Notizie FNOPI

http://www.fnopi.it

Offerta formativa FNOPI FAD ECM 2019

Ll’offerta formativa FAD ECM 2019 prevede tre corsi che saranno in linea fino al 31/12/2019.
Il primo corso è già in linea: “N. 266861 Prevenire, riconoscere e disinnescare l’aggressività e la vio-lenza contro gli operatori della salute”, ed è dedicato alla gestione della violenza da parte di pazienti, familiari e colleghi, eroga 39,6 crediti ECM ed è strutturato in videolezioni.
Il secondo corso, verrà pubblicato dal 10/7/2019, “N. 266856 L’infermiere e le cure palliative”, ed è dedicato all’importante tema delle cure palliative e al ruolo chiave dell’infermiere nel team interdisciplinare, eroga 8 crediti ECM ed è strutturato per casi.
Il terzo corso, anch’esso online dal. 10/7/2019, “N. 267104 Gli effetti della legge 24/2017 sulla respon-sabilità professionale degli infermieri”, è dedicato alla responsabilità professionale. La legge Gelli ha cam-biato radicalmente la responsabilità degli infermieri e ha imposto che ciascuno abbia una copertura assicurativa al riguardo, tema sul quale la Federazione si è molto impegnata. Il corso eroga 3,9 crediti ECM.

http://www.fnopi.it

“Valorizzare il personale Ssn con premialità, meritocrazia e riconoscimento delle competenze”

11/07/2019 – Questi i risultati di una ricerca Fiaso-IEN mentre un’indagine della Federazione degli Ordini degli Infermieri conferma: il 79% dei più giovani non cambierebbe la professione e il 70% nemmeno il lavoro; solo il 50% cambierebbe per cercare maggiore riconoscimento.

“La ricerca Fiaso-IEN (Istituto europeo neurosistemica) sulla gestione delle risorse umane in sanità conferma una realtà già da tempo – purtroppo – ben conosciuta da chi lavora e da chi gestisce i servizi, l’assoluta importanza del lavoro dei professionisti perché il sistema funzioni e l’altrettanto assoluta necessità di interventi che rompano la routine ormai consolidata di allineamento verso il basso senza riconoscimenti di competenze, specializzazioni e meritocrazia”.

È questo il primo commento di Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (FNOPI), ma anche direttore sociosanitario dell’Asst Milano Nord, ai risultati dello studio Fiaso sulla gestione delle risorse umane in sanità che mette in risalto che il 52% dei neo assunti e il 38% dei “senior” vorrebbe cambiare azienda per condizioni e guadagni migliori anche se giudicano gratificante la propria attività il 51% dei senior e il 67% dei neoinseriti.

“lo stimolo a prendersi cura è anche la ragione per cui si sceglie una professione che cerca di risolvere i bisogni di salute delle persone – ha detto Mangiacavalli -: aiutare gli altri e assisterli è lo scopo di chi lavora in sanità e riuscirci è di per se premiante, al di là del contorno organizzativo, per il quale le aziende fanno sicuramente il loro meglio, ma che ormai è evidente ha bisogno di poter contare su investimenti e riconoscimenti maggiori”.

Nel campione analizzato, così come nelle strutture del Servizio sanitario nazionale la maggioranza dei professionisti sono infermieri: nello studio Fiaso la percentuale degli infermieri che hanno partecipato all’indagine rispetto al totale del campione è 37% junior e 36% senior; la percentuale dei medici è 26% junior e 20% senior; ci sono poi 9% OSS junior e 19% OSS senior.

“I risultati dello studio Fiaso confermano una ricerca condotta dalla FNOPI tra gli infermieri più giovani(i senior sono gli infermieri che ormai da anni operano con successo, anche se spesso con poca gratificazione, nel Servizio sanitario nazionale) da cui risulta che il 34% dei cosiddetti ‘junior’ ha conseguito una formazione post base e solo il 5% è in attesa di occupazione; e il 57% è occupato a tempo indeterminato e vive e lavora nella Regione in cui si è formato e risiede. I giovani sono soddisfatti della formazione, meno del lavoro e circa la metà vorrebbe cambiare il posto di lavoro. La formazione di base riceve un giudizio eccellente, anche in vista dell’introduzione al mondo del lavoro. Ritengono che la professione sia valorizzata nel posto di lavoro, ma sull’adeguatezza delle retribuzioni il giudizio precipita sia per la corrispondenza alle responsabilità, che ai carichi di lavoro. Buono il rapporto con i colleghi”.

“E la ricerca FNOPI – aggiunge – conferma anche altri dati analizzati da FIASO: il 79% non cambierebbe la professione e il 70% nemmeno il lavoro; solo il 50% cambierebbe il posto di lavoro. Per quanto riguarda l’ambito clinico lavorativo i più soddisfatti sono quelli che lavorano in emergenza urgenza e terapia intensiva, settore notevolmente ambito anche da coloro che lavorano in campo medico e chirurgico”.

“Tutto questo – commenta ancora Mangiacavalli – si traduce nella necessità di crescita del riconoscimento professionale e delle relative competenze, di maggiore attenzione alle specializzazioni delle professioni, alla loro formazione e alla crescita professionale dei giovani, ma anche nel riconoscimento e nella giusta meritocrazia dei senior che spesso gli fanno da guida e da esempio”.

“Dal punto di vista delle aziende – conclude – l’analisi di Fiaso è puntuale e coglie nel segno delle reali necessità di chi gestisce la sanità: oltre alla ovvia necessità di maggiori investimenti e dello sblocco definitivo e totale delle assunzioni per poter far fronte alle pesanti carenze di organici e ‘ringiovanire’ i servizi, è necessario costruire sistemi di riconoscimento del merito efficaci, anche individuando nuovi e più efficaci strumenti di valutazione e offrire percorsi formativi e ambienti che favoriscano lo sviluppo delle competenze, per esempio offrendo la possibilità di avviare percorsi individuali per ogni singola competenza”.

I risultati della ricerca Fiaso-IEN

Il personale si sente gratificato e dichiara di lavorare in ottime condizioni, grazie anche agli sforzi compiuti dal management sanitario per compensare con innovazione e migliore organizzazione quel che non si è potuto concedere in termini economici e di carriera.

Ma i 13mila medici, infermieri, tecnici e amministrativi delle 12 Aziende sanitarie coinvolte dall’indagine Fiaso-IEN , dicono anche che si è ormai vicini a un punto di rottura e che senza nuove motivazioni e riconoscimenti retributivi si potrebbe arrivare a una pericolosa fuga di professionisti della nostra sanità.

Questi i principali risultati.

