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Puglia: Emiliano prepara una campagna di comunicazione sugli screening anti-tumore

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“La prevenzione è un’arma fondamentale contro i tumori e per questo la Regione Puglia sta lavorando su imponenti campagne di comunicazione, rivolte ai cittadini, sulla efficacia e sulla necessità degli screening”. Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, presentando il convegno sulle terapie innovative nei melanomi e nei tumori cutanei che riunirà a Taranto oltre 100 specialisti. Per Emiliano “prevenire significa evitare interventi chirurgici pesanti, significa assumere un corretto stile di vita e preservare, soprattutto nel momento in cui diventiamo anziani, una capacità funzionale importante”. Per questo il governatore puglise invita “tutti i cittadini a partecipare all’Open day gratuito di sabato 30 novembre che si svolgerà al SS. Annunziata. I melanomi e i tumori cutanei si possono prevenire con una semplice visita e mappatura dei nei, si tratta di un piccolo gesto di attenzione e consapevolezza che davvero può tutelare la salute e la vita”.

L’obiettivo del convegno è proprio quello di offrire un aggiornamento sulle novità terapeutiche nella cura delle neoplasie cutanee e creare un network di collaborazione tra medici con differenti ruoli, tra chi gestisce la quotidianità dei pazienti e chi è chiamato a dare un input super specialistico. Nel corso dell’incontro verranno approfondite le fasi iniziali legate alla diagnosi precoce dei tumori cutanei e le modalità terapeutiche atte a raggiungere obiettivi sfidanti come evitare amputazioni o demolizioni di parti importanti del volto mediante trattamenti integrati locoregionali come la perfusione ipertermica antiblastica in circolazione extracorporea e l’elettro chemioterapia. Verranno presentati i risultati delle cure del melanoma avanzato con terapie target e immunoterapia, che hanno permesso di accantonare l’ormai obsoleta chemioterapia. Inoltre, verrà condotto un corso di dermoscopia per immagini ai partecipanti.

“Con questo convegno patrocinato dal ministero della Salute e dalla Regione Puglia – ha sottolineato Alessandro Testori, responsabile scientifico del summit – prosegue il progetto di coordinamento tra gli aspetti diagnostici e quelli terapeutici nella cura dei tumori della pelle, rafforzando la collaborazione tra medici di famiglia, specialisti ospedalieri e dermatologi presenti sul territorio. Un percorso iniziato lo scorso anno con l’ospedale di Francavilla e che con la giornata del 29 si propone di coinvolgere anche l’Ospedale di Taranto. La Regione Puglia – spiega Testori – ha recentemente acquisito 8 strumenti per le mappature dei nei che sono stati distribuiti nel territorio tarantino allo scopo di mettere a disposizione dei medici dermatologi e della cittadinanza uno strumento estremamente utile nella diagnostica dei tumori cutanei. Un’efficace interazione tra medico del territorio e specialista è un anello fondamentale nella catena di processi che legano la prevenzione oncologica dermatologica al miglioramento dei dati di sopravvivenza per i pazienti”.

In occasione della campagna di prevenzione dei tumori cutanei – il direttore generale e il direttore sanitario della Asl di Taranto, d’intesa con gli organi regionali e in sinergia con Apulian Lifestyle, un progetto della Regione Puglia tra Sanità e Salute, legato al benessere e agli stili di vita – hanno autorizzato un Open Day in collaborazione con i dirigenti medici della struttura di Dermatologia dell’Ospedale SS. Annunziata: dalle 9.00 alle 13.00 di sabato 30 novembre verranno effettuate 40 visite gratuitepresso l’ambulatorio sito al primo piano del padiglione Vinci. I cittadini che non rientreranno nelle 40 prenotazioni saranno richiamati per una successiva data di visita.

Le neoplasie cutanee sono i tumori maligni che vengono diagnosticati più frequentemente nella popolazione bianca con un’incidenza di circa 1.4 milioni di nuovi casi all’anno. Durante la propria vita un individuo su 2 con pelle chiara nato nel 2004 svilupperà un tumore cutaneo, infatti più della metà di tutte le neoplasie diagnosticate nella popolazione bianca sono tumori cutanei.

I tumori cutanei più frequenti sono i carcinomi/epiteliomi basocellulare e spinocellulare (Bcc e Scc)e rappresentano il 96% dei tumori cutanei non melanoma. Questi tumori sono di derivazione epiteliale. Il rapporto tra Bcc e Scc è di 4:1 e l’incidenza annuale di Bcc e di Scc solo negli Stati Uniti supera il milione di casi. I pazienti affetti da tumori cutanei non melanoma hanno una prognosi eccellente (il 90%- 99 % è curabile con un appropriato trattamento) e meno dell’1 % va incontro ad una forma tumorale avanzata ed a morte. Almeno un individuo su due di razza bianca viene colpito da queste neoplasie nell’arco della vita.Il melanoma rappresenta invece il 4% di tutte le diagnosi di tumore cutaneo ma è responsabile del 75% delle morti dovute a tumore della pelle, con circa il 20% di decessi legati ai pazienti che ne vengono colpiti. Circa 12-13mila casi di melanoma vengono diagnosticati in Italia ogni anno, con una lieve prevalenza di individui di sesso maschile. Questo è il risultato di un aumento di incidenza di nuovi casi di melanoma del 4% per anno.

