oncologici organizzati. E sulla prossima Legge di Bilancio servono maggiori risorse per il SSN, oltre al miliardo di aumento già previsto, al fine di garantire l’effettiva attuazione dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza e l’abrogazione del superticket. Tutti impegni assunti dal Governo”.

Spesa sanitaria pubblica, garanzia dei servizi e spesa privata: le Regioni a confronto

Passano da 5 a 2 le Regioni che il Ministero della Salute valuta inadempienti rispetto all’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza: restano indietro la Calabria, che perde 3 punti rispetto all’anno precedente, e la Campania che si attesta sul punteggio più basso.  E’ il Veneto la Regione con il punteggio LEA più elevato pari a 209. Tra la prima e l’ultima Regione ci sono 85 punti di scarto.

La spesa sanitaria pubblica procapite varia da un minimo di 1.770 euro della Campania, ad un massimo di 2.430 euro della PA di Bolzano e 2.120 dell’Emilia Romagna.

Profonde anche le differenze sulla spesa sanitaria annuale a carico delle famiglie: si va dai 159 euro in media della Lombardia, ai 64 euro della Campania. Stesse differenze per la quota di ticket pro capite sostenuta dai cittadini: nel 2017 si passa dai 95 euro in Valle d’Aosta ai 32,8 della Sardegna.

È tutto merito del superticket, ovvero i 10 euro aggiuntivi su ricetta, se gli introiti per lo Stato derivanti dai ticket sono in costante riduzione: si passa da oltre 1,548 MLD di euro del 2012 a poco più di 1,336 MLD del 2017, cioè 212 milioni di euro in meno l’anno.

Sette Regioni, ossia Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata, si sono avvalse della possibilità di ricorrere a misure alternative ai 10 euro. Recentemente, inoltre, hanno adottato iniziative volte ad eliminare o ridurre il peso del Superticket le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Abruzzo.

Sul fronte degli investimenti in sanità per ammodernare le strutture e i macchinari del SSN, a fronte di Regioni come Veneto, Emilia Romagna, Toscana che hanno sottoscritto il 100% delle risorse destinate, ve ne sono altre che hanno investito molto meno come Campania (31,1%), Molise (21,5%), Abruzzo (36,5%), Calabria (57,5%).

Liste d’attesa non solo al Sud

Sono più di 11 milioni i cittadini che addebitano a tempi di attesa troppo lunghi la loro rinuncia o il ritardo nell’effettuazione di una prestazione. È vero soprattutto nelle regioni del Centro Italia e soprattutto per gli anziani sopra i 65 anni. Sono 6,2 milioni i cittadini che dichiarano di aver rinunciato a una prestazione per motivi economici soprattutto nelle regioni insulari e per le fasce di reddito più basse.

In ambito oncologico, per un intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata e Valle d’Aosta, oltre 43 in Veneto e addirittura 61 giorni in Calabria. Per un intervento di tumore alla mammella i tempi migliori si registrano in P.A Bolzano (16 giorni) mentre i tempi più lunghi sono in Valle d’Aosta (52). Per il tumore all’utero i tempi d’attesa variano tra gli 11 giorni nella P.A di Bolzano e i 34 del Lazio. Per le protesi d’anca la variabilità è ancora più marcata: si passa dai 28 giorni della Calabria ai 107 del Veneto. Per l’accesso alle chemioterapie si registrano tempi piuttosto contenuti in tutte le regioni ma con punte significative di attese nel caso dell’Umbria dove si attendono anche 20 giorni. Nella P.A di Trento al contrario si registrano i tempi più bassi 4,5 giorni di attesa.

Per un intervento di ernia inguinale i tempi più lunghi si registrano in Valle d’Aosta con 156 giorni d’attesa a fronte dei 31 della Sicilia e della P.A di Bolzano. Per l’accesso alla coronarografia i tempi più lunghi li troviamo in P.A di Bolzano (44 giorni) e Piemonte (39 giorni) a fronte dei 9 giorni in Abruzzo e 10 in Puglia.

I tempi d’accesso tra pubblico e intramoenia sono davvero distanti: in Campania per una visita oculistica nel pubblico si attendono  oltre i 100 giorni quando nel canale intramurario la stessa prestazione è erogata entro 5 giorni; per una colonscopia nel Lazio si attendono 175 giorni mentre in intramoenia soltanto 6 giorni; e ancora in Lombardia occorrono 98 giorni per un ecodoppler venoso nel pubblico e 4 giorni in intramoenia; in Veneto per un ecocardiografia l’attesa nel pubblico è di 95 giorni mentre in intramoenia ci vuole appena una settimana.

