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Vaccinazione antinfluenzale. In Puglia via libera della Consulta all’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari

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Ma anche digitalizzazione dei professionisti sul territorio per collegare ambulatorie studi medici all’anagrafe regionale.Questi alcuni dei temi al centro dell’incontro organizzato a Bari nell’ambito del più ampio progetto di approfondimento sul territorio “Alleati contro l’influenza” a cui hanno partecipato i massimi rappresentanti della Regione e delle strutture sanitarie coinvolte nella promozione e gestione delle campagne vaccinali

12 LUG – Obbligo di vaccinazione per gli operatori sanitari che frequentano determinati reparti e unificazione dei gestionali di Mmg e Pls con GIAVA (l’anagrafe vaccinale della Puglia) per la trasmissione dei dati di copertura.
Sono due dei principali assett attraverso cui la Regione Puglia intende spingere sull’acceleratore delle coperture vaccinali antinfluenzali soprattutto per over 65, operatori sanitari e categorie a rischio.

La Legge sull’obbligo vaccinale degli operatori (la n.27 del 19 giugno 2018), impugnata dinanzi alla Consulta dal Governo nazionale e da quest’ultima ritenuta legittima il 7 giugno scorso, è ora in attesa del regolamento attuativo e, in Regione ne sono certi, contribuirà sensibilmente ad aumentare le coperture degli operatori ma anche dei cittadini in ragione delle sue ricadute anche comunicazionali e di testimonianza.

Quest’anno inoltre, per la prima volta, la regione ha concluso l’implementazione dei dati dell’anagrafe vaccinale regionale (Giava) “matchando” i flussi provenienti dai gestionali dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. Completezza del dato e strumento importante di analisi, Giava consentirà in tal modo di puntare gli obiettivi sugli ambiti più critici, anche territoriali, ponendo le basi di un’azione di stimolo sempre più capillare.

Ospitato nella Sede di Bari della Regione, l’incontro ha visto alternarsi sul palco i contributi di Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, Claudio D’Amario, Dg Prevenzione del Ministero della Salute, Vito Montanaro, Dg Salute della Regione, Antonio Tommasi Resp. Prevenzione regionale, Vito Bavaro, Resp. Tecnologie Dip. Salute regionale, Domenico Martinelli, Associato di Igiene Univ. di Foggia, Michele Conversano, Dir. Dip. Prevenzione Asl Taranto, Cinzia Germinario, Oss. Epidem. Regionale e Rosa Prato, Commissione reg. vaccini.

“E’ noto che, sebbene l’adulto anziano sia più protetto dai virus influenzali, quando si ammala rischia molte più complicanze e problemi. Quest’anno” ha esordito Claudio D’Amario aprendo la mattinata di confronto “abbiamo registrato un aumento dei decessi rispetto all’anno precedente e questo sicuramente può avere collegamenti con l’aumento delle patologie croniche. I dati epidemici ci dicono 63% di casi gravi di sesso maschile, un’età media di 63 anni, l’84% di queste persone presentava condizioni di rischio e oltre l’80% risultava non vaccinato. Per questi motivi” ha aggiunto “stiamo cercando di inserire nel patto della salute alcuni aspetti che riguardano direttamente la prevenzione, una delle gambe portanti del Servizio sanitario nazionale, che però è sempre stata vissuta più come un bel racconto che una realtà fatta di impegni concreti, soprattutto a livello regionale e locale. Chiederemo pertanto che nel Patto per la salute vengano rispettati gli impegni sia per la quota di finanziamento tradizionale sia per alcuni piani vincolati che, pur riguardando la programmazione, hanno una grande valenza in termini di governance delle cronicità poiché non è possibile gestire bene le cronicità senza efficaci politiche di prevenzione”.
Ma non solo, D’Amario ha inoltre fortemente sottolineato un’altra conseguenza a cui poco si pensa e che è in stretta correlazione con una bassa copertura vaccinale antinfluenzale: l’antibiotico resistenza.  “La forma più efficace di prevenzione, insieme a quella che tutti conosciamo come il lavaggio delle mani per esempio, è rappresentata dalla vaccinazione, c’è un obiettivo Lea di copertura, (minimo 75% della popolazione ultra 65enne, ideale 95%) che ancora non è stato raggiunto e che non impatta soltanto sul singolo malato su tutta la sanità pubblica. In termini di complicanze c’è in tal senso un altro aspetto che spesso viene ignorato e cioè che in correlazione al picco influenzale c’è anche un picco importante e inappropriato di assunzione di antibiotici. Una dinamica che deve farci riflettere tutti.

Il focus sulla Regione Puglia è stato quindi aperto da Antonio Tommasi che ha definito l’anno in corso come l’anno di svolta per le campagne antinfluenzali. “Con un percorso avviato già da diversi anni” ha spiegato “siamo finalmente passati da una rilevazione dei dati della copertura vaccinali basato su un sistema sostanzialmente cartaceo a un sistema di rilevazione informatizzato. La Regione Puglia è una delle regioni che per prime si è dotata di una anagrafe regionale vaccinale (il sistema GIAVA) che per la prima volta, con il coinvolgimento delle softwarehouse dei Medici di medicina generale e dei Pediatri di libera scelta, ha reso possibile una rilevazione estremamente puntuale delle coperture”.

