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“Investire nell’assistenza primaria”. L’Ocse traccia la rotta al G7 di Parigi: “Più medici di base e meglio pagati, infermieri specializzati e team di cure primarie. Una risorsa anche la farmacia dei servizi”

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L’Organizzazione in occasione del meeting dei ministri della Salute dei ‘sette grandi’ fornisce in un documento sulle cure primarie: “Migliorano la salute, l’alfabetizzazione sanitarie dei cittadini e l’efficienza del sistema”. Ma poi rileva come gli Stati siano ancora in ritardo: “I sistemi sanitari sanno ancora poco su come l’assistenza sanitaria primaria contribuisce al miglioramento della salute delle persone e dei servizi e come va incontro alle aspettative e alle esigenze delle persone”. IL DOCUMENTO.

17 MAG – Più medici di base, meglio pagati e al lavoro in team insieme ad infermieri e professionisti sanitari specializzati. È questa la rotta tracciata dall’Ocse che in occasione del G7 Salute in corso a Parigi ha lanciato un documento sull’importanza d’investire nell’assistenza primaria.

“Il successo delle politiche per rafforzare l’assistenza sanitaria di base – rileva l’Ocse – dipende dalle giuste risorse e dalla buona organizzazione in grado di fornire assistenza di alta qualità e accessibile alle persone”.

E per questo l’Organizzazione disegna quattro azioni da compiere:

– Risorse adeguate: è fondamentale effettuare ulteriori investimenti nell’assistenza sanitaria di base (ad esempio aumentando il numero di medici delle cure primarie (che nei paesi Ocse continuano a diminuire: tra il 2000 e il 2016 sono aumentati solo in otto paesi con Lituania e Grecia in testa con +45 e + 20%, ma sono diminuiti in tutti gli altri fino al 30% dell’Olanda, – 20% dell’Estonia. L’Italia secondo l’Ocse nel periodo considerato ha perso il 10% di medici di base, introducendo incentivi per aiutare le aree scarsamente servite da questi servizi e sviluppando ruoli più avanzati per infermieri e altri operatori sanitari). È anche importante aumentare gli sforzi per fornire un sostegno adeguato ai team di assistenza sanitaria di base, in particolare attraverso cambiamenti nella formazione e un maggiore uso della forza lavoro della comunità.

– Incentivi: incentivare la fornitura di un’assistenza di buona qualità e incoraggiare un maggior coordinamento dell’assistenza per le persone con esigenze multiple di salute porrà l’assistenza sanitaria primaria al centro dei sistemi sanitari.

– Misurare gli esiti: intensificare gli sforzi per identificare meglio la scarsa qualità dell’assistenza e aumentare gli standard di cura attraverso una migliore misurazione della qualità e della centralità delle misure dell’assistenza sanitaria, compresa l’esperienza riferita dal paziente e alle misure di outcome.

Una buona assistenza sanitaria di base aumenta l’inclusione e le performance dei sistemi sanitari. Mentre le società invecchiano e cresce il peso delle malattie croniche, le persone hanno bisogno di cure centrate su bisogni di assistenza sempre più complessi, coordinati attraverso un percorso assistenziale e accessibile (finanziariamente, geograficamente e 24 ore su 24). Ciò rende sempre più vitale la buona assistenza sanitaria di base.

Come primo punto di contatto, fornendo un’assistenza completa, una buona assistenza sanitaria di base:

– migliora la salute e aiuta a combattere le disuguaglianze, migliorando l’accesso finanziario alle cure, con azioni preventive mirate all’interno della comunità e programmi di gestione delle malattie. Nei paesi dell’OCSE e dell’UE, il 68% delle persone con un basso reddito ha fatto ricorso a un medico negli ultimi 12 mesi contro il 72% nel gruppo a più alto reddito, una differenza piuttosto piccola.

– promuove l’empowerment e la centralità delle persone, in particolare migliorando l’alfabetizzazione sanitaria delle persone.

– rende il sistema sanitario più efficiente, ad esempio riducendo i tassi di ospedalizzazione evitabili e le visite non necessarie al pronto soccorso.

L’assistenza sanitaria di base è ancora troppo “debole”:

– in tutti i paesi dell’UE, il 26% dei pazienti affetti da alcune patologie croniche non ha ricevuto nessuno dei test preventivi raccomandati negli ultimi dodici mesi.

– le situazioni evitabili legate alle condizioni croniche che dovrebbero essere trattate in assistenza sanitaria di base sono equivalenti al 6,1% dei giorni di degenza ospedaliera nel 2016, con un costo medio di almeno 835 milioni di dollari USA nei paesi dell’OCSE.

– l’uso inappropriato di antibiotici nella pratica generale varia tra il 45% e il 90%. Livelli elevati di consumo di antibiotici aumentano il rischio di ceppi resistenti, costano vite e denaro.

Cala però il numero dei medici di base.

Detto ciò l’Ocse rileva però che la percentuale di medici generici tra tutti i medici è scesa dal 32% nel 2000 al 29% nel 2016 nei paesi OCSE.
La Germania ha attuato strategie per mantenere i medici generici, ad esempio aumentando la retribuzione nella medicina generale rispetto ad altre specialità e migliorando le condizioni di lavoro nell’assistenza sanitaria di base.

Molti paesi dell’OCSE cercano anche di attirare gli operatori delle cure primarie nelle zone rurali e remote. Il Giappone punta sulla selezione di studenti di medicina provenienti da aree scarsamente servite, mentre la Germania ha utilizzato i regolamenti per limitare la libertà dei nuovi medici di esercitare in aree ritenute adeguatamente fornite con alcuni incentivi finanziari e buoni risultati.

L’attuale distribuzione di competenze e compiti tra i team di assistenza sanitaria primaria (medici e infermieri) è tuttavia inefficiente. Secondo l’indagine OCSE sulle competenze, ben il 76% dei medici e il 79% degli infermieri ha riferito di essere troppo qualificato per alcune delle attività che devono svolgere nel loro lavoro quotidiano, nei paesi dell’OCSE.

Data la durata della formazione di medici e infermieri, questo rappresenta, secondo l’OCSE, uno spreco nel capitale umano. Ci sono alcuni buoni esempi di riforme per fornire agli infermieri ruoli avanzati e per aumentare il ruolo dei farmacisti di comunità nella prevenzione o nella gestione delle malattie croniche come in Francia con l’iniziativa “Ma santé 2022” (l’iniziativa farà convogliare gli operatori sanitari della città e quelli degli ospedali, su progetti sanitari adeguati ai bisogni dei francesi nel territorio). Questi sforzi consentono un migliore utilizzo del capitale umano dei professionisti della salute.

Allo stesso tempo, sono necessari maggiori investimenti per dotare l’assistenza sanitaria di base e metterla in gradi di affrontare la crescente complessità dei bisogni di assistenza.

Efficaci team di assistenza sanitaria primaria devono avere esperienza in nutrizione, dipendenza, salute mentale e invecchiamento in buona salute ed essere in grado di soddisfare le esigenze sanitarie locali. Sono necessarie anche competenze “soft” e trasversali come l’uso delle tecnologie digitali, la consulenza, la comunicazione condivisa, la collaborazione e il partenariato per un’efficace prevenzione e gestione delle malattie.

Fornire programmi di formazione iniziale e continua su tutte queste attività è fondamentale per offrire gli strumenti e le conoscenze per i team di assistenza sanitaria primaria per impegnarsi in queste attività correttamente, come si può vedere dagli esempi nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
Quindi, secondo l’Ocse, è d’obbligo l’adozione di nuovi modelli di assistenza sanitaria primaria basata su team o reti, più adatta a fornire assistenza incentrata sulle persone, coordinata e continua a persone con esigenze di cura complesse.

Un modello di assistenza sanitaria primaria incentrato sulle persone spesso soddisfa quattro caratteristiche:

– pratiche multidisciplinari con un diverso mix di operatori sanitari di base;
– servizi sanitari completi forniti nella comunità;
– gestione della salute della popolazione, basata sulla stratificazione del rischio per l’attuazione proattiva della gestione di individui e comunità;
– coinvolgimento dei pazienti nel processo decisionale condiviso.

Le esperienze internazionali.
Eppure, nel 2018, solo 15 paesi dell’OCSE avevano introdotto nuovi servizi di assistenza sanitaria di base con alcune o tutte le funzionalità elencate. La valutazione dei risultati, tuttavia, è spesso carente.