Piano nazionale della cronicità

A circa due anni all’approvazione del Piano Nazionale Cronicità, sono 6 le regioni che lo hanno recepito con proprio atto: Umbria, Puglia, Lazio, Emilia Romagna Marche e Veneto. Il Piemonte ha un iter approvativo attualmente in corso, allo stesso modo la PA di Bolzano e il Molise. La Lombardia ha il suo piano regionale della cronicità e fragilità.

Coperture vaccinali e screening oncologici

Nel 2017 sono stati spesi 487,6 milioni di euro (ben oltre i 100 milioni del fondo stanziato dalla Legge di Bilancio 2016). Si tratta del 2,2% della spesa del SSN, che ha visto un incremento del 36,6% tra il 2016 ed il 2017 (gli aumenti più rilevanti sono per l’acquisto di vaccini meningococcici e pneumococcici). Ad eccezione della Toscana, tutte le Regioni hanno presentato un incremento di spesa tra il 2016 ed il 2017.

Le Regioni che negli ultimi dieci anni (2007-2017) hanno realizzato le anagrafi vaccinali completamente informatizzate sono passate da 9 (2007) a 15 (2011) a 18 nel 2017; Calabria e Campania hanno anagrafi parzialmente informatizzate; la Sardegna ha attivato un accordo con il Veneto per acquisire il software adottato dalle Regioni. Tuttavia solo 11 Regioni, tra quelle completamente informatizzate, hanno lo stesso software in tutte le ASL presenti sul territorio.

Dall’introduzione dell’obbligo vaccinale, le coperture per le nuove vaccinazioni obbligatorie sono aumentate. Le Regioni che hanno raggiunto l’immunità di gregge, con una percentuale di adesione superiore al 95% per le vaccinazioni anti-polio, anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertosse, anti-epatite B e anti haemofilus influenza B sono: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Molise, Piemonte, Sardegna, Umbria, Toscana. Per le vaccinazioni Morbillo, Parotite, Rosolia (MPR) solo il Lazio nel 2017 ha raggiunto la copertura superiore al 95%. Sono molto vicini al 95% Piemonte e Umbria. La copertura più bassa su MPR nel 2017, al di sotto del 90%, si registra nella PA Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Marche, Sicilia.

Le coperture più alte per la varicella, superiori all’80%, sono assicurate nelle Regioni Veneto, Toscana, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna.
Sul fronte delle vaccinazioni antinfluenzali siamo ben lontani dal conseguimento dell’obiettivo del 75% previsto; la media italiana dell’ultima stagione è stata il 52,7%, circa una persona su due tra quelle che avrebbero potuto beneficiarne. Vaccinano oltre il 60% degli over 65 solo 3 regioni: Umbria, Calabria, Molise. Sfiora il 60% la Puglia.

Stando agli ultimi dati disponibili, sono 6 le Regioni che non raggiungono il punteggio ritenuto accettabile (9) sugli screening oncologici nel 2016: Calabria e Puglia (2), Campania e Sicilia (3), Sardegna (5), Lazio (7).  Nel 2016 l’80% delle donne di età 50-69 ha ricevuto l’invito ad eseguire l’esame mammografico gratuito (oltre 3.141.894 inviti) ed ha aderito il 56%. L’invito ha raggiunto più di 97 donne su 100 al Nord, poco meno di 93 su 100 al Centro e quasi 51 su 100 al Sud.

Nel 2016 sono stati invitati quasi 6 milioni di cittadini a eseguire il test di screening colorettale. Al Nord gli inviti raggiungono oltre il 95% della popolazione target, al Centro oltre il 90%, al Sud si arriva a poco più del 45 per cento.

Variazioni territoriali anche per la percentuale di donne che effettua lo screening cervicale: nel periodo 2015-2016 è più alta al Nord (50,9%, con incremento rispetto al biennio precedente), scende al Centro (37,8%, in diminuzione rispetto al biennio precedente), si riduce ulteriormente al Sud (28%, ma con incremento rispetto al biennio precedente).

Farmaci: tra fondi per innovativi inutilizzati e disuguaglianze nell’accesso ai farmaci equivalenti 

Si consumano più farmaci equivalenti nella Provincia Autonoma di Trento, in Lombardia e nella Provincia Autonoma di Bolzano (la spesa sul totale di quella farmaceutica è rispettivamente pari al 39,7%, 37,2% e 32,9%); al contrario la Calabria (15,8%), la Basilicata (16,6% ) e la Campania (17%) hanno mostrato le percentuali di spesa più basse nel 2017.