  • La percentuale degli infermieri che hanno partecipato all’indagine rispetto al totale del campione è 37% junior e 36% senior; la percentuale dei medici è 26% junior e 20% senior; ci sono poi 9% OSS junior e 19% OSS senior.
  • Il personale si sente, infatti, comunque gratificato e dichiara di lavorare in ottime condizioni, grazie anche agli sforzi compiuti dal management sanitario per compensare con innovazione e migliore organizzazione quel che non si è potuto concedere in termini economici e di carriera.
  • I 13mila medici, infermieri, tecnici e amministrativi delle 12 Aziende sanitarie coinvolte dall’indagine, che sarà presentata l’11 luglio nel corso dell’Assemblea nazionale della Federazione, dicono anche che si è ormai vicini a un punto di rottura e che senza nuove motivazioni e riconoscimenti retributivi si potrebbe arrivare a una pericolosa fuga di professionisti della nostra sanità.
  • I dipendenti di Asl e ospedali, che dal 2009 al 2017 si sono ridotti di oltre 46mila unità, pari al 6,2% della forza lavoro complessiva, si rivelano ancora fedeli ai valori della loro professione e nutrono un profondo senso di appartenenza al nostro Ssn, capace di far superare le delusioni del presente e le preoccupazioni per il futuro. Il 51% dei senior e il 65% dei neoinseriti ritiene, infatti, di lavorare in condizioni ottime, sebbene si sia assistito negli ultimi tempi a un peggioramento delle stesse condizioni lavorative.
  • Il 51% dei senior e il 67% dei neoinseriti prova gratificazione nello svolgere il proprio lavoro, che entrambe le categorie, in larga maggioranza, ritengono di assolvere ancora in modo efficiente.
  • La capacità di “problem solving”, cioè di risolvere i problemi quotidiani sul lavoro, è considerata buona dal 73% dei professionisti più anziani e dall’85% dei più giovani. Il 67% dei senior e l’85% degli junior ritiene anzi di aver addirittura migliorato la propria capacità di risolvere problemi.
  • Il 76% dei senior e il 76% dei neoinseriti riferiscono di aver contribuito, con le proprie competenze e motivazioni, al miglioramento dell’unità organizzativa nella quale operano.
  • Riguardo alle competenze professionali, il 60% dei professionisti e il 73% dei loro colleghi junior ritiene che il lavoro che svolge sia tarato sulle proprie abilità fisiche e mentali.
  • La resilienza è favorita dalla capacità di lavorare in interazione con i propri colleghi, percepita positivamente dal 74% dei senior e dall’84% dei neoinseriti.
  • Un limite, ma allo stesso tempo un punto di forza dei sistemi di gestione delle Risorse Umane è dato dalla disponibilità di lavoratori e professionisti della sanità a impegnarsi maggiormente nel proprio lavoro, purché messi nelle condizioni di poterlo svolgere al meglio. Per il 53% dei lavoratori più anziani e il 63% dei più giovani si “può dare di più”. Tendenza, questa, meno diffusa tra i medici territoriali.
  • I giudizi positivi si devono anche agli interventi del management per una migliore gestione del personale, sia senior e che junior.
  • Tra i più anziani, il 58% ritiene di aver partecipato a corsi formativi in quantità adeguata, e l’81% di essi li apprezza.
  • La flessibilità su tempi, orari e ritmi di lavoro è stata attuata nel 35% dei casi, ma il suo gradimento sarebbe del 73%.
  • Tra i neoinseriti la presenza di un tutor è stata garantita nel 63% dei casi, con un gradimento dell’87%.
  • La conoscenza delle procedure aziendali è risultata diffusa nel 74% del campione, che lo gradisce nel 96% dei casi. Più bassa la partecipazione ai corsi formativi, che ha coinvolto il 31% dei neoinseriti, mentre sarebbe gradita dalla quasi totalità.
  • Anche l’incontro generazionale senior-junior ha contribuito alla tenuta del sistema, con l’85% dei primi che ha ben accolto i nuovi e questi che, dal canto loro,  per il 74% riferiscono di essere stati aiutati nell’inserimento grazie al trasferimento di conoscenze non a senso unico: il 75% dei più anziani è stato pronto a trasmettere informazioni e competenze ai nuovi arrivati, il 61% dei senior ha ammesso di aver imparato dai più giovani.
  • Il campanello d’allarme più preoccupante è quello di chi, nonostante il giudizio ancora positivo sulle condizioni di lavoro, si dichiara disposto a trovare di meglio altrove, in altre aziende sanitarie, ma anche all’estero: cambierebbe azienda per trovare un clima lavorativo migliore il 52% dei neoinseriti e il 38% dei senior.
  • Percentuali che salgono per ragioni economiche per le quali sarebbe disponibile a lasciare il 61% dei più giovani e il 45% dei più anziani.
  • La propensione a cambiare azienda risulta maggiore tra i medici ospedalieri. Tra i neoinseriti, il 32% si dice disponibile a recarsi a lavorare all’estero per trovare un migliore clima lavorativo, il 44% per assicurarsi un maggiore ritorno economico.
  • Un rischio fuga che accanto alle competenze professionali farebbe perdere alle Aziende anche valore economico, visto che la formazione di un solo medico, per esempio, costa allo Stato circa 250 mila euro.
  • A generare questa insoddisfazione sono anche le relazioni non sempre ottimali con i propri capi, con i quali denunciano incomprensioni il 34% dei neoinseriti e il 46% dei senior. Percentuali che indicano, secondo i curatori della ricerca, “ampi spazi di miglioramento per i sistemi di gestione delle persone”.
  • La percezione della meritocrazia è valutata scarsa dal 71% dei senior e dal 64% dei neoinseriti, che riferiscono “di non ricevere adeguati riconoscimenti quando svolgono un buon lavoro”.
  • La quasi totalità dei lavoratori anziani (90%), oltre al 72% di quelli junior, non vede nulla di nuovo brillare nel proprio futuro, prevedendo l’assenza di riconoscimenti anche se aumenteranno le competenze professionali.
  • Dalla formazione si sentono esclusi il 69% dei neoinseriti e il 42% dei senior.
  • Il riconoscimento delle competenze lascia insoddisfatti il 44% dei neoinseriti, che ritiene la realtà lavorativa sperimentata fino a ora in azienda non in linea con le aspettative iniziali.
  • Il futuro sembra generare timori e pessimismo: sia per senior che per junior la carriera futura non permetterà di soddisfare le esigenze economiche e di condurre uno stile di vita confortevole (83% senior, 60% neoinseriti); la condizione lavorativa generale non migliorerà (88% senior, 59% neoinseriti); sarà più difficile ricevere riconoscimenti per il buon lavoro svolto (87% senior, 68% neoinseriti) anche quando le competenze aumenteranno (90% senior, 72% neoinseriti); il clima lavorativo peggiorerà (82% senior, 64% junior) e il carico di lavoro aumenterà (90% senior, 90% neoinseriti). E per il 14% dei neoinseriti e il 39% dei senior in futuro la carriera potrà persino peggiorare.

Le proposte Fiaso

– realizzare ambienti di lavoro migliori;

– fornire ritorni economici più adeguati, migliorando la percezione di equità delle retribuzioni, valorizzando e ampliando la gamma dei benefit disponibili, e legando al meglio le incentivazioni ai processi annuali di valutazione;

– migliorare le competenze dei capi nella gestione dei propri collaboratori, ad esempio con la costruzione di learning community di chi ricopre ruoli di responsabilità, oltre che di “competence team” per promuovere le buone pratiche tra i dirigenti;

– costruire sistemi di riconoscimento del merito efficaci, anche individuando strumenti di valutazione dello stesso;

– offrire percorsi formativi e ambienti che favoriscano lo sviluppo delle competenze, per esempio offrendo la possibilità di avviare percorsi individuali concertati con un tutor, o attraverso biblioteche virtuali per ogni singola competenza;

– costruire una visione del futuro lavorativo, puntando per i senior anche a su processi di rotazione, mobilità interna e cambi di ruolo che consentano di superare la staticità del lavoro;

– migliorare la sicurezza sul posto di lavoro.

Stampa

FILE ALLEGATI Ricerca Fiaso-IEN 11 luglio.pdf (13 MB)
 Fiaso senior.jpg (27 KB)
 Fiaso junior.jpg (29 KB)

Condividi su:        

http://www.fnopi.it

Piano Cronicità. Manca in 5 Regioni, oltre 20 mesi medi per recepirlo, troppe differenze territoriali

01/07/2019 –  A luglio 2019 manca ancora il recepimento del Piano nazionale Cronicità in cinque Regioni e per le altre si va da recepimenti lampo dopo due mesi dall’approvazione del piano a settembre 2016 a 33 mesi di attesa. Molte, troppe, le differenze tra le Regioni oltre che nei tempi anche nei modi di recepimento

Nel 2020 si stima che rappresenteranno l’80% di tutte le patologie nel mondo. Impegnano il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale. In Europa sono responsabili dell’86% di tutti i decessi e di una spesa sanitaria annua valutabile in 700 miliardi di euro; 24 milioni le persone che in Italia nel 2017 ne soffrono, quasi 67 miliardi di euro la spesa complessiva in Italia.

