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Violenza sugli operatori della sanità: il decalogo di proposte operative targato FNOPI

13/09/2019 – La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche lancia un decalogo di proposte operative per il nuovo governo. “Agire subito”

Ferma restando la necessità che si approvi al più presto il disegno di legge contro la violenza sugli operatori in discussione da un anno in Parlamento, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (oltre 450mila iscritti di cui 270mila alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale e un numero di aggressioni ai suoi professionisti di circa 10mila/anno) ha messo a punto un decalogo di proposte operative per aumentare la sicurezza dei suoi professionisti, da proporre al nuovo governo e al ministro della Salute, Roberto Speranza.

1. Tolleranza zero verso la violenza nelle strutture sanitarie, con inasprimento delle pene perché chi la compie sappia (quindi massima informazione) di stare perpetrando un reato severamente punibile
2. Regolamentare l’uso dei social nei luoghi di lavoro e rispetto all’attività professionale per evitare commenti, furti di identità e proposte inappropriate (ne sono vittima circa il 12% dei professionisti coinvolti che nel caso degli infermieri sono per il 77% donne)
3. Snellire le attese stressanti in pronto soccorso con meccanismi di smistamento alternativi (es. see&treat) per ridurre la tensione e la reattività dei pazienti
4. Stabilire pene più severe per chi aggredisca verbalmente e fisicamente un professionista sanitario donna sul luogo di lavoro, prevedendo l’aggravante del pericolo che nell’azione possono correre gli assistiti
5. Aumentare la formazione del personale nel riconoscere, identificare e controllare i comportamenti ostili e aggressivi prevedendo anche appositi corsi Ecm (come il corso CARE, presentato assieme alla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri)
6. Aumentare l’informazione perché siano denunciate da tutti e in modo chiaro le azioni di ricatto e le persecuzioni nell’ambiente di lavoro rispetto alla posizione e ai compiti svolti
7. Predisporre un team addestrato a gestire situazioni critiche e in continuo contatto con le forze dell’ordine soprattutto (ma non solo) nelle ore notturne nelle accettazioni e in emergenza
8. Sensibilizzare i datori di lavoro a non “lasciar fare”, ma a rifiutare la violenza anche prevedendo sanzioni
9. Stabilire procedure per rendere sicura l’assistenza domiciliare prevedendo anche la presenza di un accompagnatore o la comunicazione a un secondo operatore dei movimenti per una facile localizzazione
10. Evitare per quanto possibile che i professionisti sanitari effettuino interventi domiciliari da soli, ma fare in modo che con loro sia presente almeno un collega o un operatore della sicurezza.

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Infermieri e medici presentano il corso C.A.R.E. per disinnescare la violenza

12/09/2019 – Dopo il primo mese on line, le lezioni del professor Picozzi hanno formato già il 10% degli infermieri. Mangiacavalli (FNOPI): “Chi ha avuto occasione di passare dalla teoria alla pratica, applicando ciò che ha imparato, ha avuto un riscontro positivo con il contenimento e la riduzione dell’aggressività”. 

Lancio di oggetti, sputi, graffi, schiaffi e pugni, tentata aggressione, spintoni, calci e così via. Ma anche violenze verbali (urla, offese, insulti, minacce ecc.). E non una, ma due, tre volte. È così che infermieri e medici sono spesso “accolti” da quei pazienti, quegli assistiti, quelle persone di cui si stanno prendendo cura nel loro lavoro quotidiano, di prima linea a difesa della salute.

Atteggiamenti legati indubbiamente alla tensione e alle paure che generano i problemi di salute, purtroppo il più delle volte anche gravi, di chi si presenta in una struttura sanitaria o chiama un medico o un sanitario presso la propria abitazione. Ma è necessario che i cittadini comprendano che medici e infermieri lavorano per loro e per il loro bene e non li aggrediscano, ma li mettano nelle condizioni di dare il meglio di sé per poterli davvero aiutare.

Le conseguenze delle aggressioni infatti vanno a scapito dell’assistenza: chi subisce violenze ha poi un calo di attenzione, difficoltà di concentrazione per l’intero turno, paura e rabbia, tende a delegare le proprie attività verso l’utente a un altro collega e arriva anche a soffrire di un comportamento di esclusione tale da compromettere l’esecuzione dei propri compiti.

Una situazione sempre più grave.

L’89,6% degli infermieri – in prima linea ad esempio nel triage ospedaliero che “accoglie” i pazienti e li smista nella struttura con tempi spesso lunghi non dovuti però alla professionalità dell’operatore, ma all’organizzazione – è stato vittima, secondo una ricerca condotta dall’Università di Tor Vergata di Roma,  di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro: nel 43,1% dei casi si tratta di lancio di oggetti e sempre nel 43,1% di casi di sputi verso l’operatore sanitario, ma a seguire (39,1%) ci sono graffi, schiaffi e pugni (37,2%), tentata aggressione (36,6%) spintoni (35,4%), calci (26,2%). Le violenze verbali sono state registrate nel 26,6% dei casi per più di 15 volte, ma nel 35,7% tra 4 e 15 volte e nel 31,9% dei casi da una a tre volte.

I medici contano una media di 3 aggressioni al giorno. Solo la punta dell’iceberg, sottolineano: molti medici e infermieri non denunciano, per pudore, per vergogna, per timore di ritorsioni, perché ci si è abituati alla violenza. Secondo un recente sondaggio Anaao Assomed, il maggior sindacato degli ospedalieri, il 65% dei medici dice di essere stato vittima di aggressioni, il 66,19% ha subito aggressioni verbali, il 33,81% ha subito aggressioni fisiche. La percentuale di chi è stato aggredito sale all’80% per i medici in servizio nei Pronto soccorso e al 118. Insomma, la violenza è un problema che condiziona sempre di più l’attività di medici, infermieri e operatori sanitari.

In Parlamento da circa un anno c’è un disegno di legge a firma dell’allora ministro Giulia Grillo che ha superato l’esame della Camera e attende il via libera del Senato, il quale prende contromisure rispetto a questo fenomeno allarmante, prevedendo tra l’altro aggravanti per chi commette atti di violenza contro gli esercenti le professioni sanitarie mentre lavorano e l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli operatori sanitari presso il ministero della Salute per monitorare gli episodi di violenza e l’attuazione delle misure di prevenzione. Ci sono altri progetti di legge, che introducono la procedibilità d’ufficio o prevedono presidi di polizia nei pronto soccorso, le cui disposizioni potrebbero essere utilmente integrate nel testo.