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«Patto» rimandato a settembre, ma la Salute non può attendere

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Il mondo frenetico in cui viviamo e la velocità con cui si diffondono, per svanire rapidamente, informazioni e conoscenze ha generato una bolla virtuale dove si è perso il valore del tempo, dimenticando che quello passato non è più recuperabile, soprattutto quando gli obiettivi da raggiungere sono rilevanti, richiedono complesse valutazioni tecniche e necessitano di processi di consenso tra più soggetti non sempre in sintonia. La sublimazione del tempo, con il perpetuo rimandare delle scadenze, fa parte integrante del Dna della politica, in particolare di quella italiana.
Per la politica sanitaria il caso di studio è rappresentato dal Patto per la Salute 2019-2021, ovvero l’accordo finanziario e programmatico tra Governo e Regioni per gestire la sanità pubblica e tutelare la salute delle persone. Peraltro, questo Patto è anche conditio sine qua non per assicurare ad un asfittico Servizio sanitario nazionale (Ssn) l’incremento di 2 miliardi di euro nel 2020 e di ulteriori 1,5 miliardi nel 2021 che la Legge di Bilancio 2019 ha subordinato alla stipula del Patto per la Salute 2019-2021 contenente “misure di programmazione e di miglioramento della qualità delle cure e dei servizi erogati e di efficientamento dei costi”. Se la scadenza per la stipula del Patto era stata inizialmente fissata al 31 gennaio 2019, poi ufficialmente al 31 marzo 2019, il 1° agosto la ministra Giulia Grillo, incalzata dai giornalisti, ufficializza che il Patto per la Salute è stato “rimandato a settembre” dichiarando che «è stato raggiunto un accordo di massima su molte questioni importanti, ma restano da definire alcuni aspetti».
Ma come è possibile bruciare 8 mesi per accordarsi su un documento che definisce le politiche sanitarie del triennio (in parte già svanito) e garantisce le risorse aggiuntive al Ssn? Ecco la cronistoria:
• 13 febbraio. Le Regioni elaborano un documento che definisce la cornice politico-istituzionale prima della stesura del Patto al fine di un primo confronto con la Ministra Grillo. Ma nel primo incontro ufficiale del 27 febbraio il Ministero prende tempo sulle “regole di ingaggio” proposte dalle Regioni.
• 14 marzo. La Ministra invia al presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini una contro-proposta, bocciata senza appello dalle Regioni perché giudicata “invasiva”.
• 16 aprile. Nel secondo incontro ufficiale Governo e Regioni abbandonano l’ipotesi di una cornice politico-istituzionale e danno il via libera ai tavoli tecnici.
• 22 maggio. La Ministra convoca gli 11 gruppi di lavoro per la stesura del Patto: LEA e Piani di rientro, risorse umane, mobilità sanitaria, Enti vigilati, governance farmaceutica e dei dispositivi medici, investimenti, reti strutturali di assistenza territoriale sociosanitaria, fondi integrativi, modelli previsionali, ricerca, efficienza e appropriatezza utilizzo fattori produttivi.
• 27 maggio. Viene elaborata una bozza che, al di là dei contenuti tecnici, finisce sotto i riflettori solo per la clausola di salvaguardia che rischia di vanificare le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio: le Regioni si irrigidiscono, ma ritrovano la sintonia con la Ministra sulla necessità di abolire la clausola.
•11 giugno. La ministra Grillo dichiara che “Per la chiusura del Patto per la Salute […] avremo incontri a tambur battente nei prossimi giorni. Le idee sono chiare, dobbiamo solo dare delle priorità e mettere giù dei punti sui quali realisticamente andare avanti, e non un libro dei sogni. Sicuramente entro agosto”.
•8-9-10 luglio. Il ministero della Salute organizza la “Maratona Patto per la Salute”, grande kermesse per raccogliere le proposte di tutti gli stakeholder della salute.
•17 luglio. La ministra Grillo nella relazione di attività davanti alle Commissioni Affari Sociali della Camera e Igiene e Sanità del Senato dichiara che «le interlocuzioni con Regioni e Province autonome stanno proseguendo per arrivare ad un documento condiviso […] sono sicura che arriveremo a chiudere un Patto per la Salute che restituisca alla sanità una centralità nelle politiche del Paese».