Sono le malattie croniche. Una delle priorità previste anche dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

A tal fine l’Italia il 15 settembre 2016 si è data una propria strategia e un modello di presa in carico delle cronicità approvando il Piano Nazionale della Cronicità, attraverso uno specifico Accordo Stato-Regioni che valorizza e da centralità alla professione infermieristica richiamandola esplicitamente ben 36 volte all’interno del testo.

Un atto di programmazione sanitaria nazionale fondamentale, voluto e messo a punto con il coinvolgimento e la condivisione di tutti: Associazioni di cittadini e pazienti, società scientifiche, Regioni e Istituzioni centrali.

Proprio per questo preoccupa molto che a quasi 3 anni dalla sua approvazione ancora ci siano Regioni che non hanno neppure recepito almeno formalmente il Piano.

Del resto, purtroppo, la mancata/ritardata attuazione e/o l’attuazione a macchia di leopardo da parte delle Regioni, di Leggi e/o atti di programmazione sanitaria nazionale già approvati, continua a rappresentare una tra le principali criticità dell’attuale governance del Servizio Sanitario Pubblico, che contribuisce a minare la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni e ad aumentare le attuali disuguaglianze che già esistono tra le Regioni.

Un problema questo sul quale è necessario intervenire subito sfruttando proprio l’occasione offerta dai lavori di stesura del nuovo Patto per la Salute.

Vale la pena sottolineare come il recepimento formale da parte delle Regioni sia il primo adempimento previsto dallo stesso Accordo nazionale.

Ad oggi sono 15 le Regioni italiane ad averlo recepito formalmente con propria Delibera, la Regione Lombardia ha un proprio Piano, mentre non sono ancora reperibili (dopo una ricerca svolta sui siti web) le Delibere di recepimento del Piano nazionale di Campania, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna.

Molte, troppe, le differenze tra le Regioni a partire dai tempi di recepimento.

Come mostra la tabella, si passa dai 2 mesi della Puglia, ai dell’Umbria, ai dell’Emilia Romagna, sino ad arrivare ai 33 mesi della Calabria che lo ha recepito il 18 giugno di quest’anno grazie ad un Decreto del Commissario ad acta.

Differenze sono riscontrabili anche nelle modalità di recepimento. Abbiamo recepimenti puramente formali come ad esempio quello del Molise e della Calabria e recepimenti più sostanziali con strategie e azioni puntuali per attuare concretamente i contenuti e il modello del Piano Nazionale della Cronicità. E’ il caso, solo per fare alcuni esempi, del Piemonte, dell’Umbria e del Veneto che lo ha recepito direttamente all’interno del proprio Piano socio sanitario regionale 2019-2023.

Colpisce come le Regioni le cui delibere di recepimento del Piano Nazionale della Cronicità non sono ancora reperibili e quelle che invece lo hanno recepito tardivamente, come ad esempio la Calabria e il Molise, sono anche quelle Regioni che stando alle anticipazioni dei risultati della sperimentazione del Nuovo Sistema Nazionale di Garanzia dei LEA (che entrerà in vigore il prossimo anno) hanno maggiori criticità nel garantire i LEA, in molti casi proprio del livello di assistenza distrettuale.

Peraltro la Regione Calabria è tra le Regioni con più ampia diffusione di malattie croniche, il Molise e la Sardegna sono le Regioni con rispettivamente maggiori malati di cuore e di osteoporosi.

A tutto questo si aggiungono anche le pesanti carenze di personale, con particolare riguardo a quello infermieristico.

Tra carenze ordinarie e straordinarie di Quota 100 e pensionamenti ordinari in Campania mancheranno 8.580 infermieri, in Calabria 3.516, in Sardegna e Sicilia rispettivamente 2.740 e 8.034 unità.

Alla luce di tutto ciò è prioritario:

  • rafforzare il ruolo del Ministero della Salute di sostegno, coordinamento, indirizzo, verifica dei Lea (e relativo intervento quando necessario) nei confronti delle Regioni, anche garantendo la certezza dell’attuazione tempestiva e concreta, in tutto il territorio nazionale, delle decisioni assunte a livello nazionale anche con Accordi tra lo Stato e le Regioni;
  • riconoscere il recepimento e l’attuazione sostanziale del Piano Nazionale delle Cronicità da parte delle Regioni come vero e proprio “adempimento Lea” oggetto di verifica da parte del Comitato nazionale e come indicatore da introdurre e verificare nel nuovo “Sistema nazionale di garanzia dei Lea”, che entrerà in vigore probabilmente nel 2020;
  • valorizzare e mettere a sistema su tutto il territorio nazionale la figura dell’infermiere di famiglia e di comunità (buona pratica già in alcune Regioni e con importanti risultati in termini di esiti di salute), al fine di garantire l’attuazione efficace e reale del Piano nazionale della cronicità e per portare nelle case delle persone il Servizio Sanitario Pubblico;
  • realizzare e approvare un provvedimento nazionale che definisca gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici dei servizi sanitari territoriali da garantire a tutti i cittadini in tutte le aree del Paese, nelle grandi città, nei piccoli centri, nelle aree interne più disagiate.
  • garantire gli incrementi del Fondo Sanitario nazionale per gli anni 2020 e 2021 così come previsto nell’ultima Legge di Bilancio e accelerare sul nuovo Patto per la Salute. 

Tonino Aceti
Portavoce Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche

Stampa

FILE ALLEGATI tab PNP.jpg (407 KB)

http://www.fnopi.it

Aggressioni: infermieri e medici imparano a evitarle. Partono i corsi del progetto CARE

03/07/2019 – Dodici lezioni ECM audio e video per imparare e praticare de-escalation, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale, coordinati e illustrati dallo psichiatra criminologo Massimo Picozzi

L’89,6% degli infermieri è stato vittima di violenza fisica/verbale/telefonica o di molestie sessuali da parte dell’utenza sui luoghi di lavoro.