La maggior spesa e consumo per i farmaci innovativi nell’anno 2017 si registra in Lombardia (285,8 milioni di euro), Campania (201,8 milioni di euro) e Lazio (141,3 milioni di euro). Spendono meno Molise con 6,8 milioni di euro, Basilicata con 15 milioni di euro e Umbria con 23,4 milioni di euro. Aggregando i dati, il Nord d’Italia risulta l’area che spende di più (937 milioni di euro), Centro (448 milioni di euro), Sud (841 milioni di euro).

Dai dati del Monitoraggio AIFA sulla spesa farmaceutica nazionale e regionale relativo al periodo gennaio-dicembre 2017, i Fondi per l’acquisto dei farmaci innovativi (oncologici e non oncologici) non sono stati interamente utilizzati. In particolare per i medicinali innovativi non oncologici non sono stati spesi nel 2017 circa 357 milioni, più della metà del Fondo stanziato di 500 milioni; per i farmaci innovativi oncologici, non sono stati spesi circa 91 milioni dei 500 stanziati.

Nel periodo gennaio-aprile 2018, la spesa per i farmaci innovativi non oncologici risulta in lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2017, passando da 302 milioni a 283 milioni di euro. In particolare, scende in Lombardia, Campania, Puglia e Piemonte. Cresce invece in Veneto e Emilia Romagna.

Cresce invece la spesa per i farmaci innovativi oncologici che passa da 110 milioni di euro a 177 milioni. Cresce in particolare in Lombardia, Campania, Lazio, Emilia Romagna e Piemonte.

Diabete

In 12 regioni/province autonome su 15 (analizzate attraverso l’indagine di Cittadinanzattiva), esiste un PDTA regionale sul diabete (Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto), ma a fornire un dato sulla percentuale di pazienti inseriti nel percorso sono sei regioni: Friuli Venezia Giulia, Lazio, Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto.





18 ottobre 2018
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spacer Il Rapporto

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Puglia: in cantiere un’azienda unica per l’emergenza-urgenza

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Emiliano: ” Vogliamo creare un’azienda come una Asl, unica per tutta la regione, un’azienda nella quale assumere direttamente tutti i medici e tutto il personale del 118”.

18 OTT – “Abbiamo appena finito la prima parte dell’audizione presso la Commissione sanità sulla costituzione del nuovo sistema dell’emergenza urgenza. Si tratta sostanzialmente di trasformare il sistema del 118 che oggi funziona su due pilastri: i medici, che vengono assunti con una convenzione, quindi non come dipendenti del sistema sanitario regionale e il personale, gli autisti, gli infermieri, gli operatori sanitari che per buona parte sono messi a disposizione da organizzazioni di volontariato. Quelle stesse organizzazioni di volontariato che in molti casi sono anche a disposizione della Protezione civile, dando fino ad oggi un buon risultato.”

A spiegare la nuova struttura dell’emergenza-urgenza pugliese è il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che ha partecipato questo pomeriggio alle audizioni sull’istituenda Agenzia regionale emergenza urgenza, svolte in terza commissione consiliare.

“Le nuove esigenze del sistema dell’emergenza urgenza – prosegue – nelle ambulanze però, telemedicina, consultazione di strumenti sempre più complessi ecc, richiedono nuove necessità e nuove professionalità, e sempre più specializzati bravi e capaci. È evidente – ha continuato Emiliano – che senza un rapporto di dipendenza, senza un rapporto di professionalizzazione del sistema, questo non potrà mai accadere. Ecco perché noi vogliamo creare un’azienda come una Asl, unica per tutta la regione, un’azienda nella quale assumere direttamente tutti i medici e tutto il personale del 118”.

“Questo è il progetto della Regione Puglia – ha concluso il presidente – che peraltro garantisce molto di più i lavoratori, impedendo anche infiltrazioni da parte di soggetti poco raccomandabili. Siamo senza dubbio in una fase interlocutoria, io oggi ho ascoltato tutti coloro che sono stati auditi, ho raccolto suggerimenti sui quali ci confronteremo ancora e ci rivedremo anche la prossima volta per lavorare insieme e mettere a sistema l’Agenzia (la terza commissione è stata già convocata per l’8 novembre ndr)”.