“in Puglia” ha quindi fatto eco Cinzia Germinario “mentre nello scorso anno gli andamenti regionale e nazionale erano praticamente sovrapponibili, quest’anno l’incidenza è iniziata a scendere, con 11 casi ogni 1000 abitanti. I bambini da o a 15 anni sono, come ogni anno, quelli più colpiti, nella fascia da 0 a 4 anni siamo arrivati a 50 casi ogni 1000 bambini, subito seguita a 20 per mille casi dai 4 ai 15 anni. La curva d’incidenza degli over 65enni invece è stata in Puglia costantemente inferiore a quella nazionale in tutte le settimane del periodo. Dati che sono più puntualmente specificati nel Report di sorveglianza virologica che Maria Chironna, Associato di Igiene all’Università di Bari, ha illustrato a nome del gruppo di lavoro che, in seno al medesimo ateneo, è stato individuato come Centro regionale di riferimento.
Coperture che, come ha precisato Rosa Prato, “hanno certamente ampi margini di miglioramento grazie soprattutto al radicale cambiamento di sistema e di governance dei processi introdotti con la digitalizzazione”.

Sulla stessa linea Michele Conversano secondo cui l’acquisizione e la gestione informatica del dato vaccinale consentirà in tutta la Regione, per esempio, di evidenziare le coperture per singolo medico di famiglia e non più solo per Asl. “In Puglia” ha sottolineato “abbiamo medici con oltre il 95% di vaccinati tra i loro assistiti e medici che non arrivano al 15%.  Ne conseguono le grandi potenzialità, anche comunicative, che un’analisi così puntuale del dato potrà offrire ai decisori che in tal modo potranno orientare le loro azioni in maniera estremamente mirata.

E questo anche nei confronti degli stessi operatori sanitari per i quali, ha sottolineato dal canto suo Il Presidente Emiliano, la Regione Puglia ha dovuto emanare una legge ad hoc. È noto di quanto basse siano le coperture vaccinali antinfluenzali negli operatori sanitari e, ha aggiunto ancora, “è altrettanto noto di quanto siano importanti tutti i singoli operatori sanitari non soltanto in termini di “non trasmissione” del virus nei reparti (sarebbe il minimo…), ma anche di testimonianza e informazione ai cittadini.

12 luglio 2019
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Professioni sanitarie. Miur pubblica decreto per ammissione a corsi di laurea: in tutto oltre 25 mila posti

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Rispetto all’anno scorso si registra un incremento di quasi 700 posti. La data degli esami è unica per tutte le 37 Università Statali, l’11 settembre. Mentre la scadenza per la presentazione delle domande di ammissione varia, ad esempio, dal 26 luglio di Ancona fino all’ultima settimana di  agosto per le altre. IL DECRETO – LA TABELLA

09 LUG – Al via da parte delle Università la pubblicazione dei rispettivi bandi di ammissione ai 25.356 posti dei 439 Corsi di Laurea per le 22 Professioni Sanitarie. Quest’anno il MIUR, con il Decreto pubblicato oggi, ha leggermente aumentato l’Offerta formativa (+2,7%) rispetto ai 24.681 messi a bando lo scorso anno.

A contendersi i 25.356 posti potrebbero essere, analogamente allo scorso anno, circa 80mila studenti, con un rapporto di 3,2 domande su 1 posto fra le 22 professioni, con range che va da 13 di Fisioterapista a 1,5 di Infermiere come si può rilevare dai dati del Report dello scorso anno 2018.

La data degli esami è unica per tutte le 37 Università Statali, l’11 settembre. Mentre la scadenza per la presentazione delle domande di ammissione varia, ad esempio, dal 26 luglio di Ancona fino all’ultima settimana di agosto per le altre.

Per una verifica delle scadenze e delle modalità e costi di iscrizione si suggerisce di consultare i rispettivi bandi pubblicati dalle varie Università sui propri siti.

Mentre per quanto riguarda gli sbocchi occupazionali, che sono rilevati annualmente da AlmaLaurea, si segnala quanto pubblicato il 27 giugno scorso.

Cambiano gli argomenti della prova di ammissione: con Decreto 28 marzo scorso il Miur ha stabilito la modifica dei contenuti delle prove di ammissione rispetto ai previsti 60 quiz stabilendo l’aumento di quelli di Cultura Generale (da 2 a 10) e la riduzione per quelli di Ragionamento logico (da 20 a 10).

Questo dovrebbe portare verso un riequilibrio del successo all’esame fra gli studenti del Liceo scientifico, finora favoriti, rispetto a quelli del Liceo Classico. Ormai entravano all’80% i diplomati delle Scientifico e al 10% del Classico.