Il dato allarmante lo ha elaborato il Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università di Tor Vergata di Roma e mette in evidenza la necessità assoluta di un intervento che blocchi il fenomeno sempre più diffuso delle aggressioni.
Per quanto riguarda la violenza fisica i dati parlano chiaro (la somma non dà 100 perché possono essersi manifestate varie forme di aggressione nello stesso caso): nel 43,1% dei casi si tratta di lancio di oggetti e sempre nel 43,1% di casi di sputi verso l’operatore sanitario, ma a seguire (39,1%) ci sono graffi, schiaffi e pugni (37,2%), tentata aggressione (36,6%) spintoni (35,4%), calci (26,2%) e così via.
Per non parlare di quante volte gli infermieri sono oggetto di violenze verbali (urla, offese, insulti, minacce ecc.): nel 26,6% dei casi è capitato più di 15 volte, ma nel 35,7% tra 4 e 15 volte e nel 31,9% dei casi da una a tre volte.
Cosa provocano gli episodi di violenza? Lo studio evidenzia che nel 41,8% dei casi scatta negli infermieri difficoltà/calo di concentrazione per l’intero turno, nel 16,9% paura e nella stessa percentuale rabbia, nel 18,9% dei casi chi è stato soggetto a violenza delega le proprie attività verso l’utente a un altro collega e nel 5,5% dei casi si arriva anche a soffrire di un comportamento di esclusione tale da compromettere l’esecuzione delle proprie attività.
Dati questi che assieme a quelli elaborati dalla Federazione degli Ordini dei medici e dai sindacati di categoria aumentano ancora la dimensione del fenomeno: Il 50% dei medici ha subito, nell’ultimo anno, aggressioni verbali; il 4% è stato vittima di violenza fisica. Oltre il 38% si sente poco o per nulla al sicuro e più del 46% è abbastanza o molto preoccupato di subire aggressioni.
Per questo la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, assieme alla FnomCeo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, offrono gratis ai loro iscritti corsi FAD (formazione a distanza) specifici che si basano su interventi di comunicazione verbale e non, con l’obiettivo di diminuire tensione e aggressività nella relazione interpersonale. E che consentono di avere a chi conclude il corso numerosi crediti ECM.
L’accessibilità al corso per infermieri e medici è prevista accedendo ai corsi dai rispettivi portali istituzionali.
Il progetto si chiama “C.A.R.E. (Consapevolezza, Ascolto, Riconoscimento, Empatia) – Prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute” ed è composto di 12 sezioni; per ogni sezione sono previste alcune attività obbligatorie: uno o più video relativi ad argomenti specifici; la consultazione dei testi dei video; un questionario di valutazione ECM con domande a risposta multipla che sondano le conoscenze acquisite.
I titoli dei vari capitoli vanno, ad esempio, da “no ai pregiudizi” a “dalla rabbia all’aggressività alla violenza”, da “la comunicazione e l’ascolto” a “la paura e il suo linguaggio”, da “il conflitto” a “affrontare e gestire una crisi” e ancora, sempre come esempio, da “bullismo e inciviltà nel lavoro (infermieristico e medico)” fino a “decidere, tra ragione e intuizione, e le tecniche avanzate dei negoziatori in contesti critici”.
Il responsabile-realizzatore dei corsi è il Prof. Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e scrittore, docente per la Polizia di Stato e per l’Arma dei Carabinieri, responsabile del laboratorio di “Comunicazione non verbale e gestione dei conflitti” presso lo IULM di Milano.
La filosofia del corso si basa sulla de-escalation, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale, appunto, che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale.
La persona che assume un atteggiamento aggressivo è un soggetto che non si sente compreso e attraverso il suo comportamento violento vuole esprimere questo disagio: il compito di ogni operatore è riconoscere queste particolari esigenze per evitare episodi di rabbia incontrollata e comprendere il suo stato d’animo e le sue emozioni; parliamo in questo caso dell’utilizzo del Talk Down.
Un meccanismo da prendere in considerazione anche in presenza di elementi che possano ferire i soggetti presenti (martelli, coltelli, oggetti contundenti), ma in tal caso si dovrà pensare a attuare un intervento mediato dalle Forze dell’Ordine e allontanarsi.
Utilizzare toni pacati, un linguaggio socioculturale in linea con la persona, non sovrapporsi alle parole della persona, accertarsi di essersi fatti capire e capire, non utilizzare toni accusatori o paternalistici, non rispondere con toni aggressivi e poi anche mantenere sempre il contatto visivo, la distanza di sicurezza, il contatto emotivo (risonanza-uguaglianza emotiva. Es. se lui si alza, anche io mi alzo), evitare qualsiasi contatto fisico, anche quando sembra che la situazione sia risolta sono solo alcuni degli atteggiamenti da imparare e utilizzare in caso di tentativo di aggressione.
“Uno dei dati a nostro avviso più allarmanti – spiega il presidente della FnomCeO, Filippo Anelli – è la rassegnazione che emerge dalle risposte dei nostri colleghi: il 48% di chi ha subito un’aggressione verbale ritiene l’evento ‘abituale’, il 12% ‘inevitabile’, quasi come se facesse parte della routine o fosse da annoverare tra i normali rischi professionali. Le percentuali cambiano di poco in coloro che hanno subito violenza fisica: quasi il 16% ritiene l’evento ‘inevitabile’, il 42% lo considera ‘abituale’”.
“Questa percezione falsata e quasi rassegnata del fenomeno – aggiunge Anelli – porta con sé gravi effetti collaterali, come la mancata denuncia alle autorità, l’immobilismo dei decisori, ma anche il burnout dei professionisti, con esaurimento emotivo, perdita del senso del sé e demotivazione nello svolgimento della professione”.
“La nostra professione – ha commentato la presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche Barbara Mangiacavalli, la più numerosa d’Italia e che vede coinvolti negli atti di violenza una percentuale altissima di infermieri – ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute.
Ed è altrettanto essenziale che i cittadini, spesso sopraffatti dalla tensione e dalle paure che generano i problemi di salute, purtroppo il più delle volte anche gravi, comprendano che i nostri professionisti lavorano per loro e per il loro bene e non li aggrediscano, ma li mettano nelle condizioni di dare il meglio di sé per poterli davvero aiutare”.

Stampa

http://www.fnopi.it

FNOPI alla maratona sul Patto salute: infermiere di famiglia e maggiori competenze in pole

08/07/2019 – Due risultati chiari dalla maratona sul Patto per la salute per gli infermieri: l’infermiere di famiglia c’è nel testo del documento e c’è un percorso che in analogia con quanto fatto a suo tempo col DM 70/2015 per l’ospedale, si occuperà di sistematizzare, aggiornare e organizzare gli standard di assistenza sul territorio

Due risultati chiari dalla maratona sul Patto per la salute per gli infermieri: l’infermiere di famiglia c’è nel testo del documento e c’è un percorso che in analogia con quanto fatto a suo tempo col DM 70/2015 per l’ospedale, si occuperà di sistematizzare, aggiornare e organizzare gli standard di assistenza sul territorio.

Queste le principali novità d’interesse della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche, FNOPI (oltre 450mila iscritti, la maggiore d’Italia) emerse dalla maratona per il Patto per la Salute voluta dal ministro della Salute Giulia Grillo per confrontarsi con tutti gli stakeholders sul documento che farà da base all’organizzazione sanitaria del prossimo triennio, alla quale a rappresentare la FNOPI c’era Nicola Draoli, componente del Comitato centrale della Federazione e presidente dell’ordine di Grosseto.

