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Coronavirus: Brusaferro, test sierologici non danno patente immunità

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«Ad oggi sappiamo che tutte le malattie infettive lasciano una memoria immunitaria ma non sappiamo quanto dura e se la persona possa contrarre di nuovo l’infezione. I test sierologici cercano di individuare gli anticorpi ma sono incompleti e non ancora in grado di dirci se l’infezione è in corso oppure se è presente nel nostro sistema immunitario, perciò non possono dare nessuna patente di immunità. Serve sempre conferma attraverso tampone». Lo ha detto il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro nel corso dell’audizione informale sul contact tracing per il coronavirus davanti alla commissione Affari sociali della Camera dei deputati. «Oggi nel Paese abbiamo una percentuale di persone infettate molto bassa, ben inferiore al 10% e in alcune Regioni intorno all’1-2% – ha detto ancora Brusaferro – perciò il Comitato tecnico scientifico ribadisce l’importanza delle misure di distanziamento sociale e di massima igiene».

Ascoltato dalla commissione anche Giuseppe Viggiano, direttore generale Digitalizzazione Ssn del ministero della Salute che è entrato nel merito dell’App Immuni. «Presumiamo che la App Immuni sia pronta tra la fine di questo mese e l’inizio di giugno. A metà maggio – ha spiegato – Apple e Google metteranno a disposizione i sistemi necessari a consentire l’utilizzo della App nei cellulari che usano i loro sistemi operativi. Intanto abbiamo acquisto dalle Regioni indicazioni sulla loro organizzazione in merito al contact tracing tradizionale e informatizzato». Viggiano ha poi detto che è esclusa la geolocalizzazione dei soggetti, identificati tramite codici che produrranno alert verso i soggetti entrati in contatto con un “positivo”, e che per scaricare – su base volontaria – la App a ogni utente sarà chiesto di inserire sesso, età e provincia di appartenza ma non il codice postale nel rispetto della privacy.

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Coronavirus/ La tecnologia ci renderà «Immuni»?

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La progressiva riduzione dei casi di contagio da coronavirus registrata nelle ultime settimane ha portato il Governo a progettare e pianificare la cosiddetta “Fase 2”, dove sarà possibile tornare gradualmente a effettuare spostamenti e a riprendere alcune attività. Tuttavia, è ancora necessario adottare strategie efficaci per contenere il rischio epidemico; eventuali errori in questa fase potrebbero rendere vani i sacrifici finora sostenuti dalla popolazione.
Una vigilanza attiva basata su interviste telefoniche è stata, fino ad ora, la strategia principale. Tuttavia, quest’ultima richiede tempi e costi onerosi ed è gravata da distorsioni importanti: la memoria della persona intervistata e la veridicità dell’informazione riferita. In alcuni Paesi, soprattutto asiatici, una via alternativa di sorveglianza si basa sull’utilizzo di applicazioni di tracciamento installate su smartphone. Anche nel nostro Paese si prospetta una soluzione di questo tipo (la app “Immuni”): la popolazione potrà partecipare volontariamente al programma di sorveglianza installandola sul proprio cellulare.
Un’applicazione per smartphone ha il vantaggio di essere pratica, automatizzata e gratuita per il cittadino; determina inoltre un risparmio di risorse economiche e umane da parte dello Stato. Offre un netto miglioramento nei tempi di tracciamento: mentre la sorveglianza telefonica attiva agisce a posteriori, non potendo prevenire i contatti ma soltanto documentarli giorni dopo, nel caso della App il tracciamento avverrebbe in tempi più brevi, avvertendo più velocemente del rischio di contatto con i positivi: un vantaggio reale per tutti i cittadini che decideranno di installarla. Il sistema di tracciamento dei contatti si basa su tecnologia bluetooth, e limita le distorsioni che una ricostruzione basata sul ricordo potrebbe dare, oltre a garantire anonimato e rispetto della privacy. L’utente non ha bisogno di fare nulla: il sistema fornisce l’esatta lista di contatti avvenuti durante la giornata, senza i problemi di privacy delle rilevazioni GPS (peraltro non consentito dalle linee guida europee). Una soluzione che offre maggiore sicurezza individuale e collettiva: il timore dell’epidemia condiziona gli spostamenti ed è fondamentale sapere se durante questi ultimi ci sono stati contatti a rischio.
Due i principali svantaggi. In primis, l’App rende necessario possedere uno smartphone ed essere in grado di usarlo. In Italia l’alfabetizzazione tecnologica è bassa e il Digital Divide ha un forte impatto sulle fasce di popolazione anziana e di livello socioeconomico minore. In alcuni Paesi (Irlanda, Regno Unito, Massachusetts, per fare alcuni esempi) la sorveglianza telefonica è stata preferita all’uso della App: risulta infatti più efficace per le fasce di popolazione che non hanno accesso alle nuove tecnologie o che sono socialmente isolate. L’uso tradizionale del telefono avrebbe inoltre il vantaggio di essere maggiormente gradito dagli anziani perché meno “spersonalizzante”, permettendo, entro certi limiti, un dialogo diretto con l’operatore e il superamento di sentimenti di alienazione e solitudine. Se venisse istituito in Italia un sistema di sorveglianza telefonica efficace, potrebbe inoltre offrire un’opportunità di lavoro a chi farà parte del personale, e rappresentare il punto di partenza verso il potenziamento dei servizi territoriali e dei dipartimenti di Igiene Pubblica, indeboliti da tempo, ma destinati ad essere protagonisti comprimari, al pari degli Ospedali, nella gestione di una possibile risalita della curva dei contagi e di future emergenze epidemiche.
In secondo luogo, la App basa il suo meccanismo di funzionamento sul numero di utilizzatori: si stima che sia necessario almeno il 60%-70% della popolazione per avere effettiva utilità. Al contrario, una bassa adesione determinerebbe il fallimento di questa strategia.
Il superamento della “Fase 1” è il risultato combinato dei provvedimenti del Governo e del senso civico della popolazione, che ha reso possibile il calo dei contagi. La “Fase 2” richiede un senso di responsabilità ancora maggiore da parte delle persone e un impegno collettivo verso nuove sfide: ragionando con lungimiranza è difficile pensare ad un “Silver Bullet” (“proiettile d’argento”) ovvero una soluzione che possa, da sola, migliorare la situazione in poco tempo. In questo caso è opportuno considerare la variabilità della popolazione coinvolta, pensando a strategie differenziate che possano integrarsi e raggiungere tutti.
La strada della tecnologia è utile laddove possa avere un utilizzo semplice e proficuo, ma dovrà necessariamente integrarsi con altre strategie, perché in uno scenario dal futuro incerto la versatilità delle soluzioni è fondamentale, e l’unica sicurezza che rimane è che possiamo farcela soltanto combattendo insieme.

