Articoli tratti dai magazine specifici sul tema sanità

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Dalla Convention dei clinical risk manager, le 8 parole d’ordine per la sicurezza delle cure in Italia

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onsapevolezza, Comunità, Sistema, Sinergia, Conoscenza, Prevenzione, Innovazione e Alleanza: queste le parole di riferimento attorno alle quali si è articolato il confronto nella tre giorni promossa a Milano la scorsa settimana dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome – Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute

11 NOV – Come già evidenziato da QS, dal 7 al 9 novembre si è svolta a Milano, presso la sede di Regione Lombardia, la Convention dei Clinical Risk Manager italiani, giunta quest’anno alla sua terza edizione.

L’evento, promosso dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome – Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute, ha visto la partecipazione di circa 250 professionisti, in gran parte coordinatori regionali e aziendali delle attività di gestione del rischio sanitario, provenienti da tutta Italia, ed è stata ancora una volta occasione di confronto, riflessione e approfondimento sul tema della sicurezza delle cure nel nostro Paese.

Come filo conduttore delle tre giornate sono state scelte alcune parole che, alla luce di quanto discusso e prodotto, potrebbero essere di riferimento anche per il prossimo futuro.

La prima di queste parole è CONSAPEVOLEZZA, innanzitutto dell’importanza del tema della sicurezza delle cure. Una rilevanza che negli ultimi anni nel nostro Paese è stata sancita da diversi atti normativi, la Legge di Stabilità 2016, seguita dalla Legge 24/2017, fino allaDirettiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 aprile 2019 con la quale, anche su istanza del Coordinamento, è stata istituita la “Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita”.Il 17 settembre è stato quindi un momento importante di sensibilizzazione e di crescita culturale, con decine di iniziative in tutta Italia, molte rivolte direttamente ai cittadini, per far conoscere e spiegare il problema degli “errori in sanità” e l’impegno profuso per evitarli.

Consapevolezza quindi dell’importanza fondamentale della sicurezza, per vari motivi.
Innanzitutto perché è una questione di qualità delle prestazioni che eroghiamo per i nostri cittadini; insieme ad appropriatezza, efficacia ed accessibilità, la sicurezza è un elemento essenziale della qualità assistenziale.

Perché è una questione di governo clinico e di competenze dei professionisti che operano nelle organizzazioni sanitarie; perché è una questione economica, decisiva per la stessa sopravvivenza del nostro sistema sanitario, correlata ai costi che vengono sostenuti a seguito degli eventi avversi (costi diretti, per le prestazioni diagnostico terapeutiche aggiuntive, per il protrarsi delle degenze e del tempo di cura e costi indiretti per il peso del contenzioso e delle richieste di risarcimento che ne derivano).

Perché è una questione politica e che riguarda anche il rapporto con l’opinione pubblica, che come sappiamo è estremamente sensibile al tema della salute, considerato il bene primario; e qui non si può non pensare alle reazioni, spesso emotive, che seguono al verificarsi di eventi avversi, alcune volte troppo frettolosamente etichettati come “malasanità”, e al ruolo importante e positivo che può giocare il mondo dell’informazione e della comunicazione.

Un’altra parola importante per la sicurezza delle cure è COMUNITÀ. La necessità intanto di essere comunità nazionale. Sempre la giornata del 17 settembre ha rappresentato un esempio positivo di come si possa dare concretezza a questa parola, attraverso la leale e sincera collaborazione di tutte le più importanti istituzioni del Paese (Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, AGENAS, AIFA) che, insieme alla Regioni, si sono ritrovate unite, ciascuna con la propria specificità e ruolo, per lanciare un unico e coerente messaggio di impegno per la sicurezza.

Comunità anche di realtà locali, regionali e provinciali, che collaborano attivamente, di certo nell’ambito del Coordinamento per il rischio clinico, e che si mostrano determinate nel volere perseguire un obiettivo fondamentale, che è quello di ridurre le diseguaglianze tra le diverse aree del Paese e dare in ogni contesto piena garanzia del diritto alla sicurezza che, come afferma l’articolo 1 della legge 24/2017, è parte costitutiva del diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione.

Occorre di certo che vi sia un impegno ancora maggiore per dare almeno la garanzia dell’applicazione su tutto il territorio nazionale di requisiti minimi che potremmo indicare come “Livelli Essenziali di Sicurezza”, quali ad esempio l’adozione del braccialetto identificativo, l’effettiva compilazione della check list di sala operatoria, l’implementazione delle raccomandazioni ministeriali, ecc.

E poi vi è la comunità dei clinical risk manager che da anni si spendono tutti i giorni per contribuire al miglioramento dei livelli di sicurezza nei luoghi di cura. Una comunità che va ulteriormente costruita su una consolidata professionalità, quella che può dare autorevolezza e riconoscimento nel rapporto con le direzioni aziendali e con gli altri professionisti. In questo senso, anche il lavoro del Coordinamento Sub Area rischio clinico di questi anni è stato finalizzato alla costruzione di un profilo tecnico, attraverso la elaborazione dei documenti applicativi della Legge 24/2017, la produzione di documenti di consenso e di indicazioni operative.

Nella convention di Venezia del 2017, si disse che quella dei risk manager italiani era una comunità sempre più consapevole; quest’anno si è voluto aggiungere l’aggettivo “coesa” e determinata a perseguire con convinzione la sua unità, evitando divisioni e spaccature, in quanto la forza del movimento italiano per la sicurezza si è basato e continuerà a fondarsi sulla pluralità e sulla multidisciplinarietà.

Altra importante parola scelta è stata SISTEMA. Sistema a livello nazionale, in tutti i luoghi deputati, e uno di questi è di certo l’Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità, che ha prodotto, anche con il contributo delle Regioni, un rilevante lavoro nel suo primo anno e mezzo di attività. Rispetto a tale organismo, è importante che si continui a operare proficuamente per realizzare un rapporto costante e funzionale con tutte le realtà locali, oltre a quelle ufficialmente rappresentate nella sua struttura, e con i Centri regionali per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente. In tal senso è fondamentale dare piena attuazione alla Legge 24/2017 con la formale istituzione dei Centri in tutte le Regioni e soprattutto garantendo la loro operatività e lo svolgimento delle azioni a cui sono preposti.

La Commissione Salute ha approvato le linee di indirizzo sulle architetture organizzative e sulle funzioni che dovrebbero avere questi Centri.  E uno degli elementi essenziali che sono esplicitati nel documento è quello della sicurezza come fattore trasversale e per il cui perseguimento è necessario l’impegno di tutti i soggetti coinvolti e di tutte le figure professionali e la piena sinergia dei diversi settori interessati alla tematica.

Il Centro è chiamato quindi ad espletare la funzione di favorire tali sinergie e di coordinamento delle attività connesse alla sicurezza dei pazienti, alla gestione e prevenzione del rischio clinico assistenziale, attraverso il coinvolgimento e l’interazione dei vari membri della comunità professionale che opera sia a livello regionale che nelle aziende sanitarie. La gestione del rischio sanitario non è e non può essere quindi una questione di singole individualità, ma presuppone una responsabilità collettiva e un costante sforzo di sistema, attraverso la costruzione di board regionali (nell’ambito dei Centri) e gruppi di coordinamento nelle aziende sanitarie.

Un’altra parola su cui si è riflettuto è stata SINERGIA. Sinergie di certo tra istituzioni, ma anche tra vari ambiti e aree di attività che possono sembrare apparentemente lontane, ma che in realtà con lo sono. Proprio per questo il Coordinamento ha prodotto dei documenti di consenso sul rapporto tra rischio clinico e accreditamento e sull’integrazione tra rischio clinico e rischio infettivo; come anche indicazioni operative per la segnalazione e la gestione della reazione trasfusionale conseguente ad incompatibilità ABO, per assicurare la coerenza tra diversi sistemi informativi.

La sinergia è però da realizzare non solo rispetto ai vari ambiti che riguardano la sicurezza dei pazienti, ma anche con altri “sistemi sicurezza”, come quello che riguarda gli operatori che lavorano nei servizi sanitari (si ricordi il tema delle aggressioni e della prevenzione degli atti di violenza). Ma anche con altri sistemi, che sono solo in apparenza di tipo amministrativo, come quello anticorruzione; perché non si deve dimenticare, come evidenziano diverse relazioni di commissioni parlamentari di inchiesta sia sulla corruzione che sulla criminalità organizzata, che l’illegalità mette a rischio la sicurezza dei pazienti.

