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Che fine ha fatto il “Decreto Tariffe”? Approvarlo subito per rendere esigibili i nuovi diritti dei pazienti

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Dopo circa sedici anni, il 12 gennaio 2017 veniva finalmente approvato, grazie all’impegno dell’allora  Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il D.P.C.M. “Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza”, pubblicato nella G.U. n.65 del 18-03-2017: i cosiddetti nuovi Livelli Essenziali di Assistenza.

Attraverso l’aggiornamento dei LEA veniva modificato il Nomenclatore dell’assistenza protesica con l’introduzione di una serie di nuove prestazioni particolarmente attese dalle persone con disabilità, allo stesso modo veniva innovato il Nomenclatore della specialistica ambulatoriale, modificati anche gli elenchi delle malattie croniche e rare attraverso il riconoscimento di nuove patologie, oltre a nuovi accertamenti per patologie neonatali e nuove coperture vaccinali.

Gran parte di queste novità sono rimaste però solo sulla carta a causa della mancata approvazione del cosiddetto “Decreto Tariffe”, cioè quel Decreto che avrebbe dovuto fissare le tariffe massime per le prestazioni dell’assistenza protesica e specialistica ambulatoriale.

Un ritardo inaccettabile di quasi tre anni rispetto alla tabella di marcia prevista dalla normativa, durante i quali si sono moltiplicate interrogazioni parlamentari ad oggi senza alcun risultato, e la responsabilità è della politica.

E’ la legge di Bilancio 2018 che ha previsto il 28 febbraio 2018 come termine massimo entro il quale adottare il Decreto Tariffe. Una scadenza ampiamente “bucata”.

Uno di quei tanti ritardi che minano fortemente il rapporto di fiducia tra cittadini, Servizio Sanitario Nazionale e Istituzioni. Infatti, per colpa della mancata approvazione del Decreto Tariffe le nuove e importanti prestazioni introdotte nei Lea del 2017 sono ancora oggi un diritto solo per una parte della popolazione: solo per quei cittadini che vivono in quelle Regioni che già prima dell’approvazione dei nuovi Lea garantivano le nuove prestazioni. Praticamente una doppia beffa che non fa altro che aumentare le disuguaglianze che esistono all’interno del SSN tra le diverse Regioni, nonché tra le aree interne e le città.

Ma vediamo qual è il procedimento previsto per l’adozione del Decreto Tariffe: è necessario un Decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Ad oggi la proposta di Decreto del Ministero della Salute è pronta, è stato acquisito il parere dell’Agenas e da alcune fonti sembrerebbe aver ricevuto da circa nove mesi l’ok del Ministero dell’Economia e delle Finanze ma ancora non è stato trasmesso alla Conferenza delle Regioni per la necessaria “Intesa”.

Perché questo blocco? C’è qualcosa della bozza del Decreto Tariffe che a qualche soggetto non convince? Eppure l’adozione di un Decreto così importante rappresenterebbe un sostegno importante per il Diritto alla salute delle comunità, per i redditi delle famiglie, nonché una misura per contrastare concretamente le disuguaglianze. Soprattutto in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia Covid-19, la quale però non può e non deve rappresentare un alibi per non portare avanti le altre “partite” comunque centrali nella vita dei pazienti, soprattutto di quelli NON COVID-19.

L’auspicio è che il Ministro Speranza sblocchi questa situazione nel più breve tempo possibile. Ne uscirebbe rafforzato l’art. 32 della Costituzione.

Tonino Aceti
Portavoce FNOPI

 

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Formazione manageriale delle infermiere: assegnate 7 borse di studio

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Assegnate sette borse di studio ad altrettante infermiere che hanno conseguito laurea magistrale con lode ed hanno scelto di iscriversi a master di II livello in: Management delle aziende sanitarie, Governance del rischio clinico e promozione della sicurezza delle cure, Management e coordinamento delle strutture sanitarie, sociali e socio-assistenziali territoriali, Risk management.

Questo il risultato della selezione, su circa 80 domande presentate da infermiere under 40, relativamente al bando sostenuto da Elena Miroglio e lanciato a seguito della campagna #NoiConGliInfermieri della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, iniziativa che finora ha coinvolto molte aziende e privati per mostrare vicinanza e riconoscenza alle professioniste sanitarie che hanno dato il massimo nella lotta al Covid-19. Si tratta anche di un riconoscimento a una categoria professionale rappresentata principalmente da donne (il 78% del totale in Italia), che richiedono di essere sempre più preparate e di avere la possibilità di accedere ad una formazione di qualità.

Le sette vincitrici, tutte tra i 24 e i 27 anni, selezionate da una commissione mista FNOPI-Miroglio, sono, in ordine di graduatoriaLisa Serafini, Mariachiara Moffa, Vanessa Brandi, Maria Toccaceli, Luisa Pia Feola, Anna Arnone, Angela Iula, e sono iscritte rispettivamente agli Ordini di: Pesaro Urbino, Campobasso, Salerno, Perugia, Caserta, Napoli e ancora Salerno. Inizialmente era stata prevista l’assegnazione di cinque borse, ma in ragione della consistenza del fondo residuale a disposizione e delle numerose domande pervenute, si è riusciti ad accordare il contributo fino alla settima classificata.

“La formazione è il pilastro di ogni professione e la migliore garanzia per tutti i cittadini che si confrontano con professionisti preparati e in grado di rilevare e risolvere i loro bisogni di salute – ha commentato Barbara Mangiacavalli, presidente della FNOPI -. La frequenza di un master certamente accende la professionalità e la capacità di chi lo segue e ne fa tesoro in ogni momento della sua vita. Concretizzare ancora più operativamente le specializzazioni infermieristiche, già radicate nel resto d’Europa, rappresenta una delle strade imprescindibili della formazione professionale e di tutto il sistema sanitario. E queste borse di studio, per le quali ringraziamo il Gruppo Miroglio, sono il senso della crescita professionale che gli infermieri hanno e cercano da oltre 25 anni. In bocca al lupo alle vincitrici e ci auguriamo – conclude Mangiacavalli – che questo possa essere soltanto il primo passo di una lunga collaborazione e che si possa in futuro rendere l’iniziativa ancora maggiormente efficace ed inclusiva”.