* Medici in Formazione specialistica, Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, Università degli Studi di Firenze
** Docenti Scuola Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, Università degli Studi di Firenze

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Coronavirus/ In calo terapie intensive e ricoveri , dimessi e guariti sotto i 3mila. Ma il virus resta tenace

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Coronavirus nemico tenace da battere anche a guardare l’epidemiologia: se il trend si conferma in generale costante miglioramento negli indicatori principali (terapie intensive e ricoveri), il bollettino della Protezione civile di venerdì 24 aprile – a soli dieci giorni dalla fatidica data di avvio della “Fase 2” il prossimo 4 maggio – dà conto di una situazione da tenere ancora sotto strettissimo monitoraggio. Come del resto gli esperti del Comitato tecnico-scientifico che affianca il Governo nella lotta al virus non si stancano di ripetere. Perché calano ancora, ma meno della metà del giorno precedente (-851) i pazienti attualmente positivi. Perché “dimessi e guariti” (dato ambiguo: chi è davvero il “guarito”, chi esce dall’ospedale ma magari è ancora positivo e infettivo o chi realmente è certificato negativo da un doppio tampone?) continuano a battersela con i “nuovi casi” che tornano in vantaggio dopo il bello spiraglio di luce del giorno prima in cui la prima voce aveva superato seppure di misura la seconda. E mentre il numero di tamponi non aumenta come ci si aspetterebbe ma piuttosto diminuise di oltre 4mila unità, l’unico dato su cui è il caso di sospendere ogni commento sono i decessi. Ancora tanti, sopra i 400 nelle ultime 24 ore. Ma ci avevano avvertito che purtroppo questo tragico numero sarà l’ultimo ad arretrare.

Il bollettino della Protezione civile al 24 aprile.. Il totale delle persone che hanno contratto il virus è 192.994, con un incremento rispetto a ieri di 3.021 nuovi casi. Il numero totale di attualmente positivi è di 106.527, con un decremento di 321 assistiti rispetto a ieri. Tra gli attualmente positivi 2.173 sono in cura presso le terapie intensive, con una decrescita di 94 pazienti rispetto a ieri. 22.068 persone sono ricoverate con sintomi, con un decremento di 803 pazienti rispetto a ieri. 82.286 persone, pari al 77% degli attualmente positivi, sono in isolamento senza sintomi o con sintomi lievi.
Rispetto a ieri i deceduti sono 420 e portano il totale a 25.969. Il numero complessivo dei dimessi e guariti sale invece a 60.498, con un incremento di 2.922 persone rispetto a ieri.
Nel dettaglio, i casi attualmente positivi sono 34.368 in Lombardia, 12.509 in Emilia-Romagna, 15.391 in Piemonte, 9.679 in Veneto, 6.133 in Toscana, 3.437 in Liguria, 3.273 nelle Marche, 4.492 nel Lazio, 2.943 in Campania, 1.827 nella Provincia autonoma di Trento, 2.933 in Puglia, 1.320 in Friuli Venezia Giulia, 2.320 in Sicilia, 2.079 in Abruzzo, 1.093 nella Provincia autonoma di Bolzano, 322 in Umbria, 804 in Sardegna, 821 in Calabria, 354 in Valle d’Aosta, 229 in Basilicata e 200 in Molise.