Se il cocente sole d’agosto da un lato “costringe” la politica a rimandare tutto a settembre, dall’altro stimola alcune riflessioni sul difficile parto di uno strumento che fissa i “paletti” tecnici per orientare quella leale collaborazione Governo e Regioni finalizzata alla tutela della salute, in Italia sempre più diseguale e con un gap Nord-Sud ormai incolmabile.
Innanzitutto, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il Patto per la Salute è uno strumento anacronistico: copre un arco temporale troppo breve, non viene sottoposto ad alcun monitoraggio ed ha sempre collezionato clamorosi fallimenti. Ad esempio, il Patto 2014-2016 – siglato il 10 luglio 2014 – è diventato carta straccia quando il Governo ha tagliato le risorse concordate e le Regioni si sono trincerate dietro lo slogan no money no Patto. In secondo luogo, l’obiettivo di rinnovare il Patto ogni tre anni non viene mai rispettato perché, verosimilmente, è una residuale attività della politica legata alla scadenza dei mandati: in particolare, dopo la morte prematura il Patto 2014-2016 non è mai stato rinnovato dal precedente Esecutivo perché avrebbe sforato la durata della legislatura. Infine, il Patto è ormai un terreno di scontro politico visto che le posizioni dei “contraenti” sono fortemente condizionate da correnti partitiche e da innumerevoli interessi locali sul fronte delle Regioni, che rendono impossibili accordi unanimi, ma richiedono solo compromessi e mediazioni. In altri termini, la scottante “merce di scambio” rende sempre più difficile mettere in sintonia non solo Governo e Regioni, ma soprattutto le Regioni con obiettivi divergenti, conflittuali e ulteriormente destabilizzati dal regionalismo differenziato.
Eppure, durante il primo anno di Governo la Ministra Grillo ha portato a casa numerosi risultati: dal piano nazionale per il governo delle liste di attesa alla rimozione del blocco del tetto di spesa sul personale, dall’accordo sul payback farmaceutico alle linee guida per la governance del farmaco e dei dispositivi medici, dal rinnovo del contratto per la dirigenza all’aumento delle borse di studio per scuole di specializzazione e medici di famiglia, dallo sblocco dei fondi per l’edilizia sanitaria ai contributi per la ricerca. Purtroppo, impegno e buona volontà del Ministro della Salute non bastano per risollevare la sanità pubblica perché ci sono di mezzo le crescenti divergenze giallo-verdi, la pachidermica lentezza del Parlamento, i rapporti con gli altri Ministeri (Mef e Miur in primis) e gli attriti continui con le Regioni dove il clamoroso ritardo nella stipula del Patto per la Salute ne rappresenta la cartina al tornasole.
E a proposito di sole… quasi lo dimenticavo perché forse ne ho preso troppo. Scommettiamo che il Patto per la Salute non è rimandato a settembre ma a fine anno, quando le risorse saranno definitivamente messe nero su bianco con la Legge di Bilancio 2020?

* Presidente Fondazione Gimbe

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Legge Gelli, ecco l’elenco delle 293 società scientifiche accreditate per le linee guida

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È arrivato con molti mesi di ritardo ma il tassello è decisivo: il ministero della Salute pubblica sul proprio portale l’elenco di 293, tra società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, abilitate a produrre linee guida cui i medici e gli altri operatori sanitari dovranno attenersi nello svolgimento della propria attività. Secondo l’articolo 6 della legge Gelli (“Responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria”), «qualora l’evento avverso si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto».

Nell’elenco – che il ministero avrebbe dovuto pubblicare entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge – compaiono le 293 società e associazioni che hanno superato la valutazione sul piano amministrativo, in quanto hanno presentato tutte uno statuto aggiornato successivamente all’entrata in vigore del decreto ministeriale. La lista sarà aggiornata ogni due anni. Non vi sono state inserite: le società o associazioni tecnico scientifiche che unitamente alla presentazione dell’istanza non hanno allegato, come richiesto dal Decreto ministeriale, lo statuto; le società e associazioni il cui statuto non risulta aggiornato ai contenuti richiesti dal Dm 2 agosto 2017 e le società i cui statuti, sebbene aggiornati successivamente al Decreto ministeriale, sono totalmente non aderenti ai requisiti previsti dal Decreto ministeriale.

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Centri Ictus, la “rete” per l’emergenza funziona ma al Sud restano vistose lacune

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Terza causa di morte, prima di invalidità e seconda di demenza: l’ictus cerebrale è una vera e propria emergenza che registra in Italia 100mila nuovi casi all’anno di cui il 20% legato a recidive. Numeri non certo trascurabili e destinati a crescere considerando che la patologia è più frequente negli anziani e che oggi si vive più a lungo anche in Italia, seconda tra i paesi europei per aspettativa di vita media.

Le nuove terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare gli esiti di un ictus ma la loro applicazione rimane limitata da un lato per la scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione che riconosce meglio le patologie del cuore anziché quelle del cervello, dall’altro per i ritardi accumulati tra la chiamata d’emergenza e l’arrivo nei centri specializzati. In inglese si chiamano Stroke Unit (tradotto, Centri Ictus) e una loro capillare diffusione è prevista dal decreto del ministero della Salute n. 70 del 2 aprile 2015 (Dm 70/2015) le cui intenzioni, però, in larga parte, sono rimaste sulla carta.