Dall’infermiere di famiglia, quindi, asso nella manica per soddisfare i bisogni emergenti e sempre maggiori di cronici e non autosufficienti i cui numeri sono in costante crescita, fino alla valorizzazione dell’infermiere in attività e competenze dove oggi è presente, ma che non si sono potute sviluppare in modo omogeneo su tutto il territorio, come nell’emergenza-urgenza.
Il decreto/regolamento sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza sociosanitaria territoriale dovrà prevedere secondo la bozza di Patto la valorizzazione e lo sviluppo delle competenze delle professioni.
In particolare, di quella infermieristica, finalizzata alla copertura dell’enorme incremento di bisogno di continuità dell’assistenza, educazione terapeutica, in particolare soprattutto per i soggetti più fragili, affetti da multi-morbilità e grazie anche allo sviluppo di strutture intermedie (es.: ospedali di comunità) a gestione infermieristica.
Ma soprattutto prevedendo l’implementazione sul territorio nazionale delle esperienze assistenziali efficaci a partire dall’infermieristica di famiglia e comunità.
L’infermiere di famiglia è uno dei molteplici e importanti esempi delle competenze sviluppate dalla professione, ma ce ne sono molte altre anche riguardo all’assistenza ospedaliera e nell’emergenza urgenza. Proprio per questo FNOPI auspica che il nuovo Patto per la Salute sia volano per lo sviluppo e la valorizzazione delle competenze professionali degli infermieri.
Così il SSN si innova, si rafforza e cambia nella direzione giusta, quella che serve ai nuovi bisogni di salute delle comunità, ha spiegato la Federazione all’incontro.
“Questo chiedono i cittadini – ha detto Draoli -, questo chiedono i professionisti.  Questo ci chiedono le associazioni e le società scientifiche. Questo indicano gli studi e i dati. Questo ci chiede oggi la condizione sociale, sanitaria, economica del nostro paese.  Il futuro del benessere dei cittadini passa dall’implementazione dell’assistenza infermieristica, soprattutto quella di famiglia e comunità, ben integrata in équipe ampie con i medici di medicina generale, a casa delle persone. Non possiamo più aspettare e questo Patto è la nostra più grande opportunità di farci trovare preparati ai bisogni reali delle persone. Non vorremmo un documento ‘salute per tutti nel 22° secolo’ che riprenda quanto si dice ormai da 20 anni”.
Per quanto riguarda l’emergenza-urgenza, ad esempio, il modello attuale diffuso nella maggior parte dei territori è efficace, efficiente e soddisfa le aspettative delle Regioni che rispetto a prese di posizione mediatiche sulla presenza dei professionisti sulle ambulanze, hanno detto che si tratta di “strumentalizzazioni di qualcuno per creare divario tra professionisti invece che coesione e multi professionalità”.
I risultati delle Regioni dove il modello è utilizzato da anni sono buoni e tangibili e il modello attuale è quello ottimale e dovrà solo essere formalizzato anche nel Patto e si dovranno sviluppare sempre maggiori competenze delle professioni per renderlo ancora più efficiente.
Così la bozza di Patto prevede la realizzazione di un elevato grado di integrazione informativa e funzionale tra i diversi nodi della rete assistenziale (cure primarie, cure intermedie e ospedali per acuti) avvalendosi degli strumenti innovativi collegati alle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), la ridefinizione di tutti gli attori della cura accreditati nel territorio per la gestione dell’emergenza-urgenza e della cronicità instabile, anche con l’introduzione di modelli organizzativi dipartimentali “transmurali”, cioè di raccordo ospedale-territorio e delle centrali operative.
E di questo gli infermieri sono e saranno protagonisti.

Stampa

http://www.fnopi.it

Autonomie e Patto per la Salute: la FNOPI incontra il ministro per gli Affari regionali Erika Stefani

04/07/2019 – Nel Patto per la salute il coinvolgimento del ministro riguarda la sua delega per la valorizzazione delle zone montane e le piccole isole dove è prioritario l’inserimento dell’infermiere di famiglia. Sulle autonomie il ministro ha garantito equità e uniformità con linee di indirizzo nazionali e si è detta d’accordo con gli infermieri sulla necessità di sollecitare interventi di recupero per le Regioni  indietro nell’applicazione dei livelli essenziali di assistenza

Incontro tra la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche e il ministro per gli Affari regionali Erika Stefani.

Al centro del colloquio – presenti per la FNOPI Franco Vallicella, componente del Comitato centrale e Tonino Aceti, portavoce della Federazione – gli argomenti caldi del momento che hanno, dall’autonomia differenziata al Patto per la salute, uno snodo fondamentale proprio nelle Regioni.

Prima di tutto lo sviluppo dell’assistenza territoriale con l’infermiere di famiglia e di comunità.
Il coinvolgimento del ministro per gli Affari regionali, oltre che come anello importante tra Regioni e Governo, è anche ipotizzabile sviluppando una delega di Erika Stefani che riguarda le azioni governative, anche normative per la salvaguardia e la valorizzazione delle zone montane con interventi speciali per la montagna, di natura territoriale, economica (c’è un apposito fondo alimentato anche a livello comunitario), sociale e culturale e la cura dei problemi delle piccole isole.
Si tratta in sostanza della cura di oltre un terzo del territorio italiano (le zone montane coprono il 35,2% e le isole l’1% della Penisola) e la collaborazione tra infermieri di famiglia sul territorio e Dipartimento degli Affari regionali porterebbe attenzione – sociale e di cura – e sostegno in quelle zone che oggi spesso vengono spopolate perché prive proprio di supporti sociali e più in generale di servizi pubblici. Argomento che il ministro degli Affari regionali ha giudicato rilevante, dichiarandosi pronta a collaborare alla proposta FNOPI.
Poi il tema delle autonomie. Su questo FNOPI ha ribadito la sua posizione di salvaguardia dell’equità e di omogeneità per quanto riguarda l’assistenza alle persone.
Il ministro, che ha raccolto la posizione della Federazione, ha sottolineato che la richiesta di alcune Regioni di maggiore autonomia è stata in parte fraintesa e distorta nella fase di comunicazione pubblica. Il Governo poi – e di questo lei stessa rappresenterà l’esigenza agli altri ministri – intende sottolineare e specificare bene, qualunque sia il testo su cui si possa discutere, che tutto avviene in una cornice assolutamente nazionale e, quindi, come chiesto dalla FNOPI, tenendo ferma la barra su alcune parole come equità, unitarietà e indivisibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
Anzi, Stefani si è detta d’accordo con gli infermieri sulla necessità di sollecitare interventi efficaci perché si portino le Regioni attualmente indietro nell’applicazione dei livelli essenziali di assistenza, sullo stesso piano delle altre, per evitare diversità pericolose tra i cittadini.
Sul tema delle autonomie poi, il ministro ha anche ricordato che è previsto l’intervento del Parlamento per discuterle. Parlamento che farà da ulteriore garante di equità. Parole quelle del Ministro raccolte con favore dalla FNOPI.
Massima disponibilità alla collaborazione quindi: FNOPI e Affari regionali sono pronti a lavorare insieme per assicurare l’assoluta e omogenea tutela dei cittadini.

Stampa

http://www.fnopi.it

L’arte di curare e di raccontare, parte un nuovo progetto rivolto agli infermieri

01/07/2019 – La FNOPI intende favorire una corretta rappresentazione del senso della professione infermieristica, anche attraverso canali non convenzionali come il linguaggio teatrale.

La Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche intende favorire una corretta rappresentazione del senso della professione infermieristica, anche attraverso canali non convenzionali come il linguaggio teatrale. Per tale ragione il comitato centrale ella FNOPI ha deliberato di sostenere il progetto proposto dai registi Roberto Gandini e Gianluca Rame, che intende raccogliere, stimolare, sceneggiare storie che riguardino il vissuto della professione: cosa è stato, cosa è, cosa sarà ESSERE INFERMIERE.

Attraverso un partecipato periodo di dialogo, raccoglieremo un massimo di 30 storie, attivando un canale di comunicazione via WhatsApp (al numero 327 905 1266) disponibile, in sola entrata, fino al 31 luglio 2019.
Saranno accettati video e/o vocali della durata massima di 5 minuti. Dovranno riportare nome e cognome, Opi di appartenenza e un contatto valido (es. indirizzo email) dell’autore.

Il materiale sarà analizzato e selezionato e gli autori dei contributi ritenuti di maggiore interesse da parte del regista potranno essere invitati a partecipare ad un Workshop residenziale gratuito a Roma(20 ore complessive) che si svolgerà entro l’anno.

Tutto il materiale raccolto sarà unicamente trattato per le finalità del progetto; non ceduto né divulgato a terzi.

L’arte di curare e di raccontare – Un lavoro teatrale a rilevanza nazionale sulla professione infermieristica
Progetto a cura di Roberto Gandini* e Gianluca Rame**

* Regista del Teatro di Roma, Coordinatore Artistico Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli Collabora con il M.I.B.A.C. – Centro per il Libro e la Lettura Docente Master presso Università degli Studi Suor Orsola Benincasa – Napoli Docente Master presso Università Sapienza Teatro Sociale.
** Videoeditor e regista, collabora con Rai, Rai Cinema, Rcs Multimedia. Realizza, per il Teatro di Roma, Emilia Romagna Teatro, Teatro Quirino e altri, la regia video di prodotti multimediali inerenti agli allestimenti degli spettacoli collaborando con i più grandi nomi del teatro italiano.

