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Il 2020 sarà l’anno dell’infermiere. Ecco perché l’Italia dovrebbe puntare su quello di famiglia

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La decisione è stata comunicata lo scorso 30 gennaio dal direttore generale dell’Oms. Per celebrarlo degnamente l’Italia dovrebbe fare alcune scelte fondamentali per queste professioni, a partire da quelle del lavoro: la più innovativa e discontinua potrebbe essere quella di investire sul loro ruolo sul territorio, ad iniziare da scelte radicali sul rapporto di lavoro di queste figure

05 FEB – Con un annuncio dello scorso 30 gennaio, il Direttore Generale Tedros Adhanom Ghebreyesus e l’executive board dell’Organizzazione mondiale della sanità hanno reso pubblica la designazione da parte dell’Oms dell’anno 2020 come Anno dell’infermiera/e prevedendo iniziative celebrative in tutto il mondo.

E’ un’occasione importante non solo per far conoscere l’impegno di questa professione nel suo specifico e decisivo raggiungimento degli obiettivi di salute ma anche per costatare ed analizzare quali azioni gli Stati metteranno in campo per valorizzarla, migliorandone  il profilo e lo status per renderla in grado di essere coprotagonista nell’ affrontare le sfide sanitarie del XXI° secolo.

Per celebrarlo degnamente l’Italia dovrebbe fare alcune scelte fondamentali per queste professioni, iniziamo da quelle del lavoro: la più innovativa e discontinua potrebbe essere quella di investire sul loro ruolo sul territorio, ad iniziare da scelte radicali su quale rapporto di lavoro.

Finalmente, per questa scelta di investire sul territorio,  un sindacato apre formalmente un confronto  trattativa con Governo e Regioni e chiede l’avvio di una trattativa che possa giungere alla stipula di  uno o più  Accordi nazionali unici per l’infermiere di famiglia, l’ostetrica di comunità e le professioni sanitarie della riabilitazione, facendo seguito anche alla dichiarazioni rilasciate dalla Presidente e Vicepresidente della FNOPI alla presentazione del rapporto CREA.

E’ auspicabile che Governo e Regioni accettino il confronto richiesto e che altre organizzazioni sindacali esprimano analoghe richieste: questo quotidiano ha più volte prodotto articoli sull’esperienze in corso sull’infermiere di famiglia evidenziando pregi e limiti.

Ricordo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva indicato, tra l’altro, anche  l’Obiettivo “Sviluppare le risorse umane per la salute”,  che prescrive  chetutti gli stati membri debbano assicurare che i professionisti della salute  acquisiscano conoscenze, attitudini e capacità adeguate aproteggere e promuovere la salute, riferendosi agli infermieri, alle ostetriche, alle altre professioni sanitarie ed ai medici che lavorano nell’ ambito dell’ assistenza sanitaria di base riconoscendoli quali “il perno della rete dei servizi richiesti” per raggiungere il fine gli scopi e gli obiettivi della politica sanitaria.

Il professionista della salute, nel proprio ambito di competenza, pertanto deve svolgere un ruolo efficiente ed efficace:
– promuovendo la salute degliindividui delle famiglie e delle comunità;
– gestendo l’assistenza in ambito domiciliare compresa quella delegata ad altro personale di supporto;
– identificando e valutando lo stato di salute e i bisogni degli individui e delle famiglie nel loro contesto;
– lavorando da soli o in seno ad un’equipe, gestendo il cambiamento ed esserne attori. G

In molti stati membri dell’OMS la collaborazione tra medico, infermiere e gli altri professionisti della salute nell’ambito delle cure primarie, in particolare nella medicina generale, è esperienza ormai consolidata e valida, da almeno trent’anni: nel nostro Paese è, invece, un processo che è ancora da sviluppare appieno e da implementare.

Nella “mitica” (per il welfare e non solo) Nord Europa, sulla scia della consolidata ‘esperienza anglosassone, si è dato vita da tempo questo modello operativo interprofessionale rendendosi conto delle potenzialità in termini di qualità di vita e di benessere sociale che sarebbero potute derivare dall’avvio e dallo sviluppo di questo nuovo modello organizzativo territoriale.

E’ evidente che questo modello ha effetti benefici anche nei confronti della spesa sanitaria, in quanto con l’intervento proattivo di professionisti della salute sulla prevenzione, dalle  campagne sugli stili di vita migliori da adottare, agli screening e diagnosi precoci, ad azioni di counseling individuale e familiare, si può contrarre e far decrescere  a medio – lungo termine la stessa spesa sanitaria nazionale in quanto, evitando stati morbosi e gestendo più adeguatamente le cronicità, si  riducono  ricoveri, uso/abuso di farmaci, utilizzo di presidi, diagnostiche non necessarie.