Ugualmente importante è migliorare le competenze di alfabetizzazione sanitaria dei pazienti per l’assistenza sanitaria di base. Germania, Canada, Inghilterra, Italia e Giappone hanno implementato sistemi di consulenza gestite da team di assistenza sanitaria primaria.

Negli Stati Uniti, il Medicare ha sviluppato strumenti per aiutare l’assistenza sanitaria primaria a valutare le loro prestazioni al fine di migliorare la comprensione da parte del paziente delle informazioni sanitarie.

Il ruolo delle nuove tecnologie.
E in questo senso per l’Ocse un buon uso della tecnologia digitale può aiutare a ottenere flussi di lavoro migliori e la delega di compiti clinici, facilitando un processo decisionale efficace. La tecnologia digitale può anche essere utilizzata per affrontare i problemi di accesso legati alle distanze geografiche.

Nel Regno Unito, in Francia e in Germania, la consultazione digitale e la telesorveglianza sono state utilizzate per aumentare l’accesso all’assistenza sanitaria di base per le persone che vivono in aree sottoservite, mentre il monitoraggio a casa e i portali di e-patient consentono ai pazienti di accedere a informazioni sanitarie personalizzate e per gestire le loro condizioni in Canada e negli Stati Uniti.

Per meglio indirizzare l’assistenza sanitaria di base a fornire assistenza centrata sulle persone, le regole per raggiungere un’assistenza di alta qualità devono essere premiate e i livelli di assistenza incoraggiati.

A partire dal 2018, solo 13 paesi dell’OCSE hanno introdotto nuovi modelli di pagamento per incoraggiare l’assistenza sanitaria di base di alta qualità.

In molti casi, l’implementazione è avvenuta in aree limitate o solo in parte del sistema sanitario, mentre l’implementazione a livello di sistema era rara.

In particolare, sono stati introdotti quattro tipi di sistemi di pagamento:
– pagare per attività specifiche inclusa la cura, il coordinamento, l’attività di prevenzione o gestione delle malattie (come in Giappone, Italia o Francia);
– prestazioni a pagamento, con fornitori premiati per cure di alta qualità e più recentemente per espandere il ruolo delle farmacie di comunità (come nel Regno Unito);
– pagamenti consistenti in un pagamento per paziente cronico che copre il costo di tutti i servizi di assistenza sanitaria forniti dall’intera gamma di fornitori durante un periodo di tempo definito (come in Canada);
– pagamenti basati sulla popolazione, effettuati a gruppi di operatori sanitari come medici, medici specialisti, reti di pratica o ospedali indipendenti, che coprono la maggior parte dei servizi di assistenza sanitaria per un gruppo definito di popolazione (come a Gesundes Kinzigtal in Germania e nelle case mediche negli Stati Uniti).

Fondamentale misurare gli esiti di cura.
L’Ocse conclude che i sistemi sanitari sanno ancora poco su come l’assistenza sanitaria primaria contribuisce al miglioramento della salute delle persone e dei servizi e come va incontro alle aspettative e alle esigenze delle persone. La maggior parte degli indicatori si concentra su input e utilizzo.

Le misure di outcome sono limitate a ospedalizzazioni evitabili per pazienti con patologie croniche o prescrizioni appropriate in ambito sanitario primario.

Mentre le misure di esperienza (PREM) sono essenziali per migliorare la qualità dell’assistenza e garantire che i servizi siano in risposta ai bisogni e alle preferenze delle persone, vengono raccolti per confronti internazionali solo in 18 paesi dell’OCSE. L’Inghilterra e gli Stati Uniti sono tra i pochi Paesi OCSE che raccolgono i PREM a livello di pratica.

17 maggio 2019
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IL DANNO RENALE ACUTO NEL PAZIENTE CRITICO

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Riceviamo e pubblichiamo l’evento dal titolo “IL DANNO RENALE ACUTO NEL PAZIENTE CRITICO”, che si terrà il 14 giugno 2019 a Gallipoli presso la Sala Riunioni del PRESIDIO OSPEDALIERO SACRO CUORE DI GESÙ.

In allegato per maggiori informazioni locandina e scheda di iscrizione

programmagallipoli14giugno Scheda iscrizione_GALLIPOLI 14 giu

 

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Osservasalute 2018. Italiani lenti a cambiare stili di vita scorretti. Boom cronici e non autosufficienti. “Spesa destinata ad impennarsi. Cambiare approccio o sarà emergenza”

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Il grande problema per il presente e per il futuro sono le cronicità che assorbono l’80% della spesa sanitaria. Destinata a impennarsi nel prossimo decennio la domanda per visite specialistiche, di giornate di degenza e di assistenza domiciliare. Siamo tra i Paesi più longevi ma anche con più anni da vivere con malattie croniche e disabilità: la speranza di vita in buona salute è peggiore che altri Paesi europei. Arrivano a 49 mila i decessi causati dalle infezioni sepsi correlate. IL RAPPORTO – I DATI REGIONALI

15 MAG – Italiani ancora lenti a cambiare abitudini nocive per la salute come fumo, sedentarietà e alimentazioni scorrette, ma nel Bel Paese si muore sempre meno, grazie soprattutto ai miglioramenti nell’assistenza sanitaria e ai traguardi della medicina moderna. Un dato rilevante per la salute degli italiani è rappresentato dalla forte riduzione della mortalità prematura (indicatore del Sustainable Development, Goals delle Nazioni Unite – calcolato rispetto alle principali cause di morte della fascia di età 30-69 anni) diminuita, dal 2004 al 2016, del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne.

In generale, in poco più di 30 anni, il tasso standardizzato di mortalità totale si è ridotto di oltre il 50% nel periodo 1980-2015 ed il contributo delle malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito sul trend in discesa della mortalità (nello stesso periodo la mortalità per malattie ischemiche del cuore si è ridotta di circa il 63% e quella delle malattie cerebrovascolari di circa il 70%).

Si muore meno di tumori che restano però la prima causa di morte tra i 19 e i 64 anni: nell’arco di tempo compreso tra 2006 e 2016, diminuisce del 24% per gli uomini (da 12,5 a 9,5 per 10.000) e del 12,6% per le donne (da 8,7 a 7,6 decessi per 10.000).

Non a caso l’Italia, con 83,4 anni di vita media attesa alla nascita nel 2016 (ultimo anno disponibile per i confronti internazionali), è da anni uno dei Paesi più longevi nel contesto internazionale, secondo dopo la Spagna (83,5 anni) tra i Paesi dell’Unione Europea (UE). Sempre nel 2016, il nostro Paese si colloca direttamente al primo posto in Europa per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni), secondo gli ultimi dati disponibili da fonte europea Eurostat.
Per le donne, invece, si colloca al terzo posto (con 85,6 anni) dopo Spagna (86,3 anni) e Francia (85,7 anni). L’Italia, rispetto alla media dei Paesi dell’UE, presenta un vantaggio di circa 3 anni per gli uomini (la media dell’UE è pari a 78,2 anni) e 2,0 anni per le donne (la media dell’UE è 83,6 anni).

Sono questi, in estrema sintesi, i dati emersi dalla XVI edizione del Rapporto Osservasalute, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma, con la Direzione scientifica di Alessandro Solipaca, e la Direzione di Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica. Il volume è frutto del lavoro di 318 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat. Suddiviso in due parti principali – la prima dedicata alla salute e ai bisogni della popolazione, la seconda ai sistemi sanitari regionali nonché alla qualità dei servizi

Ma gli italiani non accennano a cambiare stili di vita.
Sono circa 10 milioni e 370 mila i fumatori in Italia nel 2017, poco più di 6 milioni e 300 mila uomini e poco più di 4 milioni e 70.000 donne. Si tratta del 19,7% della popolazione di 14 anni ed oltre. Il numero di coloro che fumano è rimasto pressoché costante a partire dal 2014.

In Italia, nel 2017, si conferma che più di un terzo della popolazione di età 18 anni ed oltre (35,4%) è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (10,5%); complessivamente, il 45,9% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. Questi valori non presentano variazioni significative rispetto al 2016.

In Italia, la quota dei bambini e degli adolescenti in eccesso di peso è pari al 24,2%.
L’eccesso di peso raggiunge la prevalenza più elevata tra i bambini di età 6-10 anni risultando pari a 32,9%. Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a raggiungere il valore minimo tra i ragazzi di età 14-17 anni (14,4%).