Angelo Mastrillo
(Università di Bologna)
Segretario Conferenza Corsi Laurea Professioni Sanitarie

09 luglio 2019
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Infermiera della Centrale 118 di Lecce salva la vita a un uomo di 30 anni. Nota di encomio dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche

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Infermiera della Centrale 118 di Lecce salva la vita a un uomo di 30 anni. Nota di encomio dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche

Con riferimento all’intervento di cui all’oggetto, quest’OPI vuole ringraziare tutta l’equipe del SEUS 118 dell’ASL LE ed in particolare l’infermiera operante in centrale operativa che con le sue competenze tecnico-relazionali ha intrattenuto al telefono un uomo di 30 anni che voleva ammazzarsi con un coltello da cucina lungo oltre 20 centimetri nella sua casa di Veglie fino all’arrivo dei carabinieri, salvandoli la vita. Nella relazione d’aiuto che l’infermiera ha trattenuto col paziente, ha percepito da subito una situazione di pericolo. Solo l’esperienza di quasi 20 anni di centrale operativa e la sensibilità di donna le hanno consigliato di non tagliare corto salvando un padre di un bambino.

Questo intervento, ha dimostrato umanità e professionalità da parte di tutti gli operatori che sono intervenuti a vario titolo (118 e Carabinieri) nella vicenda, gestendo l’intera situazione con estrema umanità e professionalità.

Il Consiglio Direttivo dell’OPI di Lecce, esprime compiacimento per l’azione svolta e la ringrazia per la professionalità, disponibilità e l’alto senso del dovere che ha messo a disposizione del paziente residente nel Comune di Veglie.

Il gesto da lei compiuto è motivo di orgoglio per la categoria infermieristica.

Distinti saluti

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La Cassazione conferma: il tempo dei vestizione/svestizione degli infermieri va retribuito come prestazione di lavoro. E spiega il perché

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Per i giudici della Cassazione (sezione lavoro, sentenza 17635/2019) si tratta di attività svolte nell’interesse dell’igiene pubblica che vanno retribuite essendo un obbligo imposto da esigenze superiori di sicurezza e igiene. LA SENTENZA.

05 LUG – Per un infermiere indossare e togliersi la divisa di lavoro (camice, mascherina, protezioni ecc.) fa parte dell’orario di lavoro e come tale va retribuito.
E’ questa una diatriba che ormai va avanti da tempo e che tutti i tribunali coinvolti hanno riconosciuto ai professionisti, fino a essere inserita come parte integrante dell’ultimo contratto.

Ma se questo non bastasse ora interviene l’ennesima sentenza della Cassazione (17635/2019) con cui la Corte riconosce – e spiega e chiarisce il perché – che il tempo che gli infermieri impiegano per indossare e dismettere la divisa rientra nell’orario di lavoro va autonomamente retribuito, poiché si tratta di attività integrativa dell’obbligazione principale e funzionale al corretto espletamento dei doveri di diligenza preparatoria.

La Cassazione è intervenuta questa volta per mettere la parola fine al contenzioso sorto tra alcuni infermieri e una Asl abruzzese in relazione al riconoscimento del diritto alla retribuzione del tempo impiegato per indossare e dismettere la divisa.

Il fatto

In questo senso, secondo il Tribunale, si tratta di attività dovuta “per ragioni di igiene”, da effettuarsi negli stessi ambienti dell’Azienda e non a casa, prima dell’entrata e dopo l’uscita dai relativi reparti, rispettivamente, prima e dopo i relativi turni di lavoro.

La sentenza
Sulla stessa lunghezza d’onda del tribunale, la Cassazione ha confermato il principio e respinto il ricorso della Asl, anche in continuità con altre precedenti pronunce (Cass. n. 3901/2019; Cass. n. 12935/2018; Cass. n. 27799/2017) in cui è stato ribadito che le attività di vestizione/svestizione sono comportamenti integrativi della obbligazione principale e funzionali al corretto espletamento dei doveri di diligenza preparatoria.

Si tratta di attività, secondo la Cassazione, che non sono svolte nell’interesse dell’Azienda, ma dell’igiene pubblica e come tali devono ritenersi autorizzate da parte dell’Azienda stessa.

Inoltre, per il lavoro all’interno delle strutture sanitarie, il tempo di vestizione e svestizione dà diritto alla retribuzione, essendo l’obbligo imposto dalle esigenze di sicurezza e igiene che riguardano sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale addetto.

“Il più recente orientamento – si legge nella sentenza – rappresenta uno sviluppo del precedente indirizzo (del tutto in linea con il principio) ed una integrazione della relativa ricostruzione, ponendo l’accento sulla funzione assegnata all’abbigliamento, nel senso che l’eterodirezione può derivare dall’esplicita disciplina d’impresa ma anche risultare implicitamente dalla natura degli indumenti – quando gli stessi siano diversi da quelli utilizzati o utilizzabili secondo un criterio di normalità sociale dell’abbigliamento – o dalla specifica funzione che devono assolvere e così dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene riguardanti sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale addetto”.

La sentenza, nel dare ragione agli infermieri, riconosce che “pur con definizioni non sempre coincidenti, essendosi fatto riferimento, in alcuni casi al concetto di ‘eterodirezione implicita’, in altri all’obbligo imposto dalle superiori esigenze di sicurezza ed igiene, discendente dall’interesse all’igiene pubblica, in altri ancora all’esistenza di ‘autorizzazione implicita’, l’orientamento della giurisprudenza di legittimità è, dunque, saldamente ancorato al riconoscimento dell’attività di vestizione/svestizione degli infermieri come rientrante nell’orario di lavoro e da retribuire autonomamente, qualora sia stata effettuata prima dell’inizio e dopo la fine del turno”.