Partendo da questa consapevolezza, Elena Miroglio, presidente di Miroglio Fashion, società del Gruppo Miroglio, realtà industriale che opera lungo tutta la filiera della moda femminile e del retail, ha deciso di sostenere personalmente insieme a FNOPI le donne infermiere in questo cammino professionalizzante, valorizzando così un ruolo in cui le competenze e il continuo aggiornamento sono fondamentali, ancora di più alla luce della recente emergenza sanitaria.
“L’attenzione alle persone ed in particolare al mondo femminile è da sempre un elemento a cui tengo – ha dichiarato Miroglio -. Le professioni infermieristiche, più di altre, riuniscono principalmente due temi a me cari, ovvero alta competenza tecnica e grande capacità relazionale nel gestire il rapporto umano, parte fondamentale di questo lavoro che richiede un elevato impegno. Tutto questo mi ha portato a decidere di sostenere le donne che intendono intraprendere una crescita in questo percorso”.

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Contact Tracing: etica e governance digitale. Rapporto ISS

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Il tracciamento dei contatti (Contact Tracing, CT) è uno strumento fondamentale di sanità pubblica per la prevenzione e il controllo della diffusione delle malattie trasmissibili da persona a persona.

Il CT digitale si avvale di contatti telematici e digitali, limitando i contatti personali fra gli operatori di sanità pubblica e i cittadini e utilizzando tecnologie di accesso a data base telematici e di rintracciamento di prossimità tramite Bluetooth o GPS. Le applicazioni mobili (“App”) scaricate su smartphone possono costituire un potente supporto tecnologico al CT.

L’analisi sull’applicazione del CT e sulle sue problematiche – soprattutto etiche e di privacy – la fa il nuovo rapporto ISS COVID-19 Supporto digitale al tracciamento dei contatti (contact tracing) in pandemia: considerazioni di etica e di governance. Versione del 17 settembre 2020″, frutto del lavoro del Gruppo di lavoro ISS Bioetica COVID-19 2020, di cui per la FNOPI fa parte Aurelio Filippini, presidente dell’ordine di Varese, esperto di Bioetica e componente del gruppo di lavoro che ha messo a punto il Codice deontologico delle professioni infermieristiche e il relativo commentario.

Il CT mediante App, secondo il rapporto Iss,  solleva molteplici problemi di etica rilevanti che coinvolgono varie aree: organizzazione dei servizi sanitari, sanità pubblica, medicina clinica, medicina sociale, epidemiologia, tecnologia, diritto e numerose altre aree. Tra i temi che si pongono vi sono: la proporzionalità delle informazioni raccolte, la volontarietà dell’uso, il consenso, l’informazione, le regole di gestione, la trasparenza del codice e dei risultati della sua diffusione, i criteri di cancellazione dei dati, la disponibilità gratuita di assistenza tecnica e sanitaria, l’anonimato, e numerosi altri.

Nel rapporto si forniscono le informazioni necessarie per poter affrontare i temi di etica: sono inclusi elementi epidemiologici, di sanità pubblica, tecnologici, ingegneristici, giuridici.

Il Gruppo di Lavoro evidenzia alcuni elementi cruciali sotto il profilo etico, che riguardano in particolare la valutazione dell’efficacia, la separazione dei dati personali dai dati relativi alla salute pubblica, la trasparenza, l’informazione, la dimensione solidaristica che deve improntare ogni azione di sanità pubblica.

Ogni strumento di sanità pubblica, incluso il CT, ha vantaggi e limiti. Tuttavia, questi ultimi non devono scoraggiarne a priori l’utilizzo: occorre essere consci di essi, ma anche delle potenzialità che, se efficacemente integrato con altri, ogni strumento offre per tutelare non solo la salute propria, ma anche quella di altre persone, a vantaggio dell’intera comunità Utilizzando adeguatamente gli strumenti di sanità pubblica, pertanto, ogni cittadino protegge la propria salute, ma compie anche un gesto di altruismo. L’utilizzo di ADisponibilità gratuita di assistenza tecnica e sanitaria 24 ore su 24pp efficaci risponde ai principi di autonomia (se la scelta è consapevole e volontaria), di beneficialità e non maleficenza (per la tutela della salute propria e altrui) e di giustizia (per promuovere la salute di ciascuno).

Per quanto riguarda i principali requisiti metodologici, il Rapporto ne evidenzia – e ne spiega – sette:

  1. proporzionalità delle informazioni raccolte (non devono essere raccolti dati ulteriori rispetto a quelli strettamente necessari all’identificazione del possibile contatto a rischio);
  2. volontarietà dell’uso (non c’è un obbligo giuridico per i cittadini di sottoporsi al CT mediante App, ma va ricordata la responsabilità del singolo nei confronti della comunità in cui vive, responsabilità che chiede di collaborare fattivamente alle politiche di salute pubblica, incluso ovviamente il CT);
  3. informazione e consenso (ogni persona deve poter dare il proprio consenso all’utilizzo delle App, anche dopo averle scaricate nel proprio smartphone o supporto mobile, e anche differenziato rispetto ai diversi eventuali moduli che le compongono);
  4. gestione (la App deve essere gestita totalmente da una istituzione pubblica, escludendo ogni finalità a scopo di lucro, diretta e/o indiretta);
  5. trasparenza del codice e dei risultati della sua diffusione (il codice utilizzato dagli autori delle App così come i risultati della sua diffusione devono essere resi pubblici dalle autorità istituzionali competenti, facilmente accessibile e comprensibile alla cittadinanza);
  6. cancellazione dei dati (deve avvenire in tempi congrui rispetto all’esigenza di controllo dell’epidemia, che rimane l’unico scopo della loro conservazione, e comunque al termine dell’emergenza pandemica);
  7. disponibilità gratuita di assistenza tecnica e sanitaria 24 ore su 24 (la persona che rileva un contatto può aver bisogno di assistenza tecnica per interpretare la segnalazione e di assistenza sanitaria perché potrebbe avere imprevedibili reazioni ansiose quando viene a conoscenza dell’avvenuta esposizione).