Il Servizio Sanitario Italiano sin dalle sue fondamenta legislative della legge 833/78, fino alle scelte strategiche del Patto per la Salute 2014/2016, si è posto l’obiettivo, non ancora compiutamente raggiunto, di razionalizzazione dello stesso sistema sanitario che si dovrebbe rendere concreto attraverso tagli di posti letto e il conseguente potenziamento dei servizi territoriali; per raggiungere quest’obiettivo centrale e strategico è l’implementazione dell’assistenza domiciliare pluriprofessionale e pluridisciplinare, prevedendo, se del caso, degenze brevi per far fronte ai problemi di salute legati all’invecchiamento della popolazione e alla diffusione delle malattie croniche, anche in ospedali di comunità.

Com’è noto negli ultimi anni, in Italia, si è assistito ad un duplice fenomeno: l’aumento sia della vita media con un tasso di crescita uguale a zero, facendo sì fatto sì che la popolazione anziana prevalesse numericamente (e non solo) su quella adolescente, e che dell’incidenza di patologie un tempo a prognosi infausta in breve termine, soprattutto nel campo oncologico, mentre ora la prognosi negativa si sposta sempre più avanti; inoltre, insieme all’invecchiamento della popolazione bisogna tener conto degli effetti iatrogeni dell’impatto ambientale causato dagli insediamenti produttivi nonchè delle dipendenze vecchie e nuove.

Si producono, quindi nuovi bisogni di salute tra i cittadini che per essere soddisfatti abbisognano di una diversificazione dell’utilizzo delle risorse; per l’OMS l’infermiere di famiglia/comunità, e gli altri professionisti della salute sono il futuro dell’assistenza sul territorio, migliorando le prestazioni e abbattendo i costi.

Per quanto riguarda la legislazione italiana già con la legge 833 del 1978 era stato istituito il Distretto che era destinato al coordinamento dell’assistenza sanitaria al cittadino. Questa legge è poi stata modificata dal decreto legislativo n. 502 del 1992 dove si parla ancora di Distretto, il quale diventa il punto di riferimento territoriale per l’assistenza sanitaria di base e per l’assistenza territoriale domiciliare.

Con il decreto legislativo n. 229 del 1999 si conferma la definizione di Distretto quale sede d’accesso ai servizi sanitari e socio-sanitari per le cure domiciliari, le prestazioni specialistiche, l’assistenza integrativa e protesica in un quadro di continuità assistenziale.

Ma soprattutto  la legge n° 158/2012, nota anche come Legge Balduzzi, ha dato un assetto più innovativo alle Cure Primarie prevedendo la sua organizzazione sia in  Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) ed in  Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP): le prime come reti monoprofessionali mentre le seconde come reti multiprofessionali con la partecipazione di altri professionisti della salute, compreso il servizio sociale ed ovviamente un ruolo fondamentale sarà svolto  all’interno dell’UCCP proprio dall’infermiere di famiglia.

Il rimodellamento delle Cure Primarie previsto dalla Legge Balduzzi produce una organizzazione dell’assistenza sempre più integrata, multidisciplinare e multiprofessionale in grado di attuare la “mitica” reale presa in carico del cittadino in particolare se affetto da una, ma sempre più patologie croniche portando, quindi,  sul territorio l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria lasciando ai presidi ed aziende  ospedalieri la prevalente gestione delle acuzie.

Inoltre alle Cure Primarie sul territorio spetta anche il compito di promuovere la salute della popolazione di riferimento attraverso il passaggio dalla “medicina di attesa” alla “medicina di iniziativa”, attraverso un sistema di controllo informatizzato che permetta di verificare l’appropriatezza, la qualità e la sostenibilità dei percorsi di cura: per questo è fondamentale il ruolo dell’infermiere di famiglia nel suo ruolo di case manager o care manager,

Il futuro della sanità italiana si gioca quindi sul territorio: questo è l’ambito dove, nei prossimi anni, si svolgerà gran parte delle attività assistenziali che oggi afferiscono, in maniera impropria, agli ospedali. Questa è appunto è la mission dei Distretti come sanciscono la 229/99 ed il Patto per la Salute  attuale: in questa prospettiva la figura dell’infermiere di famiglia /comunità e degli altri professionisti della salute,  assume ancora più rilievo.

E’ bene sempre ricordare che l’infermiere di famiglia/comunità e gli altri professionisti della salute, quali il fisioterapista, il logopedista, il terapista occupazionale, il podologo nonché tutte quelle professioni sanitarie regolamentate dalla legge 251/00,  sono laureati sanitari  che si occupano di assistenza in collaborazione con il medico di famiglia/pediatra di libera scelta, operando possibilmente a suo fianco in un’area ben definita che potrebbe essere ad esempio un quartiere di una grande città, un paese o una piccola comunità.

L’infermiere di famiglia/comunità e gli altri professionisti della salute potrebbero assistere malati cronici, ma anche malati in fase acuta che non richiedono tuttavia cure intensive o praticabili esclusivamente in ospedale, a persone appena dimesse dall’ospedale che necessitano di medicazioni o trattamenti farmacologici, a pazienti che praticano dialisi peritoneale…Al malato sarà quindi possibile essere assistito da un professionista sanitario direttamente presso il proprio domicilio.

La convinzione, inoltre,  che non si fa salute curando la malattia ma nemmeno perseguendo il benessere del singolo fa sì che l’infermiere di famiglia/comunità e gli altri professionisti della salute potranno dunque, in prospettiva, contribuire a ridurre gli accessi in Pronto Soccorso, a ridurre le degenze ospedaliera e diminuire le riammissioni, operando  in collaborazione con il medico di famiglia/pediatra di libera scelta  e gli altri servizi territoriali, come filtro per quegli eventi patologici gestibili con successo o addirittura con maggiore efficacia a livello domiciliare.

Sono, pertanto professionisti sanitari che progettano, attuano e valutano interventi di promozione e prevenzione, assistenza ai pazienti ed alla famiglia, educazione e formazione, che danno l’input ad interventi di ricerca, indagini epidemiologiche in comunità e in ambito familiare promuovendo azioni di correzione dei fattori di rischio, sono in grado di promuovere lo sviluppo organizzativo in area di sanità pubblica e ottimizzare l’uso delle risorse.

Ne consegue che  l’infermiere  e gli altri professionisti ex lege 42/99, liberati dalla loro “ausiliarietà”,  per effetto, ormai ventennale, di tale legge, attraverso  le loro reali responsabilità professionali, come garanti dei risultati e con una formazione complementare specifica, possono assurgere a protagonisti sul territorio,  ovviamente insieme ai medici, alla promozione del benessere sanitario dei cittadini con strategie assistenziali, conferenze nelle scuole sulla salute infantile, programmi di prevenzione ed educazione sessuale, sicurezza del bambino, tossicodipendenze, delinquenza giovanile, violenza, incidenti…

Come già le esperienze più avanzate dimostrano, l’istituzione dell’assistenza infermieristica a domicilio e l’attivazione all’interno delle attività distrettuali di ambulatori infermieristici, sono utili per favorire la riduzione dei tempi di attesa per le prestazioni, la riduzione dei ricoveri ospedalieri e delle giornate di ricovero, la riduzione delle richieste di intervento, la riduzione degli accessi in Pronto Soccorso, la riduzione delle riammissioni ospedaliere, oltre che porsi come un punto di riferimento concreto per la popolazione bisognosa di informazioni, sicurezze ed una risposta sanitaria adeguata.

Per ora le Aziende Sanitarie Locali che sono state in grado di attuare quanto sopra, qualora non siano state in grado di avvalersi di personale dipendente, si sono avvalse  di professionisti il cui rapporto sia legato alle cosiddette cooperative o altre forme di intermediazione della forza lavoro oppure tramite rapporti di lavoro flessibili con le stesse Aziende Sanitarie: si tratta in prevalenza di  personale perlopiù sottopagato, con pochi diritti, facilmente ricattabile e  in assenza di un rapporto continuo con il territorio ove  opera.

Per quanto sopra sarebbe quanto più efficace ed efficiente che le Aziende Sanitarie accreditino direttamente il singolo professionista sanitario  instaurando con lui un rapporto convenzionale o di tipo orario o su uno specifico progetto di assistenza  diretta su un determinato numero di scelte di cittadini cronici e di una specifica parte di territorio.

E’ una scelta di rapporto di lavoro che presenta una convenienza economica per le Aziende sanitarie per il fatto che  verrebbe meno la componente del profitto della struttura di intermediazione di forza lavoro, assicurando, finalmente  al professionista non solo la giusta  retribuzione ma soprattutto la giusta dignità ed apprezzamento  professionali: quindi un vero professionista della salute di prossimità con uno vero legame con il territorio.

Questo è quanto Governo e Regioni nel 2020, che tra l’atro coincide con i 200 anni dalla nascita di Florence Nightale, la fondatrice dell’infermieristica, potrebbero portare come uno dei risultati valorizzanti la professione infermieristica per l’anno dell’infermiera/e promosso dall’OMS ed altri ci dovrebbero essere ma questa è un’altra storia o meglio un altro articolo.

Saverio Proia

05 febbraio 2019
© Riproduzione riservata

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