A richiamare l’attenzione sull’esigenza di sviluppare una capillare rete di centri per la cura dell’ictus è stato un incontro organizzato dalla Casagit, la Cassa di assistenza integrativa dei giornalisti, che ha riunito insieme all’Associazione per la lotta all’ictus celebrale (Alice Italia Onlus) alcuni tra i maggiori esperti. A partire da Danilo Toni, presidente dell’Italian Stroke Unit e responsabile dell’Unità Ictus del Policlinico Umberto I di Roma che ha diffuso i dati più recenti. «In Italia sono attivi 195 centri – sottolinea – ma seguendo le indicazioni del Dm 70/2015 che prevede mediamente un centro di primo livello (abilitato solo per la trombolisi) ogni 200.000 abitanti e un centro di secondo livello (abilitato per trombolisi e trombectomia) ogni milione di abitanti ci vorrebbero complessivamente circa 300 centri, fra i quali 240 centri con sole funzioni di primo livello e 60 centri con funzioni di secondo livello». Mancano all’appello, dunque, oltre 100 unità specializzate, un terzo di quelle previste, soprattutto localizzate al Sud dove appare evidente la disparità di cura rispetto ai pazienti del Nord.

Così, mentre Liguria, Friuli, Veneto e Alto Adige hanno un tasso di intervento superiore al 100%, la Sicilia viaggia al 39%, la Campania al 10% mentre il Molise resta addirittura a zero. L’80% dei centri, d’altra parte, si concentra nelle regioni settentrionali. Una situazione insostenibile. La media nazionale, tuttavia, rassicura Toni, è in miglioramento: arriva al 73% per la trombolisi (era al 57% nel 2016) ma resta al 37% per la trombectomia (28% nel 2016), ostaggio della carenza di organico per coprire i turni di 24 ore. «Per migliorare ancora gli interventi – aggiunge il presidente dell’Italian Stroke Unit – occorrono scelte coraggiose da parte delle istituzioni e dei direttori degli ospedali: una cura efficace, oltre a restituire autonomia alla persona e facilitare il suo rientro alla vita familiare, sociale e lavorativa, è in grado di far risparmiare al Ssn ingenti costi per ricoveri, complicanze e percorsi di riabilitazione».

Una scelta sostenuta anche dal presidente della Casagit, Daniele Cerrato, che sottolinea il ruolo cruciale della prevenzione. «La Cassa – ricorda – ha promosso oltre 2.500 screening individuando due casi gravi e immediatamente trattati». I controlli proseguiranno sabato prossimo, alla vigilia della giornata mondiale dell’ictus che si celebra il 29 ottobre, negli ambulatori della Casagit. E sul ruolo della prevenzione sono intervenuti anche Cristina Rossi (Simg) e Francesco Romeo (Tor Vergata) secondo cui un ictus su quattro ha origine dalla fibrillazione atriale ed è dunque necessario anche un controllo cardiologico. E proprio grazie alla prevenzione e all’efficacia delle nuove cure, secondo Antonio Carolei, direttore dell’unità operativa complessa e stroke unit dell’ospedale di Avezzano, in Italia si registra un calo dei casi di ictus. «Dal 1970 ad oggi – ricorda – i casi si sono ridotti del 42% coinvolgendo anche la categoria più a rischio, quella degli over 75».

Ma si può e si deve fare di più – sottolineano Caterina Pistarini (Fondazione Maugeri di Genova), Marzia Baldareschi (Cnr di Firenze) e Maria Giulia Mosconi (Stroke Unit Santa Maria della Misericordia di Perugia) – prendendo in carico il paziente anche dopo l’emergenza e accompagnandolo in tutta la fase post ricovero. Appare tutto da sviluppare, infatti, il capitolo della riabilitazione: in Italia si calcolano circa 800mila persone con disabilità conseguente a ictus. «Desideriamo che la persona colpita da ictus e la sua famiglia siano consapevoli di non essere sole – conclude Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus -. Esistono organizzazioni come la nostra che possono creare informazioni sia creando una rete di contatto con chi ha già vissuto quest’esperienza, sia impegnandosi nella ricerca di soluzioni che assicurino la disponibilità di interventi terapeutici altamente specializzati , una maggiore efficacia delle cure e di conseguenza un miglior investimento delle risorse disponibili».

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Miur: al via le iscrizioni per i corsi di laurea magistrale delle professioni sanitarie

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Con il Decreto dell’ 8 agosto scorso il ministero dell’Istruzione (Miur) ha reso noto il numero dei posti da mettere a bando per le 5 classi di laurea magistrale delle 22 professioni sanitarie, per un totale di 2.599 posti, su cui l’esame di ammissione è previsto per il 26 ottobre prossimo.

La differenza rispetto allo scorso anno è di appena 93 in più, pari al 3,7%, che riguardano prevalentemente la Classe Tecnico Diagnostica per la nuova attivazione del Corso di Laurea dell’Università di Cagliari con 50 posti, con il totale nazionale che aumenta da 357 a 411 (+15%). Analogo, ma lieve aumento anche sulla Classe Infermieristica-Ostetrica con + 2,5%, da 1.228 dello scorso anno agli attuali 1.259, e ancora meno per la Riabilitazione con +1,3%, da 601 a 609. Invariate invece la classe Tecnico Diagnostica con 85 posti e quella della Prevenzione con 235.