È evidente che nel CT manuale l’intervista è personale e generalmente identifica e rintraccia i contatti a rischio per poterli allertare. La App di CT invece avrebbe la possibilità di allertare i contatti a rischio senza identificarli, e senza costruire una raccolta nominativa di tali contatti (è quello che ad esempio avviene nel disegno della App “Immuni”).

In prima battuta l’anonimato appare quindi maggiormente garantito nel CT tecnologicamente supportato rispetto a quello tradizionale. Ma la preoccupazione per le App di CT ha la sua ragion d’essere non tanto nel disegno della singola App, quanto nella pervasività del sistema tecnologico e nelle sue potenzialità di ingerenza nella vita privata: il CT manuale è nel pieno controllo dei soggetti coinvolti, i confini sono stabiliti dalla coppia malato-tracciatore per ogni singola domanda-risposta dell’intervista, condotta all’interno di un sistema sanitario, in analogia al rapporto fiduciario medico-paziente e alle interviste anamnestiche.

Supportare il CT con una App significa invece introdurre nelle relazioni che sono alla base del sistema sanitario un elemento tecnologico estraneo e non facilmente controllabile dal paziente, che diventa un “utente” delle App.

All’interno del rapporto fiduciario medico-paziente si inserisce un elemento tecnologico altamente penetrante nell’intera quotidianità, a prescindere dalla condizione di salute di chi usa la App, perché il suo primo obiettivo è allertare, comunicare un rischio possibile a una persona sana.

A QUESTO LINK IL RAPPORTO INTEGRALE DELL’ISS

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BoxeVoucher per gli infermieri, proroga al 27 settembre per le adesioni

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Sono iniziati i primi allenamenti in palestra della Campagna Sociale #NONABBASSIAMOLAGUARDIA, ideata e promossa dalla Federazione Pugilistica Italiana ed Artmediasport in partnership con FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche), con il patrocinio del Ministro per le Politiche Giovanili e per lo Sport – Presidenza del Consiglio dei Ministri e del CONI.

Lanciata a luglio, l’iniziativa solidale è partita con entusiasmo e nonostante le difficoltà del periodo storico che impone ancora molte ristrettezze per la situazione epidemiologica e quindi un ritardo sulla ripartenza di tutte le attività. Proprio per questo la FPI, in accordo con FNOPI, ha deciso di prorogare la scadenza delle adesioni alla campagna al 27 settembre 2020, per dare la possibilità ad altri infermieri e figli di richiedere il BoxeVoucher ed alle società sportive FPI di organizzare al meglio i corsi di prepugilistica, ripartendo in sicurezza e con la massima collaborazione.

Dedicata agli infermieri iscritti all’Albo FNOPI che hanno svolto attività in ambito COVID-19 e che, con coraggio e senso di responsabilità, continuano a stare in prima linea nella lotta contro il coronavirus, ed ai loro figli, l’iniziativa prevede da parte della FPI l’offerta di 1000 BoxeVoucher per 3 mesi di allenamento gratuito, fruibili da settembre a dicembre 2020, nelle società sportive affiliate alla Federazione presenti sul territorio nazionale, e la copertura dei costi degli abbonamenti, con un contributo alle ASD/SSD, e del tesseramento dei beneficiari, ai fini assicurativi e sanitari.

Molti infermieri e figli sono già entrati in palestra per tenersi in forma, combattendo insieme lo stress accumulato e trovando un conforto al dolore vissuto. La parola d’ordine di questa campagna è proprio il benessere che, sia a livello fisico che mentale, la FPI vuole restituire agli infermieri ed alle loro famiglie attraverso la pratica sportiva e la quotidianità. Questa la missione condivisa dal Presidente FPI Vittorio Lai e dal Presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli, insieme a tanti Campioni/Ambassador AOB e PRO dell’iniziativa, tra cui Roberto Cammarelle, Irma Testa, Emanuele Blandamura, Giovanni De Carolis e Luca Rigoldi.

PER ACCEDERE AL SERVIZIO E SCARICARE IL MODULO CLICCA QUI

 

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Sicurezza delle cure e della persona assistita: infermieri in prima linea

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I primi garanti della sicurezza delle cure sono i professionisti che assistono e che le garantiscono a tutti i cittadini.

E “nella sicurezza delle cure l’infermiere riveste in questo senso un ruolo fondamentale in quanto corollario fondamentale della responsabilità assistenziale e dell’autonomia, positivamente riconosciute dall’ordinamento giuridico”, spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche in occasione della seconda “Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita”.

“L’infermiere – aggiunge – è consapevole del proprio ruolo, e la tutela dell’assistito da assicurare con professionalità e una formazione adeguata è un’attività imprescindibile, parte integrante e fondamentale per l’erogazione in sicurezza delle cure e dell’assistenza alla persona”.

La sicurezza delle cure per l’infermiere ha punti di riferimento precisi.