Soluzione questa in linea anche con la giurisprudenza comunitaria in tema di orario di lavoro (direttiva n. 2003/88/CE).

Secondo la spiegazione che la Cassazione dà nella sentenza “ciò che rileva …  è unicamente che le attività preparatorie di cui trattasi siano state svolte all’interno dell’orario di lavoro – e come tali retribuite – o piuttosto, come accertato dalla sentenza impugnata, in aggiunta e al di fuori dell’orario del turno, dovendo in tal caso essere autonomamente retribuite.
Quanto all’effettuazione delle indicate prestazioni al di fuori del normale orario di lavoro (secondo la sentenza impugnata ‘prima e dopo i relativi turni di lavoro’) la censura della ricorrente scivola, in modo inammissibile, sul piano dell’appezzamento del merito”.

“Con riguardo, poi, alle invocate norme, di legge e di contratto collettivo, relative alla disciplina del lavoro straordinario – chiarisce ancora la sentenza –  si è già evidenziato che si tratta di attività che, in quanto svolte nell’interesse del servizio pubblico oltre che a tutela dell’incolumità del personale addetto, devono ritenersi implicitamente autorizzate dall’Azienda ed anzi da essa imposte, potendo in mancanza l’Azienda rifiutare di ricevere la prestazione; dette attività avrebbero dovuto, pertanto, essere comprese all’interno del debito orario”.

E la Corte di Cassazione sottolinea, respingendo il ricorso dell’Asl e dando ragione agli infermieri, che “l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo (del tempo di vestizione/svestizione, appunto)non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione”.

05 luglio 2019
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spacer La sentenza

Genova: da anni esercitava in RSA con documenti falsi. Deferito finto infermiere dai Carabinieri del NAS

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Simone Gussoni

Fonte: NurseTimes – Giornale di informazione Sanitaria
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Fabbisogni delle professioni sanitarie 2019/2020. In tutto oltre 42 mila posti tra formazione di base e magistrale. L’accordo in Stato-Regioni

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Sono questi i numeri contenuti nel documento che sarà domani all’esame della Conferenza. In particolare, per l’anno accademico 2019/2020, 16.613 le richieste per l’Area infermieristica ed ostetrica, 5.671 per l’Area della riabilitazione, 3.923 per l’Area tecnico-diagnostica e tecnico-assistenziale, 1.275 per l’Area della prevenzione, 13.346 per i Laureati magistrali a ciclo unico e 1.497  per i Laureati magistrali farmacista, biologo, chimico, fisico e psicologo. IL DOCUMENTO

26 GIU – Pronto lo schema di accordo per il fabbisogno dei laureati magistrali a ciclo unico, dei laureati delle professioni sanitarie e dei laureati magistrali delle professioni sanitarie per l’anno accademico 2019/2020. Il documento sarà all’esame della Conferenza Stato Regioni di domani.

In tutto 42.325 (+3.538 rispetto al fabbisogno di 38.787 dell’anno passato) posti suddivisi in sei diverse aree. Per l’Area infermieristica 16.613 (erano 15.921 l’anno passato) le richieste, per la maggior parte (14.606) per la formazione di base per infermiere e 1.007 per la formazione magistrale di area infermieristica ed ostetrica.

Per l’Area della riabilitazione la richiesta è di 5.671 (l’anno passato erano 5.016 posti), dei quali ben 2.100 per fisioterapia, 1.017 per educatori professionali e 479 per la formazione magistrale

Per l’Area tecnico-diagnostica e tecnico-assistenziale i posti richiesti sono invece 3.923 (l’anno passato erano 3.537), in questo caso per la maggiora parte per i tecnici di laboratorio biomedico (771) e tecnico di radiologia sanitaria (716).

Arriviamo così ai Laureati magistrali a ciclo unico con una richiesta di 13.346 (l’anno passato erano 11.926 posti), di questi, 11.255 sono per medico chirurgo.

Infine, per i Laureati magistrali farmacista, biologo, chimico, fisico e psicologo i posti richiesti sono 1.497 dei quali 448 per farmacia.

L.F.

26 giugno 2019
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spacer Il documento

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La regione Puglia attiva la collaborazione con l’Oms per le valutazioni sanitarie a Taranto

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Oggetto della collaborazione: la realizzazione di una Valutazione d’impatto sanitario per la città di Taranto, relativamente agli scenari del piano di decarbonizzazione proposto dalla Regione, a partire dai livelli produttivi autorizzati all’acciaieria Arcelor Mittal, nonché valutazioni d’impatto cumulativo

20 GIU – “Un passo decisivo nella direzione richiesta dai cittadini tarantini di fare ulteriori approfondimenti sui dati ambientali e sanitari.”

Così la Regione Puglia ha annunciato di aver formalizzato una collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità in tema di valutazioni di impatto sanitario per la città di Taranto.

“I rapporti di collaborazione tra Regione Puglia e Oms risalgono al 2016 – dichiara Michele Emiliano, Presidente di Regione Puglia – e si sono sempre più rafforzati, portando all’adesione della Regione alla Rete Europea delle Regioni dell’Oms (Rhn – Regions for Health Network) e al Protocollo ‘Breath the Life’, presentato nel corso della I Conferenza Mondiale Oms sul tema ‘Inquinamento Atmosferico e Salute’”.