Così il Miur ha deciso di accogliere nuovamente tutto il potenziale formativo offerto dalle Università, tenendo in considerazione sia il fabbisogno formativo espresso dalle Regioni per 2.140 posti che quello delle categorie per 3.706, con una media di 2.923 che è superiore ai 2.599 del Potenziale formativo.

Come è noto l’obiettivo formativo di queste lauree magistrali è finalizzato a formare i dirigenti dei servizi sanitari previsti dalla Legge 251 del 2000 e i direttori dei vari corsi di laurea con i relativi docenti delle attività professionalizzanti, su cui la normativa vigente fissa l’obbligo di questo titolo, a parte alcuni casi di transitoria eccezionalità, specie per i corsi a bassa numerosità e di quelli delle Professioni che operano quasi esclusivamente in regime libero professionale.

Intanto e in parallelo è in discussione la regolamentazione dei Master specialistici annuali, previsti dalla Legge 43 del 2006, su cui dal 2013 è in esame da parte dell’Osservatorio professioni sanitarie del Miur un apposito progetto che potrebbe portare verso 70-80 diverse tipologie di Master fra le 22 professioni.

Su questo il recente Contratto di lavoro ha dato precise e perentorie indicazioni, affidando proprio all’Osservatorio e alle Regioni il compito di definire un progetto adeguato per arrivare a coprire un obiettivo atteso da oltre 15 anni, quando fra il 2001 e il 2004 partirono sia le lauree triennali che quelle specialistiche/magistrali. E le scadenze per attivare i master specialistici sarebbero ormai imminenti come peraltro stanno evidenziando anche le organizzazioni sindacali.

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Vaccini: Fnomceo plaude alle ordinanze dei sindaci pugliesi sull’obbligo scolastico

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I sindaci pugliesi prima a Maruggio, Taranto, poi a Lucera, Foggia, poi a Mola, in provincia di Bari, e presto anche a Bitonto, sempre Bari, emettono ordinanze per disporre la mancata ammissione ai nidi e alle materne per i bambini da 0 a 6 anni privi della certificazione che attesti le avvenute vaccinazioni. Un’applicazione in toto, a colpi di ordinanza sindacale, della Legge Lorenzin, che un emendamento al “Milleproroghe”, già approvato in Senato e ora all’esame della Camera, vorrebbe in parte posticipare, nell’attesa che sia approvato il nuovo ddl sulla materia presentato, sempre al Senato, dalla maggioranza, che introduce l’obbligo flessibile.

«L’intervento dei sindaci pugliesi costituisce una vera novità nel difficile intento di assicurare con le vaccinazioni il diritto alla salute dei cittadini, in particolare di quelli più fragili – commenta il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Filippo Anelli – e apre una questione nevralgica sinora sottaciuta e talora misconosciuta nella gestione del Servizio sanitario nazionale: la partecipazione democratica delle comunità locali e dei cittadini alla gestione della salute
sia pubblica che individuale».

La salute, scrive Anelli in una lettera aperta, «non è solo un diritto del singolo, da rispettare o da esigere». Per il presidente della Fnomceo si stratta di «un vero e proprio diritto di cittadinanza e, come tale, va riconosciuto ed alimentato da una effettiva conoscenza dei problemi e da una informazione trasparente e completa, che portino a una piena consapevolezza, presupposto imprescindibile di ogni libertà e di ogni altro diritto».

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La denuncia Oms: morbillo record in Europa con 41mila contagi (2.029 in Italia)

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Sono Italia, Francia e Grecia i detentori del triste primato di contagi da morbillo nell’Unione europa. In compagnia – allargando i confini all’Europa intera – di Georgia, Russia, Serbia e Ucraina, tutti con oltre mille infezioni registrate nel 2018 e, purtroppo, anche 37 decessi. I dati sono stati resi noti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo cui sono oltre 41mila i bambini e gli adulti colpiti dal morbillo in Europa nel primo semestre dell’anno. Si tratta «di un numero record che supera tutti i casi registrati in 12 mesi negli ultimi 10 anni». Nel periodo 2010-2017, infatti, il numero più alto di contagio era stato registrato dall’Oms proprio nel 2017 con un numero di casi pari a 23.927 casi mentre nel 2016 l’organizzazione aveva contato il numero più basso di malati con 5.273 casi. Secondo i rapporti mensili dell’Oms è l’Ucraina la nazione più colpita dal morbillo quest’anno con oltre 23mila contagi mentre è in Serbia che si è registrato il maggior numero di vittime (16).

«Stiamo assistendo a un drammatico aumento delle infezioni e di prolungate epidemie in molti Stati – ha affermato il Zsuzsanna Jakab, direttore regionale Oms per l’Europa -. Chiediamo a tutti i Paesi di attuare immediatamente misure adeguate al contesto per fermare l’ulteriore diffusione del morbillo». L’Oms ribadisce che «la buona salute inizia per tutti con l’immunizzazione e, fintanto che questa malattia non verrà eliminata, non riusciremo ad essere all’altezza degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile».