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Coronavirus: Cts chiarisce la definizione di paziente “guarito”

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“Si definisce clinicamente guarito da Covid-19, un paziente che, dopo aver presentato manifestazioni cliniche (febbre, rinite, tosse, mal di gola, eventualmente dispnea e, nei casi più gravi, polmonite con insufficienza respiratoria) associate all’infezione virologicamente documentata da SARS-CoV-2, diventa asintomatico per risoluzione della sintomatologia clinica presentata. Il soggetto clinicamente guarito può risultare ancora positivo al test per la ricerca di SARS-CoV-2”. Lo chiarisce in una nota il Comitato tecnico scientifico del ministero della Salute.

“Il paziente guarito – continua – è colui il quale risolve i sintomi dell’infezione da Covid-19 e che risulta negativo in due test consecutivi, effettuati a distanza di 24 ore uno dall’altro, per la ricerca di SARS-CoV-2”.

Per il Cts la definizione di eliminazione (“clearance”) del virus “indica la scomparsa di RNA del SARS-CoV-2 rilevabile nei fluidi corporei, sia in persone che hanno avuto segni e sintomi di malattia, sia in persone in fase asintomatica senza segni di malattia. Per il soggetto asintomatico, si ritiene opportuno suggerire di ripetere il test per documentare la negativizzazione non prima di 14 giorni (durata raccomandata del periodo d’isolamento/quarantena) dal riscontro della positività. La definizione di scomparsa dell’RNA virale è attualmente data dall’esecuzione di due test molecolari, effettuati normalmente a distanza di 24 ore, aventi entrambi esito negativo”.

Il Comitato Tecnico-Scientifico raccomanda, infine, che queste definizioni siano diffusamente e omogeneamente adottate da tutte le Regioni.

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In Puglia il futuro della cura dei tumori con protoni

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Nasce a Bari il primo prototipo al mondo di acceleratore lineare di protoni per la cura dei tumori. È il frutto del progetto ERHA (Enhanced Radiotherapy with HAdrons) a cura di LinearBeam, spin-off corporate di ITEL Telecomunicazioni.
La protonterapia è un trattamento innovativo per la cura dei tumori caratterizzato da una maggior precisione rispetto alle cure oncologiche tradizionali, consentendo la preservazione della salute degli organi e dei tessuti circostanti all’area trattata. Ad oggi, la protonterapia viene implementata attraverso due differenti tipi di acceleratori: i ciclotroni, la tecnologia più antica e ancora più diffusa globalmente, e i sincrotroni, più innovativi ma anche più ingombranti e costosi.
ERHA ha trovato nell’avanguardistico sviluppo di un p-Linac per uso clinico, ovvero un sistema di accelerazione lineare, il superamento dei limiti fino ad ora posti da ciclotroni e sincrotroni. L’acceleratore lineare di ERHA richiede infatti una superficie inferiore ai 100 m2 ed è dunque facile da allocare nella maggior parte dei siti ospedalieri. Inoltre il p-Linac, benchè dotato di una tecnologia più avanzata rispetto a quella di un ciclotrone, rimane meno dispendioso di un sincrotrone.
Per la realizzazione del progetto, LinearBeam ha a disposizione 14 milioni e 900mila euro, di cui 11 milioni e 900 mila provenienti dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, attraverso il Pon Ricerca gestito dal Miur, che sostiene la ricerca e l’innovazione nelle regioni del Sud Italia.
ERHA prevede di completare nel 2023 le fasi di ingegnerizzazione, produzione e commercializzazione del prodotto, che include anche un sistema robotizzato di movimentazione del paziente ed un software per la simulazione del trattamento. 30 infine, i nuovi operatori assunti da ITEL qualificati per utilizzare la macchina ed erogare il trattamento.
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Coronavirus/ In Gazzetta il decreto che arruola 20mila tra medici, operatori e Oss. Ai contratti-spot vanno 660miloni