La specifica sinergia concordata tra Regione e Oms per le valutazioni sanitarie nella città di Taranto, ha aggiunto Emiliano “si colloca quindi nel contesto del protrarsi di una situazione di incertezza per la salute dei tarantini, di complessità dei dati disponibili e non scevra da risvolti giudiziari, attestati non solo dalle sentenze della Corte Costituzionale della Repubblica Italiana ma anche dal recente pronunciamento della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, circa la compatibilità ambientale e sanitaria delle attività siderurgiche di Taranto, che rappresentano una fonte di crescente insicurezza per la popolazione, oltre che di un potenziale danno d’immagine ed economico per lo sviluppo della città e della Puglia”.

“Non si tratta di una iniziativa che conduce alla delegittimazione delle strutture regionali deputate ma piuttosto di una forma di collaborazione tesa al raggiungimento dell’obiettivo di definire l’impatto sanitario derivante dalle fonti antropiche presenti sul territorio di Taranto, nei diversi scenari identificati, ivi incluso l’attuale assetto, cosa che fino ad oggi non risulta essere stata compiuta, esigenza non più procrastinabile” commenta l’ingegnere Barbara Valenzano, Direttore del Dipartimento regionale per l’ambiente nonché firmataria di ben due richieste di riesame del provvedimento di Autorizzazione Integrata Ambientale dell’ex ILVA di Taranto negli ultimi due anni (riesame dell’AIA recentemente riaperto dal Governo).

Oggetto specifico della collaborazione riguarda la realizzazione di una Valutazione d’Impatto Sanitario per la città di Taranto, relativamente agli scenari del piano di decarbonizzazione proposto dalla Regione, a partire dai livelli produttivi autorizzati all’acciaieria Arcelor Mittal, nonché valutazioni d’impatto cumulativo.
Soddisfatto il Presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), Alessandro Miani: “Non vengono deluse le aspettative e le richieste di massimo impegno – per giungere a una sempre più chiara conoscenza della situazione sanitaria e ambientale – avanzate dai cittadini e delle associazioni tarantine, raccolte da SIMA nell’ambito della piattaforma di confronto civico del ‘Laboratorio Taranto’, scaturito dalla prima conferenza europea svoltasi a Taranto il 26 novembre scorso. SIMA intende garantire partecipazione e voce in capitolo – ma verificandole sempre col filtro dell’evidenza scientifica – alle istanze della cosiddetta “citizens science”, di cui Taranto sta diventando un laboratorio, cioè il giusto impegno degli stessi cittadini tarantini per la trasparenza delle informazioni circa la salubrità dei loro ambienti di vita e di lavoro”.

“Con tale iniziativa, la Regione Puglia, nella dimensione europea che attualmente la caratterizza su questi temi, intende offrire anche ai livelli tecnici nazionali un contributo di sicuro rilievo, come quello dell’Oms, per giungere entro un anno a una più completa e aggiornata valutazione della situazione sanitaria di Taranto e fornire anche al Governo ulteriori strumenti conoscitivi per una revisione complessiva dell’attuale assetto industriale della città, nella direzione indicata dalle strategie europee di cui la Puglia punta a diventare meta-modello per l’uscita dall’economia del carbone”, conclude il Presidente Michele Emiliano.

20 giugno 2019
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Ricerca Aopi (Associazione ospedali pediatrici): pochi infermieri, aumentano i rischi

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18/06/2019 – Un infermiere su tre a rischio burnout ma oltre il 70% di loro è soddisfatto dal proprio lavoro e non lascerebbe l’ospedale. Qualità delle cure promossa da più dell’80% dei professionisti. E i caregiver giudicano positivamente la comunicazione e la preparazione alla fase post-ricovero. Ma i rischi sono dietro l’angolo

La carenza di infermieri, così come quella di medici e personale in genere della sanità, è un’emergenza nota da tempo. Ma che coinvolgimento nell’organizzazione aziendale, appropriatezza nell’uso del personale e delle risorse e buona organizzazione possano comunque supplire alle carenze mantenendo alta la qualità dell’assistenza è fatto meno scontato.

A rilevarlo è l’ampio studio presentato oggi al Senato, realizzato da 12 aziende ospedaliere pediatriche aderenti all’Aopi, l’Associazione degli Ospedali pediatrici Italiani che aderisce alla Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie pubbliche. Un’indagine compiuta dai ricercatori del Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped attraverso una survey che ha coinvolto infermieri e caregiver.