Secondo l’Oms sono già 43 i paesi europei su un totale di 53 ad essere riusciti ad interrompere la diffusione endemica del morbillo mentre 42 hanno fermato il contagio da rosolia. «I rappresentanti di tutti i paesi – conclude l’Oms – si vedranno a Roma a settembre per verificare i progressi sui vaccini». Una scelta già anticipata dal presidente dell’Iss, Walter Ricciardi .

Ed è in quella sede che l’Unione europea rilancerà l’allarme. «Siamo molto preoccupati che tre dei sette Paesi con la più alta incidenza di casi di morbillo in Europa siano Paesi Ue – commenta un portavoce della Commissione -. La bassa immunizzazione di un Paese mette a rischio la sicurezza e la salute dei cittadini in tutta Europa. La vaccinazione è un atto di solidarietà».

In Italia, secondo il bollettino di luglio 2018 dell’Istituto superiore di sanità, le Regioni hanno segnalato 2.029 casi di morbillo (267 nel mese di giugno), inclusi 4 decessi, e 14 casi di rosolia (3 nel mese di giugno). L’89,4% dei contagi si è verificato in sette Regioni: Sicilia, Lazio, Calabria, Lombardia, Campania, Emilia Romagna e Toscana. L’età media dei casi è stata pari a 25 anni e 393 casi si sono verificati in bambini di età inferiore a 5 anni (di cui 125 avevano meno di 1 anno). Il 91,3% dei casi era non vaccinato al momento del contagio, il 5,4% era stato vaccinato con una sola dose. Quasi la metà (48,9%) ha sviluppato almeno una complicanza mentre il 59,5% dei casi totali è stato ricoverato. Inoltre, 87 casi sono stati segnalati tra operatori sanitari.

Dopo il decreto sull’obbligo introdotto dall’ex ministro della Salute, Lorenzin, la copertura per le vaccinazioni contro il morbillo è salita di oltre il 4%, ma solo una regione, il Lazio, supera il 95% di bimbi immunizzati. E chissà, ora, quale sarà l’effetto dell’«obbligo flessibile» annunciato dall’attuale responsabile del dicastero, Giulia Grillo.

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Soccorsi veloci ed efficaci: una luce nel buio del crollo del ponte di Genova

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Si scava ancora tra le macerie del ponte Morandi crollato a Genova alla ricerca delle persone disperse. Infuriano le polemiche sulle responsabilità e cresce il numero degli sfollati, mentre domani ci saranno i funerali di Stato, disertati da alcuni familiari delle vittime, scossi da un dolore reso ancora più acuto dalle “passerelle” politiche. Non c’è pace in questi giorni. Solo una piccola ma intensa luce illumina questo Ferragosto buio: la macchina dei soccorsi si è dimostrata, ancora una volta, veloce ed efficace in grado di operare tra le mille difficoltà provocate dai blocchi di cemento del viadotto. E non solo. «Come ministro della Salute – scrive Giulia Grillo in una lettera al quotidiano di Genova, Il Secolo XIX – non posso non esprimere verso il sistema sanitario, un grande senso di soddisfazione e insieme di orgoglio per la capacità che ha dimostrato di saper rispondere con rapidità ed efficacia a una situazione grave e oggettivamente complicata da affrontare».

Un sistema sanitario che ha saputo reggere prontamente all’urto della situazione e di approntare il giusto mix di interventi. «Che erano tanti – ricorda il ministro – e non sempre facili da mettere in opera e da coordinare nei tempi rapidi che la gravità del momento richiedeva».

Dagli interventi sul campo del disastro, agli ospedali, ai volontari delle pubbliche assistenza e ai soccorritori della Croce rossa italiana gli operatori della sanità «hanno lanciato un messaggio di abnegazione e grande senso di responsabilità» un tratto essenziale della sanità pubblica «di cui fanno parte e che tutti si aspettano».

Interventi assicurati anche dalla pronta reazione, dal coordinamento e dal contributo di tutte le Regioni in grado di interagire e assicurarsi reciproca solidarietà. A Genova sono state, tra le altre, in prima fila il Piemonte che ha aperto la Centrale remota per l’organizzazione dei soccorsi sanitari (Cross), una delle due esistenti in Italia insieme a quella di Pistoia, che ha il compito di coordinare per conto del Dipartimento di Protezione civile di Roma l’allerta e l’attivazione di qualsiasi tipo di soccorso sanitario richiesto dalla Regione colpita.

Anche la sanità lombarda ha dato la sua disponibilità a fornire aiuti ai soccorsi impegnati per il crollo del ponte autostradale a Genova con squadre miste soccorritori-vigili del fuoco, mezzi dell’Areu, addetti del 118 in allerta, eventuali posti letto, medici specializzati e sacche di sangue. Lo stesso hanno fatto Toscana e Veneto, pronti a inviare anche elicotteri.