Dai dati della WHO (Childhood Obesity Surveillance Initiative-COSI) relativi alla raccolta del 2012-2013 avvenuta in 19 Paesi (Albania, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Macedonia, Moldavia, Norvegia, Portogallo, Romania, Repubblica di San Marino, Slovenia, Spagna, Turchia e Italia) con la stessa metodologia, utilizzando i cut-off dell’OMS e con un range di età che oscilla tra i 6-9 anni, l’Italia è risultata tra i Paesi a più alta prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini di età 8-9 anni insieme a Grecia e Spagna, mentre i Paesi del Nord Europa presentano prevalenze più basse.

I dati di lungo periodo evidenziano un aumento della propensione alla pratica sportiva in modo  continuativo (dal 19,1% del 2001 al 24,8% del 2017), tuttavia i sedentari sono ancora molti, oltre 22,4 milioni, pari al 38,1% della popolazione.

Il volto dell’Italia è vecchio e con malattie croniche che gravano sui bilanci del SSN . L’Italia è sempre più vecchia (nel 2017, gli ultra 65enni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale) e gravata da malattie croniche la cui gestione, infatti, incide per circa l’80% dei costi sanitari
Nel 2017, il costo medio annuo grezzo della popolazione in carico ai MMG del network HS, affetta da almeno è stato di 708€.
Sono presenti differenze di genere nei costi generati per il SSN; infatti, i pazienti uomini affetti da almeno una patologia cronica hanno generato un costo medio annuo superiore a quello delle donne (738€ vs 685€).

I costi medi annui sostenuti dal SSN per i pazienti cronici aumentano progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il picco nelle fasce di età 80-84 anni (1.129€) e 75-79 anni (1.115€), per poi calare leggermente nelle classi di età successive.

Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai Medici di Medicina Generale (MMG) riferiscono che mediamente in un anno si spendono €1.500 per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 4% delle richieste di visite specialistiche e il 4,1% per le prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa €1.400 annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 10,6% delle richieste di visite specialistiche e del 10,1% degli accertamenti diagnostici.

Quasi €1.300 vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 18,5% delle richieste di visite specialistiche e il 18,2% degli accertamenti diagnostici.

Un paziente affetto da osteoporosi costa circa €900 annui, poiché è destinatario del 40,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 35,0% delle richieste di visite specialistiche e del 32,0% degli accertamenti diagnostici.

Costa, invece, €864 un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2% di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 52,2% delle richieste di visite specialistiche e il 51,7% degli accertamenti diagnostici.

Crescono i decessi causati da infezioni sepsi correlate. In Italia, il numero delle morti sepsi-correlate (casi in cui la sepsi è presente tra la multimorbosità ripor- tata sul certificato di morte) è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni passando da 18.668 del 2003 a 49.301 del 2016. La maggior parte dei decessi per tale causa (circa il 75% del totale) si concentra nella fascia di età 75 anni ed oltre, ciò a conferma che si tratta di un fenomeno associato all’invecchiamento della popolazione spiega- bile con una maggiore presenza di multicronicità nei soggetti che determina un conseguente scadimento delle con- dizioni fisiche.

L’Italia non è un paese per vecchi.
Siamo longevi ma non invecchiamo in salute e manca l’assistenza dedicata (domiciliare e nelle strutture di degenza di lungo periodo).

Per la speranza di vita della popolazione anziana, l’Italia, nel 2016, occupa il terzo posto in graduatoria per uomini: la speranza di vita a 65 anni è pari a 19,4 anni (simile alla Spagna) a fronte del dato medio europeo di 18,2 anni. Al secondo posto troviamo la Francia con 19,6 anni e al primo posto Malta con 19,7 anni. Anche per le donne la vita attesa a 65 anni in Italia supera di oltre 1 anno la media dell’UE (22,9 anni vs 21,6 anni) posizionandosi al terzo posto dopo Francia (23,7 anni) e Spagna (23,6 anni).

Tuttavia gli anziani italiani trascorrono più tempo dei coetanei europei in cattiva salute: infatti, l’Italia, pur essendo il primo Paese per longevità degli uomini, scende in graduatoria al terzo posto per speranza di vita alla nascita in buona salute, pur mantenendo un vantaggio di circa 4 anni rispetto alla media europea, dopo Svezia e Malta (rispettivamente, 73,0 e 71,1 anni). Anche per le donne l’Italia scende in graduatoria, passando dal terzo posto per la speranza di vita al settimo quando si considerano gli anni di vita ancora da vivere in modo autonomo, senza limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, con un differenziale positivo di 3,0 anni rispetto alla media dei Paesi dell’UE.

Oltre alle malattie croniche, tra le problematiche di salute che condizionano la vita di un anziano vediamo i disturbi depressivi. Depressione per quasi 1 anziano su 5: disturbi depressivi per il 19,5% degli ultra 75enni. Differenze di genere a svantaggio delle donne, tra le over 75 quasi una donna su quattro soffre di sintomi depressivi (23,0%) a fronte del 14,2% tra gli uomini.

Carente l’assistenza dedicata agli anziani: infatti, in Italia, nonostante l’elevata percentuale di ultra 80enni, è ancora troppo bassa la quota della spesa sanitaria complessiva allocata da tutto il sistema sanitario all’assistenza sanitaria a lungo termine (10,1%) se confrontata con quella di Paesi con simile livello di invecchiamento (14,8% in Francia e 16,5% in Germania). Risulta, quindi, prioritario per il nostro Servizio Sanitario Nazionale orientarsi alle necessità della popolazione che invecchia, potenziando l’assistenza a lungo termine e l’assistenza domiciliare, con maggiori e rinnovate risorse economiche ed umane (soprattutto infermieri e personale specializzato nell’assistenza domiciliare).

Preoccupano gli scenari futuri: aumentano gli anziani, aumentano i bisogni assistenziali del Paese e la spesa che sarà necessaria a soddisfarli.
Nel 2017, gli ultra 65enni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale. Le proiezioni dell’Istituto nazionale di statistica mostrano che questa fascia di popolazione, nel 2028, ammonterà al 26,0%, pari a poco più di 15,6 milioni di abitanti, mentre nel 2038 saranno oltre 18,6 milioni, il 31,1% degli italiani.

Le proiezioni della cronicità indicano che tra meno di 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a oltre 25 milioni (oggi sono quasi 24 milioni), mentre i multi-cronici saranno circa 14 milioni (oggi sono oltre 12,5 milioni). La patologia cronica più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà quasi 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende oltre 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Tra 10 anni le persone affette da osteoporosi, invece, saranno circa 5,3 milioni, oltre 500 mila in più rispetto al 2017. Inoltre, gli italiani affetti da diabete saranno oltre 3,6 milioni, mentre i malati di cuore circa 2,7 milioni.

Quanto alle diverse fasce della popolazione, nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache.

L’aumento sensibile delle persone con problemi di salute avrà sicuramente un impatto sulla domanda di cura e assistenza, sia di natura strettamente sanitaria che socio-sanitaria. I dati a disposizione permettono di proiettare la domanda di visite specialistiche, di giornate di degenza e di assistenza domiciliare. In particolare, nel 2016 il numero di contatti mensili con un medico specialista sono stati oltre 13 milioni, nel 2038 supereranno i 14 milioni. Le notti passate in ospedale, nel 2016, sono state oltre 41 milioni, nel 2038 supereranno i 47 milioni. Le persone che hanno fatto ricorso all’assistenza domiciliare, nel 2016, sono state oltre 1,8 milioni, nel 2038 supereranno i 2,2 milioni, mentre nello stesso anno saranno oltre 1,4 milioni quelli che domanderanno assistenza domiciliare di tipo sanitaria, contro gli oltre 1,2 milioni del 2016.

L’aumento della domanda di cure e assistenza avrà conseguenze sulla spesa sanitaria.Attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi di € per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di €.

In generale, le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato prevedono che il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL dovrebbe crescere dal 6,6% del 2017 al 6,8% nel 2030, fino ad arrivare al 7,3% del 2040. In altre parole, dovremmo passare dagli attuali 114 miliardi a 139 miliardi nel 2030 e 168 miliardi di € nel 2040.