Ma intanto infermieri e medici sono a rischio e le due Federazioni che li rappresentano – la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) e la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (FNOMCEO) – hanno messo in campo veri e propri corsi di addestramento per mettere in grado i propri iscritti di prevenire il fenomeno.

I corsi FAD (formazione a distanza) specifici, si basano su interventi di comunicazione verbale e non, con l’obiettivo di diminuire tensione e aggressività nella relazione interpersonale. E consentono di avere a chi conclude il corso anche numerosi crediti ECM, l’educazione medica continua necessaria per rimanere abilitati all’esercizio della professione.

Il progetto si chiama “C.A.R.E. (Consapevolezza, Ascolto, Riconoscimento, Empatia) – Prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute” è stato ufficialmente presentato in una conferenza stampa congiunta delle due Federazioni presso la sede dell’Ordine dei Medici di Bari.

C.A.R.E. ed è composto di 12 sezioni; per ogni sezione sono previste alcune attività obbligatorie: uno o più video relativi ad argomenti specifici; la consultazione dei testi dei video; un questionario di valutazione ECM con domande a risposta multipla che sondano le conoscenze acquisite.

Il responsabile-realizzatore dei corsi è il Professor Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e scrittore, docente per la Polizia di Stato e per l’Arma dei Carabinieri, responsabile del laboratorio di “Comunicazione non verbale e gestione dei conflitti” presso lo IULM di Milano.

La filosofia del corso si basa sulla de-escalation, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale, appunto, che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale.

La persona che assume un atteggiamento aggressivo è un soggetto che non si sente compreso e attraverso il suo comportamento violento vuole esprimere questo disagio: il compito di ogni operatore è riconoscere queste particolari esigenze per evitare episodi di rabbia incontrollata e comprendere il suo stato d’animo e le sue emozioni; parliamo in questo caso dell’utilizzo del Talk Down.

Un meccanismo da prendere in considerazione anche in presenza di elementi che possano ferire i soggetti presenti (martelli, coltelli, oggetti contundenti), ma in tal caso si dovrà pensare a attuare un intervento mediato dalle Forze dell’Ordine e allontanarsi.

Utilizzare toni pacati, un linguaggio socioculturale in linea con l’interlocutore, non sovrapporsi alle parole della persona, accertarsi di essersi fatti capire e capire, non utilizzare toni accusatori o paternalistici, non rispondere con modalità aggressive e poi anche mantenere sempre il contatto visivo, la distanza di sicurezza, la risonanza emotiva (Es. se lui si alza, anche io mi alzo), evitare qualsiasi contatto fisico, anche quando sembra che la situazione sia risolta sono solo alcuni degli atteggiamenti da imparare e utilizzare in caso di tentativo di aggressione.

“Abbiamo deciso di agire anche perché uno dei dati a nostro avviso più allarmanti – spiega il presidente della FnomCeO, Filippo Anelli – è la rassegnazione che emerge dai racconti dei nostri colleghi: il 48% di chi ha subito un’aggressione verbale ritiene l’evento ‘abituale’, il 12% ‘inevitabile’, quasi come se facesse parte della routine o fosse da annoverare tra i normali rischi professionali. Le percentuali cambiano di poco in coloro che hanno subito violenza fisica: quasi il 16% ritiene l’evento ‘inevitabile’, il 42% lo considera ‘abituale’”.

“Questa percezione falsata e quasi rassegnata del fenomeno – aggiunge Anelli – porta con sé gravi effetti collaterali, come la mancata denuncia alle autorità, l’immobilismo dei decisori, ma anche il burnout dei professionisti, con esaurimento emotivo, perdita del senso del sé e demotivazione nello svolgimento della professione”.

“La nostra professione – ha commentato la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli, la più numerosa d’Italia e che vede coinvolti negli atti di violenza una percentuale altissima di infermieri – ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. E saper affrontare alla radice i loro problemi che poi sfociano in pericolose forme di aggressività è essenziale per la salute dei nostri professionisti, ma anche e soprattutto per quella degli assistiti che si trovano poi di fronte operatori impauriti e demotivati”.

“Una necessità assolutamente prioritaria per chi opera in prima linea: solo nel primo mese in cui il corso è stato messo on line – aggiunge Mangiacavalli – gli infermieri vi hanno già aderito sono oltre 27mila, più del 10% di quelli dipendenti dal Servizio sanitario nazionale. E chi ha avuto occasione di passare dalla teoria alla pratica, applicando ciò che ha imparato dal corso, ha avuto un riscontro positivo con il contenimento e la riduzione dell’aggressività”.

“Servono misure per garantire ai cittadini il diritto alle cure, al medico il diritto di curare in sicurezza, all’infermiere quello di assistere chi ne ha bisogno – sottolineano i presidenti delle due Federazioni -. Il nuovo governo deve far presto con il disegno di legge, anche mettendo in sicurezza le sedi e prevedendo presidi di polizia nei pronto soccorso”.

“Serve però anche una nuova cultura, che ricostruisca il rapporto di fiducia tra medico e paziente e che valorizzi il lavoro dei medici. È bene che i cittadini comprendano come sono proprio gli operatori sanitari che continuano, tra mille difficoltà, a far funzionare il sistema sanitario grazie alla loro dedizione e professionalità”, ha aggiunto Anelli.

“Solo l’impegno comune di tutti però (direzioni aziendali, dirigenza infermieristica e medica, coordinatori, professionisti e loro rappresentanti, organizzazioni sindacali, rappresentanti dei cittadini, organi di informazione) può migliorare – ha concluso Mangiacavalli – l’approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro. Tanto più che gli atti di violenza possono ripercuotersi negativamente anche sulla qualità dell’assistenza offerta ai cittadini”.

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Sanità pubblica: i 450mila infermieri la vogliono in cima all’agenda delle priorità del Governo

09/09/2019 – La Sanità pubblica non merita il 22° posto nel programma di Governo. “I 450.000 infermieri la vogliono in cima all’agenda delle priorità a partire dalla prossima Legge di Bilancio”, commenta l’analisi del portavoce FNOPI Tonino Aceti

Sarà certamente una casualità, ma colpisce ritrovare il riferimento “alla difesa della sanità pubblica e universale” solamente al 22° posto dei 29 punti del programma di Governo. Una scelta singolare, che non passa inosservata, se si guarda invece al maggior peso che la sanità pubblica ha proprio nei singoli programmi e dichiarazioni dei partiti di governo.