Stampa

Condividi su:      

http://www.fnopi.it

Le istituzioni plaudono al nuovo Codice FNOPI per gli infermieri, per i cittadini, per le persone

21/06/2019 – C’erano tutte le maggiori istituzioni sanitarie del paese alla presentazione del Codice delle professioni infermieristiche, dal ministro della Salute al presidente della Conferenza delle Regioni, dai presidenti (e vicepresidente) delle Commissioni Igiene e Sanità del Senato e Affari sociali della Camera al commissario Iss, dal direttore del Bambino Gesù di Roma a quello della FAVO, dal presidente FnomCeo al presidente di Federanziani, dal commissario Enpapi ai rappresentanti delle religioni.

“Siete un veicolo di cura e la quotidianità del rapporto che avete coi cittadini, i pazienti e le loro famiglie vi aiuta, anche secondo il vostro nuovo Codice deontologico, a educarli e fargli capire dove arriva la scienza e la vera medicina e dove invece le fake news gli fanno del male.  Avete una missione importante, nel lavoro e fuori del lavoro: noi siamo il lavoro che facciamo ed è nostro compito difendere le persone con il metodo scientifico.”

Giulia Grillo, ministro della Salute, non h usato mezzi termini per scagliarsi contro le fake news e i comportamenti antiscientifici che danneggiano la salute, chiedendo la collaborazione degli infermieri.

Lo spunto è stato il suo intervento alla presentazione ufficiale del nuovo Codice deontologico delle professioni infermieristiche che prevede espressamente che “l’Infermiere, anche attraverso l’utilizzo dei mezzi informatici e dei social media, comunica in modo scientifico ed etico, ricercando il dialogo e il confronto al fine di contribuire a un dibattito costruttivo”.

C’erano tutte le maggiori istituzioni sanitarie del paese alla presentazione del Codice delle professioni infermieristiche, le più numerose d’Italia con gli oltre 450mila iscritti agli Ordini professionali e le più numerose nel Servizio sanitario nazionale dove gli infermieri sono circa il 45% di tutti i dipendenti: 53 articoli scritti per “salvaguardare la libertà di coscienza degli infermieri – come ha spiegato la presidente della Federazione nazionale, Barbara Mangiacavalli -, riconoscere gli infermieri come persone che si relazionano con altre persone. È un’innovazione che affonda le radici nella nostra storia, ma guarda al futuro per salvaguardare la volontà espressa dalla persona da trattamenti incongrui o non ritenuti coerenti con la percezione di vita o di salute. È un’innovazione con cui salvaguardiamo la vita”.

“La fiducia delle istituzioni in voi professionisti è alla base del rapporto di fiducia tra cittadini e servizio sanitario – ha detto Stefano Bonaccini, presidente della Conferenza delle Regioni – perché siete quelli che più di tutti sono accanto ai pazienti e che li seguono sul territorio. Non è pensabile per noi non tener conto del punto di vista della componente professionale più numerosa e significativa per il cittadino come è quella infermieristica e il ‘principio di non discriminazione’ del vostro codice assume una portata rivoluzionaria in questo momento storico e per questo rapporto con le persone. Per il lavoro che fate non ci sarà nessuna mai nessuna tecnologia in grado di sostituirvi e quello che vogliamo portare avanti con voi è un rapporto costruttivo che ci aiuti, insieme, a dare un nuovo modello di assistenza al paese, efficiente

Fermo restando il restyling completo del Codice per adeguarlo alla nuova epidemiologia, alle nuove norme e alla crescita professionale vertiginosa degli infermieri negli ultimi dieci anni, i concetti chiave dal punto di vista deontologico che rappresentano il nuovo binario della deontologia ordinistica dei 450mila infermieri presenti in Italia si può articolare in un decalogo di concetti chiave:

  1. L’infermiere è agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita.
  2. Il tempo di relazione (dell’infermiere) è tempo di cura.
  3. L’infermiere riconosce che la contenzione non è un atto terapeutico.
  4. L’infermiere non si sostituisce da altre figure professionali.
  5. L’infermiere ha una posizione di protezione dei confronti del cittadino assistito.
  6. L’infermiere presta particolare attenzione alla cura del dolore e al fine vita.
  7. L’infermiere ha libertà di coscienza.
  8. L’infermiere utilizza mezzi informatici e social media, per comunicare in modo scientifico ed etico, ricercando il dialogo e il confronto.
  9. L’infermiere cura la propria persona e il decoro personale.
  10. L’infermiere non svolge attività di natura consulenziale e peritale se non è in effettivo possesso delle specifiche competenze.

E nel Codice, come ha ancora sottolineato il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini nel suo intervento, ci sono poi passaggi importanti per la professione come l’importanza dell’agire professionale fondato su evidenze, il positivo riferimento alla formazione, il richiamo alla lealtà e collaborazione con gli altri colleghi, l’attivazione dell’infermiere a tutela del paziente nei casi di privazioni, violenze o maltrattamenti; il rispetto della volontà del paziente. :”Condivisione è la parola chiave – ha detto Bonaccini riferendosi al rapporto tra professioni – e un sistema appropriato non lavora ‘per caste’, ma per competenze appropriate”, ha aggiunto garantendo che le Regioni si impegneranno a far crescere, anche con nuove specializzazioni, la professionalità degli infermieri.
E c’è un altro passaggio particolarmente apprezzato dalle Regioni: la distinzione di ruoli e responsabilità tra l’istituzione Ordine e l’amministrazione che ha ricevuto un mandato dalle comunità di governare un territorio e di prendere quindi delle scelte nell’interesse generale. L’uno non può surrogare l’altro, entrambi devono interagire e collaborare lealmente per realizzare i fini istituzionali che le Leggi gli hanno assegnato.

“il Codice – ha aggiunto Mangiacavalli – può concorrere all’identità professionale, ma non è l’identità professionale. Quanto meno il Codice non può esaurirla perché l’identità professionale è sia deontologica, che scientifica, che personale. Ha una funzione fondamentale: regola il comportamento professionale che ognuno di noi poi declina sulla particolarità del caso clinico o del contesto organizzativo per offrire la migliore risposta in termini di salute, risposta che non può trovarsi nel codice, ma dentro l’agito consapevole e ragionato di tutti gli iscritti di cui il Codice è a supporto e non il contrario”.

“Un nuovo Codice – ha affermato il commissario dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro in un videomessaggio – mette in gioco tutta la professione e richiede una riflessione su come evolvere, come ridefinirsi rispetto ai nuovi bisogni di salute. La professione infermieristica è decisiva rispetto alla qualità dell’assistenza, alla sostenibilità del Ssn, ai nuovi modelli necessari per rispondere al quadro epidemiologico attuale in cui aumentano le fragilità.  Tutto questo in un imprescindibile lavoro in team perché nessun professionista può pensare di affrontare da solo i nuovi bisogni di salute”.

“Il nuovo Codice, come tutti i codici delle nostre professioni – ha aggiunto il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici Filippo Anelli – serve a dare un’anima alla professione”.

Giudizi positivi anche dai rappresentanti del Parlamento. “Tutto quanto contenuto nel vostro nuovo codice – ha detto Pierpaolo Sileri, presidente della Commissione igiene e Sanità del Senato – ha evidentemente un costo e un prezzo che sicuramente finora è stato più basso di quello che meritavate. Siete un investimento, non una spesa”.

“Avete realizzato un Codice ascoltando tutti, anche i cittadini che sono il vostro primo pensiero – ha aggiunto Marialucia Lorefice, presidente della Commissione Affari sociali della Camera -: avete puntato alla collettività e alla solidarietà e questo vi fa onore”.