Il primo è il Codice deontologico della professione infermieristica che si basa anche sulla sicurezza nelle cure per la quale propone due strumenti per il corretto esercizio: il pensiero critico e la riflessione fondata sull’esperienza.

“Il nostro Codice – spiega Mangiacavalli – prescrive tra l’altro che l’infermiere: si pone come agente attivo nel contesto sociale a cui appartiene e in cui esercita, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezzasi forma e chiede supervisione in caso di attività nuove o sulle quali si abbia limitata casistica e comunque ogni qualvolta ne ravvisi la necessità; valuta il contesto di lavoro e comunica i risultati partecipando attivamente al loro miglioramento sia in termini di sicurezza degli assistiti che dei professionisti; partecipa al governo clinico, promuove le migliori condizioni di sicurezza della persona assistita, nella prevenzione e gestione del rischio, anche infettivo. E anche in libera professione tutela la sicurezza e la continuità delle cure delle persone assistite. Tutto questo gli infermieri lo garantiscono già, ma perché il risultato sia ancora più evidente è necessario valorizzare le loro competenze e i loro percorsi di carriera, prevedendo specializzazioni e percorsi specifici che rendano merito alla formazione già di livello avanzato”.

Una sicurezza delle cure e una tutela del paziente che gli infermieri garantiscono a tutti i livelli di assistenza. E alla quale deve corrispondere naturalmente la sicurezza di chi assistenza e cure le eroga: sicurezza sul lavoro (con COVID sono deceduti 41 infermieri e oltre 15mila sono quelli infetti per ora), ma anche rispetto alle aggressioni e alla protezione da tutti gli agenti infettante dai materiali ad alto rischio (aghi, taglienti ecc.).

In ospedale svolgono e possono svolgere anche a livello di coordinamento (risk management) compiti per la sicurezza delle cure dei pazienti, garantendo: la riduzione dei rischi infettivi e prevenzione delle infezioni nei confronti dei pazienti in situazione di criticità; il monitoraggio, identificazione ed educazione alla prevenzione nei confronti dei cittadini e dei pazienti e per garantire comportamenti professionali sicuri, in grado di ridurre in modo importante il rischio di contrarre infezioni; un approccio sistemico partendo dal presupposto che l’errore umano è intrinseco alla pratica clinica e, più in generale, a tutte le azioni umane.

Sul territorio gli infermieri svolgono un ruolo primario che comprende necessariamenteil monitoraggio della salute dell’assistito; l’educazione dell’assistito e dei caregiverguidandoli nelle fasi più pericolose del processo di cura, fornendo anche informazioni su come riconoscere i medicinali e come somministrarli, sui corretti stili di vita e comportamenti sanitari che aumentano e garantiscono la sicurezza delle cure; il controllo dell’aderenza terapeuticaguidando e sostenendo il paziente per guidarlo, sostenerlo e consigliarlo nella sua terapia perché l’aderenza a questa sia assoluta.

“In questo senso – aggiunge Mangiacavalli – è determinate è il ruolo dell’infermiere di famiglia/comunità anche nella scuola, soprattutto per la sua riapertura così come anche indicato dall’ECDC (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie) che prevede nello staff degli istituti scolastici l’infermiere non solo per la prevenzione di COVID-19, ma anche per: il controllo dei bambini con problemi di cronicità, diabetici, asmatici, epilettici ecc. e per il  raccordo tra scuola, famiglia e medico curante, per garantire che la salute abbia una vera e piena tutela e garantire davvero la sicurezza di assistenza e cure”.

“Gli infermieri ci sono e tutelano i loro assistiti – afferma ancora Mangiacavalli -. Lo sanno i pazienti che li riconoscono in questo periodo come importanti compagni di viaggio, sia dal punto di vista clinico che umano, perché per gli infermieri, come è scritto nel loro Codice deontologico, ‘il tempo di relazione è tempo di cura’ e lo hanno dimostrato e lo stanno dimostrando nella pandemia. Lo sanno le istituzioni che ne chiedono l’intervento nelle situazioni più gravi, rendendosi finalmente conto della carenza che la FNOPI ormai denuncia da anni e che l’OMS a livello mondiale ancora quantifica in almeno 6 milioni di unità, mentre da noi, in Italia, è di circa 53mila unità, gran parte sul territorio come infermieri di famiglia/comunità di cui i primi 9.600 sono arrivati con il decreto Rilancio grazie alla sensibilità del ministro per la Salute e delle Regioni,  per una vera assistenza a misura di cittadino”.

Fnopi: l’infermiere di famiglia e comunità, revisione luglio 2020 (e-book)

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Con questo documento la Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni infermieristiche (FNOPI), intende definire la propria visione sul ruolo dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità (IFeC); per ridurne gli elementi di diversificazione interpretativa e giungere a una definizione univoca del modello, riconoscibile sia all’interno che all’esterno della professione infermieristica.”

Premessa

A seguito dell’intesa sancita nella Conferenza Stato Regioni, è stato emanato in data 18 dicembre 2019 il Patto per la Salute per il triennio 2019-2021.

Il documento prevede, tra i numerosi punti, la valorizzazione della professione infermieristica nell’ambito dell’assistenza territoriale; finalizzata alla copertura dell’incremento dei bisogni di continuità assistenziale, di aderenza terapeutica, in particolare in soggetti fragili e/o affetti da multi-morbidità, in un’ottica di integrazione con i servizi socioassistenziali. É in corso un ripensamento dei modelli organizzativi dell’assistenza territoriale in virtù dei cambiamenti sociodemografici del Paese.