18 ottobre 2018
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Governo approva Decreto Fiscale e Manovra. Stop ai Presidenti-Commissari nelle Regioni in piano di rientro sanità. Tra i possibili interventi anche la cancellazione del superticket, payback, lo sblocco del tetto di spesa per il personale, anagrafe vaccinale e cabina di regia alla Salute

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Concluso alle 21.30 il Consiglio dei ministri. Per la sanità è certo lo stop al doppio incarico Governatore-Commissario ad acta. Fondo sanitario 2019 a 114,4 miliardi. E poi, salvo sorprese, dovrebbero esserci misure sul payback farmaceutico, la fine del tetto per la spesa del personale fissato a quella del 2004 meno l’1,4%, nuove norme per l’accesso alla medicina generale, per l’anagrafe vaccinale e poi una cabina di regia per indicare gli interventi più urgenti in sanità. Ecco qui tutte le novità. LA BOZZA DEL DECRETO FISCALE

15 OTT – Consiglio dei ministri in tarda sera dopo una giornata di incontri a Palazzo Chigi per sciogliere i nodi del decreto fiscale e della legge di Bilancio. La riunione è iniziata alle 19.30 e si è conclusa intorno alle 21.30. Contrariamente alle voci di possibili rinvii è il presidente Giuseppe Conte ad annunciare l’approvazione sia del decreto fiscale che del ddl Bilancio e d una altro decreto “semplificazione”.

Per la sanità, in attesa di conoscere i testi, possiamo dare per certo lo stop al doppio incarico per i presidenti-commissari di Regione in Piano di rientro sanità di cui ha espressamente parlato il vicepremier Di Maio in conferenza stampa.

Per il resto ci dobbiamo al momento basare sulle anticipazione ante Cdm e sulla bozza di decreto fiscale sul tavolo dei ministri nella giornata odierna.

Tra le misure studiate (ma non è appunto chiaro se esse confluiranno in manovra o nel decreto) figuravano quelle già previste nella bozza circolata la scorsa settimana sul payback.
In particolare si dà efficacia alle transazioni già previste dalla legge di Bilancio 2018, riguardanti il ripiano della spesa farmaceutica territoriale ed ospedaliera per gli anni 2013, 2014 e 2015, ancora pendenti al 31 dicembre 2017. La norma è funzionale a consentire l’erogazione alle Regioni di 372 milioni di euro a cui si aggiungono le ultreriori risorse non oggetto di contenzioso, per 133 milioni di euro, per la cifra complessiva di 505 milioni di euro.

Poi, come abbiamo visto, figura lo stop al doppio incarico per i presidenti di Regioni commissari ad acta per la sanità. Oltre alla fine del doppio ruolo, si prevede che le Regioni commissariate dovranno predisporre, con cadenza semestrale, in occasione delle periodiche riunioni di verifica, una relazione ai Ministri della Salute e dell’Economia, da trasmettere al Consiglio dei ministri, con particolare riferimento al monitoraggio dell’equilibrio di bilancio e dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza.

Vengono inoltre elencate le caratteristiche che dovranno possedere i futuri commissari ad acta: “Il commissario ad acta deve possedere qualificate e comprovate professionalità nonché specifica esperienza di gestione sanitaria ovvero aver ricoperto incarichi di amministrazione o direzione di strutture, pubbliche o private, aventi attinenza con quella sanitaria ovvero di particolare complessità, anche sotto il profilo della prevenzione della corruzione e della tutela della legalità”.

Infine, si spiega che il Consiglio dei ministri, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, dovrà procedere alla nomina di un commissario ad acta per ogni regione in cui si sia determinata l’incompatibilità del commissario, il quale resterà comunque in carica fino alla nomina del nuovo commissario ad acta.

A questo punto dovrebbero saltare i ruoli di Vincenzo De Luca per la Campania e Nicola Zingaretti per il Lazio (da sottolineare, tuttavia, che sia Campania che Lazio hanno annunciato una rapida e prossima uscita dai piani di rientro).

Poi si parla di misure ad hoc per l’Anagrafe nazionale vaccini. Si conferma lo stanziamento di 2 mln già previsto dalla legge di Bilancio 2018 e, con risorse interne al Ministero della Salute, si aggiungerebbero altri 550.000 euro a partire dal 2019.