Colpisce perché al SSN, attraverso la sua legge istitutiva 833/78, è attribuita un’importantissima responsabilità che certamente non merita il 22° posto, neanche graficamente: “la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Colpisce perché è una delle più grandi opere pubbliche realizzate dal secondo dopoguerra, in grado di tenere unito il Paese e garantirne la coesione sociale. E’ uno degli esempi migliori di Made in Italy al quale guardano con estrema attenzione molti altri Paesi. Un bene comune da garantire alle future generazioni.

E’ in grado di erogare, ad esempio, circa 8,5 mln di ricoveri l’anno per 59 mln di giornate di degenza, circa 1mld di prestazioni di laboratorio, 57 mln di prestazioni di diagnostica per immagini, 47 mln per medicina fisica e riabilitazione, e così via.

Guardando al suo capitale umano, nel 2017 il personale dipendente è pari circa 647.000 unità, il 71,5% nel ruolo sanitario e di questi il 58,7%, circa  270.000, sono infermieri, oltre 80 mila medici convenzionati, solo per fare alcuni esempi.

Ampliando lo sguardo all’indotto della sanità nel suo complesso il numero di occupati sale a circa 2,2 milioni di addetti, cioè il 10% degli occupati del Paese.

Non passa inosservato neanche il 1° punto del programma di Governo, che fa sorgere qualche domanda. Perché tra i settori delle politiche pubbliche che saranno destinatari di un incremento della dotazione di risorse nella prossima Legge di Bilancio 2020 non viene fatto esplicito riferimento alla Sanità? Si parla infatti (giustamente) di scuola, università, ricerca e poi si fa riferimento più in generale al Welfare, e il capitolo Welfare, si sa, si compone di una molteplicità di “voci”. A quali di queste saranno destinati gli eventuali incrementi (annunciati) delle risorse e in quale misura? E Perché non inserire la parola magica sanità? Del resto ha una sua dignità, a partire soprattutto dalle dichiarazioni di questi giorni di tutti i leader politici di Governo.

Eppure di maggiori rassicurazioni e impegni puntuali sulle risorse per la sanità pubblica, proprio all’interno del programma di governo, cioè “la carta che canterà davvero” nelle scelte di questa maggioranza, ce ne sarebbe stato molto bisogno, visto che ancora ballano e parecchio i 3,5 mld di incremento del fondo sanitario nazionale per il 2020 e 2021 previsti nella precedente legge di bilancio. Questi incrementi si realizzeranno solo dopo la firma del Patto per la Salute che però è ancora in itinere, mentre doveva essere approvato entro marzo 2019. Ma soprattutto puntellare esplicitamente l’incremento della dotazione delle risorse per la sanità pubblica nel programma di governo avrebbe rassicurato gli animi di molti, visto il tema sempre più pressante delle coperture necessarie per scongiurare ad esempio l’aumento dell’IVA con la prossima legge di Bilancio ormai alle porte.

E poi ci sono i bisogni dei cittadini, le partite aperte e i numeri della sanità pubblica che giustificherebbero, e parecchio, un suo richiamo esplicito e maggiori rassicurazioni all’interno del programma proprio sul terreno delle risorse.

I numeri della sanità.

L’investimento in sanità rappresenta circa il 75% dei bilanci delle Regioni, cuba un finanziamento annuale di oltre 114 mld di euro, assorbe circa il 6,6% del PIL (poco rispetto ad altri Paesi) producendone oltre l’11%, contribuendo così in modo notevole alla crescita economica del Paese. La Sanità pubblica è un volano per la crescita e non un costo.

I cittadini. 

Ci sono diversi nodi, come ad esempio quelli dell’accesso ai servizidella riduzione della pressione dei ticket e dell’abolizione del Superticket. E ancora: il potenziamento e l’innovazione dei servizi sanitari  territoriali, nonché quello dell’attuazione dei nuovi Lea. Quest’ultimi rimasti in buona parte al palo, in parecchie Regioni, proprio per un problema di coperture sulle quali è in atto da anni un tira e molla tra Salute e MEF.

professionisti sanitari.

C’è una grande necessità di dare risposte concrete attraverso un serio rilancio degli investimenti economici, al fenomeno patologico e ormai insostenibile delle carenze di personale, a partire dagli infermieri e soprattutto alla luce degli effetti di Quota100: di infermieri ne mancano oltre 50mila, con Quota 100 rischiano di aumentare fino a 75mila e con i normali pensionamenti ancora di più. E poi c’è ancora la partita delle vere innovazioni tecnologiche, dell’edilizia sanitaria e più in generale dell’ammodernamento del SSN.

Il terreno sul quale vanno giocate queste partite è proprio quello delle risorse destinate alla sanità pubblica. Su questo un maggior dettaglio all’interno del programma di governo avrebbe aiutato a tracciare una strada forse più lineare e sicura per raggiungere la prossima legge di Bilancio.

Fortunatamente, invece, le prime dichiarazioni del Ministro Speranza sul rilancio del finanziamento del SSN a 118 mld, sulla necessità di un piano straordinario di assunzioni del personale sanitario e sull’abrogazione del Superticket trovano il nostro pieno appoggio e sono ottime premesse. Ora pero’, tutti insieme, con i 450.000 infermieri in prima linea, dobbiamo garantire alla sanità pubblica la centralità che merita nell’agenda delle priorità della politica, per arrivare così alla prossima legge di bilancio ad avere ciò che spetta al SSN, alla salute dei cittadini e ai professionisti: una sanità pubblica accessibile, equa, universale e solidale.

Una SANITA’ PUBBLICA che torni ad essere in tutte le regioni “la PRIMA SCELTA per i cittadini e i professionisti che vi lavorano” e che non lasci indietro nessuno.

Tonino Aceti
Portavoce Federazione nazionale ordini professioni infermieristche

 

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FNOPI: buon lavoro al ministro Speranza. Infermieri sempre pronti a collaborare

04/09/2019 – Mangiacavalli: “Ci aspettiamo dal Governo e dal ministro della Salute  la nostra stessa volontà di collaborare e di coinvolgere tutti nei processi di formazione delle decisioni in sanità. Al ministro Speranza diciamo: gli infermieri ci sono, come sempre”.

“Il nuovo ministro della Salute ha sicuramente un compito importantissimo nei confronti dei cittadini e della loro salute e degli oltre 1,5 milioni di operatori sanitari che se ne occupano quotidianamente: riportare il Servizio sanitario nazionale a essere la prima scelta per i cittadini e per professionisti sanitari, i primi alle prese sempre più con difficoltà di accesso, disuguaglianze e ticket elevati, i secondi con gli effetti di anni di blocco del turnover, carenze patologiche e condizioni di lavoro sempre più difficili. Per farlo è necessario rilanciare gli investimenti nel Ssn, a partire dal suo capitale umano, sia dal punto di vista assunzionale che della maggiore valorizzazione delle competenze professionali”.