Infatti, si assiste:
– al progressivo invecchiamento della popolazione (1);
– all’incremento di persone con almeno una patologia cronica (40,8% della popolazione) e di condizioni di co-morbidità, in particolare in soggetti over settantacinquenni (66,6%);
– alla progressiva semplificazione della dimensione e composizione delle famiglie, con il 29,6% delle persone over sessantacinquenni che vivono sole (2);
-a una riduzione del circa il 50% degli anni di vita liberi da disabilità nelle persone sopra i 65 anni; con sostanziali differenze sulla base delle condizioni socio economiche (3).

Tali caratteristiche richiedono un modello assistenziale sensibilmente differente da quello centrato sull’ospedale; orientato verso un’offerta territoriale, che valorizzi un approccio più focalizzato sul contesto di vita quotidiana della persona.

L’assistenza sanitaria territoriale diventa luogo elettivo per attività di prevenzione e promozione della salute; percorsi di presa in carico della cronicità e della personalizzazione dell’assistenza (4), in stretta correlazione con il Piano Nazionale della Cronicità e il Piano Nazionale della Prevenzione.

Nello stesso tempo si mira a contenere la spesa sanitaria, mitigare l’impatto della malattia sulla qualità di vita; responsabilizzare il paziente sugli stili di vita, coinvolgendolo attivamente nella gestione della propria condizione di salute (self-care).

Il sistema sanitario è chiamato ad anticipare i bisogni dei pazienti e a seguirli in maniera continuativa lungo tutto il percorso assistenziale, secondo una sanità di iniziativa integrata con i servizi sociali.

A fronte di una sempre maggiore frammentazione del sapere, per garantire una risposta comprensiva, unitaria e sostenibile; l’assistenza primaria deve essere distribuita all’interno di un sistema più ampio e articolato su più professionalità come reso noto nella Dichiarazione di Astana (5).

Nel corso degli anni, la professione infermieristica, a seguito di un processo di espansione ed estensione del ruolo, attraverso la formazione, ha assunto in tutto il mondo forme di assistenza avanzata nelle cure primarie (6).

In alcuni contesti, per migliorare l’accesso ai servizi, si assiste ad una condivisione di attività fra la professione medica e infermieristica (es. Task Sharing) (7).

In altri contesti, infermieri specializzati sono stati inseriti in ruoli complementari a quelli già esistenti; per ottimizzare la gestione delle patologie croniche in termini di riduzione dei tassi di ospedalizzazione, miglioramento dei parametri clinici e soddisfazione dell’utenza (8–10).

In risposta agli obiettivi del Documento Salute 21 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si sono sviluppati percorsi di formazione di nuove figure infermieristiche (11), tra cui quella dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFeC).

Caratteristica di questa figura è l’interesse verso l’individuo, la famiglia, la comunità e la casa come ambiente in cui i membri della famiglia possono farsi carico dei problemi di salute (12).

Sette Paesi Europei completarono il progetto pilota di applicazione del modello attraverso un processo di formazione dei professionisti e di sua implementazione (13–15).

I differenti approcci di erogazione delle cure, emersi dalla revisione della letteratura disponibile; contribuiscono a incrementare la diversità dell’equipe delle cure primarie (16) e l’ideologia di un’utilità universale del modello ma rendono difficile articolare una definizione
operativa europea unitaria.

A tal proposito, nel 2018 nasce il progetto europeo ENhANCE European Curriculum for Family and Community Nurse: https://www.enhancefcn.eu/it/homeit/) con l’obiettivo di costruire un curriculum europeo utile a implementare le competenze core previste per l’Infermiere di Famiglia di Comunità (17).

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Progetto “European curriculum for family and community nurse (ENHANCE)”: la survey per definirlo

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L’invecchiamento della popolazione dell’Unione Europea è un processo a lungo termine che pone importanti sfide sia a livello nazionale sia a livello Europeo.

Diversi documenti dell’OMS identificano l’Infermiere di Famiglia e di Comunità (IFeC) come ruolo chiave nel nuovo modello sanitario centrato sull’assistenza di base, a supporto del processo di invecchiamento e della prevenzione della fragilità.

A partire dalle evidenze di ricerca e dai risultati dei progetti europei in corso,il progetto ENhANCE della Commissione Europea promuove:

  • La definizione di un profilo professionale per l’IFeC che diventi il riferimento, a livello europeo, per la formazione specialistica.
  •  La progettazione di un Curriculum per l’IFeC che sia punto di riferimento a livello europeo.

Per farlo è stato organizzato un sondaggio rivolto alle parti interessate coinvolte nella cura della famiglia e della comunità.

Questa indagine ha lo scopo di presentare brevemente i principali risultati del progetto a potenziali parti interessate, chiedere il loro feedback ed eventualmente gettare le basi per possibili collaborazioni future.

La compilazione del sondaggio richiederà circa 30 minuti.

In caso di dubbi o perplessità, è possibile contattare Coordinatore del progetto (Francesca Pozzi – pozzi@itd.cnr.it).

Questo è il link per partecipare ll’indagine: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdHCo-N_VNfktqQA0Ouy58PoFpgiLOipNmNuuNZwYoFYBXQrg/viewform

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Al via l’infermiere di famiglia/comunità: le Regioni danno le indicazioni

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Dopo l’iniezione di organici del “Decreto Rilancio” (subito 9.600 unità), la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) ha avviato con le altre istituzioni il progetto a livello nazionale dell’infermiere di famiglia/comunità (IF/C), previsto nel Patto per la Salute e previsto dalla legge 77/2020, quella di conversione del decreto Rilancio appunto.

Le forme contrattuali sono quelle indicate dal decreto Rilancio e la strada tracciata è quella del suo inserimento a pieno titolo nel distretto.

Le Regioni hanno messo a punto un documento che rende uguale la figura dell’IF/C su tutto il territorio, approvato dalla Conferenza delle Regioni il 10 settembre e che ora potrà e dovrà essere attuato su tutto il territorio nazionale in modo omogeneo.