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Arriva con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto legge 9 marzo 2020, n. 14 “Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all’emergenza COVID-19” la maxi-iniezione di medici, infermieri e operatori socio-sanitari nel Ssn. Obiettivo: contrastare l’emergenza Covid-19 «in esponenziale aumento», come si legge al’articolo 1, e garantire più letti nelle terapie intensive e sub intensive. I numeri sono massicci: 20mila operatori sanitari pubblici in tutto, pari a circa la metà del fabbisogno nazionale, per il cui arruolamento sono dedicati 660 milioni quest’anno. Una cifra inferiore al miliardo e oltre che era circolato nei giorni scorsi, cui però sempre per il 2020 vanno aggiunti i 300 milioni di aumento del Fondo sanitario nazionale sdoganati dal via libera al +15% in più sull’aumento del Fsn (2 miliardi quest0anno) consentito dalla legge di Bilancio.
Le misure – frutto del solito braccio di ferro ministero della Salute-Mef-Università – sono una forte boccata d’ossigeno per l’immediato ma hanno respiro breve: si concentrano su incarichi di lavoro autonomo per sei mesi prorogabili, anche per medici solo abilitati e per camici bianchi e infermieri in pensione, e su contratti a tempo determinato da attribuire previo avviso pubblico della durata di un anno (non rinnovabile) per infermieri e dottori già specializzati, in possesso dei requisiti per l’accesso alla dirigenza.Incarichi che in questo caso seguiranno vie molto rapide: la selezione avverrà per titoli e colloquio orale ttraverso procedure comparative.
Criteri molto stretti, quindi, da cui pare ben lontana ogni ipotesi di mantenimento in servizio dei professionisti una volta che l’emergenza sarà superata. «L’articolo 2 del decreto legge che prevede contratti a tempo determinato dovrebbe essere il driver principale per l’arruolamento di nuovo personale sanitario – afferma il segretario dell’Anaao Assomed Carlo Palermo – mentre la soluzione degli incarichi libero-professionali, che sembra quella prediletta dal Governo visto che l’ha inserita all’articolo 1 del provvedimento, andava scelta solo per far fronte all’emergenza immediata». Palermo plaude in ogni caso alla scelta del ministro Speranza di iniettare nel sistema 20mila addetti Ssn ma avvisa che «questi contratti usa-e-getta presentati nel Dl come prima soluzione non possono essere la risposta perché scarsamente attrattivi, sia per la forma contrattuale sia per lo stipendio che si prefigura al massimo ribasso in una situazione di alto rischio professionale». Il 12% dei contagiati oggi sono medici e infermieri e «anche i giovani – ricorda il segretario Anaao – vanno a finire in terapia intensiva per polmonite interstiziale, quindi per grave insufficienza respiratoria. Non mi stupirei se all’offerta di 50 euro lordi l’ora, senza tutele previdenziali e senza assicurazione, in tanti rispondessero un secco “no grazie”. La ricetta doveva essere tagliare i tempi e offrire una prospettiva di stabilità lavorativa».
Dall’Anaao arriva anche la stima degli importi per categoria secondo i numeri inizialmente preventivati: 500 medici, 10mila infermieri e 5mila Oss. Se 500 medici da soli valgono circa 500 milioni (considerando gli oneri previdenziali riflessi), inserire 15mila tra infermieri e operatori socio-sanitari assorbirebbe altri 400 milioni di euro. In tutto 900 milioni quindi, cifra superiore ai 660 messi in campo dal decreto legge. E oltre agli stipendi andrebbero calcolate anche le premialità di risultato (ma servirebbe una modifica della legge Madia) e un finanziamento ad hoc per le ore di straordinario. «Che andrebbero retribuite il doppio di quanto previsto oggi dal contratto» afferma ancora Palermo.

Le misure in campo per arruolare il personale
– Incarichi di lavoro autonomo anche di collaborazione coordinata e continuativa della durata di 6 mesi prorogabili in base a un eventuale protrarsi dell’emergenza a:
Professioni sanitarie, medici e specializzandi all’ultimo e penultimo anno della scuola (restano iscritti alla scuola e continuano a percepire la borsa più gli emolumenti per l’attività svolta);
Laureati abilitati sia italiani che stranieri ove sia intervenuto il riconoscimento del titolo
Infermieri e medici in pensione per incarichi non superiori a 6 mesi e cmq non si applica l’incumulabilità dei redditi
Contratti a tempo determinato :
possono essere fatti a medici specializzandi e personale (per un anno, si legge nell’articolato, mentre la Relazione tecnica mantiene i 2 anni previsti nella bozza del Dl) ma solo una volta che siano state esaurite le graduatorie concorsuali e che si sia verificato di non poter utilizzare il personale in servizio
Misure per i medici di medicina generale:
gli iscritti al corso in Medicina generale e che quindi non siano ancora Mmg possono ottenere un rapporto convenzionato a tempo determinato con il Ssn mentre a laureati abilitati possono essere conferiti incarichi provvisori o di sostituzione dei mmg ed essere iscritti negli elenchi della guardia medica e occupati fino alla fine dell’emergenza. Se l’incarico supera i 650 assistiti la borsa è sospesa.
Specialistica ambulatoriale convenzionata interna:
le aziende Ssn possono aumentare il monte ore previsto dal contratto collettivo nazionale fino a un tetto di 6 milioni
Volontari:
I soccorritori dipendenti da associazioni di volontariato possono svolgere funzioni di volontariato nelle stesse realtà in cui lavorano