Di seguito poi, altre parole che possono rappresentare proposta e prospettiva per il prossimo futuro.
E’ essenziale la CONOSCENZA dei fenomeni e una delle questioni centrali rimane, a tutti i livelli, quella della “misurazione”, dell’individuazione degli eventi e in generale di tutti gli accadimenti significativi per la sicurezza delle cure. Pertanto è necessario un sistematico utilizzo dei relativi metodi e strumenti e un costante miglioramento della qualità delle fonti e dei flussi informativi.

E’ ormai assodato che le organizzazioni più affidabili sono quelle che mettono al centro della loro attenzione la misurazione ed il monitoraggio della sicurezza e che riescono ad intercettare anche i “segnali deboli” di un deficit di sistema, premonitori di incidenti dagli esiti ben più rilevanti.  In generale infatti la logica di riferimento dovrebbe essere quella della  PREVENZIONE dei fenomeni e non solo l’atteggiamento reattivo, al verificarsi del singolo grave accadimento.

In questo senso è necessario garantire ovunque i requisiti minimi di sicurezza, ma nello stesso tempo occorre essere sempre aperti all’INNOVAZIONE, sia organizzativa che nell’utilizzo di strumenti e di nuove tecnologie, a partire da quelle informative e informatiche.

Dovrebbe essere scontato, ma è utile ribadire che tutto ciò non può realizzarsi a invarianza di spesa e che la prevenzione ha bisogno di investimenti, i quali saranno comunque ampiamente inferiori ai costi correlati agli eventi avversi alcuni dei quali incalcolabili, in quanto legati alla perdita della fiducia dei cittadini nel servizio sanitario. Cittadini con i quali è invece indispensabile costruire una ALLEANZA, basata appunto sulla fiducia e sulla collaborazione reciproca, nell’ambito di un più ampio sistema di convergenze che veda coinvolti i decisori delle politiche sanitarie, il livello direttivo e tecnico delle organizzazioni sanitarie, i professionisti, l’industria e tutti i soggetti a vario titolo interessati al tema della sicurezza delle cure.

Ottavio Nicastro
Coordinamento Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome

11 novembre 2019
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Paziente muore con codice verde in PS. Quale responsabilità per l’infermiere del triage?

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Sul tema sono intervenute due recenti sentenze della Cassazione. In ambedue i casi i pazienti erano stati segnalati dal triage come codici verdi e in ambedue i casi è seguito il decesso del paziente. Ma in un caso l’infermiere è stato condannato nell’altro no. Ecco perché

03 NOV – La Corte di cassazione è intervenuta recentemente in due processi di responsabilità riguardanti il triage di pronto soccorso, da un lato confermando l’impianto accusatorio carico del personale infermieristico,  dall’altro rigettandolo.

Si tratta di due classici casi in cui l’ipotesi di omicidio colposo è stata causata dalle attività di  sottovalutazione del codice colore – entrambi codici verdi – e della conseguente rivalutazione.
Trattiamo congiuntamente i due casi tenendo conto, tra l’altro, che entrambi sono stati estinti per prescrizione.

Primo caso
(Corte di cassazione, sezione IV, sentenza 19 febbraio 2019, n. 18352)
Un’infermiera presso l’area triage del Pronto Soccorso del Policlinico Umberto I di Roma alle ore 6 del mattino assiste un paziente “soggetto affetto da patologia respiratoria pleuropolmonare”, veniva sottoposto alla “misurazione dei parametri vitali che assegnava al paziente il codice verde”.

La sottovalutazione del codice di triage è stata considerata “decisiva sotto il profilo eziologico”: se il paziente “fosse stato rivalutato con la necessaria attenzione a fronte dell’evoluzione delle sue condizioni, sarebbe stato necessariamente chiamato un medico per visitarlo e, in conseguenza di ciò, gli sarebbero stati somministrati trattamenti (ventilazione assistita, ossigenazione, antibiotici) potenzialmente salvifici”.

La difesa dell’infermiera, nel giudizio di Cassazione, si è articolata in quattro motivi di ricorso:
1) la causa del decesso è stata improvvisa, del tutto imprevedibile e inevitabile, interruppe il nesso eziologico tra la ipotizzata condotta emissiva attribuita all’infermiera e il decesso del paziente;
2) la Corte di merito “non ha tenuto conto del fatto che il paziente, all’atto del ricovero, non presentava condizioni di grave compromissione dell’apparato respiratorio e che, alle ore 15,00, tali condizioni non potevano dirsi mutate, o almeno non vi è un’evidenza in tal senso”;
3) la violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata  valutazione dei profili di attinenza delle linee guida rispetto al caso in esame, nonché al grado della colpa attribuibile all’imputata con particolare riferimento alla legge cosiddetta Balduzzi;
4) violazione di legge in riferimento all’eccessiva ed immotivata gravità del trattamento sanzionatorio, più che triplo  rispetto ai minimi edittali.

Secondo la Cassazione le condizioni del paziente alle ore 15.00 non erano compatibili con quanto dichiarato dalla difesa dell’infermiera, in quanto la compromissione del quadro respiratorio era evidente. Il decesso, infatti, è stato dovuto a “un ‘insufficienza cardio-respiratoria d’origine settica secondaria a grave broncopolmonite con multiple escavazioni (caverne) di origine tubercolare, e focolai di broncopolmonite aspecifica con micro-ascessualizzazione associata a pleurite fibrino-purulenta”.

Sul piano del nesso causale, sono stati “esclusi dalla Corte di merito fattori causali alternativi sopravvenuti”. In punto di ragionamento controfattuale “in ordine alla portata verosimilmente salvifica del comportamento alternativo diligente, costituito dalla predisposizione di interventi di natura rianimatoria (ventilazione assistita, ossigenoterapia, terapia antibiotica) la cui utilità – si legge nella sentenza impugnata – era stata riconosciuta anche dal consulente della difesa”.

Sulla mancata applicazione del decreto Balduzzi – successivamente sostituito dalla legge c.d Gelli – la Corte è stata lapidaria in quanto il comportamento dell’infermiera era stato di “negligenza, fu necessariamente e macroscopicamente incompatibile con qualsiasi best practice, e – a maggior motivo – con le linee guida vigenti nel caso di specie, in quanto caratterizzata da grave sottovalutazione delle condizioni del paziente, con conseguente omissione del dovere di avvisare il personale medico del precipitare della situazione e della necessità di intervenire prontamente sul paziente”.

Nel caso di specie non poteva parlarsi di “aderenza del comportamento dell’infermiera alle linee guida vigenti all’epoca (vds. accordo Stato – Regioni del 2001, relativo a Linee Guida sul Triage intraospedaliero per gli utenti che accedono direttamente al Pronto Soccorso), ove ad esempio si qualifica il “codice verde” confermato dall’infermiera in ordine al paziente due ore prima del decesso come “poco critico, priorità bassa, prestazioni differibili”.

Secondo caso
Il fatto
(Corte di cassazione, sezione IV, sentenza 23 maggio 2019, n. 39717)
Un infermiere del DEA di Rieti ha sottostimato le condizioni di salute di un paziente “attribuendogli il codice verde, nonostante l’esibita documentazione sanitaria relativa a due recenti ricoveri che il paziente aveva subito per una sintomatologia sempre localizzata a livello addominale e che non aveva trovato una diagnosi certa”.

Inoltre aveva “omesso di rivalutare in modo completo ed adeguato le condizioni di salute del paziente, nonostante le lamentele espresse dai suoi congiunti, lasciandolo privo di  assistenza per svariate ore, in tal modo ritardando la visita dello stesso e la relativa tempestiva diagnosi da parte del personale medico di turno, che interveniva quando tali condizioni erano irrimediabilmente compromesse.”

Il decesso del paziente “si verificava a causa di un arresto cardiaco in soggetto con un processo ischemico-necrotico-intestinale, da ritenersi in atto da diverse ore; secondo il Tribunale, solo un intervento tempestivo avrebbe garantito la possibilità di scongiurare l’evento, ma il triage effettuato dall’infermiere, con attribuzione al malato del codice verde, aveva impedito un pronto intervento dei medici.”

Sempre secondo la Corte di appello “il codice verde ingiustificatamente attribuito al paziente aveva condizionato le scelte del personale medico in relazione ai tempi di visita del paziente”. Si trattava di un “soggetto in età avanzata che aveva subito ben due ricoveri in tempi recenti per le stesse problematiche addominali manifestate al suo ingresso nel pronto soccorso, avrebbero giustificato l’attribuzione del codice giallo, in modo da consentire una visita medica tempestiva”.

Nei motivi di ricorso in Cassazione la principale motivazione è stata legata al nesso di causa tra la condotta e l’evento. Secondo la difesa dell’infermiere “i giudici di merito hanno errato nel non contestualizzare la valutazione del triagista e nel negare che il dolore addominale manifestato dal paziente nell’occorso non rappresentasse un’emergenza (in assenza di sintomi di patologie gravi quali la cardiopatia ischemica acuta o la rottura di aneurisma aortico), per cui corretta era stata l’attribuzione del codice verde.”

Il paziente, infatti, “non presentava alcuna alterazione dei parametri vitali, ma solo un dolore concentrato nel basso ventre. Nelle circostanze date, non poteva che essere attribuito il codice verde, non potendosi prevedere, con una valutazione ex ante, che il paziente potesse repentinamente aggravarsi”.

Peraltro, è dimostrato che l’infermiere ebbe a rivalutare il “paziente fino alle 17.30” e che per altre due volte l’abbia fatto rivalutare da una collega. Le condizioni del paziente si erano aggravate solo verso le 22,30, quando l’imputato non era più al lavoro, avendo smontato dal suo turno alle 22.07, come accertato dal Tribunale.

Il “giudizio controfattuale” – letteralmente “contro i fatti – è stato soltanto “apparente”. Si tratta dell’operazione intellettuale “mediante la quale, pensando assente una determinata condizione (la condotta antigiuridica tenuta dell’imputato), ci si chiede se, nella situazione così mutata, si sarebbe verificata, oppure no, la medesima  conseguenza: se dovesse giungersi a conclusioni positive, risulterebbe, infatti, evidente che la condotta dell’imputato non costituisce causa dell’evento”.

Secondo la Cassazione queste critiche colgono nel segno in quanto i giudici precedenti “non hanno fatto buon governo dei principi del “nesso di causa e del giudizio controfattuale”.

Da un lato hanno omesso “di considerare sia il contesto dell’elevato affollamento di persone presenti quel giorno nel Pronto soccorso, per cui il paziente non avrebbe comunque potuto essere visitato celermente”, dall’altro non hanno tenuto conto delle “percentuali statistiche di mortalità dei pazienti affetti da infarto intestinale (anche se sottoposti ad interventi chirurgici in tempi rapidi) che sono particolarmente elevate”.

In altre parole l’attribuzione del codice verde, in luogo del giallo, in quel contesto sintomatologico e organizzativo non era da considerarsi errato in quanto “l’evento si sarebbe verificato ugualmente, situazione quest’ultima che escluderebbe la sussistenza del nesso eziologico e, quindi, la responsabilità del prevenuto”.

Ultima notazione: per la prima volta in un giudizio di Cassazione si fa riferimento ai parametri del triage da bancone in luogo di quello successivamente attivato del “triage globale”.

Commento a entrambe le sentenze
Si tratta, come abbiamo accennato, di due vicende processuali che hanno dato luogo nei gradi precedenti di giudizio, ad ipotesi di omicidio colposo a carico del personale infermieristico.

Nel primo caso, occorso al Policlinico di Roma, si è trattato di una generale sottovalutazione del codice di priorità. L’attribuzione di un codice verde – in luogo del codice giallo – a chi ha descritto un paziente “eupnoico e collaborante”, sia in fase di valutazione che di rivalutazione è stato un errore evidente.

È stato del tutto chiaro, che la valutazione non potesse corrisponde al quadro clinico del paziente in quanto la compromissione del quadro respiratorio era evidente come un decesso dovuto una a “un ‘insufficienza cardio-respiratoria d’origine settica secondaria a grave broncopolmonite con multiple escavazioni (caverne) di origine tubercolare, e focolai di broncopolmoniteaspecifica”.

Diverso è il caso del pronto soccorso di Rieti dove il quadro clinico prospettato era compatibile con il codice verde sia in fase di valutazione che di rivalutazione. Solo successivamente il quadro si è aggravato.

Per la seconda volta la Corte di cassazione ha tenuto conto che il codice giallo non avrebbe cambiato le sorti del paziente anche in virtù del sovraffollamento. Il giudizio controfattuale, svolto dalla Corte di appello di Roma, è stato ampiamente censurato dai giudici della cassazione.

Per altro, è stata rilevata, nell’iter processuale, “l’impossibilità per il triagista di cambiare il codice di accesso con il computer; soltanto i medici avrebbero potuto farlo, una volta ricevuto il paziente in sala medicheria”. Questo è un problema legato alla documentazione sanitaria e alla sua immodificabilità da parte di chiunque.

Non è la prima volta, tra l’altro, che la Cassazione si esprime sul sovraffollamento
– “iperafflusso”- nel pronto soccorso. Questa volta con risultati diversi.
Interessante, in una pronuncia del genere, il riferimento al triage globale oggi sposato dalle nuove linee di indirizzo del triage.

I riferimenti nella letteratura più recente, in letteratura, sono sul manuale del Triage infermieristico del Gruppo di formazione al triage (GFT), (IV edizione, Mc Graw Hill, 2019).

Ricordiamo infine la normativa della Conferenza Stato-Regioni con le innovazioni legate al pronto soccorso e al triage.

Luca Benci
Giurista
Componenete del Consiglio superiore di sanità

03 novembre 2019
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Rapporto sanità Ocse 2019. In Italia spesa è inferiore del 15% rispetto alla media. Sempre al top la speranza di vita, mentre si consumano troppi antibiotici e pochi generici. Elevato il numero dei medici rispetto agli infermieri

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Nel nostro Paese si spendono 3.400 dollari pro capite per la sanità, ben 600 dollari in meno rispetto alla media. Coincide invece alla media la spesa pubblica e privata sul Pil all’8,8% I generici potrebbero far risparmiare, ma sono solo la metà di quelli venduti. Bene sulla mortalità prevenibile, ma si prescrivono troppi antibiotici e il personale invecchia rapidamente. Per l’Ocse il nostro paese dovrebbe spostare i compiti dai medici a infermieri e altri operatori sanitari per alleviare le pressioni sui costi e migliorare l’efficienza. RAPPORTO PARTE 1 – PARTE 2

07 NOV – La longevità non progredisce più, le malattie croniche e mentali colpiscono sempre di più la popolazione. Fumo, alcol e obesità continuano a provocare morti premature e a peggiorare la qualità della vita e persistono difficoltà di accesso alle cure sanitarie, in particolare tra le persone meno agiate. Inoltre, la qualità delle cure sanitarie sta migliorando in termini di sicurezza e di efficacia ma si dovrebbe dedicare maggiore attenzione ai risultati e alle esperienze riferite dai pazienti. E ancora, i Paesi spendono molto per la salute, ma non sempre spendono bene come potrebbero. È questo il quadro che emerge dal nuovo Health at a Glance 2019 dell’Ocse.

Ecco una sintesi del Rapporto:

Spesa sanitaria.Nell’Ocse la spesa sanitaria supererà la crescita del Pil nei prossimi 15 anni in quasi tutti i paesi e quella pro capite crescerà a un tasso medio annuo del 2,7% e raggiungerà il 10,2% medio del Pil entro il 2030, rispetto all’8,8% nel 2018. Secondo Health at a Glance 2019, gli indicatori OCSE appena pubblicati, gli Stati Uniti hanno speso di più per l’assistenza sanitaria nel 2018: il 16,9% del Pil, al di sopra della Svizzera, secondo paese per la spesa con il 12,2%. Germania, Francia, Svezia e Giappone hanno speso quasi l’11% del Pil, mentre alcuni paesi hanno speso meno del 6% del Pil, tra cui Messico, Lettonia, Lussemburgo e Turchia al 4,2 per cento.

L’Italia è invece sovrapponibile – tra spesa pubblica e privata – all’OCSE con l’8,8 per cento del Pil.

In media nei Paesi dell’OCSE la spesa sanitaria per persona è stata pari a circa 4000 dollari USA (a parità di potere d’acquisto). Gli Stati Uniti hanno speso molto di più rispetto a tutti gli altri Paesi, con una spesa che supera i 10.000 dollari per residente. Il Messico è il Paese che ha speso meno per l’assistenza sanitaria, con circa 1150 dollari per residente. In Italia la spesa è stata di 3400 dollari.