Questo il commento a caldo di Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) alla nomina di Roberto Speranza a ministro della Salute.

Pesa molto, sottolinea la presidente FNOPI: il problema delle carenze del personale soprattutto alla luce degli effetti di Quota100: di infermieri ne mancano oltre 50mila che con Quota 100 rischiano di aumentare fino a 75mila e con i normali pensionamenti ancora di più.

E ancora: mettere a terra in tutte le Regioni l’innovazione organizzativa già prevista sulla carta per rispondere alle vecchie e nuove fragilità, un piano nazionale di contrasto alle disuguaglianze ma anche la riduzione del peso dei ticket sanitari che in alcuni casi rendono il Servizio Pubblico meno concorrenziale del canale privato.

“Nell’immediato – aggiunge – è importante accelerare anche sul Nuovo Patto per la Salute al quale è legato il destino dei 3,5 miliardi di aumento del Fondo Sanitario Nazionale per gli anni 2020-2021, e non solo”.

Barbara Mangiacavalli, al di là delle scelte politiche cha hanno determinato la formazione del nuovo Governo, lancia un appello diretto al neoministro della Salute Roberto Speranza “al quale gli oltre 450mila infermieri iscritti agli ordini augurano un proficuo lavoro, soprattutto in sinergia con chi la salute dei cittadini la difende ogni giorno in prima linea”, sottolinea.

Nella bozza di nuovo Patto per la Salute vi sono anche importanti e apprezzabili novità per la professione infermieristica a partire dalla previsione su tutto il territorio nazionale della figura dell’infermiere di famiglia, una delle maggiori innovazioni per l’assistenza sul territorio, già effettiva in alcune Regioni benchmark e che secondo numerosi sondaggi richiede oltre l’85% dei cittadini.

“In ballo – prosegue Mangiacavalli – da chiudere a stretto giro ci sono anche molti altri importanti provvedimenti come l’accordo Stato-Regioni sugli ospedali di comunità che deve essere approvato subito e che con la mancata intesa in Stato-Regioni subito prima della pausa estiva, può essere varato come decreto già da adesso proprio dal ministro della Salute. Non è solo questione di volontà politica, ma di attenzione verso i veri bisogni dei cittadini”.

“Siamo certi che il nuovo ministro – aggiunge la presidente degli infermieri – affronterà queste priorità e che lo farà garantendo il confronto e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder. Gli infermieri, che ogni giorno, 24 ore su 24, sono accanto a chi soffre assistendo chi ne ha bisogno, sono pronti a collaborare con tutti: Associazioni di cittadini e pazienti, Istituzioni, tutte le altre professioni, mondo scientifico e accademico”.

“Ringraziamo Giulia Grillo per il lavoro svolto sin qui e per l’impegno a sostenere il SSN, i cittadini e i professionisti sanitari che ne fanno parte”

 

 

Questo il nuovo Governo:

 

Presidente del Consiglio dei Ministri: Giuseppe Conte

Segretario del Consiglio dei Ministri: Riccardo Fraccaro

MINISTRI SENZA PORTAFOGLIO

Ministro per gli affari regionali e le autonomie: Francesco Boccia

Ministro per il sud: Giuseppe Provenzano

Ministro per le pari opportunità e la famiglia: Elena Bonettinzano

Ministro per i rapporti con il parlamento: Federico D’Incà

Ministro per l’innovazione: Paola Pisano

Ministro per la pubblica amministrazione: Fabiana Dadone

Ministro per le politiche giovanili: Enzo Amendola

Ministro per le politiche giovanili e lo sport: Vincenzo Spadafora

MINISTRI CON PORTAFOGLIO

Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale: Luigi Di Maio

Ministro dell’interno: Luciana Lamorgese

Ministro della giustizia: Alfonso Bonafede

Ministro della difesa: Lorenzo Guerini

Ministro dell’economia e delle finanze: Roberto Gualtieri

Ministro dello sviluppo economico: Stefano Patuanelli

Ministro delle infrastrutture e dei trasporti: Paola De Micheli

Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali: Teresa Bellanova

Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare: Sergio Costa

Ministro del lavoro e delle politiche sociali: Nunzia Catalfo

Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca: Lorenzo Fioramonti

Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo: Dario Franceschini

Ministro della salute: Roberto Speranza

 

Chi è Roberto Speranza

Nato a Potenza il 4 gennaio 1979, sposato con due figli e laureato in Scienze Politiche.
Già deputato (eletto nelle file del Pd) nella scorsa legislatura nella Commissione Esteri della Camera.  Il 20 febbraio 2017 abbandona il Partito Democratico insieme ad altri esponenti della minoranza, tra cui anche l’ex segretario Pier Luigi Bersani, a causa di un acceso dibattito con la maggioranza per la linea attuata dal partito sotto la segreteria di Matteo Renzi.

Cinque giorni dopo, assieme ad Arturo Scotto, Enrico Rossi e Pier Luigi Bersani crea un nuovo partito chiamato Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista, formato da parlamentari fuoriusciti dal Partito Democratico e da Sinistra Italiana. Nell’aprile 2017 diviene coordinatore nazionale di Articolo 1 – MDP.

Alle politiche del 4 marzo 2018 con Liberi e Uguali, è stato rieletto deputato nella circoscrizione Toscana. Siede nella Commissione Affari costituzionali

Il 22 luglio viene rieletto coordinatore nazionale di Articolo 1 – MDP e il 6 aprile 2019 ne diventa il Segretario.

 

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Boom di adesioni e consensi ai corsi FAD targati FNOPI

30/08/2019 – Nonostante il periodo estivo, sono stati più di 60mila gli infermieri che hanno partecipato ai corsi gratuiti a distanza offerti dalla Federazione nazionale sulla piattaforma FadInMed. C’è tempo fino al prossimo 31 dicembre per ottenere on line 51,5 crediti ECM. 

Prosegue con un ottimo successo di partecipazione il programma di formazione a distanza (FAD) messo gratuitamente a disposizione degli infermieri dalla FNOPI attraverso il proprio portale e la piattaforma Fadinmed, gestita in accordo con la FNOMCeO.
I tre corsi lanciati a luglio, parte dell’offerta formativa 2019 e disponibili fino al prossimo 31 dicembre, hanno già fatto registrare 63.840‬ partecipanti complessivi in meno di due mesi.