Altre misure:
– L’attività degli operatori sanitari non è più sospesa per 40ena ma solo per sintomatologia respiratoria o positività al virus
– Deroga alla direttiva /2003/88/CE sugli orari di lavoro del personale sanitario purché siano adeguatamente dotati di dispositivi di protezione personale
– Le Regioni possono sospendere ricoveri e prestazioni ambulatoriali differibili e non urgenti inclusa la libera professione
– Vanno previsti percorsi di triage separato in Pronto soccorso
– Nascono le Unità speciali di continuità assistenziale: 1 ogni 50mila abitanti presso le sedi di continuità assistenziale per pazienti con Covid da prendere in carico post triage ma per i quali non sia necessario il ricovero ospedaliero. Obiettivo è consentire agli studi dei Mmg di riprendere a svolgere l’attività ordinaria con pazienti “non Covid”
– Nel decreto anche misure di semplificazione per l’acquisto di dispositivi medici e 185 milioni per acquisire via Consip 5mila impianti di ventilazione assistita

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Tumori, a Bari microscopio robotizzato e rete 5G per una “doppia” diagnosi

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Un microscopio robotizzato di ultima generazione all’ospedale “Di Venere” di Carbonara, in grado di analizzare, in profondità, i campioni di sangue dei pazienti per sospetta patologia oncologica. Lo strumento messo a disposizione dell’équipe dell’unità operativa di patologia clinica diretta da Edmondo Adorisio, è in condizione non solo di diagnosticare la patologia, con maggiore precisione e tempestività, ma anche di farlo in tempo reale, grazie al collegamento, che sfrutta la tecnologia 5G, con l’unità di ematologia dell’Irccs Oncologico di Bari, diretta da Attilio Guarini. Così grazie alla rete ultra-veloce 5 G di cui Bari si è dotata negli ultimi mesi, è possibile avere una consulenza a distanza, istantanea e precisa, con l’ausilio di un semplice tablet, che serve a confortare e a migliorare la diagnosi.

Grazie alla convenzione tra l’unità di Patologia Oncologica del Di Venere e quella di Ematologia dell’Oncologico, l’equipe di Adorisio ha il supporto importante da parte di specialisti di alto livello. ” Avere una ‘second opinion’ su patologie così delicate – spiega lo stesso Adorisio – è fondamentale per prendere le decisioni giuste e mettere a punto la terapia migliore da somministrare”. Questa possibilità per i pazienti dell’unità di patologia clinica del Di Venere presto avrà una prospettiva applicativa anche nel campo dell’anatomia patologica, il che permetterà di rispondere, in modo immediato, alle esigenze dei chirurghi in sala operatoria per l’esecuzione dell’esame estemporaneo, qualora sia necessario individuare e classificare una patologia oncologica.

La diagnosi dei tumori ematologici con doppia lettura è quindi un’applicazione pratica, già oggi possibile al “Di Venere”, del ventaglio di potenzialità offerte dalla rete 5G. Su questo versante, non appena le condizioni tecniche della rete 5G lo permetteranno, il prossimo passo riguarderà l’avvio di un Ambulatorio Ematologico “diffuso”, anche questo in collaborazione con l’Irccs Oncologico di Bari, e in grado di mettere l’esperienza della Patologia Clinica del “Di Venere” e dell’Irccs al servizio di altri centri della Asl. E si potranno anche sperimentare, e studiare, gli ulteriori sviluppi connessi alla telemedicina e alla telepatologia, ad esempio per seguire l’evolversi delle patologie direttamente a casa del paziente, in campo oculistico, dermatologico, cardiologico e pneumologico.

Indagini cliniche, cura e tecnologia viaggiano dunque sulla rete 5G all’interno del progetto Sanità 5.0, al quale aderisce la direzione strategica dell’Asl Bari, che ne è partner insieme alla Asl di Matera, Policlinico Bari e, appunto, Irccs Bari. “Stiamo esplorando – spiega il dg dell’Asl Bari, Antonio Sanguedolce – la nuova frontiera della sanità ospedaliera e della diagnostica remota, attualmente in fase sperimentale proprio nella città e nella nostra Asl, con la possibilità di diversi impieghi nel futuro prossimo in servizi come la telediagnosi, il monitoraggio remoto di parametri vitali, la telemedicina a domicilio e la diagnosi remota in mobilità, il tracciamento di strumenti medicali, ma anche per la formazione del personale sanitario e la scuola in ospedale, attraverso l’e-learning ospedaliero e la smart-education per bambini ospedalizzati”.