Un documento che segue la strada tracciata dal Patto per salute 2019-2021 e dalle proposte della FNOPI messe nero su bianco in un modello consegnato a Governatori e ministro della Salute: “La proposta di linee di indirizzo – scrivono le Regioni – è stata redatta dal sottogruppo tecnico a partire dal documento ‘Position statement su Infermiere di Famiglia e Comunità’ della FNOPI, in cui la descrizione delle competenze dell’IF/C risulta completa e in linea con gli orientamenti Europei per quanto riguarda i due ambiti di competenza (famiglia e comunità) ritenuti strategici per la promozione della salute e gestione della cronicità/fragilità sul territorio”.

Il documento delle Regioni e il position statement della FNOPI – pubblicato come ulteriore ebook della Federazione – chiariscono bene cosa è, cosa non è, e quali sono le potenzialità e le peculiarità anche formative, organizzative e collaborative di questa figura, che di fatto esiste da anni in molte realtà locali, ma che ora andrà codificata, organizzata, normata e formata in tutte le Regioni.

Ma le Regioni hanno anche sottolineato che dell’IF/C c’è bisogno in fretta per l’urgenza determinata dal fenomeno epidemico da SARS-CoV-2 e per le “potenzialità determinate dall’introduzione di tale professionista sanitario per il potenziamento delle cure primarie” e per questo hanno messo a punto il loro documento.

Chi è l’infermiere di famiglia/comunità (IF/C)

È un professionista della salute che riconosce e cerca di mobilitare risorse all’interno delle comunità, comprese le competenze, le conoscenze e il tempo di individui, gruppi e organizzazioni della comunità per la promozione della salute e del benessere nella comunità. Cerca di aumentare il controllo delle persone sulla loro salute.

È di riferimento, secondo le Regioni, per tutta la popolazione (ad es. per soggetti anziani, per pazienti cronici, per istituti scolastici ed educativi che seguono bambini e adolescenti, per le strutture residenziali non autosufficienti, ecc.…) con particolare attenzione alle fragilità per cui secondo le Regioni è opportuno concentrare il focus dell’IF/C su tale target identificato attraverso l’analisi dei dati epidemiologici e sociodemografici.

Inoltre, in particolari condizioni epidemiologiche, quale quella da COVID-19 attuale, il suo intervento può essere orientato alla gestione di un target di popolazione specifica, ad es. per il tracciamento e monitoraggio dei casi di COVID-19 coadiuvando le USCA, in collaborazione con medici di medicina generale e Igiene Pubblica e nelle campagne vaccinali.

Lavora in modo proattivo, come illustra il modello FNOPI recepito dalle Regioni. Non aspetta solo le prescrizioni, ma intercetta autonomamente i suoi assistiti di cui conosce le problematiche di salute. La finalizzazione dell’azione fondamentale degli IF/C mira al potenziamento e allo sviluppo della rete sociosanitaria con un’azione che si sviluppa dentro le comunità e con le comunità.

L’IF/C fa una valutazione dei bisogni di salute; prevenzione primaria, secondaria e terziaria; conosce i fattori di rischio prevalenti nel territorio di riferimento, la relazione d’aiuto e l’educazione terapeutica; stende piani assistenziali infermieristici, individua quesiti di ricerca infermieristica.

Ma orienta anche ai servizi, fa una valutazione, indicazione e prescrizione dei presidi necessari.

Monitora l’aderenza terapeutica, l’empowerment e valuta i sistemi di tele monitoraggio-

È lui che attiva consulenze infermieristiche, si occupa della formazione dei caregiver e delle persone di riferimento.

Soprattutto collabora a strategie assistenziali di continuità ospedale territorio, definisce e contribuisce a protocolli, procedure, percorsi e progetta e attua gruppi di auto mutuo aiuto.

Chi non è l’infermiere di famiglia/comunità (IF/C)

La FNOPI spiega che non è l’infermiere di studio del medico; non è l’infermiere che garantisce solo prestazioni (siano esse in AID e ADI), ma collabora con tutti e può erogare prestazioni correlate alle sue specifiche competenze clinico assistenziali.

Al contrario di altre professioni sanitarie, l’infermiere di famiglia e comunità (e in generale l’infermiere) non è una figura tecnica perché il suo intervento non si esaurisce con la prestazione erogata a fronte di una bisogno, ma agisce in modo preventivo, proattivo e partecipativo rispetto al paziente e anche alla sua famiglia perché questi siano in grado di comprendere la loro situazione e di affrontarla secondo i parametri necessari all’assistenza e alla tutela della salute, ma anche da punto di vista sociale e di integrazione per una qualità di vita migliore.

E non va confuso nemmeno con l’infermiere ADI, ma svolge una funzione integrata e aggiuntiva, anche se può erogare direttamente cure infermieristiche complesse.

Come si forma, come si attiva e dove lavora l’IF/C

Le sue competenze secondo la FNOPI sono definite in percorsi formativi specifici post-laurea (tra cui Laurea Magistrale, Dottorato, Master di I e II Livello: oggi sono formati così oltre 6mila infermieri).

E per le regioni sono competenze di natura clinico assistenziale e di tipo comunicativo-relazionale. L’IF/C deve possedere capacità di lettura dei dati epidemiologici e del sistema-contesto, deve avere un elevato grado di conoscenza del sistema della Rete dei Servizi sanitari e sociali per creare connessioni ed attivare azioni di integrazione orizzontale e verticale tra servizi e professionisti a favore di una risposta sinergica ed efficace al bisogno dei cittadini della comunità.