“Lo scenario che si prospetta”, sottolinea il Dottor Solipaca, “evidenzia che la sfida che il Servizio sanitario nazionale dovrà affrontare è quella legata alle crescenti fragilità degli anziani, la spesa da sostenere per questo gruppo di popolazione non potrà gravare tutta sul settore sanitario, perché si tratta di prestazioni con una forte connotazione socio-assistenziale”.

“Di fronte al quadro futuro, per il SSN è necessario intensificare gli sforzi per promuovere la prevenzione e un cambio di paradigma rispetto all’organizzazione dei servizi di cura, definendo nuovi percorsi assistenziali in grado di prendere in carico il paziente nel lungo termine, prevenire e contenere la disabilità, garantire la continuità assistenziale e l’integrazione degli interventi socio-sanitari”, commenta il Professor Ricciardi.

15 maggio 2019
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Infermieri e medici correi se somministrazione del farmaco è sbagliata: agli uni tocca il controllo sulla bontà delle scelte degli altri

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L’infermiere, nel somministrare il farmaco, deve collaborare con il medico e segnalare le eventuali anomalie che sia in grado di riscontrare ma secondo la Cassazione (sentenza 20270/2019) il medico di riferimento deve essere strutturato e non può essere uno specializzando o appartenente ad un altro reparto. LA SENTENZA

15 MAG – L’infermiere che somministra un farmaco e si rende conto che il dosaggio è sbagliato non può eseguire pedissequamente ciò che è scritto sulla ricetta, ma deve interpellare il medico. Quest’ultimo tuttavia non può essere uno specializzando non in possesso di tutte le informazioni necessarie a comprendere e in caso correggere l’errore, ma deve essere un medico strutturato del reparto interessato.

A indicarlo è la Corte di Cassazione (IV sezione penale) che con la sentenza 20270/2019 ha annullato la sentenza della Corte di Appello a cui l’ha rinviata in altra composizione per rivedere alla luce di una serie di principi giurisprudenziali – sia in diminuzione che in peggioramento – le pene inflitte agli imputati.
La Corte di Appello aveva già  rivisto, concordando,  le pene prevista dal Tribunale in primo grado e aveva condannato gli imputati – tre medici e due infermieri – rispettivamente a due anni e sei mesi e due anni e dieci mesi di reclusione i due infermieri, eliminando l’interdizione dalla professione infermieristica e a 4 anni e 4 mesi di reclusione, 4 anni e 8 mesi di reclusione, 4 anni e sei mesi di reclusione, ma in questo caso anche con l’interdizione dalla professione medica per 4 anni e per 4 anni e sei mesi per i tre medici.

L’errata somministrazione di un farmaco antiblastico a una paziente affetta da linfoma di Hodgkin in chemioterapia ne aveva provocato la morte. Questo perché durante il ciclo terapeutico è stata somministrata, per errore di trascrittura sul foglio di prescrizione interna, una dose di 90 mg di farmaco antiblastico anziché 9 in base alla superficie corporea della paziente, già trattata in precedenza in modo analogo, ma con le giuste dosi, con successo.
La sentenza
Secondo la Cassazione il compito di somministrare i farmaci negli ospedali è affidato agli infermieri, che vi adempiono attenendosi alle prescrizioni fatte dai medici, ma la somministrazione è un atto non meccanicistico ma collaborativo con il personale medico e l’infermiere, anche se non può intervenire sulle scelte terapeutiche del medico, deve in ogni caso richiamare l’attenzione su errori che sia in grado di notare e deve illustrare i suoi eventuali dubbi sulla congruità o la pertinenza della terapia.
Per la Cassazione l’infermiere ha un ruolo di garanzia nella terapia farmacologica, limitato al confronto con il medico che invece deve scegliere la cura migliore per il paziente.
È obbligo dell’infermiere la “segnalazione di anomalie che egli sia in grado di riscontrare o di eventuali incompatibilità fra farmaci o fra la patologia ed il farmaco da somministrare o fra particolari condizioni (per es. allergie annotate in cartella o a sua conoscenza) e la cura prevista”.
E poiché l’infermiera che aveva somministrato il farmaco si era confrontata con un medico, ma specializzando, la Cassazione entra nel merito affermando che l’infermiere, per sciogliere dei nodi relativi al dosaggio dei farmaci, debba confrontarsi solo con medici cosiddetti strutturati e non possa agire con gli altri medici operanti dei reparti, anche se dotati di autonomia di intervento.
Prima e dopo la vicenda erano intervenuti anche altri colleghi dei due proifessionisti, ma senza risolvere l’errore e, quindi, anch’essi imputabili secondo i giudici.
Secondo la Cassazione, infatti,  “l’evento letale era stato determinato da un gravissimo errore dell’anestesista, qualificato dalla Corte “rischio nuovo e drammaticamente incommensurabile”, rispetto a quello innescato dalla prima condotta”.
“Si tratta di un principio – si legge nella sentenza – ribadito anche di recente da questa Sezione, secondo cui, in tema di reati colposi omissivi impropri, l’effetto interruttivo del nesso causale può essere dovuto a qualunque circostanza che introduca un rischio nuovo o comunque radicalmente esorbitante rispetto a quelli che il garante è chiamato a governare”.
“Il canone si estende certamente – prosegue la sentenza – al reato commissivo, qual è quello di specie, e che, tuttavia, in egual modo implica che l’esorbitanza del rischio sia tale da costituire ‘rischio nuovo’”.
“Nell’ipotesi in esame – sottolinea la Cassazione – il rischio garantito da colui che compila la diaria della cartella clinica, indicando la dose del farmaco da somministrare, è quello relativo alla tutela del paziente da errori posologici che possano influenzare la salute e l’efficacia della cura.
Laddove successivamente, sulla base di quell’errore, intervenga da parte di medico che opera in un secondo momento, proprio l’errata somministrazione, non può ritenersi ‘non nuovo’ il rischio determinato dalla realizzazione dell’errore primario, che il primo agente era chiamato a evitare”.
Secondo la sentenza quindi “non può ritenersi … che la condotta del medico specialista abbia interrotto la serie causale attivata proprio dalla condotta colposa del medico specializzando”.
E per quanto riguarda l’infermiera il discorso è analogo e la sentenza sottolinea che “vanno richiamate le medesime osservazioni”.
Secondo la Cassazione “a questo punto, prima di affrontare le ulteriori questioni poste, relative alla sussistenza del reato continuato in concorso relativo e alla commisurazione concreta della pena debbono vagliarsi gli ulteriori motivi essendo stati già esaminati quelli di rito”.
La Cassazione fa riferimento alla normativa che regola la professione di infermiere, sottolineando la “pluralità di disposizioni di natura legislativa e regolamentare che ne hanno profondamente mutato la natura disegnando l’autonomia operativa propria tipica della figura professionale”.
“La complessa normativa tratteggia dunque spiega la sentenza – una figura professionale che, per le competenze che le sono affidate, assume una specifica e autonoma posizione di garanzia nei confronti del paziente nella salvaguardia della salute, della cura e dell’assistenza, il cui limite è l’atto medico”.
In questo ambito secondo la Cassazione l’atto di somministrazione del farmaco è concepito, secondo la giurisprudenza di legittimità come atto “non meccanicistico ma collaborativo con il personale medico orientato in termini critici, al fine non di sindacare l’operato del medico bensì per richiamarne l’attenzione su errori percepiti ovvero per condividere gli eventuali dubbi circa la congruità o la pertinenza della terapia stabilita”.
Secondo la sentenza “è chiaro tuttavia, che la prescrizione dei farmaci resta al di fuori delle competenze infermieristiche e che il ruolo di garanzia che compete all’infermiere nella ‘sfera’ della terapia farmacologica si limita al ‘confronto’ con il medico cui è demandata la scelta della cura.
Rientra, in questo senso, fra gli obblighi dell’infermiere la segnalazione di ‘anomalie’ che egli sia in grado di riscontrare o di eventuali ‘incompatibilità’ fra farmaci o fra la patologia ed il farmaco da somministrare o fra particolari condizioni (per es. allergie annotate in cartella o a sua conoscenza) e la cura prevista”.
“E’ chiaro – tira le somme la Cassazione – che l’elemento della disorganizzazione, della confusione dei compiti, della mancanza di un procedimento di controllo dell’opera degli specializzandi e in generale dei medici operanti nel reparto, ma ancor di più l’affidamento di compiti  di  ‘copiatura’  delle  prescrizioni  a  meri  studenti  di medicina, ignari del significato delle indicazioni trascritte, l’assenza di controlli successivi destinati a elidere gli eventuali errori e, dunque,  in  generale  la mancanza di una procedimentalizzazione effettiva, coinvolgente tutti gli attori intervenienti nella formulazione, nella comunicazione e nell’approntamento del farmaco da somministrare, sono condizioni incidenti sul grado di  rimproverabilità della condotta, che non possono venire tout court ignorate nella determinazione della pena per il  reato colposo”.
Quello che viene descritto dalla sentenza come un vero e proprio ‘sfascio organizzativo’, la cui entità portò, dopo l’ispezione, alla chiusura del reparto di oncologia, “deve riversarsi sul giudizio relativo alla sanzione penale irrogata per il reato colposo, essendo detto quadro quello in cui si maturarono la negligenza e l’imperizia dei medici coinvolti, certamente favorite dalla più generale negligenza connotante l’assenza di adeguamento dell’unità operativa agli standard di sicurezza necessari, ragione per la quale si giunse alla temporanea sospensione dell’attività”.
Per la Cassazione la sentenza della Corte d’appello “riconosce che un simile stato di cose influenzò la commissione dei reati di falsità ideologica, il cui elemento soggettivo per la sua  natura dolosa, prescinde dalle condizioni esterne, che possono al  più  oggettivamente agevolare la realizzazione del delitto, ma  non  considera,  invece, che proprio la disorganizzazione grava in concreto sull’effettiva realizzazione della condotta colposa incidendo sulla divergenza fra la condotta tenuta e quella attesa”.