Le criticità dovute alla carenza di personale

Punto di partenza i livelli di staffing. Tradotto: il rapporto tra il numero di pazienti e di infermieri in reparto. I dati in letteratura dicono che ci si dovrebbe assestare su un valore di 4 pazienti per ciascun infermiere, mentre la media negli ospedali pediatrici è di 1 a 6,6 pazienti. In pratica ogni infermiere segue almeno due pazienti in più di quello che gli standard di sicurezza consiglierebbero.  Ma le cose variano da un’area all’altra di assistenza. Il rapporto dovrebbe essere di 3 o 4 a uno nelle aree chirurgica e medica, di 1 o persino 0,5 per le cosiddette “aree critiche”, come terapie intensive e rianimazioni. Numeri lontani dalla realtà rilevata dall’indagine, che ha calcolato un rapporto di 5,93 per la chirurgia, 5,7 per quella medica e 3,55 per l’area critica. Con questi livelli di staffing non è poi facile ottemperare a tutte le attività. Su 13 funzioni assistenziali giudicate necessarie sono state 5 in media quelle che ciascun professionista ha dichiarato di aver dovuto tralasciare per mancanza di tempo nell’ultimo turno. E la carenza di personale in genere finisce anche per dover impegnare i già pochi infermieri in attività che infermieristiche non sono. Come eseguire richieste di reperimento materiali e dispositivi, capitato almeno una volta durante l’ultimo turno nel 54% dei casi in area chirurgica, 55% in area medica e 39% in quella critica. Oppure compilare moduli per servizi non infermieristici (rispettivamente nell’80, 72 e 66% dei casi), svolgere attività burocratiche (81, 79 e 65% dei casi) o più banalmente rispondere al telefono per attività che nulla a hanno a che vedere con l’assistenza in ben oltre il 90% dei casi in tutte le tre aree assistenziali.

Dover seguire molti pazienti può anche essere stressante. Nei 12 ospedali pediatrici il 32% degli infermieri è finito nell’area del “burnout”, la sindrome da esaurimento emozionale che colpisce chi per professione si occupa delle persone. Ma i valori nelle tre aree di assistenza rilevano un livello di burnout definito “medio” in letteratura.

I punti di forza di una buona organizzazione

Nonostante ciò si ritiene soddisfatto del proprio lavoro il 73,5% degli infermieri dell’area chirurgica e rispettivamente il 74 e il 77,1% di quelle medica e critica. Percentuali simili si rilevano anche tra chi non pensa in alcun modo di lasciare entro il prossimo anno il proprio ospedale per trovare altrove condizioni di lavoro migliori. Anche se le cose cambiano un po’ per i professionisti con più anzianità alle spalle (tra i 21 e i 30 anni di servizio), dove nell’area chirurgica a pensare di lasciare è il 42% contro medie del 31,8 e del 30,4% per l’area medica e quella critica. Questo grazie a un ambiente lavorativo che l’indagine definisce “favorevole”, dopo l’attento esame di cinque fattori lavorativi: 1) appropriatezza dello staffing e delle risorse, 2) rapporto medico-infermiere, 3) capacità di leadership del coordinatore infermieristico, 4) presupposti per la qualità dell’assistenza infermieristica, 5) coinvolgimento degli infermieri nell’organizzazione aziendale. Data una scala da 1 a 4 il valore medio nell’ambito dell’assistenza pediatrica per tutte le 5 dimensioni è stato un soddisfacente: 2,65, con valori più alti per le dimensioni 2, 3 e 4.
Tutto questo si traduce poi in quel che più conta, ossia la qualità delle cure infermieristiche fornite ai pazienti, giudicata “positiva” dall’81,7% dei professionisti impegnati nell’area medica e rispettivamente dall’83,5 e l’85,4% di quelli delle aree chirurgica e critica.
Percentuali molto alte di giudizi positivi anche rispetto alla sicurezza delle cure, promossa dall’87% nell’area chirurgica, l’88 e il 90,4% di quelle medica e critica.

La comunicazione con caregiver e bambini

Estremamente positive anche le esperienze comunicative dei caregiver con gli infermieri e il personale medico.

Riguardo agli infermieri:

– il 62,8% dei caregiver ha affermato che gli infermieri hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 59,7% che gli infermieri hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– il 73,8% che gli infermieri hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo ai medici:

– il 64,5% ha affermato che i medici hanno sempre prestato ascolto con attenzione;

– il 65% che hanno sempre spiegato le cose in modo comprensibile;

– l’81,1% che hanno sempre mostrato cortesia e rispetto.

Riguardo, infine, alla comunicazione al bambino:

– il 63,9% dei caregiver ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni su

cosa fosse necessario fare per il bambino;

– il 58,71% (N=792) ha affermato che gli operatori sanitari hanno sempre fornito informazioni sui risultati degli esami diagnostici.

Particolarmente apprezzata la preparazione al ritorno a casa.

Nel dettaglio:

–          il 53,2% ha affermato che gli operatori sanitari si sono informati se il caregiver avesse dubbi o preoccupazioni su quanto fosse pronto il bambino alla dimissione;

–           l’85,8% che gli operatori sanitari hanno dedicato il tempo da lui desiderato per parlare delle cure necessarie dopo la dimissione;

–           il 75,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile quando il bambino sarebbe potuto tornare alle sue normali attività;

–           il 79,6% che gli operatori sanitari hanno spiegato in maniera comprensibile problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione;

–           il 70,5% ha affermato di aver ricevuto informazioni scritte riguardo problemi o sintomi a cui prestare attenzione dopo la dimissione.

“Il Servizio sanitario nazionale senza professionisti e management all’altezza, impegnati in un’assistenza di qualità e nella sicurezza delle cure, sarebbe al collasso. E’ bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti”.

Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), commenta lo studio, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.

Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18 per cento.

Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell’assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell’8% in più.