Le Regioni riconoscono la necessità di considerare rilevante prevedere un percorso di formazione specifica con l’acquisizione di titoli accademici, ma perché l’IF/C sia subito operativo propongono di individuare infermieri per i quali sia possibile valorizzare l’esperienza acquisita, la motivazione e l’interesse all’ambito territoriale dell’assistenza. A titolo di esempio avere un’esperienza (almeno due anni) in ambito Distrettuale/territoriale, domiciliare o con esperienza di percorsi clinico-assistenziali (PDTA), di integrazione ospedale-territorio, di presa in carico di soggetti fragili.

L’IF/C secondo il modello FNOPI può attivarsi su prescrizione ma anche autonomamente in particolare per quanto riguarda la promozione di modelli di prossimità e di proattività anticipatori del bisogno di salute rivolti a tutta la popolazione, malata o sana.
Questo deve avvenire in un bacino di utenza definito che sia coerente con le condizioni geografiche e demografiche del territorio di riferimento e che condivida con gli altri attori principali del territorio tra cui Mmg e Assistenti sociali

La sua azione si svolge a casa delle persone, negli ambulatori infermieristici, nelle strutture intermedie e afferisce ai servizi infermieristici del distretto di riferimento.
Le Regioni sono d’accordo: “l’IF/C è inserito all’interno dei servizi/strutture distrettuali e garantisce la sua presenza coerentemente con l’organizzazione regionale e territoriale (Case della Salute, domicilio, sedi ambulatoriali, sedi e articolazioni dei Comuni, luoghi di vita e socialità locale ove sia possibile agire interventi educativi, di prevenzione, cura ed assistenza). Agisce nell’ambito delle strategie dell’Azienda sanitaria e dell’articolazione aziendale a cui afferisce, opera in stretta sinergia con la medicina generale, il Servizio sociale e i professionisti coinvolti nel setting di riferimento in una logica di riconoscimento degli specifici ambiti professionali e di interrelazione ed integrazione multiprofessionale”.

“È necessario applicare subito l’innovazione – sottolinea la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli in linea con le Regioni – per dare spazio il più velocemente possibile alla nuova figura per l’assistenza sul territorio, anche prevedendo percorsi formativi ad hoc diffusi in tutte le Regioni: l’infermiere di famiglia/comunità non è una figura improvvisata, ma un professionista preparato per poter assistere al meglio i pazienti fragili e le loro famiglie”.

“Ringraziamo i presidenti delle Regioni, la Commissione salute e il suo coordinatore Icardi per l’impegno e il risultato ottenuto. Vogliamo dare il nostro contributo al Paese e lo vogliamo fare assieme a tutti gli altri professionisti della salute – aggiunge – consapevoli che tutte le energie dovranno essere orientate a garantire il diritto alla salute dei cittadini: la Federazione è pronta a collaborare da subito con Governo, Parlamento, Regioni e Associazioni di cittadini e pazienti per dare attuazione concreta a questo professionista essenziale per il territorio”.

A QUESTO LINK IL DOCUMENTO DELLE REGIONI

A QUESTO LINK IL POSITION STATEMENT FNOPI

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Riforma 118, il Ddl 1715 così non va. Servono interventi strutturali

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Disegno di legge 1715 di riforma del servizio 118: troppe deroghe sugli ambiti di operatività del servizio e i tempi di intervento rispetto al decreto ministeriale 2 aprile 2015 n.70 sugli standard ospedalieri, che disegna il sistema di emergenza-urgenza secondo un modello omogeneo sul territorio, sistema che si sarebbe dovuto semmai far applicare omogeneamente dalle Regioni.

Economicamente sconveniente prevedere per le centrali operative un livello provinciale senza una valutazione accurata delle caratteristiche del territorio.

Il dipartimento è scollegato dai dipartimenti emergenza urgenza intraospedaliera (con una frammentazione in termini di disequità con i medici dedicati al dipartimento ospedaliero che saranno solo quelli inidonei al territorio). A questo si aggiunge l’utilizzo di personale senza specialità, ma solo con una formazione di 300 ore.

Gli standard definiti non sono chiari: citano i 60.000 abitanti ogni mezzo di soccorso avanzato già citati dal DM e ne inseriscono 100.000 per le aree urbane, ma soprattutto definiscono come mezzo di soccorso avanzato quello medico-infermieristico, oggi utilizzato nel 5% dei casi.

“Pensiamo – spiega la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli – che una riforma di questa portata, su un argomento così centrale per l’assistenza che deve essere garantita ai cittadini, dovrebbe guardare di più ai loro bisogni, meno ad altre tipologie di interesse che nulla hanno a che vedere con questi; essere il frutto di una totale convergenza di tutti gli attori coinvolti; valorizzare e sistematizzare le innovazioni intercorse negli anni, da quelle professionali a quelle organizzative, anche in alcune realtà regionali; guardare a riferimenti e orientamenti internazionali; essere sempre in linea con le evidenze scientifiche e organizzative disponibili e più aggiornate”.

“È l’impianto generale del DDL – afferma Mangiacavalli – che dal nostro punto di vista merita un ripensamento strutturale, perché intravediamo un ritorno al passato, ampiamente superato dai fatti, dai dati, dall’evoluzione (anche formativa) della nostra professione, dalle innovazioni che servono al nostro Servizio sanitario nazionale per rispondere sempre meglio ai bisogni dei cittadini, che sono il vero faro al quale dobbiamo guardare tutti. Invece notiamo una particolare attenzione ai contenitori (dipartimenti, ruoli…), meno sui contenuti, che invece guardano troppo al passato”.

“Sul versante del personale – afferma Nicola Draoli, componente del Comitato centrale FNOPI che ha rappresentato la Federazione nell’audizione sul Ddl in Commissione Igiene e Sanità al Senato – come Federazione (ma non solo: anche altre organizzazioni non solo infermieristiche la pensano in questo modo) siamo per un percorso di specializzazione infermieristica, ma questo Ddl parla di infermieri 118 dedicati, senza declinare non solo le competenze, ma nemmeno il percorso formativo”.