“Ciò che è fondamentale e il vostro Codice porta avanti e difende – ha detto Rossana Boldi, vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera – è l’alleanza per la cura del paziente tra tutte le professioni sanitarie, con ruoli alla pari, senza tentativi di prevaricazione”.

Anche le associazioni di pazienti e cittadini e i rappresentanti delle aziende sanitarie sono intervenuti.

“Tra i nostri dipendenti infermieri – ha detto Massimo Raponi, direttore sanitario dell’ospedale Bambino Gesù di Roma – abbiamo registrato un alto grado di partecipazione e conoscenza rispetto al nuovo Codice deontologico ed è qualcosa di raro, siete davvero una grande famiglia professionale che guarda al futuro e che si pone come alleata ideale per cittadini e pazienti, a partire dai più piccoli e dai più indifesi”.

“Siamo in piena sintonia con i principi del vostro codice – ha aggiunti Laura Del Campo, direttore della FAVO, la Federazione delle associazioni di volontariato in oncologia – che prevede la presa il carico del paziente e della sua famiglia: è sicuramente qualcosa di concreto e di importante che facciamo noi associazioni e voi infermieri insieme ogni giorno. Il vostro Codice affronta e dà risposte ai problemi delle persone con patologie oncologiche come di tutti i pazienti di tutte le patologie e Favo e Fnopi in questo lavoreranno sempre insieme”.

“Quello che percepiscono i nostri oltre 4 milioni di iscritti – ha detto Roberto Messina, presidente dei Federanziani – è che state crescendo tantissimo e sarete la figura professionale cardine per l’assistenza territoriale e di comunità. Il vostro ruolo è e sarà sempre più centrale”.

Infine, presenti all’evento anche i rappresentanti delle religioni che hanno contribuito alla stesura del Codice e che hanno sottolineato che è la prima volta che una professione ha la cura di pensare anche a questo tipo di esigenze delle persone e il neocommissario Enpapi (l’ente di previdenza degli infermieri) Eugenio D’Amico, che ha garantito solidità e certezza dell’Ente e dei servizi che questo eroga ai suoi iscritti.

Stampa

FILE ALLEGATI codice deontologico_2019.pdf (138 KB)
 COMUNICATO CONFERENZA REGIONI E PROVINCE AUTONOME.pdf (46 KB)

Condividi su:        

Decreto Calabria: tre buone notizie e un dubbio da sciogliere subito

20/06/2019 – Mangiacavalli: “Ora serve un passo in più: quello che porta a rendere certi gli investimenti in sanità con un aumento del fondo sanitario che sia svincolato dopo tanti anni di dipendenza dalle questioni dell’economia e sia certo e incomprimibile

Tre buone notizie con la conversione in legge del decreto Calabria secondo Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche che da sola comprende il 45% circa dei professionisti sanitari italiano con i suoi oltre 450mila iscritti agli Ordini:

1) si tenta di rimettere al centro la legalità in una Regione dove cittadini, operatori e sistema si confrontano ogni giorno con cattiva gestione, assistenza e qualità delle cure tra i più critici del nostro paese;

2) si supera finalmente l’odioso tetto di spesa per il personale fissato a quella 2004 meno l’1,4% che ha portato a riduzioni di organici anche nelle Regioni virtuose per garantire il risparmio;

3) è possibile lo sblocco del turn over anche nelle Regioni in piano di rientro che finora sono state massacrate da questa norma squisitamente di carattere economico che dal 2009 (ultimo contratto) al 2017,  ha fatto sì che su quasi 13mila infermieri persi, il 70% fosse in queste Regioni.

“È un Decreto che prova a tracciare una prospettiva migliore per la Calabria, per il personale sanitario e per i Livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti a tutti i cittadini e in tutte le Regioni. Si cerca uscire dall’aspirale recessiva nelle assunzioni – afferma Mangiacavalli – che ha portato a un tale impoverimento degli organici da far scattare l’allarme per molti rischi per la salute. Non ultimo quello denunciato in questi giorni per gli ospedali pediatrici dove troppi pazienti per ogni infermiere e l’assegnazione ai nostri professionisti di compiti impropri rispetto all’assistenza, aumentano del 25% circa il rischio di mortalità. Dato questo che già a livello generale era stato denunciato da studi internazionali e quantificato per gli adulti sempre in un aumento del rischio di mortalità di circa il 30% legato alla carenza di infermieri”.
Come tutte le medaglie però, anche questa rischia di avere i suoi risvolti se non si faranno subito passi ulteriori. È il caso delle assunzioni.
Mangiacavalli spiega che queste sono legate infatti agli aumenti del fondo sanitario previsti negli anni, fondo sottoposto ancora una volta a una clausola di salvaguardia dell’Economia che nel Patto per la salute (e non solo) blocca tutto in caso le risorse non siano quelle stabilite e già purtroppo si inizia a parlare di possibili tagli rispetto alle previsioni.

“C’è poi l’allarme lanciato ieri da Giulio Gallera, assessore al welfare di Regione Lombardia – aggiunge – in merito alla possibilità che gli incrementi della spesa per il personale possano scattare solo dal 2020. Un allarme al quale devono seguire immediati chiarimenti e rassicurazioni, perché abbiamo bisogno di assumere ora se non vogliamo penalizzare i Lea”.

E ancora subito sullo sblocco del turn over nelle Regioni in piano di rientro. Opportunità importante che però le Regioni, alle prese con qualificazione dei conti e dei Lea, dovranno saper cogliere, soprattutto se gli aumenti del Fondo sanitario nazionale saranno confermati.

“Bene quindi le nuove norme – aggiunge -. Ora serve un passo in più: quello che porta a rendere certi gli investimenti in sanità con un aumento del fondo sanitario che sia svincolato dopo tanti anni di dipendenza dalle questioni dell’economia e sia certo e incomprimibile. Incremento della spesa del personale a partire dal 2019 e un nuovo modello di assistenza efficiente ed efficace, multiprofessionale e non solo ospedalocentrica – conclude – per il quale gli infermieri ci sono e hanno già messo sul tavolo le loro proposte di efficientamento. Dall’infermiere di famiglia alle specializzazioni infermieristiche che porterebbero a una ulteriore qualificazione dell’assistenza e al miglioramento soprattutto della risposta ai bisogni dei cittadini, il principale motivo di essere del Servizio sanitario nazionale stesso”.

Stampa

FILE ALLEGATI Conversione Dl Calabria.pdf (171 KB)

http://www.fnopi.it

Ricerca Aopi (Associazione ospedali pediatrici): pochi infermieri, aumentano i rischi

,

18/06/2019 – Un infermiere su tre a rischio burnout ma oltre il 70% di loro è soddisfatto dal proprio lavoro e non lascerebbe l’ospedale. Qualità delle cure promossa da più dell’80% dei professionisti. E i caregiver giudicano positivamente la comunicazione e la preparazione alla fase post-ricovero. Ma i rischi sono dietro l’angolo

La carenza di infermieri, così come quella di medici e personale in genere della sanità, è un’emergenza nota da tempo. Ma che coinvolgimento nell’organizzazione aziendale, appropriatezza nell’uso del personale e delle risorse e buona organizzazione possano comunque supplire alle carenze mantenendo alta la qualità dell’assistenza è fatto meno scontato.

A rilevarlo è l’ampio studio presentato oggi al Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche aderenti all’Aopi, l’Associazione degli Ospedali pediatrici Italiani che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche. Un’indagine compiuta dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped attraverso una survey che ha coinvolto infermieri e caregiver.