Health at a Glance delinea aree in cui la spesa potrebbe essere più efficace.
Un maggiore uso di farmaci generici potrebbe far risparmiare sui costi, ma oggi solo la metà del volume dei farmaci venduti lo è. I generici rappresentavano oltre i tre quarti del volume dei prodotti farmaceutici venduti in Cile, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito, ma sono meno di un quarto in Lussemburgo e Svizzera nel 2017.

Personale. I sistemi sanitari e sociali impiegano sempre più lavoratori, con circa uno su dieci rispetto a tutti gli altri lavori che si trovano nella sanità o nell’assistenza sociale.

Spostare i compiti dai medici agli infermieri e agli altri operatori sanitari può alleviare le pressioni sui costi e migliorare l’efficienza.

Aumentare la sicurezza dei pazienti non solo migliora la salute, ma può far anche risparmiare denaro. Quasi il 5% dei pazienti ospedalizzati ha avuto un’infezione associata all’assistenza sanitaria nel 2015-17.

Stili di vita. Health at a Glance 2019 evidenzia alcuni risultati preoccupanti per la salute e stili di vita malsani. Una persona nata oggi può aspettarsi di vivere in media quasi 81 anni nei paesi dell’OCSE (83 anni in Italia). Ma i miglioramenti dell’aspettativa di vita sono rallentati di recente nella maggior parte dei paesi, in particolare negli Stati Uniti, in Francia e nei Paesi Bassi. Il 2015 è stato un anno particolarmente difficile, con l’aspettativa di vita in calo in 19 paesi.

Le cause comprendono l’aumento dei livelli di obesità e diabete che hanno reso difficile mantenere i precedenti progressi nella riduzione delle morti per malattie cardiache e ictus. Le malattie respiratorie come l’influenza e la polmonite hanno anche causato più vite “perse” negli ultimi anni, in particolare tra le persone anziane.

I decessi correlati agli oppioidi sono aumentati di circa il 20% dal 2011 e hanno causato circa 400.000 vittime solo negli Stati Uniti. I decessi correlati agli oppioidi sono anche relativamente elevati in Canada, Estonia e Svezia.

Fumo, alcol e obesità continuano a far morire prematuramente le persone e peggiorare la qualità della vita:

– i tassi di fumatori sono in calo, ma il 18% degli adulti fuma ancora ogni giorno;
– il consumo di alcol è stato in media di 9 litri di alcol puro per persona all’anno nei paesi OCSE, equivalenti a quasi 100 bottiglie di vino. Quasi il 4% degli adulti era alcol-dipendente;
– i tassi di obesità continuano ad aumentare nella maggior parte dei paesi OCSE, con il 56% degli adulti in sovrappeso o obesi e quasi un terzo dei bambini di età compresa tra 5-9 in sovrappeso;
– l’inquinamento atmosferico ha causato circa 40 morti per 100.000 persone nei paesi OCSE. I tassi di mortalità sono molto più alti in paesi come l’India e la Cina, con circa 140 morti per 100.000 persone.

Il rapporto sostiene che si dovrebbe porre maggiore attenzione agli esiti e alle esperienze riportati dai pazienti. I risultati preliminari sui sondaggi sugli indicatori segnalati dai pazienti mostrano che le protesi d’anca migliorano la qualità della vita di un individuo – mobilità, attività, dolore – di circa il 20 per cento.

“I sistemi sanitari possono e devono fare meglio per migliorare la salute delle nostre popolazioni. Misurare il modo in cui i sistemi sanitari cambiano la vita delle persone in meglio è essenziale se vogliamo distribuire risorse dove possono avere più effetto “, ha affermato Stefano Scarpetta, Direttore OCSE per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali.

Focus Italia.

In Italia secondo il rapporto Ocse ci sono due buone notizie:

– l’aspettativa di vita alla nascita: è il quarto più alto nell’OCSE;
– gli italiani hanno il quarto tasso più basso di mortalità prevenibile.

Ma anche due cattive:

– le prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie sono il 50% in più rispetto alla media OCSE;
– la quota di medici di età compresa tra 55 o più anni è il più alto nell’OCSE, che potrebbe condurre a una forte carenza futura nella forza lavoro sanitaria.

In Italia, nonostante una spesa sanitaria inferiore alla media, si riesce ad avere la quarta più alta aspettativa di vita di tutta l’OCSE: 83 anni alla nascita e gli italiani muoiono anche meno prematuramente, con 143 morti per 1.000 persone prevenibili e per cause trattabili, rispetto a una media OCSE di 208.

Meno del 6% delle persone valuta la propria salute in modo negativo rispetto a una media OCSE dell’8,7 per cento.

Gli italiani hanno generalmente stili di vita sani.

Il consumo di alcol è basso, e l’Italia ha la percentuale più bassa di “bevitori dipendenti” di tutti i paesi OCSE.

La quota di adulti in sovrappeso o obesa è anche relativamente bassa (46% degli adulti, rispetto alla media OCSE del 56%). Tuttavia, per la quota di bambini in sovrappeso ha il secondo valore più alto dell’OCSE.

I tassi di fumatori sono alti, con quasi il 20% degli adulti che fumano tutti i giorni.

Gli indicatori per l’accesso e la qualità delle cure sono, in generale, buoni, ma per le prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie l’Italia è al secondo posto nell’OCSE contribuendo potenzialmente a un più alto tasso di resistenza antimicrobica.

La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta un grande rischio per la salute, oltre ad essere un onere per la spesa nel suo insieme. La prescrizione eccessiva e inappropriata di antibiotici contribuisce alla diffusione di microrganismi resistenti.

Nel 2017, il volume totale degli antibiotici prescritti nelle cure primarie era di 28 dosi giornaliere per 1.000 abitanti al giorno, il secondo più alto nell’OCSE, rispetto a una media di 18.

La resistenza agli antibiotici influisce sulla sicurezza del paziente negli ospedali e in Italia si registrano anche tassi superiori alla media di infezioni associate all’assistenza sanitaria (ICA), con quasi Il 6% dei pazienti ospedalizzati.

Le infezioni possono anche essere mortali e costare fino al 6% del budget degli ospedali. I batteri resistenti agli antibiotici possono rendere le infezioni difficili o addirittura impossibili da trattare: è necessario dunque per l’Ocse attuare politiche per combattere la diffusione della resistenza antimicrobica anche con campagne di sensibilizzazione, prescrizione ritardata di antibiotici e formazione dei fornitori.

La popolazione italiana sta invecchiando rapidamente, e fa grande affidamento sulle donne (63,5%) per agire come caregiver informali per le persone con cronicità ed esigenze di cura.

L’Italia ha anche la quota più alta di medici di età pari o superiore a 55 anni, una riduzione dei tassi di fertilità che, accoppiati all’aumento dell’aspettativa di vita, hanno determinato un cambiamento demografico: per la quota di la popolazione di età pari o superiore a 65 anni l’Italia, con il 20% della popolazione,  è ora al quinto posto tra i paesi OCSE. Ed entro il 2050, più di una su otto persone avrà 80 anni o più.

Questo invecchiamento rapido crea nuove pressioni sulla salute e sui sistemi di assistenza a lungo termine.

L’Italia ha attualmente la seconda prevalenza più alta di demenza di tutto l’OCSE (23 casi per 1.000 abitanti) ed entro il 2050, le proiezioni lo stimano che più di una persona su 25 vivrà con una forma di demenza.

Nonostante questo, l’Italia ha speso meno dello 0,6% del Pil sull’assistenza a lungo termine nel 2017 e, sebbene sia in aumento, è quintultima come numero di letti per lungodegenza.

L’OCSE consiglia un passaggio verso l’assistenza sanitaria di base basata su team che integrino in modo flessibile le competenze di vari operatori sanitari: sono in grado, afferma il rapporto, di migliorare i risultati di salute dei pazienti con condizioni croniche e multimorbidità.

07 novembre 2019
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Influenza. Dal vaccino all’igiene delle mani, dall’Oms cinque gesti per proteggere se stessi e gli altri

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L’Organizzazione mondiale per la sanità ricorda alcune piccole azioni che per tutelare se stessi e gli atri. “Le epidemie influenzali stagionali si verificano in genere nel tardo autunno e in inverno, quindi possiamo anticiparle e prepararci di conseguenza”.

08 NOV – Vaccinarsi, lavarsi le mani regolarmente, evitare di toccarsi gli occhi, il naso e la bocca, cercare di evitare di stare a contatto con persone malate e restare a casa se non ci si sente bene. Sono queste le 5 semplici azioni che l’Oms suggerisce per proteggere se stessi e gli altri dall’influenza.

“I sintomi più comuni dell’influenza – ricorda l’Oms – includono febbre, tosse secca, mal di testa, dolori muscolari e articolari, mal di gola e naso che cola. Ogni anno milioni di persone soffrono di influenza. La maggior parte guarisce entro una settimana, ma per pochi sfortunati, l’influenza può essere mortale. Le epidemie influenzali stagionali si verificano in genere nel tardo autunno e in inverno, quindi possiamo anticiparle e prepararci di conseguenza. Nelle regioni tropicali, l’influenza può verificarsi durante tutto l’anno, causando focolai più irregolari, ma la prevenzione è ancora importante”

Ecco come proteggere se stessi e quelli che ti circondano:

Vaccinarsi
La vaccinazione annuale è il modo più efficace per proteggersi dall’influenza e da gravi complicazioni. La vaccinazione è particolarmente importante per le donne in gravidanza, in qualsiasi fase della gravidanza. È anche fondamentale per i bambini dai 6 mesi ai 5 anni, le persone anziane, le persone che soffrono di patologie croniche e per gli operatori sanitari.

Lavarsi le mani regolarmente
Le mani pulite proteggono da molte infezioni, compresa l’influenza. Mantenere le mani pulite è un modo semplice per mantenere sani e la propria famiglia.
Lava regolarmente le mani con acqua corrente e sapone e asciugale accuratamente con un asciugamano monouso. Puoi anche usare un corrimano a base di alcol se non riesci a raggiungere acqua e sapone.
Ricorda: lavarsi le mani correttamente dura circa il canto di “Happy Birthday” due volte.

Evitare di toccarsi gli occhi, il naso e la bocca
È più probabile che i germi entrino nel tuo corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca.
Non puoi controllare tutto ciò che inala, ma puoi ridurre il rischio di infezione tenendo le mani lontane dal viso. Se devi toccare gli occhi, il naso o la bocca, fallo con un fazzoletto pulito o lavati prima le mani.

Cercare di evitare di stare a contatto con persone malate
L’influenza è contagiosa. Si diffonde facilmente in spazi affollati, come sui trasporti pubblici, nelle scuole e nelle case di cura e durante gli eventi pubblici.
Quando una persona infetta tossisce o starnutisce, le goccioline contenenti il ​​virus possono diffondersi fino a un metro e infettare gli altri che le inspirano.

Se non ci si sente bene, restare a casa
Se sei malato di influenza, stare con gli altri li mette a rischio.
Ciò è particolarmente vero per le persone con patologie croniche come il cancro, le malattie cardiache e l’HIV. Isolarsi rapidamente può prevenire la diffusione dell’influenza e salvare vite umane.

08 novembre 2019
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Piede diabetico: l’Italia in vetta alla classifica dei Paesi con la migliore assistenza al mondo

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Il numero di amputazioni maggiori per complicanze del diabete in Italia è uno dei più bassi al mondo. Meglio di noi, come numeri, fanno solo Corea e Lussemburgo. Questo il lusinghiero risultato emerso da uno studio che ha messo a confronto i dati di amputazione di tutti i Paesi dell’OCSE. Rete dei centri diabetologici, expertise maturata dai diabetologi che si occupano di piede diabetico e nelle tecniche di rivascolarizzazione dei pazienti diabetici

04 NOV – Le amputazioni d’arto sono in netta riduzione in tutti i Paesi Ocse (Organization for Economic Cooperation and Development), facendo registrare nel periodo 2000-2013 un calo del 30%. Un dato importante, visto che uno dei parametri utilizzato dall’ Ocse  in ambito sanitario come indicatore della qualità assistenziale, è proprio il numero di amputazioni di arto, effettuate nei pazienti diabetici.
Un gruppo di ricercatori internazionali è andato ad analizzare i dati sulle amputazioni di arto effettuate nei Paesi Ocse nel periodo 2000-2013, al fine di valutarne i trend temporali e le differenze tra i vari Paesi. I risultati di questo studio sono pubblicati su Acta Diabetologica.

Nel data base sono disponibili dati relativi alle amputazioni maggiori effettuate presso 21 Paesi OCSE; nel periodo temporale osservato è stata registrata una riduzione del 30,6% nel numero delle amputazioni maggiori. 11 Paesi hanno fornito dati anche sul numero delle amputazioni minori e anche in questo caso, nel periodo temporale di osservazione è stata registrata una riduzione del 30% circa (29,8%).

L’Italia è, tra tutti i Paesi, uno di quelli che effettua il minor numero di amputazioni maggiori, piazzandosi al terzo posto della classifica dei Paesi a minor numero di amputazioni nei pazienti diabetici, subito Corea e Lussemburgo.

Una performance dunque assai lusinghiera, che è stata analizzata dalla comunità diabetologica italiana allo scopo di individuare i punti di forza della cura del diabete nel nostro Paese e, più in dettaglio,  dell’assistenza ai pazienti con piede diabetico . Le riflessioni scaturite da questa analisi sono le seguenti:

Il diabete in Italia è una “malattia protetta”. La legge 115 del 1987  ha definito il diabete come  malattia di elevato interesse sociale e ha posto obiettivi quali la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura tempestiva. Inoltre ha dato indicazione  all’istituzione di una rete assistenziale specialistica (la rete dei centri diabetologici)distribuita su tutto il territorio nazionale. Questa organizzazione capillare dell’assistenza ha dato i suoi frutti, visto che studi recenti hanno dimostrato che i pazienti diabetici seguiti presso questi centri hanno meno complicanze croniche a lungo termine e una mortalità inferiore rispetto ai pazienti diabetici che non accedono a questa assistenza specifica

1. Esiste una rete per la prevenzione e cura del piede diabetico diffusa su tutto il territorio nazionale, costituita da 46 centri di primo livello, 95 centri di secondo livello e 36 centri di terzo livello (centri di riferimento).

2. La gestione degli eventi acuti è considerata un’emergenza medico-chirurgica per cui i diabetologi, dopo l’acquisizione di specifiche abilità chirurgiche, riescono a gestire tempestivamente sia le problematiche locali (es. drenaggio di flemmoni o resezione tempestiva di porzione di piede in gangrena) per evitare l’estensione della compromissione a porzioni più significative di piede, che quelli internistici generali come il controllo del quadro metabolico, infettivologico, cardiovascolare etc.

3. Si è sviluppata in Italia una competenza  molto  avanzata sulle metodiche di rivascolarizzazione distale nei pazienti diabetici che ha permesso di poter accedere a procedure al salvataggio d’arto anche in pazienti con albero vascolare molto compromesso e situazioni molto difficili come nel caso dei pazienti diabetici con insufficienza renale in trattamento dialitico.

4. L’industria calzaturiera italiana ha sviluppato prodotti specifici rendendo disponibili calzature ed inserti plantari che permettono la prevenzione  dell’ulcerazione sia nei pazienti a rischio che non hanno mai avuto ulcera (prevenzione primaria), sia nei pazienti guariti da una precedente ulcera (prevenzione secondaria)

“Sulla base di queste specificità  – ricorda Luigi Uccioli, professore associato di Endocrinologia dell’Università di Roma Tor Vergata, Responsabile Unit Piede Diabetico Policlinico Tor Vergata di Roma e Direttore dei Master di I e II livello  “Piede Diabetico”  dell’Università di Roma Tor Vergata – la Società Italiana di Diabetologia (SID) e l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) hanno pubblicato un Position Statement nel quale si sostiene la necessità che la cura del piede diabetico venga affidata ad un team multi-specialistico , guidato da un diabetologo/endocrinologo o internista, con specifica formazione sul piede diabetico, in grado di coordinare tutti gli aspetti ed I tempi della cura.  Questo tipo di organizzazione può garantire al paziente diabetico un percorso di prevenzione e cura che può ridurre significativamente il rischio di amputazione.

Il diabetologo per fungere da Team Leader deve naturalmente acquisire una specifica formazione sui molteplici aspetti che caratterizzano la prevenzione e la cura del piede diabetico e questa può essere acquisita solo frequentando specifici master e corsi di formazione sull’argomento.