15 maggio 2019
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spacer La sentenza

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Iss: Il 30% degli italiani afferma di non godere di buona salute. Il 43% tra chi ha difficoltà economiche. Gap Nord-Sud in crescita

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Lo rivelano i dati della Sorveglianza PASSI relativi al quadriennio 2015-2018. “I dati confermano e mettono ancora una volta in evidenza significative differenze sociali nella salute e nell’accesso alla prevenzione che si aggiungono alle differenze geografiche a svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole, dove povertà e carenza nell’offerta di programmi di prevenzione e di servizi cura si concentrano”.

16 MAG – Il 30% degli italiani in media riferisce di non godere di buona salute: una quota che sale al 43% fra le persone con molte difficoltà economiche e scende al 23% fra le persone senza tali difficoltà. Ed è proprio questo il minimo comune denominatore dei risultati della Sorveglianza PASSI nel quadriennio 2015-2018: nella salute percepita, nel benessere psicologico e nella qualità di vita, come pure nell’accesso alla prevenzione per la diagnosi precoce dei tumori e nell’adesione a misure di sicurezza per la prevenzione degli incidenti stradali, c’è sempre un chiaro gradiente a sfavore delle persone socialmente più vulnerabili per difficoltà economiche o per bassa istruzione (senza titolo di studio o al più con licenza elementare). A ciò si aggiungono le differenze territoriali e il gap Nord-Sud è sempre significativo a sfavore del Sud, dove è più alta la prevalenza di fumatori, sedentari, obesi, diabetici, ipertesi e persone che, in generale, non adottano stili di vita salutari.

“I dati della Sorveglianza PASSI aggiornati al 2018 – afferma Maria Masocco, responsabile presso l’ISS del coordinamento nazionale PASSI – confermano e mettono ancora una volta in evidenza significative differenze sociali nella salute e nell’accesso alla prevenzione che si aggiungono alle differenze geografiche a svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole, dove povertà e carenza nell’offerta di programmi di prevenzione e di servizi cura si concentrano. È dunque necessario continuare a porre l’attenzione su questi aspetti, con una lettura trasversale dei dati proprio in questa ottica, per programmare e ri-orientare adeguatamente le politiche di contrasto alle disuguaglianze in salute, verso azioni di sistema orientate all’equità, che rappresenta uno dei principi cardini del Piano della Prevenzione”.

Tre italiani su 10 (30%) riferiscono di non godere di buona salute ma, se si esamina il campione delle persone con difficoltà economiche, la percentuale sale al 43% e scende al 23% fra i più abbienti. Inoltre, il 6% soffre di sintomi depressivi, quota che sale al 14% fra le persone con maggiori difficoltà economiche e scende al 4% fra chi non ne ha. Anche la qualità di vita risulta compromessa e se gli intervistati riferiscono mediamente di essere stati male per problemi di salute fisica o psicologica mediamente 4,4 giorni nel mese precedente l’intervista, il numero medio di giorni in cattiva salute sale a 7 fra le persone con difficoltà economiche (vs 3,6 giorni fra chi non ha difficoltà economiche).

Differenze analoghe si osservano per livello di istruzione: fra le persone con un basso livello di istruzione il 55% riferisce cattive condizioni di salute (vs 20% dei laureati), il 12% sintomi depressivi (vs 4%) e il numero medio di giorni vissuti in cattiva salute per motivi fisici o psicologici è 7.1 in un mese (vs 3.8 riferiti da laureati).

Fra le persone socialmente vulnerabili per difficoltà economiche o bassa istruzione è anche maggiore la frequenza di stili di vita non salutari, come l’abitudine al tabagismo, la sedentarietà, lo scarso consumo di frutta e verdura, l’obesità o condizioni di rischio cardiovascolare come il diabete o l’ipertensione.

Fra le persone con molte difficoltà economiche il 34% fuma (vs 22% di chi non ha difficoltà economiche), il 46% è sedentario (vs 28%), il 9% consuma almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno (five a day), come raccomandato per una corretta e sana alimentazione (vs 11%); l’8% riferisce una diagnosi di diabete (vs il 3%), il 25% una diagnosi di ipertensione (vs il 18%). Analoghe sono le differenze per istruzione: fuma il 24% delle persone con bassa istruzione (vs 19% dei laureati), il 50% è sedentario (vs 26%), il 25% obeso (vs 6%); il 9% aderisce al five a day (vs 12%), il 16% riferisce una diagnosi di diabete (vs 2%) e il 43% una diagnosi di ipertensione (vs 13%).
Va precisato che tali differenze rimangono in molti casi significative, anche se in parte determinate dall’età degli intervistati, a sua volta correlata al livello di istruzione.

Fra i comportamenti non salutari, unica eccezione è quella del consumo alcolico a rischio per la salute, per quantità e modalità di assunzione, che resta prerogativa delle classi sociali più abbienti, senza difficoltà economiche e alto livello di istruzione, residenti nel Nord e in particolare nel Nord-Est del Paese.

Le disuguaglianze sociali nella prevenzione dei tumori
I dati PASSI mostrano che le persone con istruzione più bassa, con maggiori difficoltà economiche e i cittadini stranieri si sottopongono meno frequentemente di altri ai test di diagnosi precoce dei tumori della mammella, del collo dell’utero e dell’intestino, che sono quelli per i quali il SSN offre programmi organizzati di screening a target specifici di popolazione.

Nel quadriennio 2015-2018, il 74% delle donne residenti in Italia di 50-69 anni si è sottoposto a mammografia preventiva, ma questa quota scende al 60% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs l’81% fra donne senza difficoltà economiche); al 64% tra le donne con bassa istruzione (vs il 81% fra le laureate); al 70% fra le donne di cittadinanza straniera (vs il 74% fra le cittadine italiane).

Analogamente accade per lo screening cervicale: l’80% delle donne di 24-64enni si sottopone a screening cervicale (Pap-test o HPV test) per la diagnosi precoce del tumore della cervice uterina; ma questa quota scende al 69% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs 85% fra le donne che non hanno difficoltà economiche) al 62% fra le donne meno istruite (vs 84% fra le laureate); al 75% fra le donne di cittadinanza straniera (vs 80% delle cittadine italiane).

Anche lo screening colorettale per la diagnosi precoce del tumore dell’intestino, molto meno diffuso degli altri due screening, presenta differenze sociali significative, in particolare per condizioni economiche: solo il 40% della popolazione target (uomini e donne di 50-69enni) ha eseguito la ricerca del sangue occulto nelle feci (test di screening colorettale maggiormente diffuso) ma questa quota scende al 26% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs il 49% fra le persone senza difficoltà economiche); al 33% fra le persone meno istruite (vs 41% fra le laureate)
L’offerta attiva di programmi di screening organizzati, basati su un invito da parte della Aziende Sanitarie Locali e sull’offerta di un percorso di approfondimento assistenziale e terapeutico definito e gratuito, è la risposta del SSN per garantire un’adeguata copertura del test a chi ne ha necessità.