Ancora per la FNOPI è problematico il criterio di definire standard temporali che siano sganciati dalla necessità di risposta alla tipologia dei bisogni. Così come appare necessario che siano definiti protocolli chiari, omogenei, condivisi e inderogabili a livello nazionale per le varie tipologie di intervento, in modo tale da non creare i presupposti per azioni strumentali di rivalsa da parte di qualunque delle professioni coinvolte, come invece è spesso accaduto, lasciando una parte importante dell’organizzazione dell’emergenza-urgenza alle scelte della magistratura.

La Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche valuta il provvedimento distante dalla vision della comunità infermieristica che rappresenta, dall’architettura e dai riferimenti introdotti attraverso gli standard previsti dal decreto 70/2015 e in alcuni passaggi non convergente e coerente con le evidenze più aggiornate e riconosciute dalla letteratura scientifica e organizzativa del nostro SSN.

Secondo Draoli “le prestazioni del Sistema 118 non devono essere necessariamente medicalizzate, né si può ipotizzare una qualunque penalizzazione di ruolo e di capacità professionale per la figura dell’infermiere. A ciascuno il suo ruolo e la sua professionalità, secondo meccanismi e interazioni virtuose che riconoscano il ruolo, la funzione e la crescita professionale delle famiglie professionali, anche considerando le prerogative proprie dell’una e dell’altra professione”.

“Per quanto ci riguarda – conclude Draoli – non vuole esserci alcuna invasione di campo per ciò che attiene compiti e ruoli propri di altre professionalità, ma il giusto e corretto riconoscimento del nostro status giuridico di professionisti sanitari e con le competenze previste dal nostro profilo professionale; perché sostenuto dall’ordinamento giuridico nazionale ed europeo oltre che da linee guida internazionali e da specifici protocolli. Infermieri e medici del servizio di emergenza 118 operano in integrazione e, quando le situazioni evidenziano particolari complessità, in sinergia con i medici dell’emergenza urgenza (automediche ed elisoccorso). In un settore ricco di tecnologia e interconnessioni continue in remoto con tutte le professionalità – conclude –, l’autonomia si può esercitare in équipe, in costante collegamento con la centrale operativa e bisogna essere messi in condizione di esprimere il massimo delle competenze spendibili da tutti, soprattutto in un ambito come quello del 118 che deve essere dinamico, flessibile e con interventi modulabili in sicurezza”.

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Test di ammissione all’università: per le professioni sanitarie il 33% di domande sono per infermiere

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Domani, 8 settembre, 77.205 giovani proveranno i test di ammissione alle 22 professioni sanitarie (infermiere, fisioterapista, logopedista, dietologo, tecnico di radiologia ecc.).
Sono in media il 2,6% in meno dello scorso anno, così come a tentare l’ammissione a medicina sono stati il 3% in meno del 2019, ma la riduzione non è un vero calo.

“In realtà a calare sono stati i diplomati della maturità, passati da circa da 520mila del 2019 a 463mila del 2020: ben 57 mila in meno in un solo anno, -11 per cento”, spiega Angelo Mastrillo, segretario della Conferenza Nazionale Corsi Laurea Professioni Sanitarie, che da anni rileva i numeri di posti, domande, ammissioni e forza lavoro delle 22 professioni sanitarie.

Secondo i dati della Conferenza, poi, delle 77.205 domande per il 2020-2021, 25.192 sono per la professione di infermiere e infermiere pediatrico: il 33 per cento del totale.

“Un calo fisiologico dovuto al calo dei giovani che possono iscriversi alle università e quindi non preoccupante – spiega Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) – ma con una particolarità: la nostra professione è in controtendenza e registra un aumento delle domande per i test del +7,5% per infermiere e del +4,6% per infermiere pediatrico”.

È “l’effetto-COVID”, spiegano Mangiacavalli e Mastrillo.

“I giovani, nella gravità della pandemia, si sono resi conto di cosa fanno e di chi sono gli infermieri – sottolinea Mangiacavalli – e nonostante sia ormai noto che la professione è sotto organici e sottopagata, si sono resi conto anche della preparazione clinica e umana e hanno scelto di essere vicini a chi soffre, hanno optato per quella prossimità con le persone che è la prima caratteristica della nostra professione”.

“Indubbiamente – prosegue Mangiacavalli – i posti a bando per infermiere, nonostante l’aumento nel 2020-2021 sono ancora troppo pochi per fare fronte alla carenza di almeno 53mila professionisti, soprattutto sul territorio, dove c’è più bisogno di assistenza e di vicinanza con gli assistiti, come COVID-19 ha dimostrato. La FNOPI ha avviato il confronto col ministero dell’Università e grazie all’intervento del ministro della Salute, con il decreto rilancio gli organici sono stati in parte integrati e si è lanciata la specializzazione dell’infermiere di famiglia e comunità, una figura essenziale per l’assistenza sul territorio. Abbiamo già dato la nostra disponibilità a Governo e Regioni per lavorare insieme per rendere il Ssn sempre più efficiente e forte”.

“Le nuove assunzioni sono un passo importantissimo – aggiunge – che però può essere considerato un ‘primo passo’ rispetto a un fabbisogno stimato dalla Federazione di almeno 21mila infermieri di famiglia e comunità”.

“Sicuramente molti giovani che hanno presentato la domanda per i test lo sanno e vogliono proprio questo: aiutare ed essere più vicini possibile a chi soffre. Auguri – conclude la presidente FNOPI – a tutti coloro i quali domani si impegneranno per entrare a far parte della nostra professione, con una certezza: sia la Federazione che i cittadini hanno sicuramente bisogno di voi”.