Inoltre – conclude Uccioli –  in considerazione dell’elevata variabilità degli esiti scaturita dalla valutazione comparativa dei Paesi OCSE, a fronte invece degli ottimi risultati registrati nella realtà italiana, il ‘modello italiano’ della cura del piede diabetico è stato proposto come quello da seguire per ridurre le amputazioni nei Paesi che registrano invece esiti meno positivi”.

Maria Rita Montebelli

04 novembre 2019
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Gran Bretagna. Codici bianchi in farmacia per ridurre il sovraffollamento nei Pronto soccorso del Nhs

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Superata la prima fase sperimentale prende il via il nuovo servizio del National health service britannico. I pazienti con codici bianchi o con richieste meno urgenti, legate ad esempio alla necessità di avere le prescrizioni o un consulto, possano andare o essere dirottati dal 111, numero per le emergenze non gravi, nelle farmacie di comunità che hanno aderito al servizio, evitando così che vadano al pronto soccorso. LE LINEE GUIDA

04 NOV – Codici bianchi come per esempio influenza, febbre, raffreddore, diarrea, reazioni allergiche e costipazione in farmacia per evitare il sovraffollamento dei Pronto soccorso. È quanto prevede un nuovo servizio del National Health Service (NHS) inglese. Il servizio si chiama Cpcs (Community pharmacy consultation service), e ha come obiettivo quello di ridurre l’affollamento del pronto soccorso con l’aiuto delle farmacie. In particolare, il nuovo servizio prevede che i pazienti con codici bianchi o con richieste meno urgenti, legate ad esempio alla necessità di avere le prescrizioni o un consulto, possano andare o essere dirottati dal 111, numero per le emergenze non gravi, nelle farmacie di comunità che hanno aderito al servizio, evitando così che vadano al pronto soccorso.

Questo servizio è stato sviluppato a seguito di due sperimentazioni iniziate nel 2016 per integrare le farmacie di comunità nei percorsi di cure urgenti del servizio sanitario. “Questi progetti pilota – si legge sul sito del NHS – hanno mostrato buoni risultati, con i pazienti che venivano costantemente indirizzati verso le farmacie e che riportavano alti tassi di soddisfazione”.

Il sistema è completamente informatizzato e sarà cura dei centralinisti del 111 comunicare alla farmacia l’arrivo del paziente. A quel punto il paziente dovrà essere accolto in un’apposita stanza dal farmacista per un consulto. Il farmacista potrà, in ogni caso anche avvalersi di una consulenza telefonica da parte del medico. Il servizio non è attivo per i bambini al di sotto dei 2 anni e prevede in media un costo di 14 sterline.

L.F.

04 novembre 2019
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spacer Le linee guida

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Tumori. Nel 2018 diagnosticati 18 milioni di casi nel mondo. Ma nei prossimi 20 anni aumenteranno del 40%. Il rapporto ‘Cancer Atlas’

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Nel mondo il tumore ai polmoni è sia quello più diagnosticato, che il responsabile del maggior numero di decessi. In Italia la casistica rispecchia il quadro europeo: tra le donne il tumore più diffuso è quello al seno (responsabile anche del maggior numero di decessi), mentre tra gli uomini quello alla prostata (il numero più alto di decessi è invece dovuto al tumore del polmone). IL RAPPORTO

31 OTT – Nel 2018, nel mondo, sono stati diagnosticati oltre 18 milioni di casi di tumore, una cifra destinata ad aumentare di circa il 60% entro il 2040 a causa dell’invecchiamento e dell’aumento della popolazione mondiale. Sono alcuni dei dati pubblicati nella terza edizione del “Cancer Atlas”, frutto della collaborazione tra la American Cancer Society (ACS), l’Unione internazionale per il controllo del cancro (UICC) e l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).

L’Atlante fornisce una panoramica sull’incidenza del cancro nel mondo attraverso grafici, statistiche e mappe sulla distribuzione geografica della malattia e dei fattori di rischio. Alla versione stampata è associato il sito web in cui i dati sono disponibili in formato interattivo.

Il tema di questa edizione è infatti “Access create Progress”, l’accesso crea il progresso, uno slogan che sottolinea l’importanza dell’accessibilità del dato. Anche per questo motivo i testi sono stati scritti in modo da rendere le informazioni comprensibili sia per il personale specializzato che per il pubblico generale.

Il tumore ai polmoni e la lotta al tabagismo
Il tumore ai polmoni è sia quello più diagnosticato, che il responsabile del maggior numero di decessi: nel 2018, nel mondo, sono stati diagnosticati 2,1 milioni di casi e si sono registrati 1,8 milioni di decessi. I Paesi dell’Est Europa sono quelli in cui si registrano i tassi di incidenza più elevati.

Il principale responsabile del tumore al polmone è il consumo di tabacco (due terzi dei casi). Si stima che i fumatori siano 1,3 miliardi, la maggior parte residente nei Paesi a basso reddito o in via di sviluppo.

Nell’indicare le soluzioni praticabili l’Atlante mostra come le politiche fiscali siano un’arma efficace per contrastare il consumo di tabacco. In particolare, l’aumento dei prezzi scoraggia l’acquisto dei prodotti a base di tabacco nelle fasce di popolazione meno abbienti. Ad esempio in Sud Africa il progressivo aumento dei costi al consumo ha portato al calo della prevalenza di fumatori, in misura maggiore nelle fasce più povere della popolazione (erano il 33% nel 1993 e il 20% nel 2003), rispetto alle classi più ricche (da 34% a 29%).

Il contesto europeo e italiano
In Europa, nel 2018, si sono verificati 3,9 milioni di nuovi casi di cancro e 1,9 milioni di decessi. La metà dei casi è rappresentata da quattro tipi di tumore: seno (523 mila nuovi casi, il 13% del totale), colon-retto (500 mila, 13%), prostata (470 mila, 12%) e polmoni (450 mila, 12%). Per quanto riguarda la mortalità, nel 2018 il 20% dei decessi per cancro era dovuto al tumore dei polmoni (388.000 morti), il 13% al colon-retto (242.000 morti) e il 7% al seno (138.000 morti). Per gli uomini si osserva una predominanza di tumori alla prostata nei Paesi occidentali e ai polmoni in quelli orientali, mentre per le donne il cancro al seno rappresenta il principale tumore in tutto il continente. In Italia la casistica rispecchia il quadro europeo: tra le donne il tumore più diffuso è quello al seno (responsabile anche del maggior numero di decessi), mentre tra gli uomini quello alla prostata (il numero più alto di decessi è invece dovuto al tumore del polmone).

Roberta De Angelis
Istituto superiore di Sanità

Fonte: epicentro.iss.it

31 ottobre 2019
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ProCare, progetto europeo di ricerca infermieristica per un’assistenza efficace e basata sulle evidenze. Italia in primo piano

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Scopo del progetto è potenziare la ricerca infermieristica migliorando sia la capacità di ricerca che la cooperazione fra università e ospedali, con l’intento finale di offrire cure infermieristiche a pazienti e famiglie, migliorando gli esiti sui pazienti.

31 OTT – Il progetto è europeo e si chiama  “ProCare – Hospitals and faculties together for prosperous and scientific based healthcare”.

Il suo obiettivo è potenziare la ricerca infermieristica migliorando sia la capacità di ricerca che la cooperazione fra università e ospedali, con l’intento finale di offrire cure infermieristiche a pazienti e famiglie coerenti alle migliori evidenze disponibili, migliorando gli esiti sui pazienti.

Il progetto si articola in 36 mesi (dal 2018 al 2021, quando si chiderà con una convention a Udine) e ha come tappe/obiettivo:
1. costruire un ambiente di ricerca facilitante: attraverso una analisi dell’ambiente di lavoro infermieristico e dei fattori facilitanti/ostacolanti la ricerca; l’istituzione di gruppi di ricerca infermieristica all’interno delle varie Aree e l’identificazione di mentor ospedalieri e ricercatori in università;
2. migliorare l’accesso alla formazione e alle opportunità di supporto tramite lo sviluppo di un programma di apprendimento online sulla ricerca infermieristica;

4. incoraggiare collaborazioni di ricerca interdisciplinare e multidisciplinare con la costituzione di gruppi di ricerca e journal club;
5. potenziare il profilo della ricerca condotta dagli infermieri incoraggiando gli stessi a presentare abstract a conferenze ed a riviste e migliorando le capacità di scrittura di articoli scientifici.