I dati PASSI mostrano chiaramente che le differenze per istruzione, condizioni economiche e cittadinanza nella partecipazione ai test di screening si riducono significativamente nell’ambito dei programmi organizzati offerti dalle Aziende Sanitarie Locali che rappresentano spesso l’unica opportunità di accesso alla diagnosi precoce dei tumori per le persone socialmente più svantaggiate.

Resta significativo il gradiente geografico Nord-Sud a sfavore delle Regioni meridionali determinato prevalentemente dalla minore offerta di programmi di screening organizzati in queste Regioni.

Nelle Regioni in cui l’offerta di programmi organizzati è ampia (Nord e Centro Italia) è maggiore la quota di persone che fa prevenzione nell’ambito dei programmi organizzati, rispetto alla quota di persone che lo fa per iniziativa spontanea; di contro, nelle Regioni in cui l’offerta di programmi organizzati non è ancora sufficiente e non raggiunge la totalità della popolazione target (come nel Sud Italia), la quota dello screening spontaneo è rilevante e talvolta maggiore, senza però riuscire a compensare la mancanza di offerta dei programmi organizzati, per cui il numero totale di persone che fa prevenzione (dentro o fuori i programmi organizzati) resta comunque più basso che nel resto del Paese.

Le disuguaglianze sociali nella prevenzione degli incidenti stradali
Anche l’uso dei dispositivi di sicurezza alla guida (il casco in moto o le cinture anteriori e posteriori in auto) risponde a differenze socio-culturali e le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione ne fanno un uso meno frequente.

L’uso del casco in moto, sebbene consolidato, riferito come abitudine costante dal 96% degli intervistati che viaggiano in moto, è meno frequente fra le persone con molte difficoltà economiche (93%) e fra le persone con bassa istruzione (89%).

Analogamente accade per l’uso delle cinture anteriori in auto, riferito dall’85% come abitudine costante e che scende al 76% fra le persone con difficoltà economiche e al 78% fra i meno istruiti; le cinture posteriori, malgrado la normativa, restano ancora poco utilizzate e solo il 21% riferisce che le usa sempre quando viaggia in auto come passeggero, quota che scende al 16% fra le persone con difficoltà economiche e al 19% fra le persone con bassa istruzione.

16 maggio 2019
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Fondo sanitario 2019. Regioni approvano riparto ma intesa in Stato-Regioni slitta al 30 maggio

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In mattinata era arrivato il via libera dalla Conferenza dei presidenti ma nel pomeriggio l’intesa è slittata per problemi legati al mancato parere della Ragioneria dello Stato. In tutto da ripartire 112,4 mld.

16 MAG – Per problemi legati al mancato parere della Ragioneria dello Stato è stato rinviato di una settimana il riparto del Fondo Sanitario Nazionale 2019. L’intesa, nell’ambito della conferenza Stato-Regioni, slitta al 30 maggio: lo hanno reso noto al termine della conferenza al Dipartimento degli Affari Regionali il viceministro all’Economia, Massimo Garavaglia, e il presidente della regione Molise, Donato Toma, che ha guidato oggi la Conferenza delle Regioni.

Entrambi hanno spiegato che in questo modo si dia la possibilità alla Ragioneria Generale dello Stato di valutare la proposta di riparto approvata oggi dalla Conferenza delle Regioni. “Oggi abbiamo approvato in Conferenza delle Regioni – aveva preannunciato Toma al tremine della riunione a fine mattinata – il piano di riparto del Fondo Sanitario nazionale”, licenziato all’unanimità. Il Fondo Sanitario Nazionale 2019 è pari a 112 miliardi e 453 milioni di euro.

16 maggio 2019
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Professioni sanitarie. Test per laurea magistrale il 25 ottobre

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Il Miur ha pubblicato il decreto con le modalità di svolgimento e alle caratteristiche delle prove d’accesso per il corso di Laurea magistrale delle Professioni sanitarie per l’Anno Accademico 2019/2020. La prova prevede un tempo di due ore e consiste nella soluzione di 80 quesiti. IL DECRETO

11 MAG – La prova di ammissione ai corsi di Laurea magistrale delle Professioni sanitarie si svolgerà presso ciascuna sede universitaria il 25 ottobre 2019 dalle ore 11.00. È quanto ha stabilito il Miur nel decreto con le modalità di svolgimento e alle caratteristiche delle prove d’accesso per il corso di Laurea magistrale delle Professioni sanitarie per l’Anno Accademico 2019/2020.

La prova prevede un tempo di due ore e consiste nella soluzione di 80 quesiti che presentano cinque opzioni di risposta, tra cui il candidato dovrà scegliere, su: teoria/pratica pertinente alle Professioni sanitarie ricomprese nella classe di laurea magistrale d’interesse; cultura generale e ragionamento logico; regolamentazione dell’esercizio delle Professioni sanitarie ricomprese nella classe di laurea magistrale d’interesse e legislazione sanitaria; cultura scientifico-matematica, statistica, informatica e inglese; scienze umane e sociali.

Sono previsti: 32 quesiti per l’argomento di teoria/pratica pertinente all’esercizio delle Professioni sanitarie ricomprese nella classe di laurea magistrale d’interesse; 18 quesiti per l’argomento di cultura generale e ragionamento logico; 10 quesiti per ciascuno dei restanti argomenti.

11 maggio 2019
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Sanità senza personale: dal 2012 al 2017 persi 26.500 operatori. I vuoti più vistosi tra infermieri, amministrativi, tecnici e medici

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Tra il 2012 e il 2017 quelli in assoluto ad essere scesi di più sono gli infermieri (-7.055), seguiti dagli amministrativi (-6.102), dai tecnici (-4.727) e dai medici (-3.448). In totale il Ssn può contare su 648 mila unità. Questa la fotografia che emerge dall’elaborazione effettuata da Quotidiano Sanità sugli ultimi dati del Conto annuale pubblicati dall’Aran. Per quanto riguarda il totale della PA solo il personale delle Regioni ha perso più unità del Ssn (-55 mila). Al contrario la Scuola ha visto crescere i suoi lavoratori (+111 mila).

12 MAG – Dagli infermieri ai medici, passando per i tecnici e gli amministrativi. Tra il 2012 e il 2017 il Servizio sanitario nazionale ha perso 26.561 lavoratori (-3,9%) che fanno arrivare il totale dei dipendenti a quota 648.058. A segnalarlo è l’ultimo aggiornamento del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato appena pubblicato dall’Aran e su cui Quotidiano Sanità ha effettuato un’elaborazione.

In totale i dipendenti del Servizio sanitario nazionale, rappresentano il 20% della forza lavoro della PA, un quinto dei dipendenti pubblici, che fanno del comparto il secondo della Pa, preceduto solo alla scuola che con il 35% della forza lavoro ha il maggior numero di occupati.

Andando ad analizzare nello specifico i lavoratori del Servizio sanitario nazionale nel dettaglio, la situazione ricalca abbastanza il modello di quella della PA in generale: la perdita percentuale di unità di personale, come dicevamo è di -3,94%. Le perdite maggiori in valori assoluti sono quelle del personale infermieristico: -7.055 unità che rappresentano il 27% di tutte le perdite del Ssn, anche se sulla categoria pesano per il -2,60% in cinque anni.

Le altre categorie che perdono il maggior numero di unità di personale in valori assoluti sono nell’ordine quelle dei profili del ruolo amministrativo (-6.102 unità, il -8.27%); i profili del ruolo tecnico (-4.727 unità, il -3,85%) e si torna nel ruolo sanitario con i medici che nel 2017 sono 3.448 in meno del 2012 (-3.16%). Una perdita che rappresenta il 13% delle perdite del Ssn.

Questo dal punto di vista dei numeri assoluti ma ci sono categorie come il personale contrattista che in percentuale hanno perso tantissimi lavoratori (-42,68% che evidenzia come nel 2017 vi fossero solo 235 unità di personale). Praticamente scomparsi sono gli odontoiatri che perdono il -39,61% dei dipendenti (in totale i dentisti del Ssn sono appena 93).