Previste, infine, alcune disposizioni relative alla gestione liquidatore dell’Ente strumentale alla Croce rossa italiana. Si intendono qui superare alcuni “profili di ambiguità” emersi con il Dlgs 178/2012. L’obiettivo è quello di chiarire l’entità del finanziamento dell’Ente strumentale alla Croce rossa, in liquidazione coatta amministrativa dal 1° gennaio 2018, per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020, “al fine di garantire un’ordinata procedura liquidatoria, riservando l’attivo patrimoniale dell’Ente al pagamento dei debiti pregressi. Inoltre, si punta a “ricondurre a normalità la gestione amministrativo contabile successivamente al trasferimento del personale, già funzionale alla gestione liquidatoria, alle altre amministrazioni pubbliche, distinguendo permanentemente la quota del finanziamento che resta compresa nel finanziamento complessivo del Ssn (per il trasferimento di personale agli enti sanitari) da quella destinata ad amministrazioni diverse”.

E poi la conferma del Fondo sanitario nazionale a quota 114,4 mld, e dell’obiettivo di superare completamente il superticket. Misura che causerebbe alle Regioni mancate entrate per circa 400 mln l’anno. Queste risorse verrebbero coperte dalle entrate previste dall’intervento sul payback. In programma, inoltre, misure ad hoc per il riordino delle norme di accesso per medicina generale sulle quali sta ancora proseguendo il dialogo con i sindacati.

Dovrebbe poi essere superato il tetto di spesa per il personale, ancora oggi calcolato su un importo pari a quello della spesa dell’anno 2004, decurtato dell’1,4%.

Infine, dovrebbe essere inserita anche la nuova Cabina di regia per selezionare gli interventi più urgenti anche per l’adeguamento antisismico (solo per le zone I e II). Presso il Ministero della Salute, entro marzo 2019, si prevede l’insediamento di una ‘cabina di regia’ con il compito di selezionare le priorità del Paese, a partire dalle zone a maggiore rischio sismico, per implementare un piano pluriennale degli investimenti da realizzarsi nei prossimi anni. Anche per questi motivi è prevista la collaborazione e compartecipazione agli investimenti di altri soggetti istituzionali pubblici.

Giovanni Rodriquez

15 ottobre 2018
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Nota aggiornamento Def. Parere favorevole da commissioni Igiene e Sanità e Affari sociali

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Semaforo verde dalle due commissioni parlamentari. Chiesti interventi in più su prevenzione, a partire dalla promozione dell’educazione alla salute nelle scuole, nuove regole per le nomine dei manager sanitari e aggiornamento dei corrispettivi delle prestazioni sanitarie e socio sanitarie da remunerare basato sull’analisi dei costi e dei prezzi. PARERE IGIENE E SANITÀ – PARERE AFFARI SOCIALI

11 OTT – Semaforo verde dalle commissioni Igiene e Sanità del Senato e Affari sociali della Camera alla Nota di aggiornamento del Def. L’Affari sociali nel suo parere non ha riportato osservazioni ma ha semplicemente ricordato gli interventi previsti nella NaDef. L’Igiene e Sanità ha invece formulato alcune osservazioni al parere.

In primis la possibilità di “valutare la possibilità di assumere come priorità strategica in ambito sanitario la prevenzione nelle sue diverse declinazioni, anche attraverso l’adozione di iniziative legislative e azioni programmatiche, a partire dalla promozione dell’educazione alla salute nelle scuole, che renda attrattive le corrette abitudini alimentari, a garanzia di una più efficiente sostenibilità del sistema sanitario nazionale, affinché quest’ultimo sia effettivamente universalistico nel riconoscimento e nella tutela di erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza sanitari e socio sanitari”.

Toccato anche il tema degli investimenti. “In riferimento alla riqualificazione dell’edilizia ospedaliera, considerato che l’età media delle strutture data oltre il mezzo secolo di vita, garantire che le Regioni siano chiamate ad un’attenta pianificazione e vigilanza degli interventi”.

La Commissione ha chiesto anche “nuove regole di reclutamento delle direzioni generali delle aziende pubbliche e di messa a contratto atte a realizzare effettivamente sull’intero territorio nazionale la regola dei costi standard, in chiave di regionalismo differenziato e ridimensionamento degli sprechi, superando la logica del costo storico” e “l’aggiornamento dei corrispettivi delle prestazioni sanitarie e socio sanitarie da remunerare basato sull’analisi dei costi e dei prezzi, nonché su semplificazione, responsabilità e trasparenza dell’azione amministrativa”.

Infine, anche un’osservazione sul personale. “Anche al fine di evitare la fuga dal sistema sanitario nazionale di competenze e capacità italiane, prevedere il ricorso a strumenti di carattere innovativo e sperimentale per implementare il numero di medici specialisti attraverso la previsione di un percorso alternativo di formazione professionale, totalmente equipollente a quello già vigente, che veda l’attivazione di contratti di formazione lavorativa teaching hospital per le specializzazioni mediche in strutture ospedaliere non universitarie da inserire nei programmi obiettivo competitività regionale e occupazione”.