In particolare, si registra un boom di adesioni al corso N. 266861 “Prevenire, riconoscere e disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute”, che eroga ben 39,6 crediti ECM ed è strutturato in videolezioni tenute dallo psichiatra criminologo Massimo Picozzi, per imparare e praticare la de-escalation, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale. Sono stati più di 27mila gli infermieri che hanno già intrapreso il corso, costituito da 12 lezioni audio-video.
Il corso n. 266856 “L’infermiere e le cure palliative”, eroga invece 8 crediti ECM ed è strutturato per casi. E’ dedicato all’importante tema delle cure palliative e al ruolo chiave dell’infermiere nel team interdisciplinare. On line dal 10 luglio, ha già formato 21.104 infermieri, con una percentuale di superamento test finale pari all’82,9%.
Infine, il corso N. 267104, incentrato su “Gli effetti della legge 24/2017 sulla responsabilità professionale degli infermieri”, ha registrato l’adesione di 15.611 utenti. La cosiddetta “legge Gelli” ha cambiato radicalmente la responsabilità degli infermieri e ha imposto che ciascuno abbia una copertura assicurativa al riguardo, tema sul quale la Federazione si è molto impegnata. Il corso eroga 3,9 crediti ECM.
La piattaforma FadInMed nasce dalla volontà della FNOMCeO e della FNOPI di offrire a medici, odontoiatri, infermieri e infermieri pediatrici programmi di formazione a distanza sui temi della gestione del rischio, dell’etica, della deontologia.
I corsi sono gratuiti, con accesso riservato a chi è in regola con l’iscrizione al rispettivo Albo.
Per avere accesso ai corsi bisogna la prima volta passare attraverso il sito della propria Federazione nazionale: FNOMCeO o FNOPI. Le volte successive si potrà accedere direttamente dalla piattaforma www.fadinmed.it.
Una volta superato il corso, l’attestazione ECM è immediatamente disponibile cliccando su “Situazione crediti” in alto a destra e quindi sull’icona della stampante a fianco del corso superato.

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FNOPI su nuovo Esecutivo: dare continuità e centralità alle politiche per la Salute

29/08/2019 – Lavorare per diritti dei pazienti ed equità, rilancio Ssn, innovazione organizzativa e partecipazione. Mangiacavalli: “Ci aspettiamo dal Governo e dal ministro della Salute che verrà la nostra stessa volontà di collaborare e di coinvolgere tutti nei processi di formazione delle decisioni in sanità”

“La crisi di Governo non è un fatto esclusivamente legato a maggioranze e minoranze parlamentari e alle capacità comunicative/decisionali dei partner di governo, ma coinvolge innanzitutto i cittadini e, soprattutto, può mettere a rischio l’esigibilità del loro diritto alla salute se non si darà continuità e centralità alle politiche per la salute”

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) lancia un appello perché con la crisi non si blocchi il processo di crescita, adeguamento e innovazione in atto dell’assistenza sociosanitaria.

Necessario chiudere velocemente il nuovo Patto per la Salute per blindare gli indispensabili 3,5 miliardi di aumento del Fondo sanitario nazionale previsto con l’ultima legge di bilancio e per portare a compimento le innovazioni in esso contenute a partire da: messa a sistema dell’infermiere di famiglia come da numerosi sondaggi richiede oltre l’85% dei cittadini, la valorizzazione delle competenze della professione Infermieristica e del Nuovo infermiere, innovazione dei modelli organizzativi per l’ottimale presa in carico delle vecchie e nuove fragilità, standard dell’assistenza sanitaria territoriale, revisione dei criteri di commissariamento delle Regioni che finora hanno prodotto risultati importanti dal punto di vista economico meno dal punto di vista della qualificazione dei servizi e del diritto alla salute.

Un Patto che ha visto un confronto con tutti i protagonisti del Servizio sanitario nazionale (Ssn) attraverso la maratona di ascolto degli stakeholder promossa dal ministro Grillo.

In ballo, da chiudere a stretto giro, anche molti altri importanti provvedimenti come l’accordo Stato-Regioni su ospedali di comunità che deve essere approvato subito.

Anche in Parlamento serve procedere speditamente sui disegni di legge che introducono la figura dell’infermiere di famiglia e la possibilità per le professioni non mediche di esercitare attività intramoenia, che secondo FNOPI deve essere volta a garantire il principio della libera scelta del cittadino e non invece un modo per aggirare le inefficienze del canale istituzionale.

Come pure il disegno di legge sulla violenza nei confronti del personale sanitario, che ormai fermo in Parlamento da troppi mesi necessità di un’importante accelerazione per la sua definitiva approvazione.

E ancora. Non più rinviabili le azioni che possono incidere positivamente sull’effettività’ dei Livelli Essenziali di Assistenza in tutte le Regioni del Paese, garantendo così equità di accesso ai servizi. Su tutte dare risposte incisive al problema delle carenze del personale soprattutto alla luce degli effetti di Quota100: di infermieri ne mancano oltre 50mila che con Quota 100 rischiano di aumentare fino a 75mila e con i normali pensionamenti ancora di più. Senza nuove assunzioni si rischia il collasso. La norma sblocca assunzione prevista nel Decreto Calabria è un primo passo apprezzabile, ma serve molto di più.

Responsabilità, coraggio per innovare e cambiare davvero, tutti insieme, il SSN sulla base delle evidenze e in funzione dei nuovi bisogni delle comunità è l’unica strada per garantire alla future generazioni il Diritto alla Salute e la più grande opera pubblica realizzata nel nostro Paese: il Ssn.

Su questo gli infermieri, che ogni giorno, 24 ore su 24, sono accanto a chi soffre assistendo chi ne ha bisogno, sono pronti a collaborare con tutti: Associazioni di cittadini e pazienti, istituzioni, tutte le altre professioni, mondo scientifico e accademico.

Ci aspettiamo dal Governo e dal ministro della Salute che verrà la nostra stessa volontà di collaborare e di coinvolgere tutti nei processi di formazione delle decisioni in sanità.

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Tumori cerebrali, dispoibili in italiano le linee guida NICE

28/08/2019 – “Informare i pazienti, coinvolgere le cure primarie”. Con questo obiettivo la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence.

Anche se rappresentano solo il 3% di tutte le neoplasie, i tumori cerebrali primitivi (ossia quelli che si sviluppano direttamente nel sistema nervoso centrale) sono responsabili del maggior numero di anni di vita persi rispetto ad altre neoplasie maligne. Infatti, nonostante i progressi diagnostico-terapeutici, la sopravvivenza media a 5 anni rimane intorno al 25%. In Italia, i tumori cerebrali rappresentano la dodicesima causa di morte, pari al 3% del totale dei decessi per tumori maligni: nel 2018 sono stati diagnosticati circa 6.000 nuovi casi di tumori cerebrali primitivi, di cui poco più della metà negli uomini. I tumori cerebrali colpiscono prevalentemente i giovani, visto che tra i soggetti di età inferiore a 15 anni sono al terzo posto in termini di frequenza e rappresentano il 13% del totale dei tumori, mentre il 7% nella fascia 15-19 anni.