«Davvero un bel momento e un bell’esempio di una buona sanità pubblica – scrive ancora Grillo – che in Italia è più diffusa di quanto le cronache non facciano apparire» . Storie di donne e uomini «che sempre operano in silenzio e con sacrificio perché la macchina delle cure non si fermi».

Una sanità che, nelle intenzioni del Governo, dovrà restare pubblica considerata anche la “pigrizia” talvolta dimostrata dai privati nella gestione del bene comune. Lo ha ribadito il vicepremier Di Maio, parlando di asset strategici per l’Italia, secondo cui «la sanità deve essere pubblica: il nostro obiettivo è di renderla più pubblica possibile. E chi lavora per il pubblico deve lavorare solo per il pubblico».

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Biotestamento, le risposte del Consiglio di Stato sulle Dat. Grillo: «Ora subito Banca dati nazionale»

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I contenuti del biotestamento vanno inclusi nella banca dati nazionale e il registro delle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) – ovvero le volontà individuali sul fine vita – deve essere aperto anche ai non iscritti al Servizio sanitario nazionale. Le Dat dovranno restare inoltre libere nel contenuto, ma un tavolo tecnico potrà redarre linee guida per orientare i cittadini. Sono queste alcune risposte del Consiglio di Stato al ministero della Salute che rendono più vicina e concreta l’attuazione del testamento biologico. Il CdS ha infatti risposto con un parere depositato oggi, ai quesiti del 26 giugno del Ministro della Salute, in particolare sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) e sull’istituzione della banca dati nazionale, prevista dal comma 418 dell’art. 1 della legge di bilancio n. 205 del 2017.

La ministra della Salute, Giulia Grillo, ha ringraziato il Consiglio di Stato per la rapidità della risposta chiesta dal ministero «per accelerare la costituzione della Banca dati nazionale delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat)». «I chiarimenti del massimo organo della Giustizia amministrativa – aggiunge la ministra – ci consentono di ultimare la predisposizione di un provvedimento molto atteso dai cittadini, ma purtroppo per lungo tempo dimenticato nei cassetti del ministero. Subito, al momento del mio insediamento come ministro, ho messo all’ordine del giorno un tema di civiltà, per dare finalmente applicazione a una legge nazionale che non poteva restare disattesa. Presto il biotestamento potrà diventare pienamente realtà».

Con le Disposizioni anticipate di trattamento ciascun individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può decidere “ora per allora” su eventuali trattamenti sanitari che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non sarà in condizione di prestare il consenso; ciò avviene manifestando la propria volontà mediante la redazione di un atto. L’istituto delle Dat consiste, in altri termini, nell’espressione della volontà della persona fisica maggiorenne che enuncia, in un momento in cui è capace di intendere e di volere, i propri orientamenti sul “fine vita”. Volontà che il medico è tenuto a rispettare.

Dat da includere nella banca dati nazionale
In risposta al primo quesito, che riguarda l’inclusione delle Dat nel database nazionale, il Consiglio di Stato, ha ritenuto che la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possono essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle Dat (anche dei non iscritti al Ssn), compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili. Tale registro, osserva il CdS, «non può limitarsi a contenere la semplice annotazione o registrazione delle Dat comunque esistenti; al contrario, tale registro nazionale deve svolgere l’importante compito di dare attuazione ai principi costituzionali prima ricordati – in un quadro di competenze legislative statali che per questo aspetto sono di tipo esclusivo – anche raccogliendo le Dat, consentendo, in tal modo, che le stesse siano conoscibili a livello nazionale ed evitando che abbiano una conoscibilità circoscritta al luogo in cui sono state rese. Il che vanificherebbe, con tutta evidenza, l’applicazione concreta della normativa».

Registro aperto anche ai non iscritti al Ssn
Sulla questione se il registro nazionale debba essere aperto anche a tutti coloro che non sono iscritti al Servizio sanitario nazionale, il Consiglio di Stato «è dell’opinione che i principi costituzionali vadano nella direzione di imporre una lettura estensiva, aprendo il registro nazionale anche a tutti coloro che non sono iscritti al Ssn. La tutela costituzionale garantita a questo diritto, infatti, non permette di subordinare il riconoscimento alla suddetta iscrizione».

Sì a linee guida ma nessun vincolo di contenuto
Il terzo quesito riguarda la possibile standardizzazione delle Dat. A questo proposito i giudici amministrativi ribadiscono che le Dat non hanno alcun vincolo di contenuto: «l’interessato deve poter scegliere di limitarle solo ad una particolare malattia, di estenderle a tutte le future malattie, di nominare il fiduciario o di non nominarlo, ecc. Spetterà al Ministero della Salute mettere a disposizione un modulo-tipo per facilitare il cittadino a rendere le Dat». Niente di pre-ordinato quindi, ma per il CdS può essere utile un atto di indirizzo eventualmente adottato all’esito di un tavolo tecnico con il ministero della Giustizia, il Consiglio nazionale del notariato e il ministero dell’Interno «che indichi alcuni contenuti che possono essere presenti nelle Dat, allo scopo di guidare gli interessati sulle scelte da effettuare. Spetterà poi al Ministero di mettere a disposizione un modulo tipo, il cui utilizzo è naturalmente facoltativo, per facilitare il cittadino, non necessariamente esperto, a rendere le Dat».