Nell’assistenza sanitaria contemporanea, gli infermieri sono considerati utenti e generatori di evidenze a sostegno della loro pratica: come utenti possiedono competenze per cercare le evidenze disponibili e valutarle criticamente; come generatori, sono in grado di ricercare quesiti all’interno della loro pratica clinica di ogni giorno.

Studi disponibili nella Comunità europea individuano le Università capaci di produrre ricerca che non sempre è poi trasferita al letto del paziente; oppure, non sempre in linea con le istanze e/o i problemi prioritari al fine di assicurare rilevanti quesiti di ricerca. Per questo, da tempo è incoraggiato un approccio sostenibile stabilendo un’alleanza fra Università e aziende sanitarie.

Nel 2011, il documento “Rapporto di sviluppo del Quadro strategico per la cooperazione europea nel campo dell’istruzione e della formazione – Education and Training 2020 (ET 2020)” elaborato dalla Comunità europea riguardante la modernizzazione dell’istruzione superiore, ha affermato che l’Europa ha bisogno di esperti e ricercatori, di strutture universitarie in linea alle esigenze della società e di cooperazione internazionale per condividere e connettere conoscenze ed esperienze.

Questa connessione tra il settore dell’Università, della ricerca e delle aziende sanitarie su cui è basato il progetto, è di fondamentale importanza per assicurare soluzioni strutturali e a lungo termine.

Due obiettivi cruciali di “Education and Training 2020” sono: migliorare la qualità e l’efficienza della formazione e migliorare la creatività e l’innovazione a tutti i livelli.

Il progetto è finanziato dalla Comunità Europea dal programma ERASMUS+ nr. 601092-EPP-1-2018-SI-EPPKA2-KA con 982.828,00 euro e vi partecipano otto partners.

Per l’Italia ha aderito il Dipartimento di Area Medica (DAME) dell’Università degli Studi di Udine con il corso di Laurea in Infermieristica e l’Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 3 Alto Friuli – Collinare – Medio Friuli (AAS 3), integrati da Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine (ASUIUD) e da parte dell’Azienda per l’Assistenza Sanitaria n. 2 Bassa Friulana – Isontina (AAS 2), anche in seguito alla riforma sanitaria in corso.
I collaboratori italiani del progetto sono Barbara Narduzzi, Sara Scarsini, Antonietta Rossi (AAS 3), Maura Mesaglio (ASUIUD Francesca Fregonese (AAS 2) e Alvisa Palese (DAME – Corso di Laurea infermieristica).

Gli altri partner comprendono la Facoltà di Nursing Jesenice (Slovenia) come coordinatore, l’Università di Alicante (Spagna), l’Università di Limerick (Irlanda), l’Università delle Scienze Organizzative – Informatiche di Maribor (Slovenia), l’Ospedale di Jesenice (Slovenia) e la Clinica Vistahermosa (Spagna).

“La partecipazione degli infermieri alle attività di ricerca in tutte le fasi, progettazione, conduzione, raccolta dei dati e diffusione dei risultati – spiega Stefano Giglio, presidente dell’ordine delle professioni infermieristiche di Udine –  è individuata come obiettivo principale; il progetto prevede inoltre il consolidamento della cooperazione fra Aziende ospedaliere e università”.

“Consente inoltre alle direzioni strategiche – aggiunge – di potenziare le reti collaborative in essere con l’università e offre agli infermieri l’opportunità di migliorare e consolidare le loro competenze tramite l’istituzione di gruppi di ricerca permanenti, journal club, redazione di articoli da presentare alle riviste a livello nazionale ed internazionale. Ogni risultato del progetto sarà condiviso con il personale delle istituzioni partner e in particolare con coloro che hanno partecipato ad una o più fasi delle attività previste”.

A oggi è stata condotta una prima fase del progetto costituita da un’indagine conoscitiva sul tema delle competenze definite come ‘eccedenti‘: non tutto quanto gli infermieri imparano viene poi applicato nella pratica.

Per questo in ogni Paese sono stati raccolti dati attorno a questa tematica misurando assieme agli infermieri con un questionario validato, le competenze eccedenti.
Contestualmente è stata condotta una revisione sistematica in ciascun paese, insieme ad una consensus conference per indagare i fattori favorenti e ostacolanti la ricerca infermieristica nella pratica clinica.

31 ottobre 2019
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Più tutele contro aggressioni al personale sanitario, più borse di specializzazione e sì all’infermiere di famiglia. Farmacia dei servizi, stretta alle farmacie spa e convenzione. Ecco le mozioni approvate ieri dalla Camera

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Via libera a quattro mozioni (Lega, FdI, FI e Pd-M5S-Leu) sul costo del lavoro e sostegno alla libera professione ieri alla Camera in cui sono presenti molti temi che riguardano la sanità. Previsto anche il riordino delle detrazioni fiscali per le spese veterinarie. LE MOZIONI

30 OTT – Rafforzare tutela personale sanitario, aumentare borse specializzazione e disciplinare infermiere di famiglia. E ancora, chiesto anche l’impegno del Governo per l’attuazione della farmacia dei servizi, l’accelerazione sulla convenzione delle farmacie e la revisione del Ddl Concorrenza per limitare l’ingresso dei capitali in farmacia. Previsto anche il riordino delle detrazioni fiscali per le spese veterinarie. Sono questi i temi sanitari presenti in 3 delle 4 mozioni (Lega, FdI, FI e Pd-M5S-Leu) approvate ieri alla Camera dei deputati.

Ecco i temi sanitari contenuti in ogni mozione approvata:

Mozione FdI
Adottare un’iniziativa normativa volta a rafforzare la tutela del personale sanitario e sociosanitario nell’esercizio delle loro funzioni, attraverso la previsione di specifiche aggravanti per condotte di aggressione fisica, sia di un’aggravante a carattere generale per ogni fatto commesso con violenza o minaccia in loro danno

Adottare iniziative per rivedere la legge n. 124 del 2017, che ha consentito l’ingresso del capitale privato nel mondo della farmacia, anche in via esclusiva, di fatto aprendo alle multinazionali e permettendo alle grandi catene di «invadere» il mercato, a scapito della figura del farmacista e di oltre tremila farmacie private oggi in crisi, compatibilmente con il rispetto dei principi comunitari e delle esigenze dei portatori di interessi garantendo continuità dei servizi e a favorire la piena realizzazione della farmacia dei servizi alla persona, normata dai decreti del 18 novembre 2010, 16 dicembre 2010 e 8 luglio 2011 ed ancora scarsamente attuata

Mozione Forza Italia 
Adottare un’iniziativa normativa volta a rafforzare la tutela del personale sanitario e sociosanitario nell’esercizio delle loro funzioni, attraverso la previsione di specifiche aggravanti per condotte di aggressione fisica, sia di un’aggravante a carattere generale per ogni fatto commesso con violenza o minaccia in loro danno

Adottare iniziative per l’attuazione della farmacia dei servizi, prevista dalla legge n. 69 del 2009, dal decreto legislativo n. 153 del 2009 e successivi decreti attuativi in tutte le regioni italiane;

Porre in essere ogni iniziativa utile per il celere rinnovo della convenzione nazionale che disciplina i rapporti con le farmacie pubbliche e private e che risale ormai a più di venti anni fa (decreto del Presidente della Repubblica n. 371 del 1998

Mozione Pd-M5S-Leu
Valutare l’opportunità di assumere iniziative volte a introdurre misure che consentano l’esercizio dell’attività odontoiatrica a soggetti abilitati ovvero a società che assumano la connotazione di società tra professionisti, vincolando l’incarico di direttore sanitario responsabile per i servizi odontoiatrici ai professionisti iscritti all’albo degli odontoiatri dell’ordine territoriale ove ha sede operativa la struttura nella quale esercita

Valutare l’opportunità di assumere iniziative per riordinare il sistema delle detrazioni fiscali per le spese veterinarie;

Valutare l’opportunità di assumere iniziative per estendere istituti giuridici rafforzati, anche di natura penale, atti a contrastare gli atti di violenza in ambito sanitario, che ormai con frequenza costante mettono a serio rischio l’incolumità fisica e professionale degli esercenti le professioni sanitarie

Considerare l’opportunità di disciplinare la figura dell’infermiere di famiglia o di comunità, anche al fine di contenere il ricorso improprio al pronto soccorso e l’eccesso di ospedalizzazioni qualora non necessarie, valorizzando il ruolo della professione infermieristica in riferimento alla necessità di una riorganizzazione del sistema sanitario centrato sul territorio, anche nell’ambito di un riordino e di una collaborazione con l’attività del medico di medicina generale, in un’ottica di studio multiprofessionale integrato.