Le criticità dovute alla carenza di personale

Punto di partenza i livelli di staffing. Tradotto: il rapporto tra il numero di pazienti e di infermieri in reparto. I dati in letteratura dicono che ci si dovrebbe assestare su un valore di 4 pazienti per ciascun infermiere, mentre la media negli ospedali pediatrici è di 1 a 6,6 pazienti. In pratica ogni infermiere segue almeno due pazienti in più di quello che gli standard di sicurezza consiglierebbero.  Ma le cose variano da un’area all’altra di assistenza. Il rapporto dovrebbe essere di 3 o 4 a uno nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le cosiddette “aree critiche”, come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica. Con questi livelli di staffing non è poi facile ottemperare a tutte le attività. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state 5 in media quelle che ciascun professionista ha dichiarato di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell’ultimo turno. E la carenza di personale in genere finisce anche per dover impegnare i già pochi infermieri in attività che infermieristiche non sono. Come eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, capitato almeno una volta durante l’ultimo turno nel 54% dei casi in area chirurgica, 55% in area medica e 39% in quella critica. Oppure compilare moduli per servizi non infermieristici (rispettivamente nell’80, 72 e 66% dei casi), svolgere attività burocratiche (81, 79 e 65% dei casi) o più banalmente rispondere al telefono per attività che nulla a hanno a che vedere con l’assistenza in ben oltre il 90% dei casi in tutte le tre aree assistenziali.

Dover seguire molti pazienti può anche essere stressante. Nei 12 ospedali pediatrici il 32% degli infermieri è finito nell’area del “burnout”, la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone. Ma i valori nelle tre aree di assistenza rilevano un livello di burnout definito “medio” in letteratura.

I punti di forza di una buona organizzazione

Nonostante ciò si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell’area chirurgica e rispettivamente il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica. Percentuali simili si rilevano anche tra chi non pensa in alcun modo di lasciare entro il prossimo anno il proprio ospedale per trovare altrove condizioni di lavoro migliori. Anche se le cose cambiano un po’ per i professionisti con più anzianità alle spalle (tra i 21 e i 30 anni di servizio), dove nell’area chirurgica a pensare di lasciare è il 42% contro medie del 31,8 e del 30,4% per l’area medica e quella critica. Questo grazie a un ambiente lavorativo che l’indagine definisce “favorevole”, dopo l’attento esame di cinque fattori lavorativi: 1) appropriatezza dello staffing e delle risorse, 2) rapporto medico-infermiere, 3) capacità di leadership del coordinatore infermieristico, 4) presupposti per la qualità dell’assistenza infermieristica, 5) coinvolgimento degli infermieri nell’organizzazione aziendale. Data una scala da 1 a 4 il valore medio nell’ambito dell’assistenza pediatrica per tutte le 5 dimensioni è stato un soddisfacente: 2,65, con valori più alti per le dimensioni 2, 3 e 4.
Tutto questo si traduce poi in quel che più conta, ossia la qualità delle cure infermieristiche fornite ai pazienti, giudicata “positiva” dall’81,7% dei professionisti impegnati nell’area medica e rispettivamente dall’83,5 e l’85,4% di quelli delle aree chirurgica e critica.
Percentuali molto alte di giudizi positivi anche rispetto alla sicurezza delle cure, promossa dall’87% nell’area chirurgica, l’88 e il 90,4% di quelle medica e critica.

La comunicazione con caregiver e bambini

Estremamente positive anche le esperienze comunicative dei caregiver con gli infermieri e il personale medico.

Riguardo agli infermieri:

– il 62,8% dei caregiver ha affermato che gli infermieri hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 59,7% che gli infermieri hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– il 73,8% che gli infermieri hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo ai medici:

– il 64,5% ha affermato che i medici hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 65% che hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– l’81,1% che hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo, infine, alla comunicazione al bambino:

– il 63,9% dei caregiver ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni su

cosa fosse necessario fare per il bambino;

– il 58,71% (N=792) ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni sui risultati degli esami diagnostici.

Particolarmente apprezzata la preparazione al ritorno a casa.

Nel dettaglio:

–          il 53,2% ha affermato che gli operatori sanitari si sono informati se il caregiver avesse dubbi o preoccupazioni su quanto fosse pronto il bambino alla dimissione;

–           l’85,8% che gli operatori sanitari hanno dedicato il tempo da lui desiderato per parlare delle cure necessarie dopo la dimissione;

–           il 75,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile quando il bambino sarebbe potuto tornare alle sue normali attività;

–           il 79,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione;

–           il 70,5% ha affermato di aver ricevuto informazioni scritte riguardo problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione.

“Il Servizio sanitario nazionale senza professionisti e management all’altezza, impegnati in un’assistenza di qualità e nella sicurezza delle cure, sarebbe al collasso. E’ bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti”.

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), commenta lo studio, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.

Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18 per cento.

Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell’assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell’8% in più.

“Sommati, i due dati portano a un aumento del rischio di mortalità del 25-26%, inaccettabile se legato a queste cause. E soprattutto perché per di più si parla di bambini”, commenta Mangiacavalli.

Che aggiunge: “Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto in modo determinante al momento della scelta delle politiche di programmazione.  Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033”.

“Se poi a questi dati che rispecchiano gli effetti dei blocchi di turn over e di Quota 100 ai aggiunge che secondo lo studio Aopi il 25% circa degli infermieri delle pediatrie sono insoddisfatti del proprio lavoro e lascerebbero, se potessero, l’impiego nell’ospedale nel giro di un anno, l’allarme diventa un vero e proprio allarme rosso. E ancora se a questo si aggiunge che sempre lo studio ha verificato un burnout infermieristico (associato alla volontà di assicurare elevati livelli di qualità che non possono raggiungere mentre riscontrano l’insoddisfazione dei pazienti oltre alla loro volontà di cambiare il proprio ruolo o lasciare il lavoro) che sfiora il 20%, il quadro della situazione è davvero a rischio di naufragio evitato finora solo, come sottolinea il presidente Aopi e Dg del Gaslini Paolo Petralia, dalla buona organizzazione aziendale che ha fatto fronte alle carenze di personale e ha permesso di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli – e come dimostra lo studio a mancare in modo allarmante sono gli infermieri. Quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo in ospedale come a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste dovessero subentrare, a casa come in ospedale, far scattare il giusto allarme con tutti gli interventi che, come dimostrano i dati, sono anche salvavita”.

Petralia (Aopi): garantita qualità e sicurezza grazie alla buona organizzazione aziendale”
Ripa di Meana (Fiaso): “Abbiamo fatto un miracolo, ora serve un grande piano di assunzioni e investimenti”

L’aumento anche di un solo paziente del carico di lavoro infermieristico e quello del 10% della attività che non si è riusciti a svolgere sono elementi associati dalla letteratura rispettivamente al 7 e al 16% di rischio di mortalità a 30 giorni dal ricovero di pazienti sottoposti a comuni interventi chirurgici”, ricordaPaolo Petralia, Presidente Aopi e Dg dell’Irccs “Gaslini” di Genova che ha partecipato all’indagine. “Ciononostante -prosegue- il Report mostra come una buona organizzazione aziendale possa sopperire in buona parte alle carenze di personale e permettere di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

I risultati dell’indagine, pur focalizzati su un aspetto particolare e delicato dell’assistenza com’è quella rivolta ai più piccoli, mostrano ancora una volta che senza il contributo fondamentale dei professionisti e di un management all’altezza il nostro Ssn sarebbe già naufragato da un pezzo”, rilancia il Presidente di Fiaso, Francesco Ripa di MeanaAbbiamo fatto un miracolo operando tra ristrettezze economiche e di personale. Ora -conclude– occorre cambiare passo, dando priorità a un grande piano per le assunzioni e per l’ammodernamento tecnologico delle strutture”.

Stampa

FILE ALLEGATI RN4CAST-IT- PED Report generale -1-.pdf (2 MB)

Condividi su: