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«Patto» rimandato a settembre, ma la Salute non può attendere

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Il mondo frenetico in cui viviamo e la velocità con cui si diffondono, per svanire rapidamente, informazioni e conoscenze ha generato una bolla virtuale dove si è perso il valore del tempo, dimenticando che quello passato non è più recuperabile, soprattutto quando gli obiettivi da raggiungere sono rilevanti, richiedono complesse valutazioni tecniche e necessitano di processi di consenso tra più soggetti non sempre in sintonia. La sublimazione del tempo, con il perpetuo rimandare delle scadenze, fa parte integrante del Dna della politica, in particolare di quella italiana.
Per la politica sanitaria il caso di studio è rappresentato dal Patto per la Salute 2019-2021, ovvero l’accordo finanziario e programmatico tra Governo e Regioni per gestire la sanità pubblica e tutelare la salute delle persone. Peraltro, questo Patto è anche conditio sine qua non per assicurare ad un asfittico Servizio sanitario nazionale (Ssn) l’incremento di 2 miliardi di euro nel 2020 e di ulteriori 1,5 miliardi nel 2021 che la Legge di Bilancio 2019 ha subordinato alla stipula del Patto per la Salute 2019-2021 contenente “misure di programmazione e di miglioramento della qualità delle cure e dei servizi erogati e di efficientamento dei costi”. Se la scadenza per la stipula del Patto era stata inizialmente fissata al 31 gennaio 2019, poi ufficialmente al 31 marzo 2019, il 1° agosto la ministra Giulia Grillo, incalzata dai giornalisti, ufficializza che il Patto per la Salute è stato “rimandato a settembre” dichiarando che «è stato raggiunto un accordo di massima su molte questioni importanti, ma restano da definire alcuni aspetti».
Ma come è possibile bruciare 8 mesi per accordarsi su un documento che definisce le politiche sanitarie del triennio (in parte già svanito) e garantisce le risorse aggiuntive al Ssn? Ecco la cronistoria:
• 13 febbraio. Le Regioni elaborano un documento che definisce la cornice politico-istituzionale prima della stesura del Patto al fine di un primo confronto con la Ministra Grillo. Ma nel primo incontro ufficiale del 27 febbraio il Ministero prende tempo sulle “regole di ingaggio” proposte dalle Regioni.
• 14 marzo. La Ministra invia al presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini una contro-proposta, bocciata senza appello dalle Regioni perché giudicata “invasiva”.
• 16 aprile. Nel secondo incontro ufficiale Governo e Regioni abbandonano l’ipotesi di una cornice politico-istituzionale e danno il via libera ai tavoli tecnici.
• 22 maggio. La Ministra convoca gli 11 gruppi di lavoro per la stesura del Patto: LEA e Piani di rientro, risorse umane, mobilità sanitaria, Enti vigilati, governance farmaceutica e dei dispositivi medici, investimenti, reti strutturali di assistenza territoriale sociosanitaria, fondi integrativi, modelli previsionali, ricerca, efficienza e appropriatezza utilizzo fattori produttivi.
• 27 maggio. Viene elaborata una bozza che, al di là dei contenuti tecnici, finisce sotto i riflettori solo per la clausola di salvaguardia che rischia di vanificare le risorse assegnate dalla Legge di Bilancio: le Regioni si irrigidiscono, ma ritrovano la sintonia con la Ministra sulla necessità di abolire la clausola.
•11 giugno. La ministra Grillo dichiara che “Per la chiusura del Patto per la Salute […] avremo incontri a tambur battente nei prossimi giorni. Le idee sono chiare, dobbiamo solo dare delle priorità e mettere giù dei punti sui quali realisticamente andare avanti, e non un libro dei sogni. Sicuramente entro agosto”.
•8-9-10 luglio. Il ministero della Salute organizza la “Maratona Patto per la Salute”, grande kermesse per raccogliere le proposte di tutti gli stakeholder della salute.
•17 luglio. La ministra Grillo nella relazione di attività davanti alle Commissioni Affari Sociali della Camera e Igiene e Sanità del Senato dichiara che «le interlocuzioni con Regioni e Province autonome stanno proseguendo per arrivare ad un documento condiviso […] sono sicura che arriveremo a chiudere un Patto per la Salute che restituisca alla sanità una centralità nelle politiche del Paese».

Se il cocente sole d’agosto da un lato “costringe” la politica a rimandare tutto a settembre, dall’altro stimola alcune riflessioni sul difficile parto di uno strumento che fissa i “paletti” tecnici per orientare quella leale collaborazione Governo e Regioni finalizzata alla tutela della salute, in Italia sempre più diseguale e con un gap Nord-Sud ormai incolmabile.
Innanzitutto, bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che il Patto per la Salute è uno strumento anacronistico: copre un arco temporale troppo breve, non viene sottoposto ad alcun monitoraggio ed ha sempre collezionato clamorosi fallimenti. Ad esempio, il Patto 2014-2016 – siglato il 10 luglio 2014 – è diventato carta straccia quando il Governo ha tagliato le risorse concordate e le Regioni si sono trincerate dietro lo slogan no money no Patto. In secondo luogo, l’obiettivo di rinnovare il Patto ogni tre anni non viene mai rispettato perché, verosimilmente, è una residuale attività della politica legata alla scadenza dei mandati: in particolare, dopo la morte prematura il Patto 2014-2016 non è mai stato rinnovato dal precedente Esecutivo perché avrebbe sforato la durata della legislatura. Infine, il Patto è ormai un terreno di scontro politico visto che le posizioni dei “contraenti” sono fortemente condizionate da correnti partitiche e da innumerevoli interessi locali sul fronte delle Regioni, che rendono impossibili accordi unanimi, ma richiedono solo compromessi e mediazioni. In altri termini, la scottante “merce di scambio” rende sempre più difficile mettere in sintonia non solo Governo e Regioni, ma soprattutto le Regioni con obiettivi divergenti, conflittuali e ulteriormente destabilizzati dal regionalismo differenziato.
Eppure, durante il primo anno di Governo la Ministra Grillo ha portato a casa numerosi risultati: dal piano nazionale per il governo delle liste di attesa alla rimozione del blocco del tetto di spesa sul personale, dall’accordo sul payback farmaceutico alle linee guida per la governance del farmaco e dei dispositivi medici, dal rinnovo del contratto per la dirigenza all’aumento delle borse di studio per scuole di specializzazione e medici di famiglia, dallo sblocco dei fondi per l’edilizia sanitaria ai contributi per la ricerca. Purtroppo, impegno e buona volontà del Ministro della Salute non bastano per risollevare la sanità pubblica perché ci sono di mezzo le crescenti divergenze giallo-verdi, la pachidermica lentezza del Parlamento, i rapporti con gli altri Ministeri (Mef e Miur in primis) e gli attriti continui con le Regioni dove il clamoroso ritardo nella stipula del Patto per la Salute ne rappresenta la cartina al tornasole.
E a proposito di sole… quasi lo dimenticavo perché forse ne ho preso troppo. Scommettiamo che il Patto per la Salute non è rimandato a settembre ma a fine anno, quando le risorse saranno definitivamente messe nero su bianco con la Legge di Bilancio 2020?

* Presidente Fondazione Gimbe

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