11 ottobre 2018
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Influenza: siamo pronti? Le indicazioni dell’Oms, un corso on line e cinque falsi miti da sfatare. Ogni anno 650.000 morti

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Il 2018 è anche il 100° anniversario di una delle più catastrofiche crisi della salute pubblica nella storia moderna legate a questi tipi di virus: la pandemia influenzale del 1918 conosciuta come “influenza spagnola”. “Un’altra pandemia causata da un nuovo virus dell’influenza è una certezza, ma non sappiamo quando accadrà, quale ceppo virale sarà e quanto sarà grave la malattia”, ha detto Wenqing Zhang, direttore del Global Influenza Programme dell’Oms .

12 OTT – L’influenza può non è sempre considerata dalla maggior parte delle persone come una grave malattia. I sintomi: mal di testa, naso che cola, tosse e dolore muscolare, possono far confondere le persone con un forte raffreddore.

Eppure l’influenza stagionale uccide fino a 650.000 persone ogni anno. Ecco perché le vaccinazioni contro l’influenza sono così importanti, specialmente per proteggere i bambini piccoli, gli anziani, le donne incinte o le persone che hanno un sistema immunitario vulnerabile.

Un esempio: quando 100 passeggeri su un volo da Dubai a New York nel settembre 2018 si sono ammalati di sintomi respiratori, i funzionari sanitari erano preoccupati di essere difronte a una grave malattia respiratoria chiamata MERS-CoV (coronavirus della sindrome respiratoria del Medio Oriente) e hanno messo in quarantena l’aereo fino a ulteriori i controlli sanitari. I test hanno dimostrato che molti erano positivi per il virus dell’influenza, che può essere facilmente diffuso quando le persone sono in stretto contatto o in spazi contenuti come aeroporti e aerei per diverse ore.

Ciò che la maggior parte delle persone conosce dell’influenza’ è l’influenza stagionale, così chiamata perché arriva nella stagione più fredda due volte l’anno (una volta nell’inverno settentrionale e una volta nell’inverno dell’emisfero australe) nelle zone temperate del mondo e circola tutto l’anno nei tropici e subtropici.

Ma il virus dell’influenza è in costante mutamento  per “sfuggire” al nostro sistema immunitario. Quando si identifica un nuovo virus che può facilmente infettare ed essere diffuso tra le persone e per il quale la maggior parte degli individui non ha immunità, il contagio può trasformarsi in una pandemia.

“Un’altra pandemia causata da un nuovo virus dell’influenza è una certezza, ma non sappiamo quando accadrà, quale ceppo virale sarà e quanto sarà grave la malattia”, ha detto Wenqing Zhang, direttore del Global Influenza Programme dell’Oms “Questa incertezza rende l’influenza molto diversa da molti altri agenti patogeni”.

Il 2018 è anche il 100° anniversario di una delle più catastrofiche crisi della salute pubblica nella storia moderna legate a questi tipi di virus: la pandemia influenzale del 1918 conosciuta come “influenza spagnola”.

L’Oms in questa occasione ha diffuso un corso on line sull’influenza e pubblicato sul suo sito i cinque “falsi miti” sul vaccino antinfluenzale

Mito 1: l’influenza non è grave, quindi non ho bisogno del vaccino

Falso: fino a 650.000 persone all’anno possono morire di influenza. E questo dato è legato solo alle morti per problemi respiratori, quindi il probabile impatto è ancora più alto. Anche le persone sane possono contrarre l’influenza, ma soprattutto le persone il cui sistema immunitario è vulnerabile. La maggior parte delle persone si riprende in poche settimane, ma alcune possono sviluppare complicanze tra cui infezioni del seno e dell’orecchio, polmonite, infiammazioni al cuore o al cervello.

Mito 2: il vaccino antinfluenzale può dare l’influenza

Falso: il vaccino contro l’influenza contiene un virus inattivato che non può darti influenza. Se ci si sente doloranti o leggermente febbrili, è una normale reazione del sistema immunitario al vaccino e generalmente dura solo un giorno o due.

Mito 3: il vaccino antinfluenzale può causare gravi effetti collaterali

Falso: il vaccino antinfluenzale è sicuro. Gli effetti collaterali gravi sono estremamente rari. Una su un milione di persone può avere la sindrome di Guillain-Barré (GBS), che causa debolezza muscolare e paralisi.