La convenzione tra l’unità di Patologia Clinica del Di venere e quella di Ematologia dell’Oncologico fa parte di una convenzione globale che comprende diversi altri servizi: chirurgia toracica, anatomia patologica, pneumologia, otorinolaringoiatria, radiologia e medicina trasfusionale.

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Puglia: Emiliano prepara una campagna di comunicazione sugli screening anti-tumore

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“La prevenzione è un’arma fondamentale contro i tumori e per questo la Regione Puglia sta lavorando su imponenti campagne di comunicazione, rivolte ai cittadini, sulla efficacia e sulla necessità degli screening”. Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, presentando il convegno sulle terapie innovative nei melanomi e nei tumori cutanei che riunirà a Taranto oltre 100 specialisti. Per Emiliano “prevenire significa evitare interventi chirurgici pesanti, significa assumere un corretto stile di vita e preservare, soprattutto nel momento in cui diventiamo anziani, una capacità funzionale importante”. Per questo il governatore puglise invita “tutti i cittadini a partecipare all’Open day gratuito di sabato 30 novembre che si svolgerà al SS. Annunziata. I melanomi e i tumori cutanei si possono prevenire con una semplice visita e mappatura dei nei, si tratta di un piccolo gesto di attenzione e consapevolezza che davvero può tutelare la salute e la vita”.

L’obiettivo del convegno è proprio quello di offrire un aggiornamento sulle novità terapeutiche nella cura delle neoplasie cutanee e creare un network di collaborazione tra medici con differenti ruoli, tra chi gestisce la quotidianità dei pazienti e chi è chiamato a dare un input super specialistico. Nel corso dell’incontro verranno approfondite le fasi iniziali legate alla diagnosi precoce dei tumori cutanei e le modalità terapeutiche atte a raggiungere obiettivi sfidanti come evitare amputazioni o demolizioni di parti importanti del volto mediante trattamenti integrati locoregionali come la perfusione ipertermica antiblastica in circolazione extracorporea e l’elettro chemioterapia. Verranno presentati i risultati delle cure del melanoma avanzato con terapie target e immunoterapia, che hanno permesso di accantonare l’ormai obsoleta chemioterapia. Inoltre, verrà condotto un corso di dermoscopia per immagini ai partecipanti.

“Con questo convegno patrocinato dal ministero della Salute e dalla Regione Puglia – ha sottolineato Alessandro Testori, responsabile scientifico del summit – prosegue il progetto di coordinamento tra gli aspetti diagnostici e quelli terapeutici nella cura dei tumori della pelle, rafforzando la collaborazione tra medici di famiglia, specialisti ospedalieri e dermatologi presenti sul territorio. Un percorso iniziato lo scorso anno con l’ospedale di Francavilla e che con la giornata del 29 si propone di coinvolgere anche l’Ospedale di Taranto. La Regione Puglia – spiega Testori – ha recentemente acquisito 8 strumenti per le mappature dei nei che sono stati distribuiti nel territorio tarantino allo scopo di mettere a disposizione dei medici dermatologi e della cittadinanza uno strumento estremamente utile nella diagnostica dei tumori cutanei. Un’efficace interazione tra medico del territorio e specialista è un anello fondamentale nella catena di processi che legano la prevenzione oncologica dermatologica al miglioramento dei dati di sopravvivenza per i pazienti”.

In occasione della campagna di prevenzione dei tumori cutanei – il direttore generale e il direttore sanitario della Asl di Taranto, d’intesa con gli organi regionali e in sinergia con Apulian Lifestyle, un progetto della Regione Puglia tra Sanità e Salute, legato al benessere e agli stili di vita – hanno autorizzato un Open Day in collaborazione con i dirigenti medici della struttura di Dermatologia dell’Ospedale SS. Annunziata: dalle 9.00 alle 13.00 di sabato 30 novembre verranno effettuate 40 visite gratuitepresso l’ambulatorio sito al primo piano del padiglione Vinci. I cittadini che non rientreranno nelle 40 prenotazioni saranno richiamati per una successiva data di visita.

Le neoplasie cutanee sono i tumori maligni che vengono diagnosticati più frequentemente nella popolazione bianca con un’incidenza di circa 1.4 milioni di nuovi casi all’anno. Durante la propria vita un individuo su 2 con pelle chiara nato nel 2004 svilupperà un tumore cutaneo, infatti più della metà di tutte le neoplasie diagnosticate nella popolazione bianca sono tumori cutanei.