I numeri totali della Pa
Al di là del Ssn i dati del Conto annuale evidenziano consentono di fotografare la situazione di tutta la Pa. Nel 2017 (dati aggiornati al 30 aprile 2019 appena pubblicati sul sito Aran) nella Pubblica amministrazione c’erano 3.243.435 occupati, 3.252 in meno (-0,10%) di cinque anni prima, nel 2012.

Un calo in apparenza leggero che però analizzato per le singole categorie di personale (22 in tutto quelle classificate dall’Aran) mostra una situazione diversa a seconda dei comparti.

Per 13 categorie di personale infatti nei cinque anni considerati, si registra un calo di personale che va dal -22,43% del personale della carriera penitenziaria (che perde tuttavia solo 83 unità in tutto) al -3,49% delle Regioni a Stato speciale e Province autonome (che di personale ne perdono 3.257 unità).

In valori assoluti, la categoria che perde il maggior numero di unità di personale è quella delle Regioni (a statuto ordinario) e autonomie locali: -55.077 unità (-11,24%), seguita dal Servizio sanitario nazionale con -26.287 unità (-3,94%) e dai corpi di polizia: -14.476 unità (-4,52%).

Le altre dieci categorie censite dall’Aran grazie alla rilevazione del Conto annuale 2017 della Ragioneria generale dello Stato, registrano tutte incrementi di personale nei cinque anni considerati che vanno dal +0,46% degli Enti di ricerca (95 unità in più) al +271,52% degli Enti della lista S13 ISTAT (Amministrazioni Pubbliche come ad esempio Organi costituzionali e di rilievo costituzionale, Agenzie fiscali, Enti di regolazione dell’attività economica tra cui rientrano anche Aifa e Agenas e così via per un gran numero di enti) che di unità di personale ne guadagnano 26.487 (ma molte sono nate in questo quinquennio, aumentando la consistenza della categoria), il maggior aumento percentuale del periodo considerato.

In valori assoluti però, il primato di dipendenti in più spetta alla Scuola: +111.144, il +10,97 per cento.

12 maggio 2019
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Qualità delle cure nell’ospedalità privata accreditata: dalla mortalità per infarto e ictus alla tempistica di intervento per frattura del femore. Ecco i risultati della ricerca Aiop

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Presentato oggi alla 55ª Assemblea generale dell’Aiop il “Rapporto sulla qualità degli outcome clinici nell’ospedalità privata”. La ricerca si basa sull’analisi di 19 indicatori di esiti delle cure degli ospedali privati accreditati messi a confronto con gli ospedali gestiti dalle Asl e le Aziende ospedaliere pubbliche. I risultati confermano la buona qualità complessiva delle cure ospedaliere offerte dai due comparti del Ssn, con una migliore affermazione del privato in 15 indicatori sui 19 selezionati da Agenas per la valutazione complessiva della qualità delle cure. LO STUDIO

10 MAG – Ottime performance per l’ospedalità privata accreditata: su 19 indicatori di qualità selezionati da Agenas gli ospedali di diritto privato del Ssn superano in molti casi le performance di quelli diritto pubblico avvicinandosi spesso agli standard ottimali di riferimento. Stiamo parlando di indicatori importanti, come quello di mortalità a 30 giorni per infarto o ictus oppure come quello per misurare l’efficienza di intervento che segna in 48 ore il limite entro il quale intervenire in caso di frattura del femore.
Complessivamente le performance degli ospedali del Ssn (sia pubblici che privati accreditati) è comunque buona anche se restano aree di miglioramento, tra le quali spicca il dato del ricorso al parto cesareo ancora troppo alto, soprattutto nel privato.

In ogni caso il privato accreditato se la batte alla pari con il pubblico e nella maggioranza dei casi (15 indicatori su 19) risulta avanti agli ospedali gestiti dalle Asl o alle Aziende ospedaliere pubbliche.

È quanto emerge dal “Rapporto sulla qualità degli outcome clinici nell’ospedalità privata” realizzato dalla società Innogea, e presentato oggi nell’ambito della 55ª Assemblea Generale dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop), in corso a Cernobbio.

La ricerca (vedi allegato) basata sui dati del Programma nazionale esiti (Pne) realizzato da Agenas per conto del ministero della Salute – i cui dati sono sono stati illustrati da Marco Lampasona presidente di Innogea e da Vittorio Scaffidi Abbate, Direttore del board scientifico – ha analizzato le performance cliniche delle due componenti, pubblica e privata, che costituiscono l’offerta ospedaliera in Italia.

Obiettivo dello studio è stato quello di valutare, su basi oggettive e misurabili, l’impatto del settore dell’ospedalità privata in termini di qualità delle prestazioni erogate e volumi di attività svolta, ma, anche, di fornire elementi utili per mettere in atto costanti e specifiche azioni di miglioramento in grado di dare risposte alla domanda di salute oltre che per contrastare le disomogeneità dell’offerta sanitaria intra ed interregionale.

Da sottolineare, a proposito di esiti, che l’ultima Legge di bilancio nel condizionare gli aumenti del fondo sanitario 2020-2021 alla stipula del Patto per la salute, indica che il Patto dovrà, tra le altre cose, prevedere anche “il miglioramento dell’efficienza e dell’appropriatezza nell’uso dei fattori produttivi e l’ordinata programmazione del ricorso agli erogatori privati accreditati che siano preventivamente sottoposti a controlli di esiti e di valutazione con sistema di indicatori oggettivi e misurabili”.

Lo studio presentato oggi da Aiop, è stato più volte ribadito, rappresenta di fatto una prima analisi proprio sugli esiti delle cure del comparto privato accreditato del Ssn. Per realizzarlo sono stati presi in considerazione gli indicatori “Treemap”, ovvero quelli scelti da Agenas per la valutazione delle performance delle strutture ospedaliere.

I dati rilevano che gli ospedali del Ssn, nella sua componente di diritto pubblico e in quella di diritto privato, garantiscono ai cittadini prestazioni e servizi con un livello di qualità elevato, con punteggi che si avvicinano in molti casi ai livelli ottimali per tutte e due le componenti del Ssn.

“Questo, commenta l’Aiop, è il risultato degli investimenti realizzati nel corso degli anni dalle strutture sanitarie di diritto privato, con particolare attenzione alla dimensione tecnico-professionale, organizzativa, tecnologica, ambientale, relazionale e di ricerca e formazione, che, complessivamente, incidono sulla qualità e la sicurezza delle cure, e sulla capacità di rispondere tempestivamente alle esigenze dei pazienti”.

“Siamo molto soddisfatti dei risultati emersi dal Rapporto – ha detto Barbara Cittadini, Presidente nazionale Aiop nel suo intervento (vedi in allegato il testo integrale) – sul quale abbiamo iniziato a lavorare prima di quanto sancito nella legge di bilancio. I dati confermano, ancora una volta, l’importante contributo che la componente di diritto privato apporta al Ssn, e il suo impegno in termini di innovazione e di miglioramento continuo della qualità dell’offerta sanitaria erogata agli italiani. La qualità dell’assistenza rappresenta un fattore determinante per promuovere l’equità e ridurre le disomogeneità territoriali nell’accesso alle prestazioni sanitarie da parte dei cittadini, in molti casi costretti a spostarsi nelle regioni nelle quali l’offerta sanitaria è programmata in maniera più efficiente e con una maggiore attenzione alla qualità delle cure. Questo studio rappresenta il punto di partenza di un percorso di miglioramento delle performance cliniche che, auspichiamo, possa coinvolgere tutto il Ssn, e nel quale la componente di diritto privato ha l’ambizione di voler fare ancora di più e meglio, supportata da politiche adeguate, capaci di non disperdere questo patrimonio di qualità ed efficienza che ci contraddistingue”.

“Stiamo affrontando un passaggio epocale – ha aggiunto la presidente Aiop – Il nostro intervento dovrà essere focalizzato sempre di più sull’alto livello di affidabilità delle cure, sugli out-come delle nostre performance. In sostanza, se il contributo che il privato accreditato assicura al Paese in temine di volumi è di grande importanza, ora abbiamo la responsabilità di integrare le nostre azioni ragionando non solo in termini di volume e di rispetto delle norme, ma in termini di qualità degli esiti raggiunti. Non vogliamo aprire una competizione tra pubblico e privato accreditato, ma non si migliora se non ci si confronta virtuosamente. Dobbiamo sempre puntare sul valore prodotto, assicurando l’universalismo delle cure. Questo legittimerà ancora di più il nostro ruolo verso le istituzioni pubbliche. Siamo consapevoli di quanto abbiamo fin ora costruito, ma ora la strada intrapresa ci consentirà di crescere ancora di più. Il nostro hashtag? #insieme”.