Mito 4: ho fatto il vaccino e ho ancora l’influenza, quindi non funziona

Falso:  molti virus influenzali circolano continuamente, motivo per cui le persone possono avere l’influenza nonostante siano vaccinate poiché il virus è specifico per un ceppo. Tuttavia, essere vaccinati migliora la possibilità di essere protetti dall’influenza. Questo è particolarmente importante per fermare il virus che colpisce le persone con sistemi immunitari vulnerabili.

Mito 5: sono incinta quindi non dovrei fare il vaccino antinfluenzale

Falso: le donne incinte dovrebbero in particolare fare il vaccino antinfluenzale poiché il loro sistema immunitario è più debole del solito. Il vaccino antinfluenzale inattivato è sicuro in qualsiasi fase della gravidanza.

Video sull’influenza spiegata da Martin Friede, coordinatore della la ricerca sui vaccini (IVR) dell’Oms

12 ottobre 2018
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FNOPI: “No a soluzioni con maxi-ingressi di medici sul territorio. Infermieri e Mmg diano vita a micro-équipe per l’assistenza”

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10/10/2018 – Botta e risposta tra ministro Grillo e sindacati dei Mmg. FNOPI: La sanità ha bisogno di appropriatezza: garantire il giusto professionista per rispondere al giusto bisogno, nel giusto contesto, con il giusto utilizzo di risorse nella maggiore autonomia possibile  

Il ministro della Salute Giulia Grillo ha lanciato in questi giorni l’allarme sui medici con contratti a termine che non riescono a integrarsi nel sistema per i pochi posti (per la medicina generale, ma anche per le specializzazioni), gli scarsi finanziamenti e varie incompatibilità.

Come ha sempre ribadito la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche a mancare davvero è soprattutto un serio ed equilibrato rapporto tra i professionisti che si realizzi attraverso lo sviluppo delle competenze.
Almeno 10mila medici in queste condizioni sono “usa e getta” secondo il ministro? Ci sono circa 15mila infermieri nella stessa situazione a cui se ne aggiungono almeno altri 3-4mila costretti a un lavoro interinale con cooperative che sfruttano la loro professionalità senza riconoscere corrispettivi né economici né professionali e tantomeno di carriera all’altezza dei professionisti.
Il sistema è complesso e non vogliamo banalizzarlo attraverso slogan o renderlo malleabile alle istanze nostre o di chiunque altro. La sanità ha bisogno non solo di professionisti, ma di appropriatezza: garantire ovvero il giusto professionista che possa essere messo in grado di rispondere al giusto bisogno, nel giusto contesto, con il giusto utilizzo di risorse nella maggiore autonomia possibile. Serve una visione più ampia e coraggiosa.
Non è possibile immaginare soluzioni che aprano le porte a inserimenti massivi nel sistema, non meritocratici e che soprattutto illuderebbero giovani alla fine ancora una volta non valorizzati, creando l’ennesimo salto generazionale dopo quello provocato dall’ultradecennale blocco del turn over.
La FNOPI è disponibile a sedersi a un tavolo con la Medicina generale – lasciando da parte posizioni vetero-professionali legate a una costruzione dell’assistenza vecchia e che non c’è più o a tentativi improbabili di farsi spazio a gomitate in un mondo in cui ormai si lavora insieme –  il ministero e le Regioni per trovare soluzioni multiprofessionali, condivise e, soprattutto, in grado di tutelare chi ora vive nella precarietà che nessuna legge può risolvere senza le necessarie risorse e una nuova organizzazione del sistema.
Il medico di medicina generale è il “clinical manager” dei pazienti sul territorio?  Bene: l’infermiere è il loro care manager, il loro “welfare manager”. Perché dopo la giusta diagnosi e la scelta della migliore terapia il paziente ha assoluta necessità di essere seguito, guidato e aiutato nei suoi bisogni di salute con approccio proattivo e trasversale, prerogative queste della professione infermieristica.
Oggi sul territorio un medico di famiglia ha un massimale di 1.500 assistiti: FNOPI propone un massimale di assistiti cronici o disabili di 500 per infermieri. Un infermiere che lavori in équipe col medico, un infermiere “di famiglia” accanto e a fianco del medico di famiglia, vere e proprie “micro-équipe” sul territorio che siano davvero a fianco del paziente, senza soluzioni pericolose e che dia a ciascuno il suo ruolo nel rispetto delle singole professionalità.