I tumori cutanei più frequenti sono i carcinomi/epiteliomi basocellulare e spinocellulare (Bcc e Scc)e rappresentano il 96% dei tumori cutanei non melanoma. Questi tumori sono di derivazione epiteliale. Il rapporto tra Bcc e Scc è di 4:1 e l’incidenza annuale di Bcc e di Scc solo negli Stati Uniti supera il milione di casi. I pazienti affetti da tumori cutanei non melanoma hanno una prognosi eccellente (il 90%- 99 % è curabile con un appropriato trattamento) e meno dell’1 % va incontro ad una forma tumorale avanzata ed a morte. Almeno un individuo su due di razza bianca viene colpito da queste neoplasie nell’arco della vita.Il melanoma rappresenta invece il 4% di tutte le diagnosi di tumore cutaneo ma è responsabile del 75% delle morti dovute a tumore della pelle, con circa il 20% di decessi legati ai pazienti che ne vengono colpiti. Circa 12-13mila casi di melanoma vengono diagnosticati in Italia ogni anno, con una lieve prevalenza di individui di sesso maschile. Questo è il risultato di un aumento di incidenza di nuovi casi di melanoma del 4% per anno.

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«Patto» rimandato a settembre, ma la Salute non può attendere

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Il mondo frenetico in cui viviamo e la velocità con cui si diffondono, per svanire rapidamente, informazioni e conoscenze ha generato una bolla virtuale dove si è perso il valore del tempo, dimenticando che quello passato non è più recuperabile, soprattutto quando gli obiettivi da raggiungere sono rilevanti, richiedono complesse valutazioni tecniche e necessitano di processi di consenso tra più soggetti non sempre in sintonia. La sublimazione del tempo, con il perpetuo rimandare delle scadenze, fa parte integrante del Dna della politica, in particolare di quella italiana.
Per la politica sanitaria il caso di studio è rappresentato dal Patto per la Salute 2019-2021, ovvero l’accordo finanziario e programmatico tra Governo e Regioni per gestire la sanità pubblica e tutelare la salute delle persone. Peraltro, questo Patto è anche conditio sine qua non per assicurare ad un asfittico Servizio sanitario nazionale (Ssn) l’incremento di 2 miliardi di euro nel 2020 e di ulteriori 1,5 miliardi nel 2021 che la Legge di Bilancio 2019 ha subordinato alla stipula del Patto per la Salute 2019-2021 contenente “misure di programmazione e di miglioramento della qualità delle cure e dei servizi erogati e di efficientamento dei costi”. Se la scadenza per la stipula del Patto era stata inizialmente fissata al 31 gennaio 2019, poi ufficialmente al 31 marzo 2019, il 1° agosto la ministra Giulia Grillo, incalzata dai giornalisti, ufficializza che il Patto per la Salute è stato “rimandato a settembre” dichiarando che «è stato raggiunto un accordo di massima su molte questioni importanti, ma restano da definire alcuni aspetti».
Ma come è possibile bruciare 8 mesi per accordarsi su un documento che definisce le politiche sanitarie del triennio (in parte già svanito) e garantisce le risorse aggiuntive al Ssn? Ecco la cronistoria:
• 13 febbraio. Le Regioni elaborano un documento che definisce la cornice politico-istituzionale prima della stesura del Patto al fine di un primo confronto con la Ministra Grillo. Ma nel primo incontro ufficiale del 27 febbraio il Ministero prende tempo sulle “regole di ingaggio” proposte dalle Regioni.
• 14 marzo. La Ministra invia al presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini una contro-proposta, bocciata senza appello dalle Regioni perché giudicata “invasiva”.
• 16 aprile. Nel secondo incontro ufficiale Governo e Regioni abbandonano l’ipotesi di una cornice politico-istituzionale e danno il via libera ai tavoli tecnici.
• 22 maggio. La Ministra convoca gli 11 gruppi di lavoro per la stesura del Patto: LEA e Piani di rientro, risorse umane, mobilità sanitaria, Enti vigilati, governance farmaceutica e dei dispositivi medici, investimenti, reti strutturali di assistenza territoriale sociosanitaria, fondi integrativi, modelli previsionali, ricerca, efficienza e appropriatezza utilizzo fattori produttivi.
• 27 maggio. Viene elaborata una bozza che, al di là dei contenuti tecnici, finisce sotto i riflettori solo per la clausola di salvaguardia che rischia di vanificare le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio: le Regioni si irrigidiscono, ma ritrovano la sintonia con la Ministra sulla necessità di abolire la clausola.
•11 giugno. La ministra Grillo dichiara che “Per la chiusura del Patto per la Salute […] avremo incontri a tambur battente nei prossimi giorni. Le idee sono chiare, dobbiamo solo dare delle priorità e mettere giù dei punti sui quali realisticamente andare avanti, e non un libro dei sogni. Sicuramente entro agosto”.
•8-9-10 luglio. Il ministero della Salute organizza la “Maratona Patto per la Salute”, grande kermesse per raccogliere le proposte di tutti gli stakeholder della salute.
•17 luglio. La ministra Grillo nella relazione di attività davanti alle Commissioni Affari Sociali della Camera e Igiene e Sanità del Senato dichiara che «le interlocuzioni con Regioni e Province autonome stanno proseguendo per arrivare ad un documento condiviso […] sono sicura che arriveremo a chiudere un Patto per la Salute che restituisca alla sanità una centralità nelle politiche del Paese».