30 ottobre 2019
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Obesità. “In Italia il 25% dei bambini e degli adolescenti è in eccesso di peso. Ma il trend è in calo”. I nuovi dati Istat

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Sono 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti in eccesso di peso. Il numero maggiore al Sud. Il 74,2% consuma frutta e/o verdura ogni giorno, ma solo il 12,6% arriva a 4 o più porzioni. Nonostante il trend decrescente, ben un quarto dei bambini e degli adolescenti consuma quotidianamente dolci e bevande gassate, il 13,8% snack salati. Il 40% dei ragazzi non fa sport. IL REPORT

29 OTT – Nel biennio 2017-2018, In Italia si stimano circa 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti in eccesso di peso, pari al 25,2% della popolazione di 3-17 anni (28,5% nel 2010-2011). Emergono forti differenze di genere con una più ampia diffusione tra i maschi (27,8% contro 22,4%). A rilevarlo è un Report dell’Istat sugli stili di vita di bambini e adolescenti.

L’Italia tra i paesi europei con i livelli più alti di obesità tra i bambini di 7-8 anni Nei paesi dell’Ue, in media, è obeso quasi un bambino su otto tra i 7 e gli 8 anni. Cipro (20%), Italia (18%), Spagna (18%), Grecia e Malta (17%) mostrano i valori più elevati; Danimarca (5%), Norvegia (6%) e Irlanda (7%)3 quelli più bassi. Tra il 2007-2008 e il 2015-2017 il tasso di obesità tra i bambini di 7-8 anni risulta in diminuzione in diversi paesi dell’Ue, in particolare in Portogallo, Slovenia, Grecia e Italia (-4 punti percentuali); tuttavia in Grecia e Italia i livelli rimangono ancora elevati.

In Italia è in eccesso di peso un minore su quattro Nel biennio 2017-2018, In Italia si stimano circa 2 milioni e 130 mila bambini e adolescenti in eccesso di peso, pari al 25,2% della popolazione di 3-17 anni (28,5% nel 2010-2011). Emergono forti differenze di genere con una più ampia diffusione tra i maschi (27,8% contro 22,4%). L’eccesso di peso è più frequente tra i bambini di 3-10 anni, età in cui si raggiunge il 30,4%. Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a toccare il valore minimo tra i ragazzi di 14-17 anni (14,6%).

Comportamenti poco salutari dei genitori possono influenzare quelli dei figli I bambini e i ragazzi che vivono in famiglie in cui almeno uno dei genitori è in eccesso di peso tendono a essere anche loro in sovrappeso o obesi. Se entrambi i genitori sono in sovrappeso o obesi anche i figli lo sono nel 37,6% dei casi contro il 18,8% di chi ha entrambi i genitori normopeso. Analizzando il fenomeno in relazione ad altre informazioni del contesto familiare, si osserva che tendono a essere maggiormente in sovrappeso o obesi i bambini e ragazzi che vivono in famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti, ma soprattutto in quelle in cui il livello di istruzione dei genitori è più basso. La quota di bambini in eccesso di peso è infatti pari al 19% tra quanti vivono in famiglie con genitori laureati ma raggiunge il 30,1% se i genitori non sono andati oltre la scuola dell’obbligo

Quasi 2 milioni di bambini e ragazzi non praticano sport né attività fisica Nel 2017-2018 sono circa 5 milioni 30 mila i ragazzi di 3-17 anni che praticano nel tempo libero uno o più sport (59,4% della popolazione di riferimento). Il 52,5% lo fa con continuità e il 6,9% saltuariamente. Il 17,1% dei ragazzi (circa un milione 450 mila), pur non praticando uno sport, svolge un’attività fisica come passeggiare per almeno due km, nuotare, andare in bicicletta o altro. I bambini e i ragazzi che non praticano alcuno sport o attività fisica nel tempo libero sono, invece, un milione 925 mila, pari al 22,7% della popolazione di 3-17 anni.
Tale quota è particolarmente elevata tra i bambini di 3-5 anni (46,1%). Nel tempo la pratica sportiva ha coinvolto sempre più persone, soprattutto quella di tipo continuativo che è passata dal 47,1% del 2010-2011 al 52,5% del 2017-2018. L’aumento ha interessato in misura più marcata le ragazze, specialmente nella fascia 3-10 anni (+7,7 punti percentuali). Il gap territoriale Nord-Sud è forte: fatta eccezione per la Sardegna, nella maggior parte delle regioni meridionali e insulari più di un ragazzo su quattro non pratica sport né attività fisica. Viceversa, le percentuali più elevate si rilevano nella Provincia Autonoma di Bolzano (74,5%), in Friuli-Venezia Giulia (73,2%), Valle d’Aosta (72,6%) e Liguria (71,6%).

Anche per la pratica sportiva dei ragazzi le differenze sono marcate sia rispetto al titolo di studio dei genitori che al livello delle risorse economiche della famiglia. Sono soprattutto i ragazzi che vivono in famiglie con status socioculturale più basso a presentare i livelli più elevati di sedentarietà: non pratica sport né attività fisica il 32,1% di quanti vivono in famiglie i cui genitori hanno al massimo la scuola dell’obbligo contro il 12,9% di chi vive in famiglie in cui almeno un genitore è laureato. Inoltre, esiste una associazione tra l’inattività fisica dei figli e quella dei genitori. Sono soprattutto i giovani i cui genitori dichiarano di non praticare sport né attività fisica ad avere uno stile di vita sedentario: 47,9% se entrambi genitori sono sedentari contro 9,8% se nessuno dei genitori lo è.

Oltre un minore su dieci consuma 4 o più porzioni di frutta e/o verdura al giorno Nel periodo 2016-2017, il 74,2% dei bambini e degli adolescenti consuma frutta e/o verdura ogni giorno, ma solo il 12,6% arriva a consumarne 4 o più porzioni (11,4% nel 2010-2011). Elevata la quota di quanti consumano quotidianamente dolci (28,3%), bevande gassate (24,9%) e snack salati (13,8%). Negli ultimi anni il consumo giornaliero di bevande gassate è diminuito molto (dal 31% del 2010-2011 al 24,9% del 2016-2017), mentre per i dolci (dal 29,7% al 28,3%) e soprattutto per gli snack salati il calo è decisamente più modesto (dal 15,1% al 13,8%). Il consumo giornaliero di snack salati è più elevato nella fascia 11-17 anni, mentre tra i bambini di 3-10 anni si consuma più frutta e verdura.

A livello territoriale i consumatori di snack salati sono di più nel Mezzogiorno e nel Nord-ovest (rispettivamente il 16,3% e il 15,7%); per quanto riguarda invece i dolci e le bevande gassate le percentuali più elevate si registrano nelle regioni del Nord (32,3% consumo di dolci e 26,6% bevande gassate) e nelle Isole (27,7% consumo di dolci e 28% bevande gassate). Quanto ai comportamenti alimentari più salutari, il consumo quotidiano di frutta e verdura è più elevato nelle Isole (76,6%), nel Nord-ovest (76,4%) e al Centro (75%); considerando almeno 4 porzioni al giorno le quote più alte si registrano al Centro (15,1%) e al Nord (14,1%), mentre sono decisamente più basse nel Mezzogiorno (8,3% Sud; 11,3% Isole).

I comportamenti alimentari si apprendono anche in famiglia Anche con riferimento alle abitudini alimentari appare evidente l’influenza delle caratteristiche socioculturali dell’ambiente familiare: più elevato è il titolo di studio conseguito dai genitori più accurato è l’aspetto nutrizionale dei bambini in termini sia di consumo quotidiano di frutta e verdura e sia di adeguatezza nelle quantità consumate giornalmente.

Il consumo quotidiano di snack salati coinvolge l’8,5% di bambini e ragazzi (3-17 anni) che vivono in famiglie di status socioculturale più elevato e il 18,1% di quelli che hanno almeno un genitore con al massimo la licenza media. Analoghe influenze si osservano nell’abitudine al consumo di bevande gassate che interessa il 18,8% degli adolescenti se almeno uno dei genitori ha la laurea o un titolo superiore e il 29,6% di quelli con genitori che hanno frequentano al massimo la scuola dell’obbligo.

29 ottobre 2019
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