“Anche se diagnosi, stadiazione e terapia dei tumori cerebrali sono affidate a team multispecialistici – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – le cure primarie rivestono un ruolo rilevante nella gestione degli effetti cognitivi, fisici e mentali a lungo termine del tumore e della terapia. Per un’adeguata presa in carico di questi pazienti è dunque indispensabile un approccio multidisciplinare condiviso tra assistenza specialistica e cure primarie, oltre a reti integrate guidate da percorsi diagnostico-terapeutici-assistenziali (PDTA)”.

Per queste ragioni la Fondazione GIMBE ha realizzato la sintesi in lingua italiana delle linee guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE), aggiornate a luglio 2018, che saranno inserite nella sezione “Buone Pratiche” del Sistema Nazionale Linee Guida, gestito dall’Istituto Superiore di Sanità.
I contenuti di queste linee guida integrano quelle pubblicate dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), destinate prevalentemente ad un target specialistico e ultraspecialistico con obiettivi diagnostici e terapeutici. Le linee guida NICE, infatti, si rivolgono ai non specialisti e ai professionisti delle cure primarie, in particolare ai medici di medicina generale e infermieri, formulando raccomandazioni su vari aspetti della gestione della malattia: dalla valutazione dei bisogni assistenziali dei pazienti all’identificazione di un professionista sanitario di riferimento; dalla condivisione delle informazioni con pazienti, familiari e caregiver alla valutazione neuroriabilitativa; dalla gestione degli effetti precoci e tardivi di radioterapia e chemioterapia al follow-up a lungo termine dei pazienti.

Le linee guida NICE enfatizzano come i bisogni assistenziali dei pazienti affetti da tumori cerebrali rappresentino una sfida molto ardua in quanto, insieme alla disabilità fisica, tumore e relativi trattamenti possono condizionare il comportamento, le funzioni cognitive e la personalità del paziente. Per questo raccomandano il coinvolgimento di pazienti, familiari e caregiver per fronteggiare la complessità dei loro potenziali bisogni assistenziali e sociali (psicologici, cognitivi, fisici, spirituali, emotivi) e, soprattutto, di prevedere un tempo adeguato per discutere del potenziale rilevante impatto del tumore cerebrale sulla vita del paziente e di chi lo circonda.
“Auspichiamo che la versione italiana di questo documento – conclude Cartabellotta – rappresenti una base scientifica di riferimento, sia per la costruzione dei PDTA regionali e locali, sia per l’aggiornamento dei professionisti sanitari, oltre che per una corretta informazione di pazienti, familiari e caregiver”.

Le “Linee guida per il trattamento di tumori cerebrali primitivi e metastatici degli adulti” sono disponibili all’indirizzo: www.evidence.it/tumori-cerebrali

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Patient Safety Day, il 17 settembre la prima edizione mondiale

26/08/2019 – Previste iniziative di sensibilizzazione e informazione sul tema della sicurezza delle cure e della persona assistita.

Manca meno di un mese alla prima edizione a livello mondiale del “Patient Safety Day”, celebrato d’ora in poi il 17 settembre di ogni anno, a partire dal 2019.
La Giornata è promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e prevede numerose iniziative a livello territoriale, con la simbolica illuminazione color arancione dei principali monumenti nazionale.
In Italia la Giornata è stata ufficialmente indetta con direttiva del presidente del Consiglio dei ministri dello scorso 4 aprile, su proposta del ministro della Salute. In particolare, si è stabilito che in tale Giornata tutte le amministrazioni pubbliche promuovano “l’attenzione e l’informazione sul tema della sicurezza delle cure e della persona assistita, nell’ambito delle rispettive competenze e attraversi idonee iniziative di comunicazione e sensibilizzazione”.
Il prossimo 27 agosto, a Roma, si terrà presso il ministero della Salute la riunione conclusiva del gruppo di lavoro che sta allestendo il programma degli eventi nazionali e locali legati al tema della Giornata.
Per ulteriori approfondimenti e per scaricare il materiale multimediale internazionale, questi i link a disposizione sin d’ora:
https://www.who.int/campaigns/world-patient-safety-day/2019 https://www.who.int/campaigns/world-patient-safety-day/campaign-essentials/campaign-planning

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Alzheimer: prendersi cura di chi ne soffre è una chiave di volta dell’assistenza infermieristica

21/08/2019 – Think tank al Meeting Salute di Rimini 2019 sull’altro volo dell’Alzheimer. Per gli infermieri è importante prendersi prima di tutto cura della persona più che della malattia, come spiega il consigliere FNOPI Nicola Draoli  

Alzheimer: guardare alla persona e non alla malattia. “E’ Un principio della Federazione nazionale Alzheimer che rientra in pieno nell’essere infermiere”, sottolinea Nicola Draoli, componente del Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) al think thank sull’”altro volto” di questa forma di demenza al Meeting Salute in svolgimento a Rimini dal 19 al 24 agosto.

“Il rapporto con l’assistito, al di là della sua malattia, fa parte del nostro DNA e rientra a tal punto nell’agire quotidiano degli infermieri che il nostro nuovo Codice deontologico detta che in questo ‘l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura’: mai lasciare solo nessun paziente quindi, a prescindere dalla sua patologia. E soprattutto, in questo caso, cercare una relazione diretta che sia per lui davvero una cura”.