“Sommati, i due dati portano a un aumento del rischio di mortalità del 25-26%, inaccettabile se legato a queste cause. E soprattutto perché per di più si parla di bambini”, commenta Mangiacavalli.

Che aggiunge: “Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto in modo determinante al momento della scelta delle politiche di programmazione.  Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033”.

“Se poi a questi dati che rispecchiano gli effetti dei blocchi di turn over e di Quota 100 ai aggiunge che secondo lo studio Aopi il 25% circa degli infermieri delle pediatrie sono insoddisfatti del proprio lavoro e lascerebbero, se potessero, l’impiego nell’ospedale nel giro di un anno, l’allarme diventa un vero e proprio allarme rosso. E ancora se a questo si aggiunge che sempre lo studio ha verificato un burnout infermieristico (associato alla volontà di assicurare elevati livelli di qualità che non possono raggiungere mentre riscontrano l’insoddisfazione dei pazienti oltre alla loro volontà di cambiare il proprio ruolo o lasciare il lavoro) che sfiora il 20%, il quadro della situazione è davvero a rischio di naufragio evitato finora solo, come sottolinea il presidente Aopi e Dg del Gaslini Paolo Petralia, dalla buona organizzazione aziendale che ha fatto fronte alle carenze di personale e ha permesso di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli – e come dimostra lo studio a mancare in modo allarmante sono gli infermieri. Quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo in ospedale come a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste dovessero subentrare, a casa come in ospedale, far scattare il giusto allarme con tutti gli interventi che, come dimostrano i dati, sono anche salvavita”.

Petralia (Aopi): garantita qualità e sicurezza grazie alla buona organizzazione aziendale”
Ripa di Meana (Fiaso): “Abbiamo fatto un miracolo, ora serve un grande piano di assunzioni e investimenti”

L’aumento anche di un solo paziente del carico di lavoro infermieristico e quello del 10% della attività che non si è riusciti a svolgere sono elementi associati dalla letteratura rispettivamente al 7 e al 16% di rischio di mortalità a 30 giorni dal ricovero di pazienti sottoposti a comuni interventi chirurgici”, ricordaPaolo Petralia, Presidente Aopi e Dg dell’Irccs “Gaslini” di Genova che ha partecipato all’indagine. “Ciononostante -prosegue- il Report mostra come una buona organizzazione aziendale possa sopperire in buona parte alle carenze di personale e permettere di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.

I risultati dell’indagine, pur focalizzati su un aspetto particolare e delicato dell’assistenza com’è quella rivolta ai più piccoli, mostrano ancora una volta che senza il contributo fondamentale dei professionisti e di un management all’altezza il nostro Ssn sarebbe già naufragato da un pezzo”, rilancia il Presidente di Fiaso, Francesco Ripa di MeanaAbbiamo fatto un miracolo operando tra ristrettezze economiche e di personale. Ora -conclude– occorre cambiare passo, dando priorità a un grande piano per le assunzioni e per l’ammodernamento tecnologico delle strutture”.

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FILE ALLEGATI RN4CAST-IT- PED Report generale -1-.pdf (2 MB)

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8° concorso provinciale OPI – edizione anno 2018. Premiazione e divulgazione della cultura infermieristica.

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Come da consuetudine anche quest’anno l’OPI di Lecce indice un concorso per premiare le migliori tesi di laurea in infermieristica al fine di diffondere la cultura professionale.

Il concorso è riservato a tutti gli studenti (Infermieri e Infermieri Pediatrici) laureati, nel periodo compreso fra ottobre 2018 e maggio 2019 e residenti nella provincia di Lecce.

Saranno individuati dalla Commissione esaminatrice n.5 premi, da assegnare ai lavori più significativi, rispettivamente di:

  • 1° premio € 600,00
  • 2° premio € 400,00
  • 3° premio € 200,00
  • 4° premio € 200,00
  • 5° premio € 200,00

La premiazione avverrà a Lecce in occasione delle dissertazioni delle tesi (sessione autunnale) presumibilmente nei primi giorni del mese di dicembre 2019.

I criteri e le modalità di partecipazione sono consultabili nell’ allegato bando.

Il bando sarà consultabile on line su www.ordineinfermierilecce.it, presso gli uffici di segreteria dell’OPI di Lecce, presso i Poli Didattici di Lecce e Tricase e nelle diverse strutture sanitarie pubbliche e private della Provincia di Lecce.

http://www.quotidianosanita.it/

I nuovi “bersagli” del Sant’Anna. Migliorano performance regionali su vaccini e chirurgia oncologica, ma peggiora Pronto Soccorso

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La copertura vaccinale per morbillo, parotite e rosolia, che a Trento si fermava all’84.5% nel 2015, nel 2018 raggiunge il 94.3%; se in Liguria si dovevano mediamente attendere circa 35 giorni per un’operazione chirurgica per un tumore maligno alla mammella, nel 2018 il valore scende a 28 giorni. Migliorano anche i ricoveri inappropriati. Ancora critica tuttavia l’appropriatezza nell’uso dei servizi di diagnostica per immagini e in aumento i tempi di attesa al pronto soccorso per i casi meno gravi. IL DOCUMENTO IN SINTESI

31 MAG – Il 31 maggio a Bari vengono presentati i risultati relativi alla performance dei sistemi sanitari regionali, per l’anno 2018. A presentare i dati, il Laboratorio Management e Sanità (MeS) dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che dal 2008 ha sviluppato il Sistema di Valutazione dei Sistemi sanitari regionali, oggi condiviso da 10 regioni italiane (Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto) e dalle due province autonome di Trento e Bolzano.