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Fnopi al Congresso Sumai: “Realizzare insieme modelli innovativi”

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10/10/2018 – Per la presidente Mangiacavalli bisogna puntare anche su infermiere di comunità, assistenza territoriale e di prossimità.

“Gli infermieri auspicano di poter presto realizzare insieme ai medici modelli innovativi che comprendono anche l’infermiere di comunità”. E’ quanto afferma Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, in occasione della tavola rotonda dedicata alla ‘Specialistica di Comunita’, che anticipa il 51esimo Congresso Nazionale Sumai, in corso fino al 12 ottobre a Saint Vincent.

“L’assistenza territoriale, l’assistenza di prossimità, lo sviluppo di modelli organizzativi che vadano incontro ai bisogni dei nostri cittadini – spiega Mangiacavalli  – richiedono una sinergia e una coesione di figure professionali, che sono soprattutto il medico e l’infermiere”. “Il lavoro di territorio – continua – è un lavoro di equipe, ognuno può dare un contributo peculiare rispetto alla tipologia dei bisogni assistenziali e allora c’è un momento di inquadramento clinico diagnostico del cittadino da parte del medico di famiglia o dello specialista ambulatoriale, ma c’è anche un momento di organizzazione e di creazione della rete di continuità delle cure e dell’assistenza. E qui noi ci candidiamo ad essere partner con i medici territoriali, perché la formazione degli infermieri ci aiuta a svolgere il ruolo di collante tra i diversi professionisti”.

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Laureati. Nella UE sono il 31%. Italia si ferma al 18,7%

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Nell’Ue a 28 nel 2017 il 31% della popolazione tra 25 e 64 anni era laureata, con un aumento negli ultimi dieci anni di circa l’8 per cento. Ma l’Italia si ferma al 18,7% con un incremento dal 2007 del 5,2 per cento. A livello regionale sono al top le aree di Londra che raggiungono anche il 71% di laureati, mentre in Italia chi va meglio è il Lazio con il 24,9%% mentre fanalino di coda è la Sicilia con il 13,6%, tra le peggiori in Europa.

09 OTT – Eurostat conferma: l’Italia non è un paese di laureati. E fa il confronto con gli altri Stati e Regione dell’Ue.

Nel 2017, quasi un terzo (31%) della popolazione in età lavorativa dell’Unione europea possedeva un livello terziario (laurea) di studio, l’8% circa in più in media rispetto a un decennio prima e quasi l’1% in più rispetto a un anno prima.

A livello regionale, nel 2017 c’erano undici regioni negli Stati Ue in cui la maggioranza della popolazione di età compresa tra i 25 ei 64 anni aveva un livello terziario di risultati scolastici.

Quattro delle prime cinque regioni erano nel Regno Unito, con “Inner London – West” con la quota più alta della popolazione in età lavorativa (71%). La regione “Prov. Brabant Wallon”, vicino a Bruxelles, era anche tra le prime cinque, con il 57% in possesso di una qualifica di livello terziario.

Ma l’Italia no. L’Italia non è, nell’Ue, un paese di laureati e come Stato è al penultimo posto con il 18,7% (meno di un quinto) della popolazione 25-64 anni laureato (ultima è la Romania con il 17,8%) ed è penultima anche per  l’aumento minore tra il 2007 e il 2017 di chi è in possesso di un titolo di studio terziario: +5,2%, in testa solo alla Germania che registra una crescita del +4,3%, ma con un totale generale del 28,6 per cento.

Chi invece ha registrato l’aumento percentuale maggiore di laureati tra il 2007 e il 2017 è l’Austria (+15,1%) seguita dal Lussemburgo (+13,4%).
Né, al di fuori della media complessiva del Paese, l’Italia brilla a livello di singole Regioni.

Rispetto al 71% della Regione del Regno Unito al top della classifica, il miglior risultato è nel 2017 quello registrato dal Lazio con il 24,9% di laureati tra 25 e 64 anni, con un incremento rispetto al 2007 del 6,7% secondo in Italia solo al 7,3% delle Marche (che nel complesso registrano il 21,2% di laureati).

Rispetto alle aree geografiche il maggior numero di laureati è al Centro (22,9%), seguito dal Nord Ovest con il 19,6 per cento.

Dove ce ne sono di meno sono le Isole (14,2%) e il Sud (15,5%), dato confermato anche a livello di singola Regione: quella in fondo alla classifica dei laureati in Italia è la Sicilia con il 13,6%, seguita da Puglia, Calabria e Campania.


Fonte: elaborazione Quotidiano Sanità su dati Eurostat

09 ottobre 2018
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