Un percorso che, sempre il Codice deontologico, contribuisce a mirare meglio sulla tipologia di pazienti che soffrono di Alzheimer quando dice all’articolo 21 che “l’Infermiere sostiene la relazione con la persona assistita che si trova in condizioni che ne limitano l’espressione, attraverso strategie e modalità comunicative efficaci”.
La demenza riguarda 50 milioni di persone in tutto il mondo, dove ogni 3 secondi una persona viene colpita. Il numero di persone con demenza, e principalmente Malattia di Alzheimer, dovrebbe triplicare nei prossimi 40 anni.
In Italia circa 1 milione di persone sono affette da demenza e circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari. A preoccupare sono anche gli alti costi: nel 2018, la demenza diventerà nel mondo una malattia da mille miliardi di dollari.
Non solo, attualmente solo 29 dei 194 Stati membri dell’Oms che ha sviluppato un suo piano globale sulla demenza 2017-2025, la metà dei quali in Europa, hanno sviluppato un piano sulla demenza.
La demenza richiede l’attivazione di una qualificata rete integrata di servizi sanitari e sociosanitari e, accanto all’assistenza, va ricordata la prevenzione testimoniata da numerose evidenze scientifiche che individuano alcuni fattori di rischio modificabili associati all’insorgenza della demenza di Alzheimer quali il diabete, l’ipertensione in età adulta, l’obesità in età adulta, il fumo, la depressione, la bassa scolarizzazione, l’inattività fisica.
È stato calcolato che riducendo del 10% o del 25% ognuno di questi fattori di rischio si potrebbero prevenire da 1,1 a 3,0 milioni di casi di demenza di Alzheimer.
L’Italia ha dal 2014 il suo Piano nazionale, ma ancora senza fondi specifici per implementare le aree di intervento, carenza questa che lo lascia ancora in stallo rispetto alle misure contenute.
“L’assistenza a questo tipo di persone – spiega Draoli – così come per tutte le cronicità e le patologie caratteristiche delle età più avanzate (in un paese come il nostro, che invecchia rapidamente, le stime sono ancora più allarmanti, essendo l’età il principale fattore di rischio associato alle demenze), assume una configurazione propria dell’assistenza infermieristica. La assume nella sua fase preventiva che ben si inserisce nei modelli territoriali di sanità d’iniziativa e dove esiste la figura dell’infermiere di famiglia e comunità che agisce proprio anche sui fattori di prevenzione della sua comunità di riferimento. Ma anche in ambito assistenziale nelle fasi più avanzate: mantenere la sicurezza fisica, ridurre l’ansia e l’agitazione, migliorare la comunicazione, promuovere l’indipendenza nelle attività quotidiane, provvedere ai bisogni di socializzazione e intimità, mantenere una alimentazione adeguata, gestire i disturbi del sonno, aiutare ed educare i familiari che assistono il paziente. Un volto diverso, appunto, dalla cura, che presuppone una vicinanza col paziente propria della nostra professione”.
“L’altro volto dell’Alzheimer – spiega Draoli – si chiama vicinanza, comprensione e umanità ma sempre con spiccate competenze proprie della disciplina infermieristica. Gli infermieri sanno inoltre bene che interventi di cura e presa in carico sono da estendersi alla famiglia che vive un momento difficile e spesso non del tutto compreso”.
“La malattia di Alzheimer – aggiunge Draoli – è una malattia che sconvolge tutti: le persone che ne sono colpite, le persone e gli affetti di riferimento della persona, che con loro hanno condiviso tanti pezzi di vita e che nella quotidianità le accompagnano in un lento e inesorabile declino, gli operatori che se ne prendono cura. È indispensabile comunicare con chi soffre di questa malattia, anche quando sembrerebbe ormai impossibile. Prendersi cura di loro perché nessun intervento tecnico ha successo se non è accompagnato da una abilità relazionale specifica che prevede una competenza molto elevata”.
Draoli spiega alcuni passaggi peculiari a cui l’infermiere deve prestare la massima attenzione: garantire attività assistenziali che si svolgano in modo uniforme e regolare; favorire l’indipendenza nella cura della propria persona secondo le capacità del paziente; stabilire e mantenere una relazione terapeutica con il paziente; attrarre e mantenere l’attenzione del paziente dando direttive semplici e precise per eseguire i vari compiti;  limitare al massimo le barriere alla comunicazione;  incoraggiare i rapporti con altre persone o gruppi; stimolare i ricordi nel dialogare con il paziente; coinvolgere i familiari in tutti gli aspetti del programma educativo usando l’insegnamento come un’opportunità per analizzare i ruoli, le risorse e i comportamenti del loro adattamento e fornirgli informazioni sui servizi dell’assistenza domiciliare infermieristica ed esortarli a utilizzare tutti i servizi disponibili.
“Questa, come molte altre che ormai caratterizzano un’assistenza mirata alle cronicità e alle patologie legate alla nuova epidemiologia della popolazione che invecchia – aggiunge Draoli – sono situazioni che richiedono un elevato livello di specializzazione. Gli infermieri ce l’hanno già, ma proprio per rendere il tutto una prerogativa mirata, la Federazione che li rappresenta sta sollecitando la realizzazione di percorsi specialistici veri e propri all’interno degli Atenei da cui sicuramente potranno trarre il massimo beneficio anche questo tipo di assistiti: un infermiere dedicato che li accompagni lungo l’arco della loro patologia è ciò di cui ha bisogno chi, più che essere assistito con i farmaci (o comunque non solo con questi dei quali l’infermiere verifica l’aderenza terapeutica attimo dopo attimo), può avere conforto ed esiti positivi soprattutto dagli interventi educativi, preventivi ed assistenziali propri della professione infermieristica”.

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Assistenza agli anziani: servono più infermieri sul territorio. Li chiedono gli over 65 e le famiglie

22/08/2019 – Think tank al Meeting Salute di Rimini 2019 sull’assistenza agli anziani. L’Italia, secondo gli ultimi dai Eurostat, è già al primo posto nel 2018 in Europa per percentuale di over 65: 35,2%, contro una media Ue del 30,5 per cento. L’infermiere, spiega Cosimo Cicia, consigliere FNOPI, è la figura costantemente presente nei team assistenziali

L’Italia, secondo gli ultimi dai Eurostat, è già al primo posto nel 2018 in Europa per percentuale di over 65: 35,2%, contro una media Ue del 30,5 per cento. La buona notizia è che nel 2050 l’Italia non è più prima e a batterla è il Portogallo con il 65,8% di ultrasessantacinquenni, ma la cattiva notizia è che il nostro paese è al secondo posto con ben il 64,7 per cento. E le cose peggiorano dopo altri 50 anni, nel 2100, quando la Croazia è al top col 71,7%, l’Italia raggiunge il 66,7%: oltre due terzi della popolazione è over 65.

E ancora. In un anno sono stati trattati secondo le rilevazioni del ministero della Salute poco meno di un milione di casi di assistenza domiciliare integrata, di cui nell’82,3% dei casi si è trattato di anziani. Ma gli over 65 nel nostro paese superano ormai i 13,6 milioni e la maggior parte ha bisogni di salute.