L’informazione del paziente
La quarta domanda del ministero della Salute riguarda la possibilità di chi dispone le proprie Dat di dichiarare di aver acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte. A tale quesito il Consiglio di Stato risponde che « poiché le Dat servono ad orientare l’attività del medico, è necessario che ci sia certezza sulla corretta formazione della volontà del dichiarante. Conseguentemente occorre che tale circostanza venga attestata, magari suggerendola nel modulo-tipo facoltativo che verrà predisposto dal Ministero della salute».

Medico e fiduciario possono accedere alla banca dati
L’ultimo quesito chiede chi possa accedere alla banca dati. E la risposta è che alle Dat può accedere il medico e il fiduciario sino a quando è in carica.

Che cosa è il biotestamento
Le disposizioni anticipate di trattamento, comunemente definite “testamento biologico” o “biotestamento”, sono regolamentate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018.

Con questa legge si prevede la possibilità – in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte – di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, quindi di esprimere esplicitamente il proprio assenso o dissenso su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari.

Come fare le Dat
La redazione delle Dat può avvenire in diverse forme. Con atto pubblico, scrittura privata autenticata o scrittura privata consegnata personalmente al l’ufficio dello stato civile del proprio Comune di residenza, che provvede all’annotazione in un apposito registro.

Potranno inoltre essere consegnate personalmente presso le strutture sanitarie, nel caso in cui le Regioni che adottano modalità telematiche di gestione della cartella clinica o il fascicolo sanitario elettronico o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario nazionale abbiano, con proprio atto, regolamentato la raccolta di copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, e il loro inserimento nella Banca dati, lasciando comunque al firmatario la libertà di scegliere se darne copia o indicare dove esse siano reperibili. (art. 4, comma 7)

Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, le Dat possono essere espresse attraverso videoregistrazione o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con gli stessi strumenti le disposizioni possono essere rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. Nei casi in cui “ragioni di emergenza e urgenza impedissero di procedere alla revoca delle Dat con le forme previste dai periodi precedenti, queste possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni”.

Nomina del fiduciario e ruolo del medico
La Legge 219 prevede la possibilità di indicare nella Dat un fiduciario, la cui scelta è rimessa completamente alla volontà del disponente. La Legge si limita a prevedere che il fiduciario sia maggiorenne e capace di intendere e di volere. Il fiduciario è chiamato a rappresentare l’interessato nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie.

Il medico è tenuto al rispetto delle Dat, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario nel caso in cui appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente o sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita.

Nel caso di conflitto tra il fiduciario e il medico, la decisione è rimessa al giudice tutelare.
Nel caso in cui le Dat non contengano l’indicazione del fiduciario o questi vi abbia rinunciato o sia deceduto o sia divenuto incapace, le Dat mantengono efficacia. In caso di necessità il giudice tutelare provvede alla nomina di un amministratore di sostegno.

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Professioni sanitarie: iscrizioni al via per 24mila posti ai corsi di laurea

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Ormai tutte le Università hanno pubblicato i rispettivi bandi di ammissione ai 24.783 posti dei 441 Corsi di Laurea per le 22 professioni sanitarie. Quest’anno il ministero dell’Università ha leggermente aumentato l’offerta formativa (+3%) rispetto ai 24.069 messi a bando lo scorso anno.

L’elenco dei posti a bando, suddiviso per Università e per Regioni è sul sito del Miur (http://www.miur.gov.it ). A contendersi i circa 25mila posti potrebbero essere, analogamente allo scorso anno, circa 85mila studenti, con un rapporto di 3,4 domande su 1 posto fra le 22 professioni, con range che va da 14 di Fisioterapista a 1,6 di Infermiere come si può rilevare dai dati del Report dello scorso anno 2017.

La data degli esami è unica per tutte le 37 Università Statali, il 12 settembre. Mentre la scadenza per la presentazione delle domande di ammissione varia, ad esempio, dal 31 luglio di Ancona al 31 agosto di Roma Tor Vergata.

Per una verifica delle scadenze e delle modalità e costi di iscrizione si suggerisce di consultare i rispettivi bandi pubblicati dalle varie Università sui propri siti.

Inizia ora la difficile scelta del Corso a cui iscriversi, per questo si ritiene utile segnalare alcune pubblicazioni recenti come il Report annuale 2017 in cui sono riportati numerosi dati sul numero di domande di ammissione presentate dagli studenti lo scorso AA 2017-18 per ogni Università e per ogni Corso di Laurea.

Mentre per quanto riguarda gli sbocchi occupazionali, che sono rilevati annualmente da AlmaLaurea, si segnala quanto pubblicato il 19 giugno scorso .

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