Se il cocente sole d’agosto da un lato “costringe” la politica a rimandare tutto a settembre, dall’altro stimola alcune riflessioni sul difficile parto di uno strumento che fissa i “paletti” tecnici per orientare quella leale collaborazione Governo e Regioni finalizzata alla tutela della salute, in Italia sempre più diseguale e con un gap Nord-Sud ormai incolmabile.
Innanzitutto, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il Patto per la Salute è uno strumento anacronistico: copre un arco temporale troppo breve, non viene sottoposto ad alcun monitoraggio ed ha sempre collezionato clamorosi fallimenti. Ad esempio, il Patto 2014-2016 – siglato il 10 luglio 2014 – è diventato carta straccia quando il Governo ha tagliato le risorse concordate e le Regioni si sono trincerate dietro lo slogan no money no Patto. In secondo luogo, l’obiettivo di rinnovare il Patto ogni tre anni non viene mai rispettato perché, verosimilmente, è una residuale attività della politica legata alla scadenza dei mandati: in particolare, dopo la morte prematura il Patto 2014-2016 non è mai stato rinnovato dal precedente Esecutivo perché avrebbe sforato la durata della legislatura. Infine, il Patto è ormai un terreno di scontro politico visto che le posizioni dei “contraenti” sono fortemente condizionate da correnti partitiche e da innumerevoli interessi locali sul fronte delle Regioni, che rendono impossibili accordi unanimi, ma richiedono solo compromessi e mediazioni. In altri termini, la scottante “merce di scambio” rende sempre più difficile mettere in sintonia non solo Governo e Regioni, ma soprattutto le Regioni con obiettivi divergenti, conflittuali e ulteriormente destabilizzati dal regionalismo differenziato.
Eppure, durante il primo anno di Governo la Ministra Grillo ha portato a casa numerosi risultati: dal piano nazionale per il governo delle liste di attesa alla rimozione del blocco del tetto di spesa sul personale, dall’accordo sul payback farmaceutico alle linee guida per la governance del farmaco e dei dispositivi medici, dal rinnovo del contratto per la dirigenza all’aumento delle borse di studio per scuole di specializzazione e medici di famiglia, dallo sblocco dei fondi per l’edilizia sanitaria ai contributi per la ricerca. Purtroppo, impegno e buona volontà del Ministro della Salute non bastano per risollevare la sanità pubblica perché ci sono di mezzo le crescenti divergenze giallo-verdi, la pachidermica lentezza del Parlamento, i rapporti con gli altri Ministeri (Mef e Miur in primis) e gli attriti continui con le Regioni dove il clamoroso ritardo nella stipula del Patto per la Salute ne rappresenta la cartina al tornasole.
E a proposito di sole… quasi lo dimenticavo perché forse ne ho preso troppo. Scommettiamo che il Patto per la Salute non è rimandato a settembre ma a fine anno, quando le risorse saranno definitivamente messe nero su bianco con la Legge di Bilancio 2020?

* Presidente Fondazione Gimbe

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Legge Gelli, ecco l’elenco delle 293 società scientifiche accreditate per le linee guida

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È arrivato con molti mesi di ritardo ma il tassello è decisivo: il ministero della Salute pubblica sul proprio portale l’elenco di 293, tra società scientifiche e associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie, abilitate a produrre linee guida cui i medici e gli altri operatori sanitari dovranno attenersi nello svolgimento della propria attività. Secondo l’articolo 6 della legge Gelli (“Responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria”), «qualora l’evento avverso si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto».

Nell’elenco – che il ministero avrebbe dovuto pubblicare entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge – compaiono le 293 società e associazioni che hanno superato la valutazione sul piano amministrativo, in quanto hanno presentato tutte uno statuto aggiornato successivamente all’entrata in vigore del decreto ministeriale. La lista sarà aggiornata ogni due anni. Non vi sono state inserite: le società o associazioni tecnico scientifiche che unitamente alla presentazione dell’istanza non hanno allegato, come richiesto dal Decreto ministeriale, lo statuto; le società e associazioni il cui statuto non risulta aggiornato ai contenuti richiesti dal Dm 2 agosto 2017 e le società i cui statuti, sebbene aggiornati successivamente al Decreto ministeriale, sono totalmente non aderenti ai requisiti previsti dal Decreto ministeriale.

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