Il dato positivo, secondo la Federazione nazionale degli Ordini degli infermieri (FNOPI), intervenuta al think thank del Meeting Salute di Rimini con Cosimo Cicia, componente del Comitato centrale FNOPI, è che di questi casi se ne sono occupati in media per 12 ore (anche se solo con una media di 16 accessi l’anno) gli infermieri, contro le 3 ore medie sia di tempo dedicato che di accessi delle altre figure professionali sanitarie: quattro volte e oltre di più quindi.
E gli anziani aumentano: al 1° gennaio 2019 sono 14.456 le persone in Italia che hanno compiuto i 100 anni di età, donne nell’84% dei casi. Tra i centenari secondo l’Istat, ben 1.112 hanno raggiunto e superato i 105 anni e l’87% di questi è donna. In dieci anni (2009-2019) i centenari sono passati da 11 mila a oltre 14mila, quelli di 105 anni e oltre sono più che raddoppiati, da 472 a 1.112, con un incremento del 136 per cento.
Un segnale che conferma l’invecchiamento della popolazione visto anche che un italiano su cinque ha più di 65 anni e gli ultraottantenni rappresentano il 5,3% della popolazione.
L’Italia è uno dei paesi più vecchi dell’Ue e questo richiede un nuovo sistema di assistenza sanitaria che cresca in prevenzione e controllo di numerose patologie correlate croniche dovute all’aumento della complessità di cura verso gli anziani.
Nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache.
“L’infermiere – spiega Cicia – ha vissuto nell’ultimo decennio un forte processo di professionalizzazione nella gestione del paziente anziano (formazione accademica di base e post base, formazione permanente d’aula e on-stage e di ridefinizione giuridico professionale) che lo pone nella possibilità di agire con nuove competenze e di assumere funzioni innovative quali ad esempio quella di ‘case manager’ per un efficace mantenimento della continuità assistenziale”.
“È la figura costantemente presente nei team assistenziali – continua – ed è colui che, indipendentemente dai setting in cui opera, può ricoprire un ruolo significativo sia nella gestione della fragilità che della complessità evidenziata dalla persona assistita, in questo caso del malato anziano, nella sua presa in carico, promozione dell’auto-cura, supporto alla rete parentale non che mantenimento della continuità del percorso clinico assistenziale. La difficoltà delle conoscenze, delle capacità e abilità richieste per fornire un tipo di assistenza geriatrica che possa definirsi adeguata, implica la necessità che gli infermieri specializzati in quest’area sviluppino e posseggano particolari attitudini accanto ad una specifica apertura mentale e profonda comprensione e sensibilità.”.
L’infermiere geriatrico oggi, quindi, è il risultato di un processo clinico – assistenziale e sociale importante e in questo senso deve essere sviluppata e codificata la specializzazione, così come dovrebbe esserlo per chiunque operi in sanità accanto al malato, a questo nuovo malato che invecchia sempre di più.
Tutto questo le famiglie italiane lo sanno, soprattutto se tra loro ci sono non autosufficienti che richiedono prestazioni tutte infermieristiche, con una matrice ampia e articolata, con più o meno elevata tecnicità, che però richiede in ogni caso l’intervento di un infermiere.
Da recenti ricerche promosse dalla FNOPI è emersa la loro difficoltà di avere continuità assistenziale sul territorio e a domicilio tramite il Servizio sanitario, e la possibilità di avere accesso tempestivo al momento del bisogno ad alcune prestazioni sanitarie, tra le quali quelle infermieristiche.
Anche per questo la priorità per il futuro è per quasi l’80% degli italiani l’istituzione della figura dell’infermiere sul territorio, analoga a quella del medico di medicina generale: l’infermiere di famiglia. Una figura molto apprezzata da tutti e su cui sono presenti due recenti proposte di legge in Parlamento, che rende ottimale l’assistenza in un settore chiave per ridurre l’utilizzo improprio dell’ospedale. Questi professionisti, oltre a dare assistenza ai pazienti, possono facilitare il percorso tra le strutture ospedaliere, le strutture territoriali e, sul territorio, tra i medici di famiglia e gli altri attori dell’assistenza e coordinare le attività assistenziali a livello territoriale e domiciliare. Tra gli obiettivi c’è la riduzione delle ospedalizzazioni evitabili e il ricorso improprio al pronto soccorso a favore dei pazienti. Anziani in testa ovviamente.
“Il nursing geriatrico – spiega ancora Cicia – la specializzazione in geriatria degli infermieri, ha precise finalità: mantenimento o recupero dell’autosufficienza, apprendimento all’autogestione di salute o disabilità, educazione alla prevenzione del bisogno, istruzione alle famiglie. Con due aspetti principali. Quello di tutela, che include gli interventi di tipo sostitutivo quando il paziente non è in grado di compiere in modo autonomo le azioni di vita quotidiana. Quello sanitario che comprende il monitoraggio clinico, interventi terapeutici e la programmazione assistenziale di cui un paziente necessita in fase di ospedalizzazione”.
“Per raggiungere l’obiettivo importante di soddisfare le esigenze di questa fascia sempre più ampia di popolazione – prosegue – è necessario disporre di ampie conoscenze sull’invecchiamento, sui problemi che l’anziano si trova ad affrontare.  In risposta a queste esigenze, la disciplina geriatrica e la ricerca in futuro avranno ampio spazio in campo sanitario e la professione infermieristica sarà la protagonista di un nuovo modello di assistenza basato sulla presa in carico globale e di promozione dell’invecchiamento: gli infermieri sono vicini alle persone, per accompagnarle nel loro percorso di mantenimento della salute. La nostra è un’attenzione che si deve integrare con quella di tutti gli altri professionisti del settore, perché solo lavorando in sinergia e nel rispetto reciproco dei ruoli si possono ottenere risultati e, oltre a cure e assistenza, il mantenimento della dignità della persona”.
“I nuovi scenari sociodemografici ed epidemiologici che si sono venuti a delineare negli ultimi anni – ha aggiunto Paolo Zoppi, Direttore Dipartimento Infermieristico e Ostetrico ASL Toscana Centro – se pur largamente annunciati, ci pongono davanti alla necessità di ripensare il sistema di risposte assistenziali alla fragilità, cronicità, invecchiamento ed isolamento sociale.
La scelta di sperimentare nella Toscana centrale, ‘L’Infermiere di Famiglia e Comunità’ – continua – ha consentito di creare per gruppi di popolazione definiti, un punto di riferimento (in team con altri professionisti) che possa dare risposte e sostegno alla fragilità, alla cura, al bisogno di continuità ed integrazione attraverso una presa in carico proattiva, continua e integrata.
A un anno dall’avvio – conclude Zoppi – i primi risultati sono molto incoraggianti; l’intenzione è di estendere e portare a regime la sperimentazione entro il 2020”.

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