“Accettiamo insieme la sfida per erogare i migliori servizi ai cittadini”, così l’Assessore alla sanità della Lombardia Giulio Gallera, intervenuto all’Assemblea nazionale. “Siamo l’ultimo sistema universalistico – ha detto – abbiamo costruito un’alchimia che si fonda sulla fiscalità generale con un mix significativo della quantità di servizi erogati dal pubblico e dal privato accredito.  Un’alchimia particolare e virtuosa. Particolare perché abbiamo costruito un sistema diverso rispetto ai paesi fondati sulle assicurazioni. Ma deve esserci la consapevolezza che solo alla presenza di un equilibrio tra pubblico e privato accreditato, due gambe dello stesso sistema, riusciremo a investiremo sulla possibilità di poter festeggiare anche i prossimi 40 del nostro Ssn. Se così non sarà – ha aggiunto – saremo costretti ad ammainare la bandiera dell’universalismo delle cure. Il privato accreditalo è quindi un partner strategico e in Lombardia abbiamo creato le condizioni affiche potesse esplicare al meglio le proprie potenzialità, accettando la sfida di una competizione virtuosa anche con controlli ferrei. Ritengo quindi che occorra superare il tetto di spesa al privato accreditato che ha impedito al sistema di svilupparsi in maniera virtuosa. Così come occorre rinnovare al più preso i contratti i contratti del personale sanitario. Accettiamo insieme la sfida per erogare i migliori servizi ai cittadini”.

Sottolinea l’importanza del Pne, Bruno Biagi,Vice presidente nazionale Aiop: “Uno strumento oggettivo, la lettura dei dati ci consentirà di poter migliorare”. Ma per Antonio Gattinoni, già Direttore Sanitario Asl provincia di Lecco è anche “importante che ogni struttura si metta in gioco, ma anche gli operatori tutti devono farlo, contribuendo a fornire qualità in un’ottica di emulazione virtuosa”.

Il privato accreditati cala le sue carte anche sul fronte della formazione.  “Il nostro è un sistema a due gambe – ha sottolineato Francesco Vitale, Ordinario Igiene università di Palermo– ma dobbiamo lavorarecon maggiore vigore per l’integrazione tra pubblico e privato cominciando dalla formazione: abbiamo stretto di accordo con il ministero affinché la sanità privata accreditata possa garantire nelle Regioni contratti di formazione”.

“L’Aiop si mette in gioco misurandosi con gli indicatori del Pne” ha rimarcato Carlo Signorelli, Ordinario di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele che ha illustrato gli strumenti utilizzati dal Programma nazionale esiti. “Il Pne non è una classifica, non è il TripAdvisor della sanità – ha sottolineato –  ma una misurazione delle performance per agire e per attivare il cambiamento riducendo l’autoreferenzialità per chi pensa di fare bene e che non ci siano margini di miglioramento della sicurezza e della qualità delle cure. Sono lo spunto per ulteriori approfondimenti. Ad esempio, in Lombardia si ricovera di più per gastroenterite pediatrica, con valori massimi a Brescia e una minimi a Lecco. Bisogna chiedersi il perché”.

A tirare le somme  Gabriele Pelissero, Past President Aiop: “La qualità e la misurazione devono entrate nel bagaglio culturale e operativo delle aziende private accreditate. I numeri hanno una capacità di esprimersi molto forte – ha affermato – e i principali indicatori utilizzati nel Rapporto collocano la componente privata accreditata in posizione molto buona. Un dato non scontato per la maggior parte degli osservatori e della classe politica. Per l’Aiop, aver iniziato a percorrere questa strada, non si traduce nell’ingaggiare una gara verso il pubblico, ma nell’avere imboccato un percorso per migliorare e sgombrare il terreno da chi pensa che la nostra sia una sanità di serie B. I dati dicono appunto il contrario. A noi interessa solo capire cosa fare per migliorare sempre di più, non ci interessa l’autocelebrazione. Questo significa in primis che l’impegno per la qualità deve essere un elemento centrale e portante della nostra azione amministrativa. Anche perché prima o poi accadrà di doverci confrontare con un amministratore regionale che utilizzerà questi dati. È quindi evidente che nel bagaglio di attrezzature gestionali ci deve esserci anche la misurazione degli esiti. Dobbiamo quindi maneggiare bene questi strumenti e mettere nel nostro patrimonio di conoscenze anche la capacità di interpretare il dato statistico. Appena concluso il Patto per la Salute – ha concluso – ogni Regione dovrà interrogarsi su questi temi e il Pne verrà utilizzato sempre di più.  Intrepretiamo quindi la presentazione di oggi solo come un primo step, un aiuto concreto per iniziare a intervenire nelle nostre Aziende”.

Ester Maragò

10 maggio 2019
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Igiene delle mani. Può ridurre del 30% le infezioni ospedaliere

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L’Italia è il paese con il più alto numero di giorni extra di ricovero a causa di infezioni da germi resistenti agli antibiotici, pari a 2.300 giornate di degenza in più per 100mila persone: 60% pazienti over 50, 33% pazienti di età inferiore ai 9 anni (90% bambini con meno di 12 mesi). A questo si associa la più alta spesa per il Servizio sanitario nazionale con 662mila dollari per 100mila persone per anno

09 MAG – In occasione della Giornata mondiale del lavaggio delle mani, il Ministero della Salute ha organizzato quest’oggi, 9 maggio 2019, il convegno ‘L’igiene delle mani: strumento per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza e dell’antimicrobico-resistenza’, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa).

L’igiene delle mani rappresenta la più semplice ed efficace procedura per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza (Ica) e per il controllo dell’antibiotico-resistenza (Amr).

I dati
Ecco alcuni importanti dati sul tema delle infezioni correlate all’assistenza e dell’antibiotico-resistenza:

Prevalenza di infezioni correlate all’assistenza nei pazienti ricoverati negli ospedali per acuti: 8% pari a circa 500mila ogni anno. Infezioni più comuni: respiratorie 24%, batteriemie 18%, urinarie 18%, ferita chirurgica 14%. Uso di antibiotici: 45% dei pazienti ricoverati è in trattamento antibiotico. Consumo di soluzioni idroalcoliche per l’igiene delle mani: media 15 ml per paziente al giorno, mediana 9 ml per paziente al giorno, al di sotto del minimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (20 ml per paziente al giorno). Infezioni da germi multiresistenti in Europa: 670mila l’anno; in Italia: 200mila l’anno. I 4 batteri maggiormente responsabili sono: E. coli resistente a cefalosporine di terza generazione, K. pneumoniae resistente a cefalosporine di terza generazione, S. aureus resistente alla meticillina (Mrsa), P. aeruginosa resistente ai carbapenemi.

Nelle strutture sanitarie di lungodegenza la prevalenza di infezioni correlate all’assistenza è del 4%. Gli interventi di controllo e prevenzione delle Ica possono permettere di ridurre queste infezioni del 30% e in alcuni casi di oltre il 50%.

In particolare, interventi per aumentare l’adesione all’igiene delle mani, con un costo di 0,9-2,5 dollari pro-capite l’anno, permetterebbero di diminuire del 48% le infezioni da batteri meticillino-resistenti e di evitare in Italia, ogni anno, 10 decessi Amr-correlati ogni 100mila persone e mille giorni di ospedalizzazione ogni 100mila persone.

Queste cifre indicano quanto sia importante questo problema e quanta rilevanza abbiano gli interventi programmati dal ministero della Salute all’interno del Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (Pncar).

Per approfondire (dal sito del Ministero della Salute):

– Dossier La salute nelle tue mani
– Studio Prevalence of healthcare-associated infections, estimated incidence and composite antimicrobial resistance index in acute care hospitals and long-term care facilities: results from two European point prevalence surveys, 2016 to 2017
– Rapporto sintetico dell’Unione Europea sulla resistenza antimicrobica nei batteri zoonotici e indicatori riguardanti esseri umani, animali e alimenti nel 2017.

09 maggio 2019
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