Il progetto ha permesso negli anni la condivisione e l’evoluzione di un sistema di valutazione delle performance dei sistemi sanitari regionali, che si compone oggi di quasi 400 indicatori, per monitorare la capacità di miglioramento nella gestione dei servizi sanitari. Queste informazioni supportano le Regioni italiane nel disegnare strumenti di governance “evidence-based” e nel rendere conto ai propri cittadini dei risultati conseguiti.

L’incontro di Bari è l’occasione per fare il punto sui risultati del 2018, integrando la struttura classica degli indicatori con nuovi sviluppi nell’ambito del performance measurement (valutazione del clima interno, nuovi strumenti di rilevazione dell’esperienza dei pazienti, valutazione della ricerca delle Aziende Ospedaliero-Universitarie, nuovi approcci alla stratificazione e valutazione dell’utenza). In quest’ottica, la restituzione dei risultati di sintesi affianca ai classici “bersagli” la soluzione grafica dei “pentagrammi”, per rappresentare la capacità dei sistemi sanitari regionali di offrire servizi in linea con i percorsi dei pazienti, in particolare per il percorso oncologico, il percorso materno-infantile, il percorso cronicità e di emergenza-urgenza.

Per portare qualche esempio, la copertura vaccinale per morbillo, parotite e rosolia, che a Trento si fermava all’84.5% nel 2015, nel 2018 raggiunge il 94.3%; se in Liguria si dovevano mediamente attendere circa 35 giorni per un’operazione chirurgica per un tumore maligno alla mammella, nel 2018 il valore scende a 28 giorni; in Puglia il tasso di ospedalizzazione era del 170.4 per mille residenti nel 2013, scendeva a 128.8 nel 2017, per calare ulteriormente a 124 nel 2018. Si riducono in particolare i ricoveri ad alto rischio di inappropriatezza: in Veneto ad esempio, best practice del Network, il tasso cala ulteriormente dai 111 ricoveri (per 10.000 residenti) del 2017 a 104 del 2018.

Ancora critica tuttavia l’appropriatezza nell’uso dei servizi di diagnostica per immagini e in aumento i tempi di attesa al pronto soccorso, per i casi meno gravi (aumentano leggermente, ad esempio, i tempi di attesa in PS per i codici verdi, in pressoché tutte le Regioni del Network). Per approfondimenti, i dati delle Regioni che aderiscono al Network sono accessibili al seguente indirizzo.

L’appuntamento di Bari offre un momento di confronto, analisi e discussione non solo sul rapporto tra i processi di innovazione nell’organizzazione delle cure e lo sviluppo dei sistemi di valutazione delle performance, ma anche sulla valorizzazione di quelle Aziende sanitarie che hanno dato prova di saper ridefinire i propri percorsi di presa in carico delle patologie complesse e che, in quanto best practice, si offrono come oggetto di studio e approfondimento, nell’ottica di una diffusione delle migliori soluzioni clinico-organizzative. Durante l’evento di Bari viene infatti mostrato come i dati del Sistema di Valutazione possano essere utilizzati in modo innovativo per l’individuazione delle best practice nazionali nella gestione di percorsi assistenziali complessi.

In occasione dell’incontro è infatti presentato un instant book che raccoglie i primi contributi di un approccio di ricerca di più ampio respiro, promosso dal Laboratorio MeS, volto a individuare, indagare e celebrare le migliori pratiche presenti nei nostri sistemi sanitari regionali (Alice Borghini, Federico Vola, Sabina Nuti (a cura di) (2019), Dall’individuazione alla valorizzazione delle best practice. L’esperienza del sistema di valutazione dei servizi sanitari regionali a supporto della diffusione dell’eccellenza, ETS, Pisa).

“L’ulteriore miglioramento dei servizi offerti dal nostro SSN nasce dalla sinergia tra innovazione organizzativa, valorizzazione dei professionisti e una nuova alleanza con gli utenti – ha commentato Sabina Nuti, responsabile del Laboratorio MeS e da quest’anno Rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa -; per questo motivo, sempre più il Network delle Regioni lavora come incubatore che, muovendo da solide evidenze quantitative, offre l’infrastruttura per attivare percorsi di valorizzazione dei migliori professioni e delle migliori pratiche organizzative dei sistemi sanitari regionali, attivando nuovi canali di coinvolgimento dei cittadini. La Scuola Superiore Sant’Anna, come ateneo pubblico, rilancia nuovamente il proprio impegno a supportare quelle Regioni che hanno accolto la sfida di aderire – su base volontaria, lo ricordo – al Network, per confrontarsi su solide evidenze, per rispondere con trasparenza ai bisogni dei propri cittadini e che investono sulla ricerca anche in campo gestionale come volano dello sviluppo del sistema paese”.

Laboratorio MeS Management e Sanità – Scuola Superiore Sant’Anna

31 maggio 2019
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